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I fatti del Venezuela sono stati analizzati in ogni dettaglio praticamente da tutta la stampa internazionale. Per buona parte dei commentatori si tratta di una situazione spiegabile con le pesanti ingerenze delle potenze globali, in un Paese eterodiretto come se la Guerra Fredda non fosse mai finita. Per altri si tratta dell’ennesimo ritorno al passato in un continente che ha il copyright del termine golpe. Altri ancora sostengono che si tratta dell’ennesima puntata della guerra per il possesso del petrolio. In Venezuela c’è un po’ di tutto questo, ma c’è anche molto di più.

Anzitutto il Venezuela non è un Paese povero. O meglio, non lo era mai stato fino a poco tempo fa. In secondo luogo, è stato l’unico Paese sudamericano a sfuggire alle dittature militari degli anni ’70. E ancora, è stato il primo grande Paese occidentale nel quale si è verificato il crollo della politica tradizionale, quella basata sui pilastri democristiano e socialdemocratico, sepolta dai moti di piazza del caracazo del 1989 che costarono la vita a un numero imprecisato di civili, forse 4000, e aprirono la strada alla vittoria di un militare nazionalista e dichiaratamente di sinistra: Hugo Chávez, che divenne popolare per aver respinto l’ordine di sparare sulla folla. Il Venezuela bolivariano di Chávez, al potere dal 1999, fu un giocatore regionale di tutto rispetto sullo scenario degli anni 2000. Ebbe un ruolo importante nell’Opec, nel Mercosur e nell’affondamento dell’Alca, l’area di libero commercio delle Americhe voluta da George Bush. Tutti capisaldi storici di una stagione di profonde riforme economiche e sociali che cambiarono volto al Paese.

Quelle riforme furono conquistate in democrazia, perché in Venezuela non c’era mai stata una rivoluzione nel senso classico del termine. Aver dimenticato questo dato fondamentale, soprattutto dopo la scomparsa di Chávez, ha portato alla progressiva forzatura delle regole democratiche al fine di perpetuare un’esperienza che era nata dalle urne. Il contrario della storia sandinista in Nicaragua, Paese in cui la rivoluzione fu fatta con le armi e dove il governo rivoluzionario se ne andò in buon ordine dopo aver perso regolari elezioni.

L’opposizione venezuelana non ha mai contribuito a creare un clima di normalità nei rapporti con il governo, come si dovrebbe fare in democrazia. Anzi, pur essendo certificato il sostegno democratico a Chávez e al primo Maduro, la maggioranza dell’opposizione ha sempre considerato il governo una dittatura e i governanti degli usurpatori. Una “dittatura”, però, in cui l’opposizione poteva fare liberamente politica, e vincere anche le elezioni legislative del 2015. Una “dittatura comunista” che aveva come primo cliente gli Stati Uniti e non ha mai toccato le proprietà dei ricchi.

Ma anche questo ora è storia. Negli ultimi due anni la situazione è cambiata di nuovo, con arresti di oppositori, proclami golpisti, violenza dilagante e soprattutto un popolo sfiancato dalla miseria prodotta da scelte sbagliate. Quella venezuelana è insomma la crisi di un Paese che, dopo aver superato la transizione dalla prima alla seconda repubblica, è rimasto di nuovo intrappolato nell’incapacità della sua classe politica. Con l’aggravante della calata in massa di potenze globali e regionali che si contendono le sue spoglie. Nel 2015, dopo la vittoria delle opposizioni alle legislative, sarebbe stato doveroso aprire un dialogo tra le parti per trovare una modalità di coabitazione, ma i reciproci radicalismi, alimentati dai “soci” stranieri, hanno fatto fallire tutti i tentativi. Oggi, pur con tutta la comunità internazionale che a parole si dice preoccupata, il Venezuela è paradossalmente solo. È solo in mezzo a un collasso economico e sociale drammatico, e nemmeno il petrolio basterà a risollevarlo per molto tempo. Mentre gli sciacalli si accaniscono sulle sue spoglie, un popolo soffre, fugge o si arrangia come può, senza fare più caso alle partigianerie ideologiche, che difficilmente moltiplicano il pane.

 

Nell’articolo pubblicato da Pino Arlacchi sul Manifesto lo scorso 27 febbraio 2019 dal titolo “Vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio” ci sono diversi imbrogli. Imbrogli di natura ideologica, con affermazioni senza riscontro, e imbrogli usando dati non contestualizzati o relativi a periodi precedenti alla crisi venezuelana.

