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Come facilmente prevedibile la situazione debitoria della Grecia, che non ha avuto la possibilità di rinegoziare il suo debito, con un’economia in calo costante e tagli alla spesa pubblica oltre l’immaginabile, sta precipitando. A differenza delle puntate precedenti, però, questa volta i veri protagonisti della vicenda sono divisi. La Troika, formata dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal FMI, è riuscita a domare i diversi governi greci di destra e sinistra che si sono succeduti negli ultimi anni, senza mai aver trovato – o soltanto ipotizzato – una soluzione per questa crisi debitoria che non fossero i tagli alla spesa corrente.

Alexis Tsipras, inaspettatamente per quanti pensavano fosse un populista incosciente, ha varato tagli alla spesa pubblica pari a circa il 30% del PIL greco: un record mondiale che, però, va letto insieme al calo del 25% della produzione economica del Paese rispetto al periodo precedente alla crisi del debito. In sostanza, il limone è stato spremuto fino in fondo. Ormai non c’è più nulla da tagliare. Eppure la crisi non solo rimane, ma è ulteriormente peggiorata perché l’economia continua a perdere colpi. A fine giugno, Atene rischia di non poter pagare gli stipendi di quel poco di settore pubblico che è sopravvissuto, e a luglio difficilmente potrà onorare la rata di un prestito in scadenza. In quest’estate incandescente, dunque, al referendum sulla Brexit si aggiunge l’ipotesi di default della Grecia. Nel frattempo, gli “sminatori” che dovrebbero disinnescare la bomba greca sono sempre più divisi.

A suo tempo, Berlino ha voluto includere nella Troika anche il FMI, sebbene detenga solo un modestissimo 4,7% del debito greco, ritenendo che questa sarebbe stata l’unica soluzione per imporre norme rigide e non negoziabili alle cicale greche. L’organismo con sede a Washington si è infatti guadagnato sul campo una fama di tutto rispetto, anche se in tempi recenti le sue politiche hanno prodotto fallimenti, sommosse, colpi di stato, miseria. Ma nel caso greco il FMI sta facendo davvero il suo lavoro di valutazione della sostenibilità del debito, e dopo avere constatato che più austerità è impossibile, è fermamente convinto che la soluzione passi da una moratoria radicale, con prestiti a tassi del 1,5% da non ripagare fino al 2040. In sostanza, non propone la ristrutturazione del debito attraverso un taglio, come si fa dopo un default, ma rimanderebbe a tempi migliori il problema, ridando nel frattempo ossigeno al Paese perché possa riprendersi. Questo dopo avere fatto una feroce autocritica «sulle correzioni strozza-crescita, insieme con l’austerità, che hanno provocato una depressione economica e innescato una spirale negativa sul debito che ha poi richiesto continuamente nuovi aggiustamenti ».

Il fondo Monetario propone ora una soluzione abbastanza sensata, ma deve fare i conti con la Germania. Il Paese della cancelliera Merkel deve far approvare dal Parlamento ogni concessione in tema di gestione dei crediti, e una proposta del genere potrebbe essere affondata dalla destra della CDU dando fiato alle forze antieuropeiste. La razionale Germania, di fronte a uno dei nodi più insidiosi sulla via della salvezza o dell’affondamento dell’Unione Europea, è paralizzata dal timore che una via di uscita per la crisi debitoria greca si trasformi in consenso per le opposizioni populiste.

I dissidi tra Berlino e Washington passano anche dalla geopolitica. Per gli Stati Uniti, la Grecia va sostenuta perché si trova tra i Balcani e la Turchia, con la Russia troppo vicina. Un’avanguardia occidentale in terre incognite che oggi si trova fortemente sotto pressione anche per via dell’arrivo di masse di richiedenti asilo dalla vicina Turchia, Paese nel quale è in corso un colpo di Stato “bianco” e che l’UE ha premiato recentemente con miliardi di euro. Per i tedeschi, la cui politica è impregnata di etica luterana, la Grecia invece va punita per avere mentito sui conti, e obbligata senza via di scampo a sottostare alle regole imposte da loro stessi. Una situazione che non può durare a lungo, perché di mezzo ci sono anzitutto i cittadini greci sofferenti, ma anche il futuro dell’Europa. Se oggi si tornasse a votare in Grecia per dire sì o no alle ricette della Troika, ci sarebbero solo no. È infatti difficile fidarsi a lungo di una ricetta che non ti fa guarire, che anzi ti fa stare peggio, e nel frattempo continuare a fingere che forse tutto va per il meglio. Ringraziando pure il dottore.

