Il settore energetico mondiale è in subbuglio. Nell’ultimo periodo sono crollate alcune certezze dei decenni passati. Soprattutto quelle che riguardavano il progressivo calo delle riserve dei tradizionali Paesi petroliferi fino ad arrivare al punto di non ritorno, un fenomeno accelerato dalla crescita della domanda da parte delle economie emergenti. E la conseguente urgenza di diversificare le fonti energetiche puntando sul rinnovabile: che poi le fonti rinnovabili fossero anche “pulite” era quasi un dettaglio ininfluente, se non a scopo pubblicitario.

Il Paese che più aveva investito su questo scenario erano gli Stati Uniti, primo consumatore e compratore mondiale di greggio. Anziché mettere in discussione il proprio modello di consumi, energivoro per eccellenza, Washington ha investito nella riconversione alla green economy, ambientalmente sostenibile e alimentata da fonti energetiche rinnovabili.

Poi sono state perfezionate le tecniche di estrazione del gas e del petrolio “di scisto”, che abbondano sotto le grandi pianure centrali, ed è entrato in circolazione anche il petrolio proveniente dalle sabbie bituminose del Canada. Nel complesso il NAFTA, il mercato comune tra USA, Canada e Messico, sta diventando il principale polo produttore di gas e petrolio a livello mondiale. Una manna non prevista, ma che comincia ad avere conseguenze pratiche sulle ambiziose politiche ambientali dell’amministrazione Obama.

La prima vittima di quest’abbondanza di materia prima sono i biocombustibili. Secondo l’Agenzia per l’ambiente, nel 2014 la quantità di etanolo ricavato dal mais che verrà miscelata alla benzina sarà inferiore del 20% rispetto a quella del 2013.

Si presentano anche problemi inediti per gli USA che si scoprono novella potenza petrolifera: infatti un divieto di esportare petrolio, risalente agli ’70, blocca la possibilità di esportare il greggio estratto nel Paese, deprimendo i prezzi interni per eccesso di offerta. Anche il Canada sta rivedendo la sua politica energetica e ambientale, e ha appena stanziato tre miliardi di dollari per studiare tecnologie che riducano l’enorme impatto ambientale dell’estrazione petrolifera dalle sabbie bituminose. È una rivoluzione: non si spendono più i soldi per produrre energia rinnovabile, ma per attutire l’impatto ambientale dell’estrazione di energia fossile. Mandando nel dimenticatoio gli impegni per ridurre le emissioni di CO2 previsti dagli accordi di Kyoto, peraltro mai sottoscritti dagli USA.

Questa congiuntura sta incidendo anche sulla geopolitica del Medio Oriente, con l’evidente progressivo disimpegno degli Stati Uniti che, tra poco, avranno meno interessi vitali da difendere in quell’area del pianeta. Inoltre l’abbondanza di combustibili fossili sul mercato globale sta facendo impennare i consumi che, secondo l’Energy Information Administration, praticamente raddoppieranno entro 25 anni per via del numero crescente di auto in circolazione.

Non sono tutte rose e fiori, però. A raffreddare tanta euforia arriva una prestigiosa istituzione. La Geological Society of America, fondata nel 1888 e forte di 25.000 associati tra scienziati, professori universitari e dirigenti di industria, dopo un’indagine ha concluso che la produzione di shale gas (il cosiddetto gas di scisto) negli USA si può già definire un fallimento; e che la sostenibilità dell’estrazione di shale oil (petrolio di scisto) è molto dubbia sul lungo periodo, in quanto dovrebbe cominciare a declinare a partire del 2020. Il punto dolente è simile a quello che rende il biocombustibile ricavato dal mais “discutibile” dal punto di vista commerciale.

Cioè per estrarre shale oil, così come per ricavare energia dal mais, si utilizza una quantità di energia pari o superiore a quella che si ricava. Questo senza parlare dell’impatto ambientale, perché per avere quantità costanti di greggio bisogna trivellare in continuazione rendendo il terreno instabile, consumando grandi quantità di acqua e inquinando falde e fiumi con prodotti chimici.

L’ennesima rivoluzione dei combustibili fossili, oggi in atto, è dunque discussa e discutibile. Ma ha già creato l’effetto di rallentare la ricerca di soluzioni alternative alla storica dipendenza dai combustibili fossili. È una scorciatoia probabilmente di corto respiro, un “raschiare il fondo del barile” in senso letterale. L’ultima via di fuga prima di doversi assumere le proprie responsabilità e di immaginare davvero come sarà il mondo post-petrolio, come si muoverà e come si alimenterà.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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