Arlacchi afferma che le responsabilità vanno cercate “nelle barbare sanzioni americane contro Il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018”. Intendendo che si tratti di sanzioni simili a quelle applicate per decenni contro Cuba, che colpivano gli interessi dello Stato cubano tutto. L’embargo Usa a Cuba prevedeva forti sanzioni contro le imprese statunitensi che avessero relazioni con l’isola, mentre qualsiasi impresa straniera che avesse relazioni con Cuba poteva essere colpita nei suoi interessi negli Stati Uniti.  Nel caso venezuelano invece, si è trattato, fino al febbraio 2019, di sanzioni ad personam, cioè contro persone del vertice del governo o delle imprese statali venezuelane per quanto riguarda i visti per entrare negli USA e i loro attivi (conti correnti, proprietà) negli Stati Uniti. Non contro imprese Usa presenti in Venezuela, ne venezuelane del settore energetico che operano in territorio statunitense.

Il 9 marzo 2015 il governo Obama colpisce 7 funzionari, tra i quali il capo dei servizi di intelligence Gustavo Gonzalez Lopez. Il 19 maggio 2017 vengono colpiti con lo stesso tipo di sanzioni i sette membri della Sala Costituzionale perché avrebbero usurpato i poteri dell’Assemblea Nazionale. Il 31 luglio 2017 viene colpito personalmente Nicolas Maduro. Il 9 agosto 2017 i funzionari dell’Assemblea Costituente che aveva preso i poteri dell’assemblea Nazionale. Il 19 marzo 2018, governo Trump, viene vietato ai cittadini statunitensi di operare con le monete virtuali venezuelane, il petro. Il 18 maggio 2018 viene colpito Diosdado Cabello (insieme a sua moglie e a suo fratello). Il 25 settembre 2018 viene colpita la moglie di Maduro, Cilia Flores, Delcy Rodriguez, Padrino Lopez e altri funzionari del governo. Il 1 novembre 2018 viene vietato esportare oro in Venezuela dagli Stati Uniti. L’8 gennaio ancora sanzioni ad personam contro sette personalità del governo e contro 23 entità affini al governo tra le quali Globovision. Il 28 gennaio 2019 infine, vengono cancellati gli ordini d’acquisto statunitense di petrolio di PDVSA e viene ceduto il controllo dei conti correnti dell’impresa petrolifera e della sua filiale negli stati Uniti CITGO al governo provvisorio di Juan Guaidò. Soltanto queste ultime, del 2019, si possono considerare sanzioni contro il Venezuela, anche se relative al riconoscimento di un governo alternativo

Come si può facilmente dedurre da questo elenco, gli Stati Uniti, a differenza del caso cubano, non hanno mai voluto colpire lo Stato venezuelano ma singole persone fisiche. Tra l’altro, nel caso le stesse avessero “attivi” negli Usa o possedessero un visto d’ingresso. Strane sanzioni contro un paese formalmente membro della “troika del male”, perché ovviamente molti dei colpiti avevano infatti sia soldi che proprietà in Nord America e si recavano frequentemente negli Stati Uniti. Per chiudere questo punto, le sanzioni non hanno impedito al Venezuela, fino al gennaio 2018, di continuare ad avere gli Stati Uniti come principale cliente per il suo petrolio e come principale importatore di beni di consumo e  New York come principale piazza per emettere debito.

Sul capitolo indicatori, vengono riportati nell’articolo indicatori risalenti agli anni d’oro di Hugo Chavez, in un periodo di ciclo positivo economico per l’economia sudamericana e con il petrolio sopra i 110 dollari al barile. Gli indicatori che in quegli anni portarono a un abbassamento della povertà dal 40% al 7%, se considerati oggi dicono che la povertà è risalita al 73% con il 49% in estrema povertà (dati ONU), lo stesso si dica della malnutrizione dal 21% al 5% , ma oggi tornata al 19%.

Secondo Arlacchi, che non cita le fonti, “tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria contro il Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo PIL, cioè tra 245 e 350 miliardi. Senza le sanzioni, l’economia venezuelana si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina”. Oltre alla fantasia su cifre che superano il PIL, e che quindi non possono essere realistiche né collegate alle sanzioni prima enumerate, la crescita dell’Argentina tra il 2013 e il 2017 è stata negativa. Non solo si parla senza sapere cosa si dice di un paese, ma addirittura di due.