 

Alfredo Somoza

 

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Furono una delle grandi battaglie globali a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Le campagne sul debito estero “del Terzo Mondo”, come lo si chiamava allora, costituirono una fucina, un terreno di contaminazione tra il mondo cattolico, quello della sinistra e il nascente movimento ambientalista. Si trattava di un tema per definizione globale, vista la quantità di Paesi e soggetti coinvolti, che si prestava a essere affrontato da diversi punti di vista. Le origini dell’indebitamento degli Stati periferici, iniziato negli anni ’60 ed esploso alla fine degli anni ’80, andava infatti cercata nella corruzione e nelle dittature, mentre le conseguenze riguardavano lo sfruttamento selvaggio sia dell’ambiente sia delle persone, l’eliminazione del welfare e la privatizzazione dei servizi pubblici.

Queste campagne culminarono con il grande Giubileo cattolico dell’anno 2000, durante il quale alcuni governi si impegnarono a cancellare i loro crediti nei confronti degli Stati più poveri della Terra. L’Italia, che promise di cancellare 6 miliardi di euro di crediti, alla fine lo fece per meno della metà. Ma il debito del Terzo Mondo, mal gestito dal Fondo Monetario Internazionale, nel frattempo provocava cicliche crisi globali. La ricetta promossa dal FMI, controllato a maggioranza dai Paesi del G7 creditori di quelli indebitati, era sempre la stessa. Con lo slogan di tagliare i rami secchi, si agiva su pensioni, sanità, educazione, costo del lavoro e riduzione lineare della spesa pubblica. Ricette che spingevano nella recessione i Paesi indebitati, i quali riuscivano a malapena a pagare gli interessi sul debito senza avere la possibilità di investire per riattivare l’economia.

La storia ci spiega che, dopo il default dell’Argentina del 2001, molti Stati cambiarono strategia rilanciando l’investimento pubblico come volano per la crescita: che infatti, anche per un buon andamento dei prezzi delle materie prime, ripartì. Alcuni Paesi, come il Brasile e la stessa Argentina, allontanarono il FMI dai loro ministeri dell’economia saldando i debiti che avevano nei confronti dell’istituzione con sede a Washington.

Oggi il caso Grecia riporta al centro del dibattito il tema del debito. A differenza del passato, però, i Paesi più in sofferenza sono europei. Dall’inizio della crisi finanziaria del 2008, il debito globale è cresciuto di 57mila miliardi di dollari USA, dei quali 19mila a carico degli Stati a economia avanzata. Anche la Cina, che pure ha importantissime riserve valutarie, è diventata un Paese indebitato a causa degli sforzi sostenuti per evitare il rallentamento della crescita economica. A fare la parte del leone tra i detentori di questo nuovo debito sono le Banche centrali che, con il meccanismo del quantitative easing, hanno acquistato bond emessi dagli Stati come ora sta facendo la BCE. Banca d’Inghilterra, Federal Reserve e Banca del Giappone sono attualmente proprietari del 62% di tutti i bond in circolazione nel mondo. Una massa di carta, o di “pagherò”, garantiti solo dalla promessa di onorarli.

Per questo motivo le difficoltà a rinegoziare il debito estero greco non stanno nella cifra, che è modesta, bensì nel rispetto delle regole del gioco. Regole che sanciscono l’intangibilità dei crediti concessi e assegnano attestati di maggiore o minore rischio, incidendo quindi sugli interessi che i debitori devono pagare. E a tutti i governi impediscono di emettere all’infinito ulteriore debito per pagare i debiti pregressi, tranne che a quello degli Stati Uniti.

