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Come nella favola di Esopo, c’è chi vorrebbe spiegare la crisi economica di alcuni Paesi mediterranei al loro aver cantato per tutta l’estate, come le cicale, mentre le laboriose formiche settentrionali si davano da fare. Nella favola, la formica liquida la cicala affamata in modo brutale: “hai cantato durante la buona stagione, allora adesso balla”. Lo stesso spirito è alla base della “cura” che oggi l’UE sta applicando nei confronti della Grecia.

Forse, però, la suddivisione tra cicale e formiche non è proprio esatta. E i memorandum applicati alla Grecia e il fiscal compact che anche noi stiamo subendo sono le medicine sbagliate somministrate dopo una diagnosi sbagliata. Si parte dall’errore di Sarkozy e Merkel, che interpretarono l’inizio della turbolenza che stava colpendo l’Europa come una crisi del debito sovrano degli Stati e non come la conseguenza dello stallo economico venutosi a determinare con l’avvio dell’era dell’euro. Una moneta senza Stato e senza contrappesi politici, a differenza del dollaro USA, che ha favorito la crescita del mercato interno e dell’export tedesco perché sottovalutata rispetto al marco, mentre frenava la crescita dei mercati che furono della lira, la dracma o la peseta, sopravvalutate.

Il secondo errore è stato quello di applicare il ricettario del nuovo socio con sede a Washington: il Fondo Monetario. L’unico organismo internazionale che, contro ogni evidenza, continua imperterrito a sostenere che i bilanci degli Stati indebitati vadano risanati a prescindere dalla crescita economica e, soprattutto, solo e unicamente a discapito della spesa sociale. La teoria secondo la quale “i conti in ordine”, ovviamente da soli, possano far uscire un Paese dalla recessione è un evergreen che ormai, fuori dall’Europa, ha un basso ascolto, ma che ha trovato nuova audience nelle stanze della Commissione Europea.

Teoria economica che né gli Stati Uniti né il Giappone, e men che meno i Paesi emergenti applicano. Anzi, questi Stati hanno fatto l’esatto contrario per uscire dalla crisi, con successi ben maggiori di quelli europei. Incentivi fiscali, investimenti in ricerca e innovazione, sostegno all’occupazione, politica monetaria espansiva, rilancio della formazione professionale, perfino allargamento dell’assistenza sanitaria. Per Obama e Abe, passando attraverso Dilma Roussef, le ricette targate FMI non sono la soluzione della crisi, bensì la sua causa.

Ma chi lo spiega a Bruxelles? Il premier italiano ha recentemente affermato che il vincolo del 3% nel rapporto tra deficit e PIL è “anacronistico”. In realtà, più che anacronistico, è profondamente sbagliato che sia considerato un parametro inamovibile, scolpito nella roccia. La ricchezza prodotta dall’uomo non è statica né costante. Si evolve, si sposta, cresce e si contrae in base ai momenti storici, alle innovazioni, alle guerre, alle scoperte scientifiche e tecnologiche. I cicli economici che si sono determinati finora, espansivi o recessivi, sono sempre stati determinati da complesse circostanze.

Immaginare che parametri stabiliti nel 1992 a Maastricht, in pieno ciclo espansivo economico mondiale e sulle ali di una globalizzazione che spostava lavoro e capitali aprendo nuovi mercati e traguardi, possano avere la stessa validità a distanza di 20 anni, in piena fase recessiva, non è anacronistico: è follia pura. Ma è una follia che si vuole tenere nascosta perché è funzionale allo sbarco in Europa, il continente finora più refrattario, di quel pensiero economico nato a cavallo tra Chicago e Londra e diventato ideologia della destra degli anni ’80. Quello che teorizza la dimensione “mistica” del mercato che, manipolato da una “mano invisibile”, ridistribuisce per “sgocciolamento” la ricchezza verso il basso. Una visione quasi new age dell’economia: in sostanza, ci vuole insegnare che gli umani non devono interferire con quell’entità virtuale che è il mercato, perché possono solo provocare guasti.