Si scrive ancora di uno stato “poco indebitato”. Così era ai tempi di Chavez, oggi il Venezuela, secondo diverse stime, ha un debito estero di oltre 175 miliardi di dollari, di cui 66 miliardi in mano alla Cina. A dimostrazione di quale fosse il boicottaggio della finanza di Wall Street al Venezuela, il 40% del debito è in mano a Goldman Sachs e a Blackrock credit, entrambi colossi statunitensi che continuarono a finanziare il Venezuela fino alla fine del 2017.

Lo svarione più macroscopico dell’articolo però riguarda l’inflazione. Secondo Arlacchi, “durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta, che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi fondamentali nell’economia”.  I dati della World Bank dicono che nel 2015 si registrava già un processo inflazionario grave, del 180% su base annua, nel 2016 si arrivava al 274%, nel 2017 al 2616% quindi iperinflazione, nel 2018 al 1.698.488% e per il 2019 si prevede il 2.295.000%. Se per Arlacchi, il 2.615% del 2017 non era già iperinflazione allora i conti tornano.

La conclusione è che la crisi umanitaria nella quale è precipitato il Venezuela è dovuta fondamentalmente alla caduta del prezzo del petrolio, al ciclo economico sfavorevole, alla corruzione dilagante, all’emissione di moneta senza freni, alla mancanza cronica di investimenti negli impianti estrattivi o nelle centrali idroelettriche.

Il Venezuela è un paese che subisce ingerenze straniere? Molte e da anni. Dagli Stati Uniti anzitutto, che non va dimenticato, sostennero un fallimentare colpo di Stato contro Hugo Chavez nel 2002. Da Cuba, che controlla gli apparati della sicurezza dello Stato, dalla Cina, che “guida” l’economia di guerra venezuelana scambiando debito per petrolio, dalla Russia che ha una pedina geopolitica in Sud America e fornisce l’intero arsenale dell’esercito venezuelano. Mosca è ora sede per l’Europa delle imprese venezuelane controllandone gli attivi.

I dati ACNUR raccontano un paese dal quale in tre anni sono fuggiti 3,4 milioni di cittadini, oltre il 10% della popolazione, e che in prospettiva saranno 5 milioni, il 18% della popolazione. Si tratta de “il più grande flusso di profughi nella storia contemporanea latinoamericana in così poco tempo”. Un dato che non viene menzionato nell’articolo e che racconta invece il fallimento di un modello che tra le tante colpe sicuramente ha avuto quella di non sapere adeguare l’economia nazionale al ciclo economico sfavorevole emettendo moneta senza controllo, svendendo il greggio e indebitandosi al punto di perdere la sua sovranità, un caposaldo di Chavez, rispetto ai “volenterosi” che aiutano il paese agonizzante.  Ma soprattutto, la responsabilità di avere aggiunto alla crisi economica una crisi politica senza precedenti dando vita a un parlamento parallelo “di fiducia” per potere perpetuarsi e considerato l’opposizione come “terrorista”. Non è che le cose potrebbero cambiare nel breve e forse nel medio periodo nel caso cambi regime, ma l’agonia del Venezuela va fermata e sono i venezuelani a doverla fermare. Senza ingerenze di figuri quali Bolsonaro o Trump, senza la “mano amica” di Russia, Cuba o Cina.

Come nel 1989, quando il caracazo segnò la fine della vecchia repubblica aprendo la strada al bolivarismo, oggi il Venezuela è alla vigilia di un nuovo cambiamento, che dovrà maturare però in Venezuela e non a Washington, Pechino o Mosca. Come allora, il paese soffre il suo destino di ricco gigante petrolifero anche se quella ricchezza è anche la sua maledizione.

 

 

 

Fin dai tempi più remoti oro vuol dire ricchezza e potere. Per molte culture l’oro aveva origine divina, per molti popoli divenne moneta. Il colore unico di questo metallo duttile e malleabile e la sua incorruttibilità nel tempo lo hanno reso padrone universale degli scambi commerciali. Fu il motore del viaggio di Cristoforo Colombo verso l’Asia che si concluse nelle Americhe, fu alla base della grande accumulazione di capitali che finanziarono la Rivoluzione industriale alla fine del ’700 e fino agli anni ’70 del secolo scorso è stato la garanzia del denaro stampato sotto forma di banconote e di monete in metalli poveri: ogni Stato ha ancora le proprie riserve in oro, eredità di quando con i lingotti si garantiva la moneta, anche se oggi la massa monetaria stampata è di molto superiore al valore delle riserve di questo prezioso metallo.

