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La Commissione europea ha appena annunciato il suo piano per la riforma del meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato (ISDS), la controversa clausola che garantirebbe agli investitori esteri la possibilità di citare in giudizio gli Stati qualora emanassero regolamenti o normative che mettono a rischio le loro aspettative di business. Questo è uno dei punti più contestati dell’Accordo tra USA e Europa (TTIP), attualmente in discussione
La nuova proposta, annunciata nel maggio scorso dalla commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, è stata accolta dal Parlamento europeo durante il voto sulla relazione Lange dello scorso  10 luglio. La riforma della clausola è un tentativo di dar vita ad una Corte arbitrale internazionale con competenza sugli investimenti che sostituisca il tradizionale arbitrato privato nel TTIP e nei futuri trattati di libero scambio. Nelle intenzioni della Commissione «il nuovo sistema sarà composto da giudici qualificati, gli atti saranno trasparenti e i casi verranno giudicati sulla base di regole chiare. Inoltre, la Corte sarà soggetta a revisione da parte di un nuovo tribunale di appello».

La riforma annunciata non scioglie il nodo dell’equità davanti alla legge perché la nuova corte arbitrale manterrebbe intatti i privilegi di gruppi privati nei confronti della società civile. Mantenendo la possibilità per le imprese di scegliere se rivolgersi a questo tribunale internazionale o utilizzare quelli nazionali, creando quindi una scappatoia per aggirare la giurisdizione pubblica negli Stati. Le grandi imprese non saranno dunque tenute a seguire l’iter cui sono invece obbligati tutti i cittadini dell’Unione prima di poter adire la Corte di Giustizia europea. La nuova Corte, inoltre, non prevede l’esclusione di arbitri che fino ad oggi hanno fatto nella grande maggioranza dei casi gli interessi delle aziende. Anzi, la riforma proposta dalla Commissione europea li innalza al rango di giudici, cui spetta una percentuale del risarcimento finale. In tal modo, si legittima l’investitore a chiedere compensi milionari o miliardari ai governi. Tanto più alte saranno le richieste, tanto più salirà la parcella del giudice in caso di condanna dello Stato. Un principio che urla vendetta rispetto ai fondamentali del diritto circa l’imparzialità e la mancanza di conflitto di interessi da parte del giudicante.
Quale sia il rapporto tra l’introduzione di questa nuova corsia giuridica riservata ai privati e l’aumento degli investimenti e dello scambio di merci, come si auspica l’Accordo, nemmeno la commissaria europea Malmström riesce a spiegarlo, riconoscendo addirittura che non vi sia alcun rapporto diretto. Non una clausola per favorire il buon andamento del negoziato, ma la creazione di nuovi meccanismi giuridici che superano quelli esistenti senza apparente necessità.  E’ stato confermato inoltre che la nuova proposta non si applica al CETA, l’accordo Ue-Canada il cui testo attende la ratifica del Parlamento europeo. Lasciare quindi intatto l’ISDS nel CETA significa garantire una scorciatoia alle multinazionali statunitensi intenzionate a denunciare gli Stati europei utilizzando il vecchio sistema perché potrebbero chiedere risarcimenti sfruttando le loro sussidiarie in Canada.
La proposta europea non è ancora testo legale e necessita dell’approvazione degli Stati Uniti, ma conferma il disinteresse della Commissione verso la schiacciante opposizione pubblica all’attribuzione di tutele speciali per gli investitori esteri. Il negoziato per il TTIP si conferma sempre di più come un contenitore che introduce regole e riforme che vanno ben oltre gli obiettivi dichiarati di eliminare i vincoli per la circolazione di merci e servizi tra gli Stati.

 

Alfredo Somoza

 

TTIPvideo

Il fino a poco tempo fa “misterioso”, l’accordo sul commercio e sui servizi tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, il TTIP, si sta ora dispiegando in tutte le sue contraddizioni, dopo le anticipazioni dei leaks e la pubblicazione ufficiale del mandato negoziale. I punti caldi di questo accordo, contestato da centinaia di associazioni europee, sono il meccanismo di risoluzione delle dispute (l’Investor-State Dispute Settlement, ISDS) e l’agricoltura.

Contro il primo punto si sono scagliati soprattutto movimenti e uomini politici dell’Europa settentrionale: in Olanda, Germania, Francia non piacciono la privatizzazione della giustizia né la sottrazione della sovranità giuridica allo Stato, che equipara sostanzialmente una società multinazionale a un Paese. Si tratta di un meccanismo copiato da quello già esistente in ambito WTO e in base al quale, in questi anni, si sono moltiplicati i ricorsi di aziende che si considerano danneggiate da uno Stato. Per esempio il potente gruppo svedese Vattenfall, che gestisce due centrali nucleari nel Nord della Germania, nel 2014 ha intentato una causa al governo tedesco chiedendo un risarcimento di 4,7 miliardi di dollari dopo che Berlino ha annunciato di voler rinunciare alla produzione di energia dall’atomo. In Sudamerica, la Philip Morris ha agito contro il governo uruguayano sostenendo che le rigorose norme antifumo applicate da Montevideo equivalgono sostanzialmente a un’espropriazione dei suoi investimenti e chiedendo un risarcimento di ben due miliardi di dollari. E l’ICSID, il tribunale presso la Banca Mondiale istituito dal WTO, ha ritenuto ammissibile la causa.

