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I fatti del Venezuela sono stati analizzati in ogni dettaglio praticamente da tutta la stampa internazionale. Per buona parte dei commentatori si tratta di una situazione spiegabile con le pesanti ingerenze delle potenze globali, in un Paese eterodiretto come se la Guerra Fredda non fosse mai finita. Per altri si tratta dell’ennesimo ritorno al passato in un continente che ha il copyright del termine golpe. Altri ancora sostengono che si tratta dell’ennesima puntata della guerra per il possesso del petrolio. In Venezuela c’è un po’ di tutto questo, ma c’è anche molto di più.

Anzitutto il Venezuela non è un Paese povero. O meglio, non lo era mai stato fino a poco tempo fa. In secondo luogo, è stato l’unico Paese sudamericano a sfuggire alle dittature militari degli anni ’70. E ancora, è stato il primo grande Paese occidentale nel quale si è verificato il crollo della politica tradizionale, quella basata sui pilastri democristiano e socialdemocratico, sepolta dai moti di piazza del caracazo del 1989 che costarono la vita a un numero imprecisato di civili, forse 4000, e aprirono la strada alla vittoria di un militare nazionalista e dichiaratamente di sinistra: Hugo Chávez, che divenne popolare per aver respinto l’ordine di sparare sulla folla. Il Venezuela bolivariano di Chávez, al potere dal 1999, fu un giocatore regionale di tutto rispetto sullo scenario degli anni 2000. Ebbe un ruolo importante nell’Opec, nel Mercosur e nell’affondamento dell’Alca, l’area di libero commercio delle Americhe voluta da George Bush. Tutti capisaldi storici di una stagione di profonde riforme economiche e sociali che cambiarono volto al Paese.

Quelle riforme furono conquistate in democrazia, perché in Venezuela non c’era mai stata una rivoluzione nel senso classico del termine. Aver dimenticato questo dato fondamentale, soprattutto dopo la scomparsa di Chávez, ha portato alla progressiva forzatura delle regole democratiche al fine di perpetuare un’esperienza che era nata dalle urne. Il contrario della storia sandinista in Nicaragua, Paese in cui la rivoluzione fu fatta con le armi e dove il governo rivoluzionario se ne andò in buon ordine dopo aver perso regolari elezioni.

L’opposizione venezuelana non ha mai contribuito a creare un clima di normalità nei rapporti con il governo, come si dovrebbe fare in democrazia. Anzi, pur essendo certificato il sostegno democratico a Chávez e al primo Maduro, la maggioranza dell’opposizione ha sempre considerato il governo una dittatura e i governanti degli usurpatori. Una “dittatura”, però, in cui l’opposizione poteva fare liberamente politica, e vincere anche le elezioni legislative del 2015. Una “dittatura comunista” che aveva come primo cliente gli Stati Uniti e non ha mai toccato le proprietà dei ricchi.

Ma anche questo ora è storia. Negli ultimi due anni la situazione è cambiata di nuovo, con arresti di oppositori, proclami golpisti, violenza dilagante e soprattutto un popolo sfiancato dalla miseria prodotta da scelte sbagliate. Quella venezuelana è insomma la crisi di un Paese che, dopo aver superato la transizione dalla prima alla seconda repubblica, è rimasto di nuovo intrappolato nell’incapacità della sua classe politica. Con l’aggravante della calata in massa di potenze globali e regionali che si contendono le sue spoglie. Nel 2015, dopo la vittoria delle opposizioni alle legislative, sarebbe stato doveroso aprire un dialogo tra le parti per trovare una modalità di coabitazione, ma i reciproci radicalismi, alimentati dai “soci” stranieri, hanno fatto fallire tutti i tentativi. Oggi, pur con tutta la comunità internazionale che a parole si dice preoccupata, il Venezuela è paradossalmente solo. È solo in mezzo a un collasso economico e sociale drammatico, e nemmeno il petrolio basterà a risollevarlo per molto tempo. Mentre gli sciacalli si accaniscono sulle sue spoglie, un popolo soffre, fugge o si arrangia come può, senza fare più caso alle partigianerie ideologiche, che difficilmente moltiplicano il pane.