Quando si parla di debito si parla dunque sia di una materia tecnica e complessa, sia di geopolitica e di rapporti di forza. C’è debito e debito, insomma. Anzi, c’è Paese indebitato e Paese indebitato. Ciò dimostra come i Parametri di Maastricht, il maggiore feticcio della costruzione europea, siano una finzione arbitraria e come la reale sostenibilità del debito non sia direttamente proporzionale ai “paletti percentuali” stabiliti dal trattato. Un debito è sostenibile fin quando i creditori lo ritengono tale, il resto sono chiacchiere.

La controprova è che la stragrande maggioranza dei Paesi dell’euro, se oggi uscisse dalla moneta comune, non avrebbe i numeri per esservi nuovamente accettata, soprattutto a causa dell’esposizione debitoria. E che Paesi come Germania e USA, pur essendo entrambi fortemente indebitati, possono permettersi di ripagare i loro debiti praticamente senza interessi.

Dunque in molti casi di debito si muore, mentre in altri ci si può convivere anche bene: almeno fin quando si riesce a convincere i creditori di essere virtuosi. E questo non c’entra con l’economia, ma solo con l’essere una potenza anziché un Paese marginale.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Con cadenza giornaliera organismi multilaterali e giornali economici ci forniscono numeri sull’Europa che dipingono una situazione tutt’altro che positiva. Gli stessi analisti che prima la difendevano, oggi considerano errata la diagnosi “tedesca” sulla crisi del 2008: quella nella quale volutamente si confondeva la crisi dei mercati mediterranei, dovuta anche al costo dell’euro, con una crisi del debito sovrano. E che portò a somministrare una medicina sbagliata, cioè l’austerity “senza se e senza ma”.

Sull’onda emotiva del momento, in alcuni Paesi come l’Italia si è arrivati a introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione – nonostante ciò non fosse un obbligo imposto dall’Unione Europea – come dimostrazione di fede nel credo dell’austerità di bilancio, che avrebbe dovuto condurci fuori dalle secche della crisi. Oggi sappiamo che queste politiche di bilancio e di spesa hanno avuto tre effetti: hanno congelato ogni aspettativa di crescita economica, spingendo verso la deflazione una parte del continente; non solo non hanno ridotto il debito pubblico, ma lo hanno fatto crescere percentualmente per via del calo del PIL; e hanno sostanzialmente favorito la Germania e qualche Paese del Nord.

Infatti la Germania, che ha visto crescere il suo prodotto industriale, ha tenuto alta l’occupazione e si è confermata la prima potenza economica del continente, godendo di una grande stabilità monetaria, di un euro sottovalutato rispetto alla sua economia, e di vasti serbatoi di manodopera a basso costo sia all’Est sia attraverso i “mini-jobs”, cioè i rapporti di lavoro pagati non più di 450 euro al mese e pressoché esentasse. Addirittura, con fondi comunitari, la Germania è riuscita a far rientrare l’esposizione delle sue banche nei confronti dei Paesi in difficoltà, incassando fior di miliardi di euro di interessi pagati da questi ultimi per i prestiti ricevuti.

Si direbbe un grande affare, ma la cecità della classe politica tedesca rischia di far saltare in aria l’intero percorso dell’UE. Perché un’Europa nella quale il principio di solidarietà è scomparso e nella quale il destino dei Paesi mediterranei è mandare i propri giovani a lavorare altrove, e che non interviene davanti alla crisi che colpisce la maggioranza dei soggetti nazionali solo per fare gli interessi di uno Stato, è un’Europa che non ha futuro.

Tra le due visioni storiche che si sono confrontate sul futuro dell’Unione – quella britannica che voleva solo un’area di libero commercio senza intaccare sovranità né moneta, e quella tedesca che tendeva alla costruzione di uno Stato sovranazionale – quest’ultima pareva quella più favorevole agli Stati più deboli e soprattutto quella più europeista. In realtà, dopo l’entrata in vigore dell’euro, con una Germania nel ruolo di arbitro e gestore dell’area, l’interesse nazionale ha prevalso sul disegno europeista. A Francoforte, infatti, si sono trovati a gestire il futuro monetario, e di conseguenza in buona parte economico, dell’intera area euro. Il risultato è che hanno prevalso gli interessi della Germania, e oggi i nodi sono venuti al pettine.