Si sa che alcune istituzioni nazionali e internazionali mantengono riserve in oro particolarmente rilevanti, come la Fed statunitense, la Bundesbank tedesca, il Fondo Monetario Internazionale e Banca d’Italia, che detiene più di 2400 tonnellate d’oro, per un valore equivalente di circa 90 miliardi di euro. Quello che è meno noto è che, nel corso del Novecento, molti Paesi hanno spostato parte di queste riserve nei caveau di istituzioni straniere che garantivano solidità e sicurezza in caso di stravolgimenti politici. L’Italia, per esempio, conserva in proprio solo il 44% delle sue riserve, mentre una percentuale uguale è conservata dalla Federal Reserve negli Stati Uniti, il 6% in Svizzera e il 6% nel Regno Unito. New York e Londra sono da sempre i due principali forzieri mondiali dell’oro. Londra custodisce attualmente 200mila lingotti di 70 nazioni. Tra esse c’è il Venezuela, che qui ha lasciato in custodia il 10% delle sue riserve auree, pari a 600 milioni di dollari. Alla richiesta di rimpatrio avanzata da Caracas lo scorso agosto, la Banca d’Inghilterra ha dato per ora risposta negativa. Non è il primo caso: anche la Federal Reserve aveva bloccato per oltre un anno la richiesta tedesca di rimpatrio di 130 tonnellate di oro. Solo dopo la minaccia di uno scandalo diplomatico i lingotti ritornarono a Francoforte.

Il diniego inglese alla richiesta del governo di Nicolás Maduro illustra il nervosismo delle banche centrali di USA e Regno Unito per l’emorragia di depositi subita negli ultimi anni. Dal 2008, i forzieri della FED si sono alleggeriti di 7000 tonnellate di oro e da quelli di Londra ne sono uscite 400 tonnellate. Per entrambe le istituzioni si tratta di un problema: l’oro in custodia, che pure non può essere contabilizzato come risorsa propria, rafforza la solidità di chi lo custodisce. In tempi di Brexit soprattutto, una forte richiesta di rimpatri delle riserve auree si aggiungerebbe ai problemi che lo strappo con l’Europa sta creando e potrebbe avere ripercussioni negative sulla stabilità della sterlina. Il Venezuela, che ha problemi interni ben più gravi della Brexit, rimane invece a bocca asciutta, scoprendo che nel contratto di custodia, in lettere piccole, la Banca d’Inghilterra aveva scritto che può «non restituire l’oro sovrano in custodia e impedirne anche la visione». Proprio in base a quell’articolo, finora Londra ha risposto a Caracas che non restituisce l’oro perché «sospetta un utilizzo improprio». Una motivazione che non sta in piedi ovviamente, ma che diventa un forte segnale agli altri 70 Paesi, Italia inclusa, che hanno affidato parte loro riserve alla Banca d’Inghilterra: non provate a chiederle indietro.

Quell’oro, anche se patrimonio di Paesi terzi, per ora non si tocca, in attesa di vedere gli sviluppi della situazione internazionale. Così il metallo giallo torna d’attualità svolgendo la sua antica funzione principe, quella di bene rifugio al quale aggrapparsi quando il resto dell’economia tracolla. E conferma tutto il suo valore simbolico e psicologico: ancora per troppe persone nel mondo oro equivale a ricchezza, anche quando è ottenuto con mezzi opinabili e perfino se è di altrui proprietà.

 

 

 

L’elezione dell’Assemblea Costituente in Venezuela, duramente contestata  dall’opposizione, segna la fine ufficiale del chavismo. Il 41% di elettori che si sono recati alle urne dichiarato dal governo (senza dire cosa hanno votato), o il 12% dichiarato dall’opposizione, sono comunque numeri che nella migliore delle ipotesi certificano la fine di un progetto. Il chavismo senza popolo non può esistere.

