La grande crisi che si è abbattuta dal 2008 in poi su Europa e Stati Uniti per ora ha solo rallentato la crescita impetuosa delle cosiddette economie “emergenti”, e soprattutto degli alfieri del nuovo ordine internazionale multipolare, i Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Le stime al ribasso della crescita della Cina e del Brasile non destano per ora troppe preoccupazioni, o comunque ne suscitano molte meno di quelle che riguardano l’Europa.

Il campanello d’allarme in America Latina, continente che continua a godere di un periodo positivo dal punto di vista economico grazie ai prezzi delle commodities e all’aggancio progressivo al mercato del Pacifico, riguarda invece la politica.  In Venezuela, dove il prossimo ottobre si voterà per eleggere il nuovo presidente, il principale punto del dibattito è la salute di Hugo Chávez che ha deciso di ripresentarsi, malgrado la gravità della sua malattia. La sua non appare una ricandidatura attribuibile a quella “aspirazione all’eternità” tipica dei populismi, quanto piuttosto alla constatazione che la rivoluzione bolivariana non ha prodotto una classe dirigente in grado di esprimere nuove leadership.

Non sarebbero pochi gli argomenti sui quali farsi venire nuove idee in Venezuela. Innanzitutto sul tema della persistenza della povertà di massa e dell’insicurezza generale che essa produce, pur dopo 13 anni di investimenti dello Stato. Oppure sul perdurare delle storiche dipendenze venezuelane dall’import di prodotti industriali e alimenti. Il candidato delle opposizioni, Capriles, non è totalmente fuori dai giochi, anche se ha già dovuto confermare, in caso di vittoria, il mantenimento di diverse politiche di welfare create da Chávez. Una situazione, quella dei liberisti che devono mantenere alcune conquiste sociali, molto frequente nell’America Latina degli ultimi anni.

In Paraguay invece c’è stato un golpe institucional contro il presidente Fernando Lugo. Lo scorso 22 giugno il Senato ha votato a favore della destituzione di Lugo per “cattiva gestione” in relazione ai gravissimi fatti che hanno visto la morte di 11 contadini e 6 poliziotti a Curuguaty durante l’operazione di sgombero di un’azienda agricola occupata da un mese dai senza terra. Il “giudizio politico”, previsto dalla Costituzione post-dittatura, si è concluso a tempo di record con la destituzione del presidente con un solo voto contrario. Dietro le quinte si registra la soddisfazione dei grandi proprietari terrieri che coltivano soia OGM, della parte conservatrice della Chiesa cattolica, e più in generale dei poteri forti. Il presidente-sacerdote è stato difeso solo dai colleghi alla guida dei Paesi del Mercosur, che hanno sospeso il Paraguay e minacciato ritorsioni senza ottenere però risultati concreti. Il mandato di Lugo sarebbe scaduto il prossimo mese di aprile: proprio per questo motivo è difficile interpretare il golpe che ha portato al potere il suo vice, esponente dello storico  Partito Colorado.

Il terzo campanello d’allarme arriva dal Messico, dove dopo 12 anni di governo del conservatore PAN torna al potere l’inossidabile PRI, il Partito della Rivoluzione Istituzionale che aveva governato il Messico nei precedenti… 70 anni! La sinistra ancora una volta non è riuscita a vincere, confermando che il Paese confinante con gli Stati Uniti continua a rimanere estraneo all’ondata di rinnovamento che, ormai da un decennio, ha investito la politica latinoamericana, determinando anche gli equilibri del Centro del continente. Un ritorno dei “dinosauri”, dunque, che in realtà non sono mai scomparsi. Sono solo rimasti in agguato cercando di riproporsi, come in Messico, con facce più giovani e  telegeniche.

Altri fronti di preoccupazione sono la situazione stagnante di Cuba, dopo le aperture dell’anno scorso, e la crisi sull’economia che sta determinando il blocco del mercato dei cambi in Argentina.

Se ne potrebbe dedurre che in America Latina si sta voltando pagina di nuovo, ma sarebbe una conclusione errata. L’architrave dei cambiamenti in corso, e soprattutto del nuovo posizionamento internazionale dell’America Latina (equidistante da Stati Uniti e Europa, in veloce avvicinamento all’Africa e all’Asia e con alleanze regionali via via più ambiziose) è stato il Brasile di Lula e oggi di Dilma Rousseff. L’asse Lula-Chávez-Kirchner-Bachelet è stato decisivo nella messa in moto di queste dinamiche: poi si sono aggiunti Morales, Correa, Lugo, Vázquez. Alcuni processi avviati durante quella stagione sono ormai irreversibili. Primi fra tutti la diversificazione dei mercati internazionali e l’autonomia politica dagli Stati Uniti. Altri caposaldi non si discutono: il neo-conservatore Piñera in Cile ha dovuto confermare buona parte del welfare ereditato dal centrosinistra. Lo stesso, come si è detto, si è impegnato a fare in caso di vittoria Capriles in Venezuela.

Ultimo ma non meno importate, la democrazia come sistema di governo si è ormai consolidata nella regione: tanto che sono stati gli stessi Paesi latinoamericani a intervenire per bloccare diversi tentativi di sovvertimento dell’ordine democratico. Con l’eccezione del pasticcio paraguayano. Ora siamo alla “seconda generazione” di politici: qui cominciano le difficoltà e si distinguono i leader carismatici che hanno lavorato per preparare la propria successione e quelli che non lo hanno fatto. La differenza che passa tra Lula e Chávez.