Sono svaniti velocemente gli ideali di solidarietà, di allargamento dei diritti, di protagonismo dell’Unione come blocco a livello mondiale, di condivisione di un destino comune. La nuova Commissione ripropone la stessa frittata di quella precedente: una politica commissariata dai falchi dell’economia. Al netto del bisogno urgente di riforme del sistema Italia, al netto del problema del debito pubblico che, pur non essendo più solo una prerogativa italiana, riguarda prioritariamente il nostro Paese, c’è da capire se l’Europa sia tutta qui. Se pensiamo di sì, allora è meglio prepararci per il ritorno disordinato, caotico, doloroso alla solitudine degli Stati nazionali. Per alcuni è un sogno, ma con molta più certezza sarà un incubo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Come nella favola di Esopo, c’è chi vorrebbe spiegare la crisi economica di alcuni Paesi mediterranei al loro aver cantato per tutta l’estate, come le cicale, mentre le laboriose formiche settentrionali si davano da fare. Nella favola, la formica liquida la cicala affamata in modo brutale: “hai cantato durante la buona stagione, allora adesso balla”. Lo stesso spirito è alla base della “cura” che oggi l’UE sta applicando nei confronti della Grecia.

Forse, però, la suddivisione tra cicale e formiche non è proprio esatta. E i memorandum applicati alla Grecia e il fiscal compact che anche noi stiamo subendo sono le medicine sbagliate somministrate dopo una diagnosi sbagliata. Si parte dall’errore di Sarkozy e Merkel, che interpretarono l’inizio della turbolenza che stava colpendo l’Europa come una crisi del debito sovrano degli Stati e non come la conseguenza dello stallo economico venutosi a determinare con l’avvio dell’era dell’euro. Una moneta senza Stato e senza contrappesi politici, a differenza del dollaro USA, che ha favorito la crescita del mercato interno e dell’export tedesco perché sottovalutata rispetto al marco, mentre frenava la crescita dei mercati che furono della lira, la dracma o la peseta, sopravvalutate.

Il secondo errore è stato quello di applicare il ricettario del nuovo socio con sede a Washington: il Fondo Monetario. L’unico organismo internazionale che, contro ogni evidenza, continua imperterrito a sostenere che i bilanci degli Stati indebitati vadano risanati a prescindere dalla crescita economica e, soprattutto, solo e unicamente a discapito della spesa sociale. La teoria secondo la quale “i conti in ordine”, ovviamente da soli, possano far uscire un Paese dalla recessione è un evergreen che ormai, fuori dall’Europa, ha un basso ascolto, ma che ha trovato nuova audience nelle stanze della Commissione Europea.

Teoria economica che né gli Stati Uniti né il Giappone, e men che meno i Paesi emergenti applicano. Anzi, questi Stati hanno fatto l’esatto contrario per uscire dalla crisi, con successi ben maggiori di quelli europei. Incentivi fiscali, investimenti in ricerca e innovazione, sostegno all’occupazione, politica monetaria espansiva, rilancio della formazione professionale, perfino allargamento dell’assistenza sanitaria. Per Obama e Abe, passando attraverso Dilma Roussef, le ricette targate FMI non sono la soluzione della crisi, bensì la sua causa.

Ma chi lo spiega a Bruxelles? Il premier italiano ha recentemente affermato che il vincolo del 3% nel rapporto tra deficit e PIL è “anacronistico”. In realtà, più che anacronistico, è profondamente sbagliato che sia considerato un parametro inamovibile, scolpito nella roccia. La ricchezza prodotta dall’uomo non è statica né costante. Si evolve, si sposta, cresce e si contrae in base ai momenti storici, alle innovazioni, alle guerre, alle scoperte scientifiche e tecnologiche. I cicli economici che si sono determinati finora, espansivi o recessivi, sono sempre stati determinati da complesse circostanze.

