Il boicottaggio di un Paese è sempre questione delicata. Spesso si rischia di farne ricadere le conseguenze su una popolazione già sofferente, togliendole risorse garantite dai rapporti con il resto del mondo. Proprio questo è il principale problema quando si parla di boicottare le attività turistiche, consigliando ai viaggiatori di non recarsi in un determinato luogo. Il turismo genera un grande indotto, che in molti Paesi si spalma su diversi settori della società. Non soltanto sui grandi tour operator o sulle catene alberghiere internazionali, ma su tutta la ragnatela di fornitori di servizi, sull’impiego e sui piccoli imprenditori, spesso a dimensione familiare.

Nella storia del turismo l’unico boicottaggio riuscito è stato quello contro il Myanmar dei generali nei primi anni ’90. Erano gli anni in cui Aung San Suu Kyi era agli arresti e l’opposizione birmana si appellava alla società civile mondiale chiedendo di rimandare i viaggi nel Paese fino al ritorno alla democrazia. Si organizzò un cartello mondiale al motto di “Boycott Bhurma”, molto forte nel Nord Europa e nel Regno Unito. In Italia, l’Associazione Italiana Turismo Responsabile aderì a quella campagna lanciando un appello ai tour operator nostrani perché sospendessero le attività programmate nel Paese asiatico. Perché tutto ciò accadde proprio con il Myanmar? Perché nell’ex Birmania il connubio tra dittatura e turismo era solidissimo. Con lo slogan “Visit Myanmar” la dittatura aveva aperto le frontiere del Paese in modo che i viaggiatori potessero “verificare” che tutto era normale. Le strutture ricettive e le infrastrutture dei trasporti destinati ai turisti, tra cui la linea ferroviaria Yangon-Mandalay, furono costruiti anche con il lavoro forzato dei detenuti politici e le proprietà degli alberghi-casinò erano intestate a prestanome dei generali. Non si poteva circolare liberamente, i turisti erano costantemente sorvegliati dagli agenti dei servizi ed era vietato parlare con la popolazione locale. Non esisteva nessuna possibilità di praticare un turismo che non fosse quello preconfezionato dai militari. Non c’erano dubbi di nessun tipo, dunque, sul fatto che in Myanmar il turismo fosse solo una vetrina per ripulire i crimini della giunta militare e che da questo comparto la popolazione non ricavasse alcunché.

La storia successiva è nota, il Myanmar è tornato parzialmente alla democrazia ma sotto la tutela dei militari, e ancora oggi ci sono gravi problemi per quanto riguarda il rispetto dei diritti delle minoranze etnico-religiose. Il boicottaggio al turismo servì soprattutto a fare informazione, a far sapere in tutto il mondo che quel regime, che non era sotto i riflettori dei media, stava opprimendo un popolo.

Oggi nel Mediterraneo si pone una questione che potrebbe riaprire il dibattito. In Egitto governa una giunta presieduta dal generale Abdel Fattah al-Sisi, proveniente dai servizi di intelligence dell’esercito, già comandante in capo delle forze armate e diventato presidente della Repubblica a seguito del colpo di Stato che nel 2013 rovesciò il primo e unico presidente eletto democraticamente nella storia del Paese: Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani. Repressione, torture, condanne capitali, oppositori veri o presunti scomparsi nel nulla: è questo il saldo di questi anni in cui, però, al-Sisi si è affermato come un “alleato affidabile” dell’Occidente, nella logica della lotta all’integralismo islamico. Nessuna libertà di stampa, utilizzo massiccio della pena di morte, “corsie preferenziali” nei tribunali per i delitti collegati al terrorismo, ma anche per i procedimenti contro gli oppositori, sono alcuni dei suoi “meriti”. Nel 2016, negli ingranaggi della macchina repressiva egiziana è finito il giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, che stava studiando l’attività dei sindacati indipendenti egiziani e indagava sulle condizioni di vita dei venditori ambulanti del Cairo. L’inchiesta giudiziaria recentemente conclusa dalla Procura di Roma ha appurato con certezza che Regeni fu sequestrato, torturato barbaramente e ucciso dai servizi segreti militari che dipendono direttamente dal governo del Cairo. Un altro giovane, Patrick Zaki, dottorando egiziano all’Università di Bologna, si trova ancora in prigione, in regime di “carcerazione preventiva” dallo scorso mese di febbraio, quando rientrò nel suo Paese per far visita alla famiglia. Patrick avrebbe pubblicato sul suo profilo Facebook critiche al governo, e tra le sue “colpe” ci sarebbe anche l’aver scritto una tesi di laurea sul tema dell’omosessualità.

In tempi di lockdown, l’Egitto come tutti i Paesi del Mediterraneo resta chiuso e la sua importante industria turistica è ferma. Si tratta di un turismo basato soprattutto sui grandi resort internazionali affacciati sul Mar Rosso e sulla crocieristica lungo il Nilo: in tempi “normali”, nel complesso il Paese riceve quasi 15 milioni di turisti all’anno e il settore genera circa l’11% del PIL nazionale. Ma in Egitto il turismo produce solo occupazione, mentre il grosso dei profitti vola verso l’estero. Nella crocieristica ad esempio, come evidenziato da una ricerca condotta da Renzo Garrone qualche anno fa, prevale il lavoro non retribuito e si vive delle mance lasciate dai turisti.

C’è da scommettere che, non appena le condizioni sanitarie lo permetteranno, l’Egitto rilancerà il settore e non solo per motivi economici. Il turismo servirà anche a far dimenticare le macroscopiche violazioni dei diritti dell’uomo e le tensioni che si sono create soprattutto con l’Italia. In questi giorni Corrado Augias, Sergio Cofferati, Luciana Castellina e altre personalità italiane che in passato sono state insignite dalla Legion d’Onore francese hanno restituito l’onorificenza, perché la stessa decorazione è stata conferita dall’Eliseo al dittatore al-Sisi. È stato un gesto forte e coraggioso che in Francia ha fatto molto discutere. Non si tratta soltanto del destino tragico di un cittadino italiano ma della difesa della democrazia, in pericolo non solo per via dello jihadismo ma anche, e da più tempo, a causa dei militari che agiscono contro i loro popoli in nome e per conto di pseudo-interessi strategici. 

Perciò il boicottaggio, o anche solo l’informazione rivolta ai turisti, che spieghi quale Egitto stanno andando a visitare, è più utile che mai. Non saranno i viaggiatori a cambiare il destino del Paese, questo è chiaro. Ma potrebbero dare un segnale forte al regime scegliendo altre destinazioni dove invece si lotta per salvaguardare la democrazia in pericolo, come la Tunisia. Anche se non si riuscirà a incidere direttamente, almeno si diffonderà la conoscenza del vero volto di una dittatura che per molti Stati è “amica”.

Pensiamoci. 

 

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