In Venezuela era collassato lo Stato con il caracazo del 1989, la rivolta dei poveri della capitale venezuelana affogata nel sangue, che avrebbe spazzato via i vecchi partiti nazionali aprendo la stagione del parà Hugo Chávez. Il primo presidente uscito dalla disgregazione del sistema politica tradizionale. Un politico di razza, populista nei modi, ma in grado di comunicare sinceramente con il suo popolo. L’uomo che riuscì nell’impresa di ridistribuire la rendita petrolifera sulla quale campa il Venezuela da quasi un secolo. E’ innegabile che il welfare chavista abbia raggiunto settori della popolazione mai toccati da nessuna forma di assistenza. Lo scambio petrolio-medici con Cuba garantì per la prima volta a milioni di venezuelani la possibilità di curarsi. Un Venezuela che cavalcava l’onda del petrolio oltre i 100 dollari al barile, ma che continuava a perpetuare, anche se con soggetti diversi, la corruzione dell’apparato statale e parastatale. Anzi, il Venezuela chavista trasferisce una buona fetta di potere direttamente nelle mani dei militari, i quali chiuderanno i due occhi, ovviamente non gratis, sul passaggio della cocaina colombiana che dal Venezuela parte per i mercati del Nord. Il Venezuela, che ha sempre dipeso per la sua fortuna dalle esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, ha giocato con Chavez a tutto campo una politica di “non allineamento” che lo portò a solidarizzare con l’Iran, minacciare di rompere relazioni diplomatiche con Israele, vendere petrolio agli USA e ai cinesi, finanziare mega-raffinerie in Brasile, comprare bond argentini e regalare petrolio ai cubani. Uno sforzo immane dal punto di vista economico, un dissanguamento costante ai tempi delle vacche grasse, ma senza mai avere avuto un progetto economico sostenibile per un Venezuela che, dopo la scomparsa di Chavez e il notevole abbassamento del livello politico della nuova classe dirigente, sta portando il paese al collasso. I piani di industrializzazione che avrebbero dovuto ridurre la dipendenza dai paesi manifatturieri, la riforma agraria che avrebbe dovuto aumentare la capacità del paese nella produzione di alimenti sono falliti. Oggi, come 20 anni fa, il Venezuela dipende dal gas e dal petrolio per tentare di chiudere i conti pubblici e degli alimenti e i manufatti prodotti all’estero. Ma il peggio è arrivato con la successione di Chavez, morto prematuramente nel 2013, e l’arrivo al potere del suo successore “designato” Nicolas Maduro che aveva come unica virtù la sua fedeltà al leader e alla sua cerchia magica. Con Maduro la politica è scomparsa per lasciare luogo solo alla demagogia ai limiti del grottesco. Ogni ipotesi di programmazione economica è stata spazzata via dall’iperinflazione, dalla svalutazione della moneta, dalla fuga degli investitori. Maduro non aveva un piano B per fare fronte al prezzo di 35-40 dollari al barile di petrolio. L’inflazione, come sempre, ha ridotto gli stipendi a briciole, mentre la crisi ha svuotato gli scafali. Un caos che in qualsiasi altro paese avrebbe portato alle dimissioni del governo e a elezioni anticipate, ma che nel Venezuela post-chavista regge ancora perché l’esercito, la vera spina dorsale dello stato, non ha deciso ancora di abbandonare la barca.  E anche perché l’opposizione, unita solo dall’anti-chavismo, è formata da molte e contraddittorie personalità e non ha manifestato, finora, né leadership credibile né un programma politico oltre lo scontro di piazza. Nell’incendio venezuelano le vittime della violenza politica sono maggioritariamente ascrivibile al governo, ma tra le pieghe dell’opposizione circolano gruppi estremisti armati che hanno dato un loro contributo a fare crescere il saldo delle vittime. In linea di principio però, è lo Stato che dovrebbe garantire l’incolumità di chavisti e anti-chavisti e questo compito è stato drammaticamente mancato.

In Venezuela purtroppo i pronostici sono pessimi. Le ipotesi sono tre, la trasformazione del governo in regime dittatoriale con la sospensione delle elezioni del 2018 e l’annullamento del Parlamento in mano agli oppositori, l’ulteriore radicalizzazione delle piazze fino al crollo dello Stato, e come conseguenza di questo secondo scenario, l’intervento dei militari “per mettere ordine”. Tre ipotesi drammatiche conseguenze del rifiuto di accettare un tavolo per il dialogo avanzato da più parti e nel quale discutere le modalità di convivenza fino alle elezioni presidenziali.

