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Con cadenza giornaliera organismi multilaterali e giornali economici ci forniscono numeri sull’Europa che dipingono una situazione tutt’altro che positiva. Gli stessi analisti che prima la difendevano, oggi considerano errata la diagnosi “tedesca” sulla crisi del 2008: quella nella quale volutamente si confondeva la crisi dei mercati mediterranei, dovuta anche al costo dell’euro, con una crisi del debito sovrano. E che portò a somministrare una medicina sbagliata, cioè l’austerity “senza se e senza ma”.

Sull’onda emotiva del momento, in alcuni Paesi come l’Italia si è arrivati a introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione – nonostante ciò non fosse un obbligo imposto dall’Unione Europea – come dimostrazione di fede nel credo dell’austerità di bilancio, che avrebbe dovuto condurci fuori dalle secche della crisi. Oggi sappiamo che queste politiche di bilancio e di spesa hanno avuto tre effetti: hanno congelato ogni aspettativa di crescita economica, spingendo verso la deflazione una parte del continente; non solo non hanno ridotto il debito pubblico, ma lo hanno fatto crescere percentualmente per via del calo del PIL; e hanno sostanzialmente favorito la Germania e qualche Paese del Nord.

Infatti la Germania, che ha visto crescere il suo prodotto industriale, ha tenuto alta l’occupazione e si è confermata la prima potenza economica del continente, godendo di una grande stabilità monetaria, di un euro sottovalutato rispetto alla sua economia, e di vasti serbatoi di manodopera a basso costo sia all’Est sia attraverso i “mini-jobs”, cioè i rapporti di lavoro pagati non più di 450 euro al mese e pressoché esentasse. Addirittura, con fondi comunitari, la Germania è riuscita a far rientrare l’esposizione delle sue banche nei confronti dei Paesi in difficoltà, incassando fior di miliardi di euro di interessi pagati da questi ultimi per i prestiti ricevuti.

Si direbbe un grande affare, ma la cecità della classe politica tedesca rischia di far saltare in aria l’intero percorso dell’UE. Perché un’Europa nella quale il principio di solidarietà è scomparso e nella quale il destino dei Paesi mediterranei è mandare i propri giovani a lavorare altrove, e che non interviene davanti alla crisi che colpisce la maggioranza dei soggetti nazionali solo per fare gli interessi di uno Stato, è un’Europa che non ha futuro.

Tra le due visioni storiche che si sono confrontate sul futuro dell’Unione – quella britannica che voleva solo un’area di libero commercio senza intaccare sovranità né moneta, e quella tedesca che tendeva alla costruzione di uno Stato sovranazionale – quest’ultima pareva quella più favorevole agli Stati più deboli e soprattutto quella più europeista. In realtà, dopo l’entrata in vigore dell’euro, con una Germania nel ruolo di arbitro e gestore dell’area, l’interesse nazionale ha prevalso sul disegno europeista. A Francoforte, infatti, si sono trovati a gestire il futuro monetario, e di conseguenza in buona parte economico, dell’intera area euro. Il risultato è che hanno prevalso gli interessi della Germania, e oggi i nodi sono venuti al pettine.

Sono svaniti velocemente gli ideali di solidarietà, di allargamento dei diritti, di protagonismo dell’Unione come blocco a livello mondiale, di condivisione di un destino comune. La nuova Commissione ripropone la stessa frittata di quella precedente: una politica commissariata dai falchi dell’economia. Al netto del bisogno urgente di riforme del sistema Italia, al netto del problema del debito pubblico che, pur non essendo più solo una prerogativa italiana, riguarda prioritariamente il nostro Paese, c’è da capire se l’Europa sia tutta qui. Se pensiamo di sì, allora è meglio prepararci per il ritorno disordinato, caotico, doloroso alla solitudine degli Stati nazionali. Per alcuni è un sogno, ma con molta più certezza sarà un incubo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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L’opinione degli analisti macroeconomici pare essere cambiata negli ultimi mesi: oggi la parola d’ordine è «i BRICS sono finiti». Più che un’analisi sembra una professione di fede. Ci si auspica che le politiche espansive adottate per uscire dalla crisi, che finora ha colpito solo le vecchie potenze occidentali, portino segnali di vita a economie che si trascinavano tra la recessione e la deflazione. «Se torna la crescita in Occidente, crolla la crescita nel resto del mondo» sembra sia l’assioma.