 

Nell’articolo pubblicato da Pino Arlacchi sul Manifesto lo scorso 27 febbraio 2019 dal titolo “Vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio” ci sono diversi imbrogli. Imbrogli di natura ideologica, con affermazioni senza riscontro, e imbrogli usando dati non contestualizzati o relativi a periodi precedenti alla crisi venezuelana.

Arlacchi afferma che le responsabilità vanno cercate “nelle barbare sanzioni americane contro Il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018”. Intendendo che si tratti di sanzioni simili a quelle applicate per decenni contro Cuba, che colpivano gli interessi dello Stato cubano tutto. L’embargo Usa a Cuba prevedeva forti sanzioni contro le imprese statunitensi che avessero relazioni con l’isola, mentre qualsiasi impresa straniera che avesse relazioni con Cuba poteva essere colpita nei suoi interessi negli Stati Uniti.  Nel caso venezuelano invece, si è trattato, fino al febbraio 2019, di sanzioni ad personam, cioè contro persone del vertice del governo o delle imprese statali venezuelane per quanto riguarda i visti per entrare negli USA e i loro attivi (conti correnti, proprietà) negli Stati Uniti. Non contro imprese Usa presenti in Venezuela, ne venezuelane del settore energetico che operano in territorio statunitense.

Il 9 marzo 2015 il governo Obama colpisce 7 funzionari, tra i quali il capo dei servizi di intelligence Gustavo Gonzalez Lopez. Il 19 maggio 2017 vengono colpiti con lo stesso tipo di sanzioni i sette membri della Sala Costituzionale perché avrebbero usurpato i poteri dell’Assemblea Nazionale. Il 31 luglio 2017 viene colpito personalmente Nicolas Maduro. Il 9 agosto 2017 i funzionari dell’Assemblea Costituente che aveva preso i poteri dell’assemblea Nazionale. Il 19 marzo 2018, governo Trump, viene vietato ai cittadini statunitensi di operare con le monete virtuali venezuelane, il petro. Il 18 maggio 2018 viene colpito Diosdado Cabello (insieme a sua moglie e a suo fratello). Il 25 settembre 2018 viene colpita la moglie di Maduro, Cilia Flores, Delcy Rodriguez, Padrino Lopez e altri funzionari del governo. Il 1 novembre 2018 viene vietato esportare oro in Venezuela dagli Stati Uniti. L’8 gennaio ancora sanzioni ad personam contro sette personalità del governo e contro 23 entità affini al governo tra le quali Globovision. Il 28 gennaio 2019 infine, vengono cancellati gli ordini d’acquisto statunitense di petrolio di PDVSA e viene ceduto il controllo dei conti correnti dell’impresa petrolifera e della sua filiale negli stati Uniti CITGO al governo provvisorio di Juan Guaidò. Soltanto queste ultime, del 2019, si possono considerare sanzioni contro il Venezuela, anche se relative al riconoscimento di un governo alternativo

Come si può facilmente dedurre da questo elenco, gli Stati Uniti, a differenza del caso cubano, non hanno mai voluto colpire lo Stato venezuelano ma singole persone fisiche. Tra l’altro, nel caso le stesse avessero “attivi” negli Usa o possedessero un visto d’ingresso. Strane sanzioni contro un paese formalmente membro della “troika del male”, perché ovviamente molti dei colpiti avevano infatti sia soldi che proprietà in Nord America e si recavano frequentemente negli Stati Uniti. Per chiudere questo punto, le sanzioni non hanno impedito al Venezuela, fino al gennaio 2018, di continuare ad avere gli Stati Uniti come principale cliente per il suo petrolio e come principale importatore di beni di consumo e  New York come principale piazza per emettere debito.

Sul capitolo indicatori, vengono riportati nell’articolo indicatori risalenti agli anni d’oro di Hugo Chavez, in un periodo di ciclo positivo economico per l’economia sudamericana e con il petrolio sopra i 110 dollari al barile. Gli indicatori che in quegli anni portarono a un abbassamento della povertà dal 40% al 7%, se considerati oggi dicono che la povertà è risalita al 73% con il 49% in estrema povertà (dati ONU), lo stesso si dica della malnutrizione dal 21% al 5% , ma oggi tornata al 19%.

