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 Il WTO (World Trade Organization) ha appena pubblicato uno studio che conferma, dati alla mano, una realtà ormai percepibile a occhio nudo: il rallentamento degli scambi commerciali mondiali, motore della globalizzazione dei mercati. Per il 2016, infatti, il WTO rivede le previsioni sulla crescita degli scambi commerciali globali abbassandole dal 2,7% al 1,7%. Un dato inferiore all’attesa crescita economica mondiale, che era stata stimata al 2,2%. Un dato così basso non si registrava da 15 anni, ad eccezione di quel “maledetto” 2009 in cui si registrarono per la prima volta le conseguenze della crisi iniziata l’anno prima con lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli USA.  In alcuni casi la portata del calo è impressionante. Per esempio l’America meridionale, colpita per ultima dalla crisi, nel 2016 importerà l’8,3% in meno di merci e servizi rispetto all’anno prima. Una lettura superficiale di questi dati porterebbe ad attribuire tutte le colpe alla crisi, che dopo quasi 10 anni non accenna a chiudere il suo ciclo… confermando di non essere affatto ciclica, come tante altre crisi prima, ma di avere caratteristiche di tipo strutturale.  Il direttore del WTO, Roberto Azevêdo, però la pensa diversamente. E spiega che si tratta di un rallentamento che «deve dare la sveglia contro il diffondersi di idee anti-globalizzazione». La sua è quindi una lettura politica. Il calo degli scambi internazionali sarebbe il risultato del combinato disposto tra la crisi economica e il ritorno alle chiusure protezionistiche anche in Paesi come gli Stati Uniti, paladini mondiali dell’apertura dei mercati. Quando parla di idee non global, Azevêdo non si riferisce di sicuro ai reduci dei forum sociali di Porto Alegre, come lui stesso, ma all’azione di governi che in tutto il mondo, senza fare troppo rumore, negli ultimi cinque anni hanno introdotto centinaia di dazi e di barriere non tariffarie.  Ciò che sta andando in crisi, allora, è il concetto stesso di globalizzazione così come lo intende il WTO, cioè di un mondo totalmente aperto e senza ostacoli agli scambi di merce e servizi (ma non di persone, ovviamente). Anche se molto è stato fatto in direzione della globalizzazione, questa utopia sta definitivamente cedendo sotto i colpi dei neo-protezionisti. Quelli insospettabili, come Barack Obama, e quelli palesi, come Putin o la Cina.  In questo clima vanno lette le difficoltà che hanno portato alla paralisi non solo del TTIP, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra Stati Uniti ed Europa, ma anche di altri accordi già sottoscritti e non ancora ratificati, come il CETA tra UE e Canada e il TPP tra Stati Uniti e Paesi del Pacifico. È figlia di questo clima anche la voglia di autonomia da Bruxelles manifestata da molti Stati europei: dalla clamorosa Brexit inglese al malessere serpeggiante nei Paesi dell’Est. Un sentimento che trova il suo apice nel programma economico di Donald Trump: fine di tutti gli accordi commerciali, imposizione di barriere tariffarie ai prodotti di importazione, strangolamento economico della Cina.  Insomma, le merci vengono percepite come straniere perché danneggiano la produzione nazionale, proprio come le persone migranti rovinerebbero l’armonia delle società del benessere. Davanti a fenomeni che non si riesce a decifrare, ancora una volta l’insicurezza sociale diffusa trova sfogo e “spiegazione” nell’autarchia, nella xenofobia, nell’isolazionismo. Il sogno della globalizzazione che risolve tutto degli anni 2000 sta andando velocemente in soffitta, ma ciò che sta arrivando al suo posto assomiglia a un incubo. Forse non sbagliavano i reduci di Porto Alegre quando, per tempo, invitavano a lavorare per un altro mondo, per un’altra globalizzazione possibile.

 Alfredo Somoza

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La Commissione europea ha appena annunciato il suo piano per la riforma del meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato (ISDS), la controversa clausola che garantirebbe agli investitori esteri la possibilità di citare in giudizio gli Stati qualora emanassero regolamenti o normative che mettono a rischio le loro aspettative di business. Questo è uno dei punti più contestati dell’Accordo tra USA e Europa (TTIP), attualmente in discussione
La nuova proposta, annunciata nel maggio scorso dalla commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, è stata accolta dal Parlamento europeo durante il voto sulla relazione Lange dello scorso  10 luglio. La riforma della clausola è un tentativo di dar vita ad una Corte arbitrale internazionale con competenza sugli investimenti che sostituisca il tradizionale arbitrato privato nel TTIP e nei futuri trattati di libero scambio. Nelle intenzioni della Commissione «il nuovo sistema sarà composto da giudici qualificati, gli atti saranno trasparenti e i casi verranno giudicati sulla base di regole chiare. Inoltre, la Corte sarà soggetta a revisione da parte di un nuovo tribunale di appello».

La riforma annunciata non scioglie il nodo dell’equità davanti alla legge perché la nuova corte arbitrale manterrebbe intatti i privilegi di gruppi privati nei confronti della società civile. Mantenendo la possibilità per le imprese di scegliere se rivolgersi a questo tribunale internazionale o utilizzare quelli nazionali, creando quindi una scappatoia per aggirare la giurisdizione pubblica negli Stati. Le grandi imprese non saranno dunque tenute a seguire l’iter cui sono invece obbligati tutti i cittadini dell’Unione prima di poter adire la Corte di Giustizia europea. La nuova Corte, inoltre, non prevede l’esclusione di arbitri che fino ad oggi hanno fatto nella grande maggioranza dei casi gli interessi delle aziende. Anzi, la riforma proposta dalla Commissione europea li innalza al rango di giudici, cui spetta una percentuale del risarcimento finale. In tal modo, si legittima l’investitore a chiedere compensi milionari o miliardari ai governi. Tanto più alte saranno le richieste, tanto più salirà la parcella del giudice in caso di condanna dello Stato. Un principio che urla vendetta rispetto ai fondamentali del diritto circa l’imparzialità e la mancanza di conflitto di interessi da parte del giudicante.
Quale sia il rapporto tra l’introduzione di questa nuova corsia giuridica riservata ai privati e l’aumento degli investimenti e dello scambio di merci, come si auspica l’Accordo, nemmeno la commissaria europea Malmström riesce a spiegarlo, riconoscendo addirittura che non vi sia alcun rapporto diretto. Non una clausola per favorire il buon andamento del negoziato, ma la creazione di nuovi meccanismi giuridici che superano quelli esistenti senza apparente necessità.  E’ stato confermato inoltre che la nuova proposta non si applica al CETA, l’accordo Ue-Canada il cui testo attende la ratifica del Parlamento europeo. Lasciare quindi intatto l’ISDS nel CETA significa garantire una scorciatoia alle multinazionali statunitensi intenzionate a denunciare gli Stati europei utilizzando il vecchio sistema perché potrebbero chiedere risarcimenti sfruttando le loro sussidiarie in Canada.
La proposta europea non è ancora testo legale e necessita dell’approvazione degli Stati Uniti, ma conferma il disinteresse della Commissione verso la schiacciante opposizione pubblica all’attribuzione di tutele speciali per gli investitori esteri. Il negoziato per il TTIP si conferma sempre di più come un contenitore che introduce regole e riforme che vanno ben oltre gli obiettivi dichiarati di eliminare i vincoli per la circolazione di merci e servizi tra gli Stati.

 

Alfredo Somoza

 

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