Un’uscita dalla crisi che ha avuto un costo altissimo con l’aumento esponenziale dei debiti pubblici e, in alcuni casi, il ritorno dell’inflazione. I Paesi occidentali hanno sforato allegramente ogni criterio di bilancio virtuoso con deficit che raggiungono circa il 6% rispetto al PIL, per Paesi come la Francia e gli USA, e debiti che in rapporto al PIL sono saliti al 76% come quello tedesco, o al 236% come quello giapponese. Nel frattempo i Paesi BRICS si sono capitalizzati (la Cina è diventata ormai lo Stato più solido al mondo dal punto di vista delle riserve valutarie) e si sono ulteriormente industrializzati a ritmi da record: durante i 7 anni della crisi delle economie occidentali hanno continuato a crescere e a strappare dalla miseria centinaia di milioni di cittadini diventati ceti medi, per quanto più poveri rispetto ai nostri canoni.

Ma questi risultati non bastano, e non basta nemmeno che le previsioni attribuiscano ancora a questi Paesi ritmi di crescita di tutto rispetto: secondo la vulgata mediatica i BRICS sono nati per stupire, dunque se non stupiscono significa che si stanno avviando verso il fallimento. In realtà i BRICS, in questa fase, hanno una base economica più solida rispetto ai Paesi di vecchia industrializzazione altamente indebitati, che non potrebbero fare fronte a una nuova crisi.

Ciò non toglie che anche i BRICS abbiano diversi problemi. Uno, non di poco conto, è costituito dalle tensioni politiche create proprio dalla crescita degli ultimi anni. A più lavoro e a più istruzione sono seguite maggiori richieste di diritti civili e politici: nulla di nuovo, era già successo in Europa e negli Stati Uniti un secolo fa. La differenza è che la democrazia è riuscita a dare risposte adeguate a una società che chiedeva più parità, mentre diversi Stati BRICS sono governati da democrazie deboli o addirittura da regimi autoritari.

Altro problema è la dipendenza dai centri finanziari dei Paesi di vecchia industrializzazione, e anche da quei mercati europei e nordamericani dove trova sbocco buona parte della produzione. Si tratta di una debolezza strutturale dovuta a secoli di rapporti di forza a senso unico, che hanno gravemente penalizzato i BRICS e che 20 anni di crescita economica non sono bastati a rovesciare, almeno per ora. Un ulteriore problema riguarda il bisogno impellente di crescita: si tratta di Paesi dove decine di milioni di giovani ogni anno premono sul mercato del lavoro, persone alle quali solo la moltiplicazione delle opportunità può dare risposta.

I BRICS risentono di tutti i dolori della crescita veloce, ma hanno dalla loro la pazienza e la determinazione di chi troppo a lungo ha aspettato la sua opportunità per arrendersi senza lottare. In prospettiva l’annunciata migrazione verso gli USA o l’Europa di quei capitali che, in questi anni, si erano fermati sui mercati emergenti è un problema, ma potrebbe anche accelerare i processi di “sganciamento” progressivo dei BRICS dalla dipendenza dei mercati finanziari occidentali, attraverso l’intensificazione dei rapporti economici tra gli stessi Paesi emergenti, magari denominati in valuta locale.

Insomma, gli analisti dei grandi media occidentali sono convinti che la spinta propulsiva dei BRICS si stia esaurendo e che si tornerà all’ordine precedente. Ma questo difficilmente accadrà perché il mondo nel frattempo è radicalmente cambiato. Basta viaggiare lungo le strade dell’Africa, dell’America Latina o dell’Asia per constatare come, in così poco tempo, siano state profonde le trasformazioni dovute all’impennata dei BRICS. Al vecchio ordine economico, nel quale un manipolo di nazioni dettava legge e tutte le altre ubbidivano, non si torna più. E proprio questo è l’aspetto meno pubblicizzato e meno deleterio dell’ultima ondata di globalizzazione.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Dal punto di vista macroeconomico, due sono i capisaldi del predominio economico del blocco Europa-Stati Uniti sul resto del mondo: il paniere di monete di riferimento (sterlina, dollaro USA e euro) e il controllo degli organismi finanziari internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale). Il dominio indisturbato delle monete – antiche o moderne – emesse dai Paesi una volta chiamati “centrali” risale ai tempi del colonialismo. Da allora sono il riferimento obbligato per la valutazione e lo scambio di materie prime e manufatti. Pochi e finiti male sono stati i tentativi di sganciarsi da questa logica e, per quanto si sia teorizzato, finora non è nata nessuna alternativa percorribile per un reale superamento di questa situazione.

