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L’agenzia dell’OCSE per l’energia, l’AIE, ha appena pubblicato uno studio che indica chiaramente quali sono stati i vincitori e i vinti nella guerra del petrolio in corso da tempo tra gli storici produttori dell’OPEC e le imprese che sfruttano lo shale oil con la tecnica del fracking. Ed è un risultato impietoso per l’Arabia Saudita, che in questi anni ha voluto un aumento della produzione di greggio per abbassarne il prezzo, pensando così di danneggiare i produttori di shale oil che hanno costi di estrazione più alti.

La notizia è che gli Stati Uniti, produttori di petrolio “tradizionale” ma anche leader mondiali dello shale oil e dello shale gas, stanno per battere ogni record: tra 10 anni saranno i primi produttori mondiali di petrolio, superando quindi l’Arabia Saudita. Intanto hanno già conquistato il primato nell’estrazione di gas, scalzando la Russia. Gli USA tornano così a essere esportatori netti di energia, condizione che avevano perso nel 1953. E questo a discapito delle previsioni che fissavano il punto di non ritorno per il settore shale se il prezzo del barile fosse scivolato sotto i 60 dollari: non era così, dunque. Ma indubbiamente questa guerra ha lasciato ferite profonde anche nella prima potenza mondiale.

Washington ora deve affrontare problemi enormi, che riguardano sia l’eccessivo indebitamento degli operatori energetici sia i dubbi sul veloce esaurimento dei pozzi e sulla tenuta geologica delle zone sottoposte a fracking, una tecnica estrema che porta alla distruzione del sottosuolo. Questo scenario, ipotizzato dalle promesse elettorali di Donald Trump, che puntava al dominio energetico globale, potrebbe permettere agli Stati Uniti di allentare la loro presenza militare in Medio Oriente. Una notizia che crea ulteriori difficoltà all’Arabia Saudita, già reduce da una sconfitta storica in Siria: qui le bande sunnite sostenute direttamente o indirettamente da Riyad, Isis compreso, hanno fallito nel tentativo di spezzare il “corridoio” sciita che dall’Iran si estende senza soluzione di continuità fino al Libano. Inoltre l’Arabia Saudita deve fare i conti con l’impantanamento nel cortile di casa yemenita, dove non è riuscita a stroncare la ribellione degli Huthi sciiti.

Tutto ciò ha provocato un terremoto interno nella dinastia dei Saud, con l’epurazione di interi settori della nobiltà reale ormai allontanati dai ruoli di potere. Ma la crisi ha conseguenze anche regionali, a partire dal tentativo maldestro di provocare la rottura di quell’alleanza tra sunniti e hezbollah sciiti in Libano che finora ha garantito la fragile stabilità del Paese.

Il progressivo disimpegno statunitense, favorito dalla maggiore autonomia energetica, mette dunque a nudo i problemi dei sauditi, che si sono fatti alfieri di una lotta globale allo sciismo iraniano finendo in realtà con il rafforzarlo, anche alla luce dell’alleanza di Teheran con la Russia in Siria. Molti ipotizzano che si stia delineando un conflitto tra Arabia e Iran. Lo scontro avrebbe inevitabilmente una dimensione globale. È difficile, infatti, pensare che Stati Uniti, Israele e Russia possano rimanere fuori da una questione di tale portata.

Ma il report dell’AIE mette a fuoco anche un altro elemento che tutti i protagonisti dell’infinito grande gioco mediorientale stanno sottovalutando, e cioè il prossimo prevedibile calo in termini percentuali del consumo di energia da idrocarburi per via dell’aumento dell’uso di fonti rinnovabili. Entro il 2040 si stima che il fabbisogno di energia globale crescerà del 30%, ma circa la metà di questo aumento sarà coperto da fonti rinnovabili. Anzi, già dal 2020 per molti Paesi le rinnovabili saranno economicamente più convenienti rispetto al gas per la produzione di elettricità.

In conclusione, lo stretto intreccio fra energia e geopolitica ci accompagnerà ancora a lungo. Una relazione che ha permesso al mondo di progredire in molti campi, ma al prezzo di troppi disastri ambientali e umani. Alla fine ciò che farà la differenza saranno l’evoluzione tecnologica e il singolo cittadino, che sceglierà quale energia consumare o produrre autonomamente. Nel frattempo, i padroni dei rubinetti del greggio questo dato di fatto non lo vogliono nemmeno prendere in considerazione. Per la gioia dei fabbricanti di armi.

 

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Quando, nel pomeriggio del 14 febbraio 1945, a bordo dell’incrociatore Quincy della US Navy in navigazione sul Grande Lago Amaro del Canale di Suez, Ibn Saud, sovrano e fondatore dell’Arabia Saudita, e Franklin Delano Roosevelt, il grande presidente statunitense che sarebbe deceduto dopo un paio di mesi, stipularono un accordo tra i loro Paesi, stavano in realtà decidendo la storia futura del Medio Oriente. In Europa si chiudeva la Seconda Guerra Mondiale e gli Stati Uniti plasmavano la loro nuova strategia per affrontare la Guerra Fredda. Una strategia di contenimento dell’espansione sovietica verso sud affidata a Turchia e Iran, e con l’Arabia Saudita che, in cambio di protezione militare, avrebbe rifornito gli Stati Uniti del prezioso greggio con il quale muovere economia ed esercito.