Immaginare che parametri stabiliti nel 1992 a Maastricht, in pieno ciclo espansivo economico mondiale e sulle ali di una globalizzazione che spostava lavoro e capitali aprendo nuovi mercati e traguardi, possano avere la stessa validità a distanza di 20 anni, in piena fase recessiva, non è anacronistico: è follia pura. Ma è una follia che si vuole tenere nascosta perché è funzionale allo sbarco in Europa, il continente finora più refrattario, di quel pensiero economico nato a cavallo tra Chicago e Londra e diventato ideologia della destra degli anni ’80. Quello che teorizza la dimensione “mistica” del mercato che, manipolato da una “mano invisibile”, ridistribuisce per “sgocciolamento” la ricchezza verso il basso. Una visione quasi new age dell’economia: in sostanza, ci vuole insegnare che gli umani non devono interferire con quell’entità virtuale che è il mercato, perché possono solo provocare guasti.

Per questo motivo, oggi in Europa l’unica via prevista per uscire dalla crisi è mettere i conti a posto, tagliare e privatizzare, razionalizzare tutto ciò che si può e poi sperare che il mercato riparta da solo. Sarebbe quasi bello se fosse vero. Ma l’esperienza dei Paesi che hanno già assaggiato questa medicina ci dice che questa strategia produce sperequazione del reddito e della società, debolezza delle istituzioni democratiche e soprattutto recessione, con enormi costi sociali. Non basta “avere i conti in ordine”, ci vuole una visione, una strategia per conquistarsi un posto al sole nella globalizzazione.

Senza crescita economica qualsiasi debito è insostenibile. L’Europa senza guida e alla deriva sta riuscendo a mettere insieme le due condizioni che possono portare un Paese al fallimento: sbagliare diagnosi e cura, e non avere il coraggio di ammetterlo per cambiare rotta.

 

Alfredo Somoza

 

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All’ombra del Partenone sta nascendo una forza politica e civile determinata a scardinare i modelli economici e sociali dell’Europa degli ultimi tempi. E’ la lista Tsipras, il soggetto politico che sostiene la candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito progressista greco Syriza, alla presidenza della Commissione UE. La lista, che sta ricevendo consensi crescenti anche in Italia, si propone di rivedere le politiche dell’Unione Europea seguendo i principi di uguaglianza, inclusione e sviluppo sostenibile. Parliamo del progetto Tsipras e del futuro dell’Europa con Alfredo Luis Somoza, giornalista, docente universitario, Presidente dell’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale di Milano.

Professor Somoza, vede un futuro politico concreto nella nascente lista Tsipras? Al di là della credibilità, crede che possa essere efficace sul piano politico?

«Credo che l’operazione della formazione della Lista Tsipras in Italia, diversa rispetto al resto dell’Europa, se manterrà le premesse di unitarietà e di superamento degli steccati ideologici, potrebbe avere successo. C’è una vasta area di sofferenza politica che nelle ultime elezioni si è riversato su diverse forze politiche, dal PD al M5S, da SEL all’astensione più che altro scegliendo il “male minore”. Il progetto di Tsipras potrebbe dare cittadinanza a un nocciolo di sinistra riformista e radicale che in qualche modo possa intercettare i delusi dell’evidente deriva centrista di quella che doveva essere la grande forza socialdemocratica italiana, il PD, ma che per ora ha deluso le aspettative.»

Vi sono in Italia, secondo lei, i presupposti per costruire una struttura politica seria intorno al progetto Tsipras? Se sì, di cosa c’è bisogno?

«Io preferirei fare un passo alla volta. Se si riesce a costruire una lista unitaria a sostegno di Tsipras sarà già un passo da giganti. Il resto andrà valutato dopo le elezioni europee, ma certamente aprirebbe nuovi orizzonti.»

Pur conservando profondi disuguaglianze, gli Stati Uniti sembrano riuscire, in qualche modo, a superare la crisi di questi anni. Questo recupero appare estremamente difficile in Europa. Quali sono, a suo parere, i motivi di questa differenza? Cos’è che blocca i Paesi europei?