La crisi che continua a interessare gli Stati Uniti e in particolar modo l’Europa sta offrendo l’opportunità storica per l’affrancamento dal patron-dollaro, e di conseguenza dall’euro e dalla sterlina, dei Paesi emergenti raggruppati nei Brics. Il vertice di Durban del gruppo formato da India, Cina, Brasile, Russia e Sudafrica ha segnato forse l’avvio di una nuova logica monetaria che includa anche le valute di questi Paesi che attualmente producono il 21% del PIL globale, rappresentano il 43% della popolazione mondiale e hanno uno scambio commerciale cresciuto dai 27 miliardi del 2002 ai 500 miliardi previsti per il 2015. Miliardi di dollari USA, si intende. Almeno per ora.

Questo club di successo ora lancia la sfida con due idee che potrebbero cambiare l’economia mondiale. La prima è l’utilizzo delle loro valute nazionali per gli scambi reciproci, a cominciare dai 30 miliardi di dollari all’anno del commercio tra Brasile e Cina che ora sarà saldato in real e in yuan. La seconde è la creazione di una banca di sviluppo dei Brics, con una dotazione iniziale di 100 miliardi di dollari allo scopo di soccorrere i Paese membri in difficoltà, ma soprattutto di creare un fondo consistente non denominato in dollari o euro. Si tratta di un capitale iniziale modesto, se si pensa che le riserve valutarie combinate dei cinque Paesi raggiungono i 4.400 miliardi di dollari: ma, nel caso in cui uno di questi Stati dovesse ricorrere al credito internazionale, la banca avrebbe l’effetto di cancellare il ruolo di prestatore, e di suggeritore di politiche economiche, del Fondo Monetario Internazionale.

Insomma, una vera e propria rivoluzione all’insegna della filosofia introdotta dall’ex presidente brasiliano Lula quando, nel 2005, saldò i debiti che il suo Paese aveva contratto con l’organismo di Washington per non dovere mai più subire i diktat dei “tecnici” del FMI rispetto alle scelte di politica economica interna. Questa opportunità è anche una sfida, perché i Brics dovranno dimostrare di saper tenere in ordine i conti macroeconomici e di sostenere una politica monetaria per la prima volta autonoma senza mettere in crisi la stabilità delle loro economie.

Un simile orizzonte di multipolarismo valutario è molto temuto soprattutto a Washington, perché con un dollaro indebolito sarà sempre più difficile per il Tesoro USA collocare all’estero i bond del suo debito a tassi bassi. Questa scelta obbligherà gli USA, ma anche i Paesi dell’Unione Europea, a fare scelte più oculate in materia economica, perché sarà sempre più oneroso scaricare i propri debiti sul resto della comunità mondiale. La banca di sviluppo dei Brics diventa così un’importantissima tappa sulla via del consolidamento di un nuovo ordine mondiale per molti decenni solo teorizzato, ma che grazie alla crisi delle economie dei Paesi di vecchia industrializzazione fa oggi passi da gigante.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Come le foglie in autunno, stanno cadendo uno a uno i dogmi economici degli ultimi 30 anni. I capisaldi della scuola di pensiero liberale dei professori dell’Università di Chicago – Friedman, Harberger e Stigler – stanno andando progressivamente in soffitta. Dopo avere ispirato i governi di Ronald Reagan e della signora Thatcher, oltre a una nutrita schiera di presidenti latinoamericani degli anni ’90, il neoliberismo non è più criticato soltanto dai movimenti antagonisti. Oggi a volerlo dimenticare sono anche le istituzioni che in passato si sono abbeverate alle sue idee.