L’accordo prevedeva anche, nelle parti non verbalizzate, la “tolleranza” statunitense nei confronti delle dichiarazioni “eccessive” del regime wahabita nei confronti di Israele. E, più in generale, un’azione di schermo a livello delle Nazioni Unite per evitare che fossero messe in discussione le pratiche barbariche in vigore nel regno circa i diritti umani e di genere.

Il patto ha retto anche grazie a operazioni coperte, come il rifornimento di petrolio agli Stati Uniti garantito dai sauditi tramite la controllata Saudi Aramco, durante l’embargo petrolifero dichiarato da Riyad contro tutti i Paesi sostenitori di Israele ai tempi della guerra del Kippur negli anni ’70. L’Arabia Saudita da una parte infiammava le piazze contro Israele, dall’altra finanziava sottobanco gli amici dello Stato ebraico. Questo connubio apparentemente innaturale prevedeva anche l’investimento nell’economia statunitense di buona parte degli introiti del petrolio: una sorta di giroconto che, qualche decennio più tardi, si è ripetuto tra Stati Uniti e Cina con il gigantesco avanzo commerciale della Cina.

L’alleanza strategica tra i custodi dei luoghi sacri dell’Islam e la grande potenza globale bisognosa di petrolio ha segnato la storia recente del Medio Oriente, fino alla fase più impegnativa per i sauditi: e cioè quando hanno dovuto autorizzare la presenza di basi fisse (e quindi di soldati “infedeli”) sul proprio sacro suolo, dopo che Saddam Hussein era diventato un problema anche per loro.

L’Arabia Saudita, forte della sua ricchezza, del suo ruolo strategico e della sua alleanza con Washington, è passata da Paese fragile agli albori degli anni ’40 a potenza regionale in grado di influenzare l’andamento politico ed economico della sua regione, e indirettamente del mondo intero, attraverso il controllo dell’OPEC, il cartello dei grandi produttori mondiali di greggio. Dopo l’11 settembre, però, le cose cambiano. Il gruppo terroristico al-Quaida che colpisce al cuore l’impero è nato e cresciuto in Arabia Saudita e alcuni suoi leader, Osama Bin Laden in primis, fanno parte dell’élite economica e politica di Riyad. Per la prima volta, negli Stati Uniti qualcuno comincia a chiedersi cosa si annidi tra le pieghe dei rapporti tra i due Paesi, ma le scoperte vengono segretate.

La relazione della Commissione d’inchiesta del Parlamento degli Stati Uniti sulla strage delle Torri Gemelle, attentato al quale parteciparono 15 cittadini sauditi su 19 terroristi, dedica ben 28 pagine all’Arabia Saudita. Pagine rimaste top secret: malgrado le pressioni, non sono mai state pubblicate. Ma ora è stata presentata una proposta di legge, sottoscritta da potenti senatori di New York e del Texas, che se fosse approvata autorizzerebbe i familiari delle vittime a chiedere un risarcimento milionario all’Arabia Saudita, sancendo la co-responsabilità del Paese nell’attentato. Risarcimenti  che avrebbero come conseguenza la smobilitazione e fuga degli investimenti sauditi negli USA, valutati in 750 miliardi di dollari, per evitare pignoramenti.

Si tratta di una situazione al limite, inimmaginabile fino a poco tempo fa, che solo Obama potrebbe stoppare ponendo il veto sul voto parlamentare. Ma i dissidi tra gli alleati storici non si esauriscono qui. L’Arabia Saudita ha mal digerito la politica statunitense nei confronti dell’Iran, con la firma dei trattati che hanno rimesso in gioco Teheran, storica nemica dei sauditi, e la gestione della crisi siriana, dove la diplomazia statunitense si è accodata a Putin e sta scaricando progressivamente il fronte anti-Assad per concentrarsi nella lotta contro il Daesh: una creatura politica e militare non estranea a Riyad.

Infine, l’Arabia Saudita è anche il Paese che, attraverso la sovrapproduzione di greggio, sta mettendo in ginocchio l’industria statunitense dell’estrazione di shale oil, che aveva garantito maggiore autonomia energetica agli USA.

Barack Obama è stato il peggior presidente che i sauditi si potessero aspettare, ma è indubbio che anche dopo di lui la politica a stelle e strisce verso il Medio Oriente non sarà più la stessa. Difficilmente l’Arabia Saudita potrà godere ancora a lungo dal muro di protezione che, in questi decenni, ha permesso il prosperare di uno dei regimi più odiosi del pianeta.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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