Alfredo Luis Somoza

Alfredo Luis Somoza

«Gli Stati Uniti di America hanno concluso in pochi anni dalla nascita dell’Unione un percorso dal particolarismo al federalismo. Percorso che in Europa per ora è stato interrotto. Negli Stati Uniti esiste un Presidente della Federazione con vasti poteri, un Parlamento federale, una Suprema Corte e una banca Centrale alle quali sono state delegate dagli Stati poteri esclusivi. Da noi, il processo di unificazione europea ha subito un’accelerazione sul piano economico, con la nascita dell’euro e della BCE, e un rallentamento che rasenta la paralisi sul piano politico e sociale. Così come esistono politiche vincolanti per i paesi membri in materia ambientale e finanziaria, non esiste ancora una politica di difesa comune, una strategia sull’immigrazione, un welfare europeo, uno standard retributivo europeo. Il problema della costruzione europea è proprio questa sospensione, questo prevalere della visione dell’economia rispetto a quello della società.  La FED statunitense ha appena varato una politica di restringimento della base monetaria per favorire gli investimenti negli Stati Uniti. A differenza della BCE, ci si pone il problema dell’occupazione. Il governo Obama, in materia economica, sta applicando con successo politiche keynesiane di stimolo economico a partire dall’investimento pubblico su innovazione e ricerca, sulla fiscalità  e sul sostegno diretto al comparto industriale. Nell’Europa sospesa questi interventi sono utopistici. Questa è la sua debolezza principale.»

Cosa pensa della crescita di consensi che vede protagonisti movimenti estremisti e populisti in tanti Paesi d’Europa? Quali sono le cause di questo fenomeno, a suo avviso?

«I movimenti populisti si fanno forti di una cultura politica che si è man mano degradata negli anni. Il vituperio, l’insulto, la rissa, sono stati sdoganati dalla televisione come forme della politica e hanno portato all’equivoco che “parlare chiaro” sia “parlare giusto”. Le ricette semplici e brutali dei populismi sono comprensibili, e quindi diventano possibili per coloro che non capiscono il politichese, diffidano di una politica diventata classe e si sentono vicini a chi promette soluzioni semplici e radicali. I populismi europei, con poche eccezioni, non sono ideologizzati, ma potrebbero diventarlo presto. E’ un percorso che si è già verificato nella Germania di Weimar con tragici risultati.»

In che modo l’Italia può contribuire al cambiamento dell’Unione? Pensa, insomma, che un Paese “da solo” possa avere la forza tale da imporre una linea alternativa?

«L’Italia è uno dei soci di maggioranza dell’Europa. Togliendo la Gran Bretagna, che più che membro sembra un critico dell’UE, l’Italia condivide con Germania e Francia le principali responsabilità. Per questo è stata criminale la latitanza dell’Italia dai tavoli europei durante il ventennio berlusconiano. Una latitanza che ancora paghiamo con un calo del nostro prestigio e della nostra capacità di incidere. I deputati che eleggerà l’Italia il prossimo 25 maggio dovranno battere i pugni sul tavolo, ma non per esigere privilegi, ma perché il processo che dovrebbe portare agli Stati Uniti d’Europa riparta, e soprattutto perché le regole imposte con le politiche di cosiddette austerity tornino ad avere una logica anzitutto economica. Di sola austerità si muore, e questo lo sanno benissimo gli economisti e i politici che hanno ideato e approvato queste regole. Basta guardare i passi di USA e Giappone per uscire dalla crisi, ma anche della Cina, per capire che non esiste più, per fortuna,  un pensiero unico in materia economica, per quanto in Europa qualcuno ne sia ancora convinto.»

Il numero di giovani d’Europa costretti a trasferirsi in un altro continente aumenta. Come immagina l’Europa tra 10 anni? C’è una speranza per i giovani europei?