In questi giorni si sono aperti simultaneamente due fronti. Il Fondo Monetario Internazionale, sotto la pressione dei Paesi BRICS, ha riconosciuto che alcune misure di controllo sui flussi di capitali possono rivelarsi giustificate e utili per evitare che interi Stati soccombano a terremoti finanziari. Ne sanno qualcosa l’Indonesia, il Messico, l’Italia della liretta, l’Argentina pre-default che hanno dovuto subire la forza d’urto dei capitali volanti, quelli che si spostano senza limitazioni da un Paese all’altro determinando impennate alternate a crolli di valute e borse locali. Già da due anni il Brasile chiedeva ad alta voce questo intervento, visto che è diventato destinazione di capitali speculativi internazionali in cerca di alti rendimenti: un flusso di denaro che finisce con il provocare la sopravvalutazione del real, penalizzando le esportazioni.

Sempre in questi giorni, a Londra il ministro dell’Economia (appartenente al partito conservatore che fu di Mrs. Thatcher) apre la lotta alle multinazionali che vendono merci e servizi nel Regno Unito, come i giganti Amazon e Google, ma pagano solo un ridicolo 3% di tasse in Lussemburgo. Da noi una sentenza del Tribunale del Lavoro ha stabilito che la compagnia aerea Ryanair dovrà applicare la legislazione del lavoro italiana ai suoi dipendenti italiani, e non più quella irlandese, più permissiva. Va chiarito che queste imprese non hanno commesso alcun reato. Finora si sono mosse all’interno delle non-regole degli anni ’90, quando FMI e Commissione Europea avevano adottato i dogmi appunto dei Chicago boys, deregolamentando il mercato dei capitali e permettendo alle multinazionali di scegliersi liberamente il Paese più conveniente per pagare tasse e stabilire contratti di lavoro.

Ora la crisi sta spingendo la politica a riprendere il suo ruolo regolatore e, soprattutto, a ridare un senso logico all’economia globale, che non può più basarsi solo sull’interesse dell’imprenditore, ma deve considerare anche quello dei lavoratori e delle comunità locali e nazionali. Queste prime avvisaglie, che rivelano come la politica stia tornando a occuparsi di economia, compongono un confuso puzzle in un momento di smarrimento. Appaiono più come il frutto del bisogno di cassa che come conseguenza di un ragionamento serio, e senza coordinamento non potranno avere un seguito: se non si traducono in misure condivise saranno facilmente aggirabili.

Ciò che per ora ci limitiamo a registrare è che stanno crollando diversi paradigmi che fino a ieri sembravano inamovibili. È una conseguenza della crisi e anche del maggiore protagonismo dei Paesi che in passato hanno subito senza potersi difendere. Solo il tempo ci farà capire se da queste macerie nascerà un New Deal globale oppure torneremo ai tempi delle chiusure e delle autarchie, a quando il peso di uno Stato dipendeva solo dal numero delle cannoniere in suo possesso.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La globalizzazione dell’economia ha un andamento storico simile a quello delle onde del mare: è fatta di flussi e riflussi. La prima interconnessione delle economie a livello mondiale, e non solo regionale, si può far risalire al XV secolo, cioè al periodo in cui i navigatori portoghesi e spagnoli allargarono gli orizzonti commerciali di un’Europa che, con fatica, usciva dall’isolamento economico e culturale del Medioevo spingendosi fino in Africa, Asia e poi nelle Americhe.

Ciò che ne seguì cambiò la storia del mondo e pose le basi per quelle differenze sostanziali tra popoli dominatori e popoli dominati che, secoli più tardi, sarebbero stati collocati idealmente in un “Nord” ricco e in un “Sud” povero. Ma la storia della costruzione di un mercato mondiale non ha avuto uno sviluppo lineare: piuttosto, è avanzata e arretrata in seguito a sconvolgimenti politici o naturali. L’ultima onda della globalizzazione è iniziata verso la fine degli anni ’80 del Novecento ed è proseguita fino al 2001. Per la prima volta in 500 anni, le storiche potenze industrializzate non trasferivano verso sud soltanto merci da vendere, risucchiando contemporaneamente materie prime e braccia per lavorare, ma trasferivano risorse e conoscenze per produrre altrove a prezzi più vantaggiosi.