Per questo motivo, oggi in Europa l’unica via prevista per uscire dalla crisi è mettere i conti a posto, tagliare e privatizzare, razionalizzare tutto ciò che si può e poi sperare che il mercato riparta da solo. Sarebbe quasi bello se fosse vero. Ma l’esperienza dei Paesi che hanno già assaggiato questa medicina ci dice che questa strategia produce sperequazione del reddito e della società, debolezza delle istituzioni democratiche e soprattutto recessione, con enormi costi sociali. Non basta “avere i conti in ordine”, ci vuole una visione, una strategia per conquistarsi un posto al sole nella globalizzazione.

Senza crescita economica qualsiasi debito è insostenibile. L’Europa senza guida e alla deriva sta riuscendo a mettere insieme le due condizioni che possono portare un Paese al fallimento: sbagliare diagnosi e cura, e non avere il coraggio di ammetterlo per cambiare rotta.

 

Alfredo Somoza

 

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All’ombra del Partenone sta nascendo una forza politica e civile determinata a scardinare i modelli economici e sociali dell’Europa degli ultimi tempi. E’ la lista Tsipras, il soggetto politico che sostiene la candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito progressista greco Syriza, alla presidenza della Commissione UE. La lista, che sta ricevendo consensi crescenti anche in Italia, si propone di rivedere le politiche dell’Unione Europea seguendo i principi di uguaglianza, inclusione e sviluppo sostenibile. Parliamo del progetto Tsipras e del futuro dell’Europa con Alfredo Luis Somoza, giornalista, docente universitario, Presidente dell’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale di Milano.

Professor Somoza, vede un futuro politico concreto nella nascente lista Tsipras? Al di là della credibilità, crede che possa essere efficace sul piano politico?

«Credo che l’operazione della formazione della Lista Tsipras in Italia, diversa rispetto al resto dell’Europa, se manterrà le premesse di unitarietà e di superamento degli steccati ideologici, potrebbe avere successo. C’è una vasta area di sofferenza politica che nelle ultime elezioni si è riversato su diverse forze politiche, dal PD al M5S, da SEL all’astensione più che altro scegliendo il “male minore”. Il progetto di Tsipras potrebbe dare cittadinanza a un nocciolo di sinistra riformista e radicale che in qualche modo possa intercettare i delusi dell’evidente deriva centrista di quella che doveva essere la grande forza socialdemocratica italiana, il PD, ma che per ora ha deluso le aspettative.»

Vi sono in Italia, secondo lei, i presupposti per costruire una struttura politica seria intorno al progetto Tsipras? Se sì, di cosa c’è bisogno?

«Io preferirei fare un passo alla volta. Se si riesce a costruire una lista unitaria a sostegno di Tsipras sarà già un passo da giganti. Il resto andrà valutato dopo le elezioni europee, ma certamente aprirebbe nuovi orizzonti.»

Pur conservando profondi disuguaglianze, gli Stati Uniti sembrano riuscire, in qualche modo, a superare la crisi di questi anni. Questo recupero appare estremamente difficile in Europa. Quali sono, a suo parere, i motivi di questa differenza? Cos’è che blocca i Paesi europei?