«Nell’ambito del mio lavoro mi capita spesso di trovare giovani italiani alla ricerca di lavoro in mondi  lontani (Brasile, Argentina, Mozambico). E’ un ritorno al passato per l’Italia, ma a differenza dei tempi dei nostri nonni e dell’emigrazione di massa, oggi c’è l’Europa. Un progetto che solo i giovani di oggi potranno realizzare o fare fallire. L’Europa unita sarebbe un interlocutore di primissimo ordine a livello globale, l’unica area al mondo che si caratterizza per avere non solo interessi comuni ma anche valori comuni. Un’Europa portatrice di valori sui diritti umani, sulla parità di genere, sul welfare. Di questa Europa si ha bisogno nel mondo. Per questo, il principale successo per la generazione dei giovani di oggi è quella di realizzare finalmente i sogni dei padri fondatori.»

Il Fondo Monetario Internazionale nacque dagli Accordi di Bretton Woods del 1944, che misero in piedi l’architettura finanziaria internazionale del secondo dopoguerra. Da allora, ha sempre avuto poche e chiare idee in materia di disciplina fiscale e monetaria. Secondo gli esperti dell’FMI, chiamati a controllare la gestione del bilancio degli Stati membri e a dettare le condizioni per l’erogazione di prestiti della Banca Mondiale, l’unico indicatore che permette di riconoscere un’economia sana è il pareggio di bilancio. Non è compito loro sapere a quale prezzo lo si ottenga, quali siano i margini perché gli Stati possano intervenire nelle fasi espansive o recessive, quali siano i costi sociali e umani delle ristrutturazioni del debito.

La ricetta classica dell’FMI, ogniqualvolta questo organismo è intervenuto, si è basata sul cosiddetto “taglio dei rami secchi”: che si è immancabilmente tradotto nel taglio lineare delle spese per istruzione, pensioni, sanità, ammortizzatori sociali. Ai Governi non è mai stato chiesto, per esempio, di ridurre la spesa per la difesa o per le infrastrutture. Oppure di razionalizzare i costi complessivi dello Stato in un modo che non fosse il licenziamento di pubblici impiegati.

L’FMI fa parte della troika che sta assistendo la Grecia, insieme alla BCE e all’Unione Europea. Il suo ruolo accanto alle altre due istituzioni dovrebbe essere modesto, vista la quantità irrisoria di risorse che l’organismo con sede a Washington ha impegnato rispetto alle somme messe a disposizione dalla BCE e dal fondo salva-Stati dell’area euro. Eppure il Fondo Monetario è riuscito a far pesare la sua presenza, provocando polemiche e sostenendo, almeno finora, la “linea dura” adottata dalla Germania.

La situazione della Grecia è praticamente unica nella storia economica moderna. Un Paese che tecnicamente è in default, ma che non riesce a negoziare il suo debito perché i negoziatori sono i suoi stessi creditori. E non può nemmeno svalutare la propria moneta per recuperare competitività. Per quanto ancora si possa fare, il debito greco è destinato a crescere esponenzialmente per via degli interessi spropositati che Atene è obbligata a pagare senza che nel frattempo si registri alcun segnale di crescita economica.

In questa cornice di decrescita infelice, l’FMI diventa finalmente realistico e chiede un altro haircut, il brutto neologismo con il quale si equiparano i tagli ai debiti di un Paese a un innocuo taglio di capelli. Tradotto, significa che il Fondo Monetario chiede un nuovo taglio all’ammontare dei debiti della Grecia per rendere sostenibile il rimborso della quota che ne resterebbe, una procedura tipica nei confronti di un Paese in bancarotta. Questa volta però è la Commissione a frenare, perché Berlino non sopporterebbe ulteriori “sacrifici” da imporre alle banche creditrici, che dovrebbero accollarsi i tagli. È un no fermo, con il quale l’Europa per la prima volta frena l’FMI, rendendosi simultaneamente complice del passaggio all’indigenza di centinaia di migliaia di persone. E del precipitare della Grecia in un caos economico e politico a rischio di estremismi.

Atene, che è riuscita a stabilizzare i conti nel 2013 grazie al turismo e all’austerità forzata, non può uscire dalla morsa della sua crisi senza ulteriori tagli ai suoi debiti. Ma ai barbieri che esercitano a Berlino questo dato interessa poco, perché la loro priorità è la tutela delle banche straniere e non la salute della Grecia. Il loro modello professionale non è il Figaro rossiniano ma Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Tim Burton.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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