Sul fronte agricolo i timori riguardano – per esempio – l’invasione paventata di alimenti contenenti organismi geneticamente modificati. La recente direttiva UE che trasferisce ai singoli Stati la facoltà di approvare o vietare la coltivazione di OGM sul proprio territorio è da considerarsi come un indebolimento della linea europea comune. Soprattutto, renderà possibili azioni giudiziarie da parte delle lobby del transgenico contro i Paesi che non si apriranno ai loro prodotti. L’Italia, in particolare, rischia una perdita consistente del suo export agroalimentare di qualità sui mercati europei.

Se il modello che si applicherà per il TTIP sarà lo stesso dell’accordo con il Canada, lo scambio previsto non sarà affatto alla pari. A livello mondiale, infatti, l’Italia è il Paese con più marchi di tutela sull’alimentazione, ben 264. Marchi che in Nordamerica non sono riconosciuti: anzi, in USA e Canada per ogni prodotto tipico italiano esiste un clone, che però finora non poteva entrare nel mercato europeo. Il “modello Canada” prevede invece che i due contraenti l’accordo riconoscano reciprocamente i loro marchi: quindi d’ora in poi il prosciutto di San Daniele e quello di Parma potranno essere venduti con i loro nomi in Canada e non più con la precisazione “original ham”; nel frattempo, sul mercato europeo potranno arrivare i sedicenti prosciutti “San Daniele” e “di Parma” prodotti in America senza dover cambiare nome. Una concorrenza micidiale sui mercati europei perché questi prodotti, ovviamente, hanno un costo (e una qualità) inferiore rispetto ai nostri.

Sul tema della giustizia nei mesi scorsi è stata organizzata una consultazione online con cui formalmente si è data a cittadini e organizzazioni della società civile la possibilità di esprimersi sul trattato, in particolare sull’ISDS. Le risposte sono state 150.000, al 97% negative. Ora la nuova commissaria europea per il commercio Cecilia Malmström e l’intera Commissione UE vorrebbero liquidare il risultato essenzialmente in due modi: insinuare un possibile pilotaggio di ONG e associazioni che avrebbe alterato i risultati, e dichiarare che l’ISDS è perfettibile senza necessità di eliminarlo. Propongono dunque un “ISDS riformato”, che non ne cambi però la sostanza.

Si tratta di un tema delicatissimo, al punto che se l’ISDS saltasse gli Stati Uniti probabilmente perderebbero interesse nei confronti dell’intero accordo. La strategia di recupero potrebbe essere quella di dividere in due parti la mozione cui stava lavorando il Parlamento europeo: una sull’ISDS “riformato” e una sul resto del negoziato. Una soluzione che potrebbe ricompattare PPE e PSE, attualmente divisi.

Cina e India, le grandi escluse dalla “strategia del ragno” portata avanti da Washington attraverso accordi bilaterali, stanno nel frattempo dando segnali di vita in sede WTO, organizzazione che finora era stata paralizzata proprio dai Paesi BRICS. Paradossalmente una delle conseguenze della guerra dei trattati oggi in corso potrebbe essere un nuovo impulso del multi-bilaterale (cioè del WTO) promosso dagli Stati esclusi dagli accordi bilaterali. In realtà la partita è aperta. Il TTP, cioè l’accordo del Pacifico, è fermo per la frenata del Giappone, e negli Stati Uniti è cambiata maggioranza in Parlamento: non è scontato che i repubblicani approvino qualcosa che sta molto a cuore al presidente Obama.

Tornando all’Europa, il TTIP, che sarebbe problematico per i Paesi mediterranei come l’Italia, potrebbe invece rivelarsi vantaggioso per Stati come la Germania, sede di importanti gruppi industriali, o il Regno Unito, sede di grandi società di servizi bancari, finanziari e assicurativi. Perciò i sostenitori europei del Trattato stanno lavorando per cambiare qualcosa nella sua formula, senza però che ciò incida sulla sua essenza.

Questa manovra gattopardesca prevede anche il declassamento del TTIP a questione puramente tecnica e foriera di opportunità, mentre in realtà ci troviamo davanti a una colossale questione politica dai rischi ancora sottovalutati. Escludere la possibilità che un governo decida di cambiare rotta sull’energia, come accaduto alla Germania, o di tutelare la salute dei propri cittadini, come l’Uruguay, mette in gioco la sovranità nazionale e l’autorità delle massime istituzioni di Paesi democratici.

La logica più intrinseca agli accordi come il TTIP è, infatti, la cessione al mercato di quote rilevanti della sovranità popolare e democratica: il principio della libera concorrenza e la deregolamentazione prevalgono cioè su qualsiasi idea o proposta possa raccogliere consenso popolare. Se il trattato sarà firmato ci potremo dimenticare di referendum come quello sull’acqua, così come della “preferenza” per l’agricoltura a chilometro zero, i prodotti “OGM free” o il biologico. Ogni esaltazione delle caratteristiche positive di un prodotto diventerebbe automaticamente discriminatoria nei confronti di altri.

Il TTIP sta mutando, dunque, ma l’essenza rimane intatta: è un accordo sostanzialmente immodificabile e non può essere davvero migliorato. Anche perché da una parte lo sta negoziando un Paese, gli USA, dall’altra un conglomerato di 28 diversi Stati che non hanno un “interesse nazionale” comune e vedono prevalere gli interessi dei Paesi più forti. Quelli che dirigono l’orchestra e che, come si è già visto con la vicenda greca, non sono proprio sensibili al bene comune.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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