Ciò è accaduto anche perché, dopo secoli, ci si è accorti che i Paesi del Sud del mondo potevano anche essere mercati interessanti nei quali lavorare. L’effetto delle delocalizzazioni produttive, dei flussi di capitali, dell’emergere di nuovi mercati “consumatori” in base alle accresciute disponibilità economiche sono stati i motori della veloce crescita dei cosiddetti Paesi emergenti, diventati prima concorrenti sul piano commerciale e subito dopo soggetti di tutto rispetto nel mondo della finanza e dell’industria.

L’odierna crisi economica dei Paesi occidentali ha poco di ciclico e molto di strutturale, se analizzata nel contesto del mondo che cambia. Non sono la crisi del debito, i subprime o la finanza speculativa il nocciolo del problema. Il problema è la crisi, forse definitiva, di un ruolo storico costruito nei secoli precedenti in base a un equilibrio mondiale distorto. Paesi che hanno vissuto al di sopra delle proprie capacità economiche, perché avevano il monopolio industriale e finanziario a livello globale, oggi si interrogano sul loro futuro produttivo senza trovare soluzioni praticabili.

La risposta immediata, anche se poco pubblicizzata, è il progressivo innalzamento delle barriere protettive dei mercati nazionali. Gli stessi Paesi che, negli anni ’90 del secolo scorso, spinsero per la deregolamentazione del mercato mondiale ora che sono in difficoltà si chiudono e promuovono  centinaia di ricorsi presso il WTO. E quest’ultimo, da arbitro della globalizzazione, sta diventando una litigiosa assemblea di condominio nella quale tutti urlano e nessuno capisce chi abbia ragione, e soprattutto quale sia il senso dello stare insieme.

L’Occidente ferito si chiude alla concorrenza, i Paesi emergenti chiedono invece maggiori aperture: si delinea un mondo a parti rovesciate, è l’inizio di un riflusso della globalizzazione. Perché chi oggi spezza ancora una lancia a favore della globalizzazione non abita più a Londra, New York o Parigi, ma a San Paolo, Shangai e Kolkata: o, come si diceva una volta, Calcutta.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La grande crisi che si è abbattuta dal 2008 in poi su Europa e Stati Uniti per ora ha solo rallentato la crescita impetuosa delle cosiddette economie “emergenti”, e soprattutto degli alfieri del nuovo ordine internazionale multipolare, i Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Le stime al ribasso della crescita della Cina e del Brasile non destano per ora troppe preoccupazioni, o comunque ne suscitano molte meno di quelle che riguardano l’Europa.

Il campanello d’allarme in America Latina, continente che continua a godere di un periodo positivo dal punto di vista economico grazie ai prezzi delle commodities e all’aggancio progressivo al mercato del Pacifico, riguarda invece la politica.  In Venezuela, dove il prossimo ottobre si voterà per eleggere il nuovo presidente, il principale punto del dibattito è la salute di Hugo Chávez che ha deciso di ripresentarsi, malgrado la gravità della sua malattia. La sua non appare una ricandidatura attribuibile a quella “aspirazione all’eternità” tipica dei populismi, quanto piuttosto alla constatazione che la rivoluzione bolivariana non ha prodotto una classe dirigente in grado di esprimere nuove leadership.

Non sarebbero pochi gli argomenti sui quali farsi venire nuove idee in Venezuela. Innanzitutto sul tema della persistenza della povertà di massa e dell’insicurezza generale che essa produce, pur dopo 13 anni di investimenti dello Stato. Oppure sul perdurare delle storiche dipendenze venezuelane dall’import di prodotti industriali e alimenti. Il candidato delle opposizioni, Capriles, non è totalmente fuori dai giochi, anche se ha già dovuto confermare, in caso di vittoria, il mantenimento di diverse politiche di welfare create da Chávez. Una situazione, quella dei liberisti che devono mantenere alcune conquiste sociali, molto frequente nell’America Latina degli ultimi anni.

