È dalla metà degli anni ’90 che la criminalità è in declino nei grandi Paesi occidentali come USA, Canada, Regno Unito, Francia[F1] . Un dato certo, che smentisce la percezione comune a molti cittadini. Per alcuni Paesi, come le ex repubbliche sovietiche, si tratta di un vero e proprio tracollo: in Estonia, per esempio, il calo di omicidi e di furti d’auto si aggira attorno al 70% rispetto al 1995. Reati analoghi sono in forte diminuzione anche nelle metropoli occidentali: i furti, soprattutto di autovetture, e le aggressioni contro la persona (ferimenti e omicidi).

Il caso più emblematico è quello degli Stati Uniti, Paese nel quale la criminalità urbana, che negli anni ’70 e ’80 era quasi fuori controllo, dal 1991 in poi è calata complessivamente del 50%. Con una punta a New York di -78%. La cura Giuliani, dal nome del sindaco italo-americano che promosse la “tolleranza zero” nella metropoli, viene considerata il fondamento di questo risultato. In realtà il dato al ribasso riguarda tutte le grandi città, a prescindere dal nome del sindaco e dalle politiche più o meno repressive applicate dalle autorità.

Questo fenomeno, per ora, non trova spiegazione scientifica. Criminologi e sociologi mettono in evidenza una serie di fattori, ma nessuno di essi può essere indicato come quello decisivo. In primo luogo si sottolineano i maggiori poteri concessi alle polizie, diventate più aggressive e meglio presenti sul territorio. L’aumento della repressione legale è dunque considerato un deterrente in diversi Paesi, come il Regno Unito e l’Australia. Qui non c’è, però, una correlazione tra calo del crimine e aumento del numero di detenuti: ciò smentisce alcune tesi sostenute negli USA, Paese nel quale è raddoppiata la popolazione carceraria.

Altro argomento interessante è il calo demografico, accompagnato dall’invecchiamento della popolazione. La delinquenza è, anagraficamente parlando, legata soprattutto alle fasce giovanili, sempre più minoritarie nei Paesi di vecchia industrializzazione. Ma c’è anche chi parla di un calo della delinquenza giovanile, dovuto al successo dell’educazione e dei servizi sociali. In alcuni contesti si valuta positivamente la fine dell’epidemia del crack, la micidiale droga sintetizzata a partire dalla cocaina che si era diffusa nei ghetti urbani, aumentando violenza e delinquenza.

C’è chi cita l’aumento generalizzato dei metodi e degli strumenti di sorveglianza, come le telecamere o i sistemi di allarme: forse questa interpretazione potrebbe spiegare l’aumento dei furti in luoghi poco sorvegliati. Infine si attribuisce il merito alla crescita economica e a una maggiore opportunità di impiego… Ma se questa tesi fosse vera, la crisi iniziata nel 2008 avrebbe dovuto incendiare i tassi di criminalità, cosa che non è accaduta.

Il fenomeno del calo dei reati contro la persona non trova insomma una chiave di lettura, e probabilmente la risposta è davvero da ricercare in un insieme di concause. Le stesse che non si verificano in altri tipi di Paesi, come quelli latinoamericani, nei quali l’esclusione sociale – diventata ormai strutturale – e l’espansione della narcocriminalità hanno invece fatto aumentare la violenza in modo esponenziale.

Questo dato, a metà tra il miracolo e l’enigma sociologico, non pare toccare però la stampa sensazionalista né gli imprenditori della paura, che contro ogni evidenza continuano a battere sul falso tasto dell’insicurezza “in aumento” per mietere consensi. Una situazione paradossale, una menzogna che viene regolarmente ignorata e raramente smascherata.

Una cosa è certa, però: se la politica avesse il coraggio di sottrarre il business della droga alla criminalità organizzata, al calo della criminalità si aggiungerebbe un’altra concausa, forse determinante. La violenza spontanea, il disagio che porta a delinquere sono sempre esistiti e sempre esisteranno, ma gli Stati possono ancora fare molto per ridurre i rischi per chi vive in città. Anche se, di preciso, non si capisce come mai la delinquenza sia diminuita.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
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