Alfredo Luis Somoza

Alfredo Luis Somoza

«Gli Stati Uniti di America hanno concluso in pochi anni dalla nascita dell’Unione un percorso dal particolarismo al federalismo. Percorso che in Europa per ora è stato interrotto. Negli Stati Uniti esiste un Presidente della Federazione con vasti poteri, un Parlamento federale, una Suprema Corte e una banca Centrale alle quali sono state delegate dagli Stati poteri esclusivi. Da noi, il processo di unificazione europea ha subito un’accelerazione sul piano economico, con la nascita dell’euro e della BCE, e un rallentamento che rasenta la paralisi sul piano politico e sociale. Così come esistono politiche vincolanti per i paesi membri in materia ambientale e finanziaria, non esiste ancora una politica di difesa comune, una strategia sull’immigrazione, un welfare europeo, uno standard retributivo europeo. Il problema della costruzione europea è proprio questa sospensione, questo prevalere della visione dell’economia rispetto a quello della società.  La FED statunitense ha appena varato una politica di restringimento della base monetaria per favorire gli investimenti negli Stati Uniti. A differenza della BCE, ci si pone il problema dell’occupazione. Il governo Obama, in materia economica, sta applicando con successo politiche keynesiane di stimolo economico a partire dall’investimento pubblico su innovazione e ricerca, sulla fiscalità  e sul sostegno diretto al comparto industriale. Nell’Europa sospesa questi interventi sono utopistici. Questa è la sua debolezza principale.»

Cosa pensa della crescita di consensi che vede protagonisti movimenti estremisti e populisti in tanti Paesi d’Europa? Quali sono le cause di questo fenomeno, a suo avviso?

«I movimenti populisti si fanno forti di una cultura politica che si è man mano degradata negli anni. Il vituperio, l’insulto, la rissa, sono stati sdoganati dalla televisione come forme della politica e hanno portato all’equivoco che “parlare chiaro” sia “parlare giusto”. Le ricette semplici e brutali dei populismi sono comprensibili, e quindi diventano possibili per coloro che non capiscono il politichese, diffidano di una politica diventata classe e si sentono vicini a chi promette soluzioni semplici e radicali. I populismi europei, con poche eccezioni, non sono ideologizzati, ma potrebbero diventarlo presto. E’ un percorso che si è già verificato nella Germania di Weimar con tragici risultati.»

In che modo l’Italia può contribuire al cambiamento dell’Unione? Pensa, insomma, che un Paese “da solo” possa avere la forza tale da imporre una linea alternativa?

«L’Italia è uno dei soci di maggioranza dell’Europa. Togliendo la Gran Bretagna, che più che membro sembra un critico dell’UE, l’Italia condivide con Germania e Francia le principali responsabilità. Per questo è stata criminale la latitanza dell’Italia dai tavoli europei durante il ventennio berlusconiano. Una latitanza che ancora paghiamo con un calo del nostro prestigio e della nostra capacità di incidere. I deputati che eleggerà l’Italia il prossimo 25 maggio dovranno battere i pugni sul tavolo, ma non per esigere privilegi, ma perché il processo che dovrebbe portare agli Stati Uniti d’Europa riparta, e soprattutto perché le regole imposte con le politiche di cosiddette austerity tornino ad avere una logica anzitutto economica. Di sola austerità si muore, e questo lo sanno benissimo gli economisti e i politici che hanno ideato e approvato queste regole. Basta guardare i passi di USA e Giappone per uscire dalla crisi, ma anche della Cina, per capire che non esiste più, per fortuna,  un pensiero unico in materia economica, per quanto in Europa qualcuno ne sia ancora convinto.»

Il numero di giovani d’Europa costretti a trasferirsi in un altro continente aumenta. Come immagina l’Europa tra 10 anni? C’è una speranza per i giovani europei?

«Nell’ambito del mio lavoro mi capita spesso di trovare giovani italiani alla ricerca di lavoro in mondi  lontani (Brasile, Argentina, Mozambico). E’ un ritorno al passato per l’Italia, ma a differenza dei tempi dei nostri nonni e dell’emigrazione di massa, oggi c’è l’Europa. Un progetto che solo i giovani di oggi potranno realizzare o fare fallire. L’Europa unita sarebbe un interlocutore di primissimo ordine a livello globale, l’unica area al mondo che si caratterizza per avere non solo interessi comuni ma anche valori comuni. Un’Europa portatrice di valori sui diritti umani, sulla parità di genere, sul welfare. Di questa Europa si ha bisogno nel mondo. Per questo, il principale successo per la generazione dei giovani di oggi è quella di realizzare finalmente i sogni dei padri fondatori.»