Per la democrazia in Sud America, così difficilmente riconquistata, si preannunciano ancora una volta tempi difficili. Oggi la sinistra sudamericana è chiamata a prendere atto della sua fase declinante e a riflettere seriamente sugli errori commessi e sui correttivi da adottare se vorrà tornare a interpretare società rimaste ancora ingiuste. Le ragioni che hanno spinto milioni di cittadini a dare fiducia al chavismo restano praticamente tutte. Le questioni della sicurezza e della trasparenza sono tanto importanti quanto la lotta alla povertà e i diritti civili. Senza dimenticare che la spesa redistributiva senza entrate che la coprano è sicura fonte di sciagure come si è visto in Venezuela, ma anche in Argentina. La sovranità, giustamente rivendicata, passa anche dal non avere bisogno di indebitarsi o di emettere moneta insieme a inflazione. Invece, la democrazia per alcuni settori della sinistra sudamericana, ed europea, è tornata “borghese” perché stanno vincendo in alcuni paesi le destre. Non ci sono seri ragionamenti né autocritica sulle cause della disfatta, si ripropongono con forza le teorie del “complotto imperialista”. Si torna agli slogan contro il neoliberismo e l’autoritarismo di destra, senza spiegare e spiegarsi perché si sta tornando a diventare minoranza, quali sono stati i problemi che hanno portato all’allontanamento delle grandi masse popolari. Si cercano alleati silenti, quali Putin e la Cina, pur di sopravvivere.

Oggi a Caracas il post-chavismo è arrivato al capolinea, anche se non finisce ora. Più che mai è il momento di riflettere sul Venezuela in ginocchio e di discutere senza paraocchi ideologici. La sinistra in America Latina continua ad essere utile, ma se è anche onesta, trasparente, pragmatica, democratica e popolare.

 

Nel Venezuela sconvolto dall’ennesima morte di due manifestanti, e ormai sono 66 i morti di entrambi le parti, le posizioni restano sempre inconciliabili. Il vicepresidente di AN (opposizione) Freddy Guevara, ha annunciato l’ennesima marcia per venerdì contro “la dittatura” e un’altra sabato contro “la censura”. Entrambe ancora una volta organizzate dal MUD (Tavolo dell’unità democratica) che raggruppa tutto l’arco oppositore, di destra, di centro e di sinistra. Un fronte pasticciato, che non potrebbe esprimere una linea politica perché popolato da forze lontane anni luce l’una dall’altra, ma che trova un inedito momento di unità nelle manifestazioni di piazza e sull’obiettivo di rovesciare il governo di Nicolàs Maduro.

Un tormentone che attraversa la sinistra, soprattutto italiana, è quanto siano “gli Stati Uniti” a guidare questa rivolta. Probabilmente molto poco, nel senso che senza dubbio ci sono interessi di Washington dietro alcuni dei personaggi dell’opposizione, ma il livello di instabilità venezuelana preoccupa gli USA che sono sempre i principali acquirenti di greggio bolivariano. L’opposizione riuscirà a rovesciare Maduro? Probabilmente no, almeno finché l’esercito sarà con il Presidente. Sicuramente riuscirà a battere il chavismo quando si vada alle urne il prossimo anno, ma difficilmente potrà costruire una maggioranza coesa una volta venuto a meno il collante del anti-chavismo.

L’altro vicepresidente che ha parlato ieri è quello del PSUV (il partito chavista), Diosdado Cabello, uomo forte proveniente dall’esercito e successore mancato di Chavez. Nel suo programma televisivo “Con el mazo dando” (più o meno “dando mazzate”) ha ribadito che non “possiamo innescare una guerra civile. La violenza e il terrorismo comandate dai dirigenti dell’opposizione, carica di odio contro il nostro popolo, deve trovare una risposta nella giustizia”. In parole povere, non possiamo ammazzare per strada i manifestanti dell’opposizione senza dare vita a una guerra civile. Vanno perseguitati e giudicati severamente con la giustizia. Una posizione che a parole può apparire brutale, ma che nasconde un messaggio all’esecutivo sull’uso della forza. L’esercito, interpretando Cabello, non è disponibile a reprimere il popolo. E non è poco.

