La cicala e la formica

Pubblicato: 4 settembre 2014 in Europa, Italia
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Come nella favola di Esopo, c’è chi vorrebbe spiegare la crisi economica di alcuni Paesi mediterranei al loro aver cantato per tutta l’estate, come le cicale, mentre le laboriose formiche settentrionali si davano da fare. Nella favola, la formica liquida la cicala affamata in modo brutale: “hai cantato durante la buona stagione, allora adesso balla”. Lo stesso spirito è alla base della “cura” che oggi l’UE sta applicando nei confronti della Grecia.

Forse, però, la suddivisione tra cicale e formiche non è proprio esatta. E i memorandum applicati alla Grecia e il fiscal compact che anche noi stiamo subendo sono le medicine sbagliate somministrate dopo una diagnosi sbagliata. Si parte dall’errore di Sarkozy e Merkel, che interpretarono l’inizio della turbolenza che stava colpendo l’Europa come una crisi del debito sovrano degli Stati e non come la conseguenza dello stallo economico venutosi a determinare con l’avvio dell’era dell’euro. Una moneta senza Stato e senza contrappesi politici, a differenza del dollaro USA, che ha favorito la crescita del mercato interno e dell’export tedesco perché sottovalutata rispetto al marco, mentre frenava la crescita dei mercati che furono della lira, la dracma o la peseta, sopravvalutate.

Il secondo errore è stato quello di applicare il ricettario del nuovo socio con sede a Washington: il Fondo Monetario. L’unico organismo internazionale che, contro ogni evidenza, continua imperterrito a sostenere che i bilanci degli Stati indebitati vadano risanati a prescindere dalla crescita economica e, soprattutto, solo e unicamente a discapito della spesa sociale. La teoria secondo la quale “i conti in ordine”, ovviamente da soli, possano far uscire un Paese dalla recessione è un evergreen che ormai, fuori dall’Europa, ha un basso ascolto, ma che ha trovato nuova audience nelle stanze della Commissione Europea.

Teoria economica che né gli Stati Uniti né il Giappone, e men che meno i Paesi emergenti applicano. Anzi, questi Stati hanno fatto l’esatto contrario per uscire dalla crisi, con successi ben maggiori di quelli europei. Incentivi fiscali, investimenti in ricerca e innovazione, sostegno all’occupazione, politica monetaria espansiva, rilancio della formazione professionale, perfino allargamento dell’assistenza sanitaria. Per Obama e Abe, passando attraverso Dilma Roussef, le ricette targate FMI non sono la soluzione della crisi, bensì la sua causa.

Ma chi lo spiega a Bruxelles? Il premier italiano ha recentemente affermato che il vincolo del 3% nel rapporto tra deficit e PIL è “anacronistico”. In realtà, più che anacronistico, è profondamente sbagliato che sia considerato un parametro inamovibile, scolpito nella roccia. La ricchezza prodotta dall’uomo non è statica né costante. Si evolve, si sposta, cresce e si contrae in base ai momenti storici, alle innovazioni, alle guerre, alle scoperte scientifiche e tecnologiche. I cicli economici che si sono determinati finora, espansivi o recessivi, sono sempre stati determinati da complesse circostanze.

Immaginare che parametri stabiliti nel 1992 a Maastricht, in pieno ciclo espansivo economico mondiale e sulle ali di una globalizzazione che spostava lavoro e capitali aprendo nuovi mercati e traguardi, possano avere la stessa validità a distanza di 20 anni, in piena fase recessiva, non è anacronistico: è follia pura. Ma è una follia che si vuole tenere nascosta perché è funzionale allo sbarco in Europa, il continente finora più refrattario, di quel pensiero economico nato a cavallo tra Chicago e Londra e diventato ideologia della destra degli anni ’80. Quello che teorizza la dimensione “mistica” del mercato che, manipolato da una “mano invisibile”, ridistribuisce per “sgocciolamento” la ricchezza verso il basso. Una visione quasi new age dell’economia: in sostanza, ci vuole insegnare che gli umani non devono interferire con quell’entità virtuale che è il mercato, perché possono solo provocare guasti.

Per questo motivo, oggi in Europa l’unica via prevista per uscire dalla crisi è mettere i conti a posto, tagliare e privatizzare, razionalizzare tutto ciò che si può e poi sperare che il mercato riparta da solo. Sarebbe quasi bello se fosse vero. Ma l’esperienza dei Paesi che hanno già assaggiato questa medicina ci dice che questa strategia produce sperequazione del reddito e della società, debolezza delle istituzioni democratiche e soprattutto recessione, con enormi costi sociali. Non basta “avere i conti in ordine”, ci vuole una visione, una strategia per conquistarsi un posto al sole nella globalizzazione.

Senza crescita economica qualsiasi debito è insostenibile. L’Europa senza guida e alla deriva sta riuscendo a mettere insieme le due condizioni che possono portare un Paese al fallimento: sbagliare diagnosi e cura, e non avere il coraggio di ammetterlo per cambiare rotta.

 

Alfredo Somoza

 

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