In Paraguay invece c’è stato un golpe institucional contro il presidente Fernando Lugo. Lo scorso 22 giugno il Senato ha votato a favore della destituzione di Lugo per “cattiva gestione” in relazione ai gravissimi fatti che hanno visto la morte di 11 contadini e 6 poliziotti a Curuguaty durante l’operazione di sgombero di un’azienda agricola occupata da un mese dai senza terra. Il “giudizio politico”, previsto dalla Costituzione post-dittatura, si è concluso a tempo di record con la destituzione del presidente con un solo voto contrario. Dietro le quinte si registra la soddisfazione dei grandi proprietari terrieri che coltivano soia OGM, della parte conservatrice della Chiesa cattolica, e più in generale dei poteri forti. Il presidente-sacerdote è stato difeso solo dai colleghi alla guida dei Paesi del Mercosur, che hanno sospeso il Paraguay e minacciato ritorsioni senza ottenere però risultati concreti. Il mandato di Lugo sarebbe scaduto il prossimo mese di aprile: proprio per questo motivo è difficile interpretare il golpe che ha portato al potere il suo vice, esponente dello storico  Partito Colorado.

Il terzo campanello d’allarme arriva dal Messico, dove dopo 12 anni di governo del conservatore PAN torna al potere l’inossidabile PRI, il Partito della Rivoluzione Istituzionale che aveva governato il Messico nei precedenti… 70 anni! La sinistra ancora una volta non è riuscita a vincere, confermando che il Paese confinante con gli Stati Uniti continua a rimanere estraneo all’ondata di rinnovamento che, ormai da un decennio, ha investito la politica latinoamericana, determinando anche gli equilibri del Centro del continente. Un ritorno dei “dinosauri”, dunque, che in realtà non sono mai scomparsi. Sono solo rimasti in agguato cercando di riproporsi, come in Messico, con facce più giovani e  telegeniche.

Altri fronti di preoccupazione sono la situazione stagnante di Cuba, dopo le aperture dell’anno scorso, e la crisi sull’economia che sta determinando il blocco del mercato dei cambi in Argentina.

Se ne potrebbe dedurre che in America Latina si sta voltando pagina di nuovo, ma sarebbe una conclusione errata. L’architrave dei cambiamenti in corso, e soprattutto del nuovo posizionamento internazionale dell’America Latina (equidistante da Stati Uniti e Europa, in veloce avvicinamento all’Africa e all’Asia e con alleanze regionali via via più ambiziose) è stato il Brasile di Lula e oggi di Dilma Rousseff. L’asse Lula-Chávez-Kirchner-Bachelet è stato decisivo nella messa in moto di queste dinamiche: poi si sono aggiunti Morales, Correa, Lugo, Vázquez. Alcuni processi avviati durante quella stagione sono ormai irreversibili. Primi fra tutti la diversificazione dei mercati internazionali e l’autonomia politica dagli Stati Uniti. Altri caposaldi non si discutono: il neo-conservatore Piñera in Cile ha dovuto confermare buona parte del welfare ereditato dal centrosinistra. Lo stesso, come si è detto, si è impegnato a fare in caso di vittoria Capriles in Venezuela.

Ultimo ma non meno importate, la democrazia come sistema di governo si è ormai consolidata nella regione: tanto che sono stati gli stessi Paesi latinoamericani a intervenire per bloccare diversi tentativi di sovvertimento dell’ordine democratico. Con l’eccezione del pasticcio paraguayano. Ora siamo alla “seconda generazione” di politici: qui cominciano le difficoltà e si distinguono i leader carismatici che hanno lavorato per preparare la propria successione e quelli che non lo hanno fatto. La differenza che passa tra Lula e Chávez.

Se il livello di partecipazione della società civile resterà alto come in questi anni, sicuramente sarà possibile garantire la continuità di politiche che si sono dimostrate molto efficaci nel ridurre la povertà e garantire i diritti. Anche se poco noto, oggi nel continente sudamericano molti paesi hanno legiferato in favore dei matrimoni gay, hanno sancito il diritto al cambiamento di sesso, al testamento biologico. Hanno legalizzato le droghe leggere. La povertà è calata in generale, ma soprattutto in Brasile, storico serbatoio della disperazione sociale, dove decine di milioni di ex-poveri si sono avvicinati ai ceti medi. Ma sarà l’andamento dell’economia, che qui ancora “gira”, a permettere il sostegno delle politiche espansive e ridistributive applicate negli anni scorsi. Quando bisognava uscire dalle macerie lasciate dal neoliberismo degli anni ’90. Quelle politiche che i Paesi latini si sono potuti permettere dopo la rottura politica con il Fondo Monetario Internazionale e le sue ricette recessive sempre uguali, oggi riproposte in Grecia e Spagna.