Il punto oggi per il Venezuela sconvolto economicamente, con la popolazione in deficit di medicine e di cibo, con gli stipendi divorati dall’iperinflazione e con una manifestazione violenta al giorno è come uscirne. Manca la consapevolezza che si è chiuso un ciclo da entrambe le parti. Il chavismo che non vuole rassegnarsi a perdere il potere, l’opposizione che non riesce a diventare un movimento di popolo democratico e che soprattutto sta rimandando a domani l’evidente problema di leadership e di contenuti che si porrà quando si avvicinerà il voto previsto per il 2018.

L’unica proposta sensata al momento è quella di fermare le morti violente e di fare tornare alla calma gli abitanti dei grandi centri urbani istituendo un tavolo di mediazione, come richiesto da Papa Francesco, per gestire questa transizione. Per ora i settori oltranzisti di entrambi le parti hanno rispedito la proposta al mittente. Tra “dittatori” e “terroristi” il dialogo è difficile si sa, ma il Venezuela non merita di finire come nel 1989, quando la repressione del Caracazo, la protesta spontanea dei poveri di Caracas, provocò oltre 3000 vittime. Da quelle ceneri nacque il chavismo, anche se i dirigenti che hanno ricevuto l’eredità del colonnello e gli oppositori a un governo fino a prova contrario eletto democraticamente, lo hanno dimenticato.

 

P di petrolio

Pubblicato: 16 novembre 2015 in Mondo
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L’incontro tecnico dell’Opec tenutosi a fine ottobre a Vienna ha fotografato una situazione molto delicata per i Paesi che hanno seguito la linea dettata dall’Arabia Saudita a fine 2014: e, cioè, non tagliare l’estrazione di greggio anche se i prezzi, per via della crisi economica, stavano precipitando. Una strategia che l’Arabia Saudita aveva già adottato con successo nel 1986, quando era riuscita a portare il prezzo del barile sotto i 10 dollari USA, determinando il collasso della produzione statunitense. Il bersaglio di oggi è sempre Washington.

Dopo 25 anni, grazie alle scoperte che hanno permesso l’estrazione massiccia di idrocarburi “non convenzionali” (e in particolare di shale oil e shale gas, il petrolio e il gas ottenuti frantumando scisti argillosi in profondità), gli Stati Uniti erano riusciti a toccare una punta produttiva di 1,2 milioni di barili al giorno: il primo mercato consumatore mondiale di energia era arrivato vicino al pareggio e all’autosufficienza. La mossa saudita è stata orchestrata per infliggere un colpo mortale a questo nuovo genere di concorrenza. L’estrazione di idrocarburi non convenzionali, infatti, ha come protagoniste piccole e medie imprese senza grande capitalizzazione, fortemente dipendenti dal credito; e, soprattutto, a causa della dispendiosità delle tecniche di estrazione, produce guadagni solo se il petrolio si vende sopra i 60 dollari al barile.

A distanza di un anno dal rifiuto dell’Arabia Saudita, e quindi dei Paesi Opec, di tagliare la produzione per stabilizzare i prezzi, sono due le conseguenze non previste. La prima è che, nonostante la crescita della capacità estrattiva statunitense si sia sostanzialmente arrestata a fronte dell’aumento del 2,4% registrato nell’anno precedente, non c’è stato il fallimento delle imprese estrattive, che continuano a produrre anche se non crescono più. La seconda, più preoccupante per i sauditi, è il malumore crescente tra i Paesi Opec.

Ecuador, Venezuela, Iran e altri membri sono alle prese con gravi problemi di bilancio e mal tollerano il perdurare di questa strategia che impedisce il ritorno a livelli sostenibili del prezzo del barile. Una sofferenza che si allarga a diversi Paesi non Opec, come il Messico, la Russia e altri Stati ex sovietici rappresentati da Mosca. I problemi non si fermano però qui. Il manovratore saudita è stato avvertito dal Fondo Monetario Internazionale che, di questo passo, tra 5 anni le sue finanze rischieranno di virare in rosso, mentre i Paesi del Golfo, suoi stretti alleati, dopo avere perso 38 miliardi di dollari di entrate in un anno, avranno il bilancio in rosso del 13% già nel 2015.

Questa mossa strategica dell’Arabia Saudita finora ha portato vantaggi soltanto ai consumatori, che possono disporre di una benzina a prezzi ribassati, ma a lungo andare le conseguenze potrebbero essere gravi per tutti. Infatti, ciò che più sta risentendo della politica di sovrapproduzione e prezzi bassi è la fase di ricerca e aggiornamento tecnologico. Non investe più in ricerca il settore shale, ma non lo fa nemmeno quello “tradizionale”. Si pongono così le basi per una futura carestia di greggio, e quindi per grandi bolle speculative.