Secondo Arlacchi, che non cita le fonti, “tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria contro il Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo PIL, cioè tra 245 e 350 miliardi. Senza le sanzioni, l’economia venezuelana si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina”. Oltre alla fantasia su cifre che superano il PIL, e che quindi non possono essere realistiche né collegate alle sanzioni prima enumerate, la crescita dell’Argentina tra il 2013 e il 2017 è stata negativa. Non solo si parla senza sapere cosa si dice di un paese, ma addirittura di due.

Si scrive ancora di uno stato “poco indebitato”. Così era ai tempi di Chavez, oggi il Venezuela, secondo diverse stime, ha un debito estero di oltre 175 miliardi di dollari, di cui 66 miliardi in mano alla Cina. A dimostrazione di quale fosse il boicottaggio della finanza di Wall Street al Venezuela, il 40% del debito è in mano a Goldman Sachs e a Blackrock credit, entrambi colossi statunitensi che continuarono a finanziare il Venezuela fino alla fine del 2017.

Lo svarione più macroscopico dell’articolo però riguarda l’inflazione. Secondo Arlacchi, “durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta, che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi fondamentali nell’economia”.  I dati della World Bank dicono che nel 2015 si registrava già un processo inflazionario grave, del 180% su base annua, nel 2016 si arrivava al 274%, nel 2017 al 2616% quindi iperinflazione, nel 2018 al 1.698.488% e per il 2019 si prevede il 2.295.000%. Se per Arlacchi, il 2.615% del 2017 non era già iperinflazione allora i conti tornano.

La conclusione è che la crisi umanitaria nella quale è precipitato il Venezuela è dovuta fondamentalmente alla caduta del prezzo del petrolio, al ciclo economico sfavorevole, alla corruzione dilagante, all’emissione di moneta senza freni, alla mancanza cronica di investimenti negli impianti estrattivi o nelle centrali idroelettriche.

Il Venezuela è un paese che subisce ingerenze straniere? Molte e da anni. Dagli Stati Uniti anzitutto, che non va dimenticato, sostennero un fallimentare colpo di Stato contro Hugo Chavez nel 2002. Da Cuba, che controlla gli apparati della sicurezza dello Stato, dalla Cina, che “guida” l’economia di guerra venezuelana scambiando debito per petrolio, dalla Russia che ha una pedina geopolitica in Sud America e fornisce l’intero arsenale dell’esercito venezuelano. Mosca è ora sede per l’Europa delle imprese venezuelane controllandone gli attivi.

I dati ACNUR raccontano un paese dal quale in tre anni sono fuggiti 3,4 milioni di cittadini, oltre il 10% della popolazione, e che in prospettiva saranno 5 milioni, il 18% della popolazione. Si tratta de “il più grande flusso di profughi nella storia contemporanea latinoamericana in così poco tempo”. Un dato che non viene menzionato nell’articolo e che racconta invece il fallimento di un modello che tra le tante colpe sicuramente ha avuto quella di non sapere adeguare l’economia nazionale al ciclo economico sfavorevole emettendo moneta senza controllo, svendendo il greggio e indebitandosi al punto di perdere la sua sovranità, un caposaldo di Chavez, rispetto ai “volenterosi” che aiutano il paese agonizzante.  Ma soprattutto, la responsabilità di avere aggiunto alla crisi economica una crisi politica senza precedenti dando vita a un parlamento parallelo “di fiducia” per potere perpetuarsi e considerato l’opposizione come “terrorista”. Non è che le cose potrebbero cambiare nel breve e forse nel medio periodo nel caso cambi regime, ma l’agonia del Venezuela va fermata e sono i venezuelani a doverla fermare. Senza ingerenze di figuri quali Bolsonaro o Trump, senza la “mano amica” di Russia, Cuba o Cina.

Come nel 1989, quando il caracazo segnò la fine della vecchia repubblica aprendo la strada al bolivarismo, oggi il Venezuela è alla vigilia di un nuovo cambiamento, che dovrà maturare però in Venezuela e non a Washington, Pechino o Mosca. Come allora, il paese soffre il suo destino di ricco gigante petrolifero anche se quella ricchezza è anche la sua maledizione.