L’America Latina ha ancora margini incredibilmente grandi per crescere riducendo le ingiustizie sociali. Purché a guidare il continente non sia l’economia ma la politica (oggi presa a bersaglio in Europa), proprio come è accaduto negli ultimi 10 anni. In questa parte del mondo il governo della finanza senza mediazione politica è già stato sperimentato: nessuno sano di mente potrebbe oggi proporre agli elettori di tornarci.

Alfredo Somoza

Molti pensavano che avrebbero chiuso dopo poco tempo, invece sono ancora aperte. Le fabbriche recuperate, ormai quasi un marchio di qualità sociale, sono state la risposta alla fuga di imprenditori con pochi scrupoli. Quelli che avevano preferito la speculazione alla produzione. Quelli che erano scappati con il malloppo a cavallo della grande crisi che colpì l’Argentina nel 2001. Gli operai che si sono trovati all’improvviso senza più il “padrone”, con mesi e mesi di stipendi non incassati e con il fantasma della disoccupazione a vita appena fuori dalla porta, si sono dovuti improvvisare imprenditori, garantendo la continuità della produzione.

Le fabbriche recuperate hanno ispirato la promulgazione di leggi favorevoli, che permettevano allo Stato di espropriare le aziende (per esempio in seguito al mancato versamento delle tasse) per poi consegnarle ai lavoratori costituitisi in cooperative. Tra mille difficoltà, un movimento improvvisato si è articolato consolidandosi con il passare degli anni. Oggi il Movimento Nazionale delle Fabbriche Recuperate è forte di 250 stabilimenti associati nei quali si produce di tutto, dalle piastrelle alle divise scolastiche, dai libri ai grissini. A questo movimento si affianca quello delle imprese recuperate, che include anche attività del terziario, come ad esempio l’Hotel Bauen, un 5 stelle nel cuore di Buenos Aires che era stato costruito per i campionati mondiali di calcio del 1978 e che oggi è gestito da una cooperativa di lavoratori che lo hanno salvato dal fallimento.

Il movimento sudamericano delle fabbriche recuperate è stato riscoperto in questi mesi. C’è chi pensa che sia un esempio che prima o poi si rivelerà utile all’Europa in crisi profonda. In Argentina questo movimento ha avuto un’incidenza molto modesta sulla ripresa economica, ma il suo peso simbolico e politico è stato notevolissimo. I lavoratori delle imprese recuperate sono stati il simbolo di una società che ha ritrovato le sue priorità politiche dopo decenni drogati dai consumi facili, a discapito di una cultura della produzione e del lavoro. C’è voluto il default, ma la lezione degli operai che non hanno voluto abbandonare i loro posti di lavoro quando tutto il mondo crollava loro addosso è servita a iniettare speranza: ce la si poteva fare a uscire dalla crisi e dall’improvvisa miseria.

Anche la classe politica del dopo-default è stata fortemente influenzata dall’esperienza delle fabbriche recuperate. La politica di sostegno e di protezione dell’industria nazionale non è oggi negoziabile, anche a costo di subire le frequenti critiche degli organismi internazionali, che continuano imperterriti a sostenere posizioni nelle quali sempre meno Paesi credono. L’Argentina non è più sicuramente uno Stato campione del liberismo come negli anni Novanta, eppure la produzione industriale continua a crescere da quasi dieci anni a un ritmo orientale. Non è industria di avanguardia, come quella tedesca o anche brasiliana, non ci sono stati grandi investimenti infrastrutturali, si produce quasi esclusivamente per il mercato interno, ma le fabbriche sono attive.

Sono quelle stesse fabbriche che furono create dagli immigrati italiani, spagnoli, tedeschi agli inizi del Novecento e nelle quali si formò una classe operaia che fu la protagonista delle grandi trasformazioni del Paese, e anche della sua ricchezza. Nel 2001, quando in Argentina non si produceva nulla e si comprava tutto all’estero, un Paese nel quale l’unica occupazione giovanile era lavorare nel delivery di pizze a domicilio, gli ultimi operai veri, quelli delle catene di montaggio e della meccanica, hanno lanciato la loro sfida. Si sono riappropriati della loro fonte di lavoro e l’hanno difesa con le unghie e con i denti. È stato l’inizio di un’altra storia, e oggi nessuno tornerebbe più indietro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)