La diplomazia petrolifera è al lavoro per trovare soluzioni. Perché ciò accada, però, è necessario che i produttori storici riconoscano l’esistenza di un nuovo e potente competitor: l’industria delle estrazioni non convenzionali, con la quale fare i conti e magari anche qualche accordo. Il monopolio della gestione della produzione, e quindi dei prezzi, si è oggi seriamente incrinato, e non sarà l’Arabia Saudita a porvi rimedio da sola.

Ai consumatori non resta che aspettare che la ricerca sull’energia sostenibile faccia nuovi passi in avanti – e servono passi da gigante – perché la dipendenza dal petrolio cali. Una dipendenza che nell’ultimo secolo ha “giustificato” politiche nefaste, e che ha responsabilità non marginali nell’odierno caos internazionale.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Il prorompente settore energetico nato dalla possibilità di attingere alle riserve di shale gas e shale oil registra la prima vittima causata dal calo del prezzo del greggio. La texana WBH Energy, con sede a Austin, ha chiesto qualche giorno fa la protezione della legge sui fallimenti perché non regge la quotazione del petrolio, ormai scivolata attorno a quota 40 dollari USA al barile. È la prima vittima e non sarà l’ultima.

Le imprese nate attorno al miraggio del petrolio “sotto casa” sono di piccole e medie dimensioni, a differenza di quanto si potrebbe credere osservando i devastanti impatti ambientali delle loro attività. E hanno un bisogno quotidiano di investimenti per mantenere e implementare gli impianti che permettono di effettuare il fracking, ossia di frantumare in profondità le rocce contenenti idrocarburi. Queste rocce, infatti, si esauriscono velocemente e obbligano a una continua attività di prospezione e allargamento dei giacimenti. Si tratta di un’industria che divora denaro, preso a prestito a cuor leggero dalle banche statunitensi quando il petrolio viaggiava sopra i 100 dollari al barile. La sostenibilità finanziaria di queste imprese varia in base alla geologia dei siti, con un pareggio rispetto ai costi che può andare dai 30 agli 85 dollari al barile. Ciò significa che ormai oltre il 60% dell’industria energetica del fracking negli Stati Uniti lavora in perdita, e con il fardello di importanti rate di prestiti da restituire alle banche.

La grande concorrenza e la corsa statunitense all’estrazione di gas e petrolio non convenzionali hanno portato a una sovrapproduzione, diventata un boomerang per le nuove compagnie. Come insegnano i fondamentali dell’economia di mercato, se aumenta la produzione e parallelamente calano i consumi il crollo dei prezzi è garantito. La crisi annunciata dell’industria del fracking, che ha rappresentato il 40% degli investimenti USA negli ultimi anni, rischia di compromettere la crescita economica del Paese e di esporre di nuovo il sistema finanziario a una situazione di emergenza.

Paradossalmente, ma forse no, ciò che ha fatto precipitare la situazione è stata la mossa dell’Arabia Saudita: che ha diminuito il prezzo e aumentato le sue estrazioni di greggio. Una decisione che difficilmente può essere stata presa senza il beneplacito di Washington. Forse, in questa scelta hanno pesato più i fattori geopolitici che quelli economici. Nel senso che un petrolio a questi prezzi mette in difficoltà diversi Paesi ostili agli Stati Uniti, dalla Russia al Venezuela, dall’Iraq all’Iran. Mentre porta benefici a Paesi amici come quelli europei, o a partner d’affari come la Cina.

Forse questo è bastato ad affondare, almeno per ora, un’industria nazionale nascente che aveva contribuito a rompere la dipendenza degli USA dai tradizionali produttori di greggio. Per completare il dibattito in corso bisogna considerare anche un’altra voce, quella delle “sette sorelle” che controllano da un secolo le risorse energetiche mondiali. Le multinazionali del petrolio non si erano fatte prendere dal furore dello shale oil, e oggi sono sedute sulla riva del fiume a guardare i cadaveri delle giovani rivali che passano sotto i loro occhi.

La guerra per quella che troppo frettolosamente è stata definita “energia del passato”, gli idrocarburi, è più che mai in corso. E ancora non si intravvede quale potrebbe essere la fine.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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