Se il livello di partecipazione della società civile resterà alto come in questi anni, sicuramente sarà possibile garantire la continuità di politiche che si sono dimostrate molto efficaci nel ridurre la povertà e garantire i diritti. Anche se poco noto, oggi nel continente sudamericano molti paesi hanno legiferato in favore dei matrimoni gay, hanno sancito il diritto al cambiamento di sesso, al testamento biologico. Hanno legalizzato le droghe leggere. La povertà è calata in generale, ma soprattutto in Brasile, storico serbatoio della disperazione sociale, dove decine di milioni di ex-poveri si sono avvicinati ai ceti medi. Ma sarà l’andamento dell’economia, che qui ancora “gira”, a permettere il sostegno delle politiche espansive e ridistributive applicate negli anni scorsi. Quando bisognava uscire dalle macerie lasciate dal neoliberismo degli anni ’90. Quelle politiche che i Paesi latini si sono potuti permettere dopo la rottura politica con il Fondo Monetario Internazionale e le sue ricette recessive sempre uguali, oggi riproposte in Grecia e Spagna.

L’America Latina ha ancora margini incredibilmente grandi per crescere riducendo le ingiustizie sociali. Purché a guidare il continente non sia l’economia ma la politica (oggi presa a bersaglio in Europa), proprio come è accaduto negli ultimi 10 anni. In questa parte del mondo il governo della finanza senza mediazione politica è già stato sperimentato: nessuno sano di mente potrebbe oggi proporre agli elettori di tornarci.

Alfredo Somoza

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commenti
  1. sabina54 ha detto:

    Domanda da neofita: dici “Quando bisognava uscire dalle macerie del neoliberismo degli anni ’90. Quelle politiche che i Paesi latini si sono potuti permettere dopo la rottura politica con il Fondo Monetario Internazionale e le sue ricette recessive sempre uguali, oggi riproposte in Grecia e Spagna”. Questo va bene se gli effetti della crisi restano blandi. nel caso invece, per la modifica di una serie di variabili, la crisi colpisse duramente anche in America latina, non crede che sarebbe più difficili per le società, per quanto attrezzate, resistere all’impatto?

  2. Alfredo Somoza ha detto:

    Le “ricette” del FMI, ora applicate in Europa (tagli indiscriminato della spesa pubblica, privatizzazione, precarizzazione del mercato del lavoro, abolizione delle barriere tariffarie) sono state tutte (in quasi tutti i paesi) già attuate tra la seconda metà degli anni ’80 e tutti gli anni ’90 senza produrre effetti benefici. Sono stati casomai le politiche “keynesiane” e ridistributive (socialdemocratiche) applicate dal Brasile, dall’Argentina, dal Venezuela, dall’Ecuador che senza intaccare la struttura della proprietà e, in diversi casi, senza tornare indietro sulla presenza dello Stato nell’economia, hanno permesso una crescita con ridistribuzione e mantenimento dei dati macroeconomici in salute per la prima volta nella storia latinoamericana. A questo si aggiunge, non secondariamente, il ciclo favorevole per i prezzi delle materie prime e l’aggancio al mercato asiatico. Se domani l’america Latina dovesse piombare nella crisi, cosa che nessuno può escludere, non avrebbe bisogno di fare macelleria sociale, come sta succedendo iN Europa per il semplice fatto che questo è già avvenuto. Si fermerebbe l’uscita dei poveri dalla miseria e si assottiglierebbero i ceti medi cresciuti in questi anni. Si ridurrebbe sicuramente la spesa pubblica, ma una serie di conquiste, dopo l’orrore neoliberale, difficilmente potrebbe essere messe in discussione, soprattutto perchè il “pensiero liberale”, tanto di moda in europa, in america Latina è praticamente stato spazzato via dalla storia e nessun partito potrebbe seriamente candidarsi a governare con un programma “alla greca”.

  3. Anonimo ha detto:

    c’è chi dice che le politiche di Paesi come Brasile sono una applicazione (abbastanza elastica) delle dottrine dei Chicago Boys ma con un paracadute molto sostenuto di ammortizzatori sociali, e cioè che a fare la differenza siano quegli ammortizzatori e non una struttura economica radicalmente diversa da quella di ispirazione neoliberista….

    • Alfredo Somoza ha detto:

      La struttura più simile, anche perchè impostata proprio dai Chicago boys, è quella cilena. Il Brasile di Lula ereditò i parametri macroeconomici impostati dal precedente presidente Cardoso che però non era andato fino in fondo. Poi è stata aggiunto un “paracadute” sociale, con politiche assistenziali da una parte e dall’altra politiche “attive” (piccole e medie imprese). Il Brasile però ha mantenuto intatto il ruolo dello Stato come player economico, sopratutto rispetto ai grandi capitoli come quello energetico e industriale. Il mix tra equilibrio macroeconomico e politiche statali è piuttosto originale nel panorama latinoamericano ed è quello che ha dato i risultati, sul sociale e sull’economico, che hanno portato il Brasile a sedere in 10 al tavolo dei Grandi. Riforme più profonde sono state fatte in Bolivia, ecuador e Venezuela con esiti contrastanti. In quei casi c’è una visione “altra” rispetto al modello neoliberista. Nel caso argentino invece, senza tornare indietro sui “fondamentali” dell’economia neoliberista degli anni ’90, sono state introdotte delle modifiche per quanto riguarda la presenza pubblica ad esempio nel settore energetico e dei trasporti e introdotto un welfare, con luci e ombre, che hanno contribuito a spegnere l’incendio sociale post default. Nessuno, tranne forse i boliviani e gli ecuadoregni, teorizza la rottura totale con l’eredità precedente, ma forse la chiave del successo, per ora, è stata quella di cominciare a porre la politica come regolatore dell’economia, il dogma più attaccato dai neoliberisti. e su questo c’è un vasto consenso. Altri capisaldi, l’allontanamento dei tecnici del FMI, la fine del ricorso all’indebitamento estero, il processo di unificazione economica regionale e la diversificazione dei mercati esteri.

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