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L’elezione dell’Assemblea Costituente in Venezuela, duramente contestata  dall’opposizione, segna la fine ufficiale del chavismo. Il 41% di elettori che si sono recati alle urne dichiarato dal governo (senza dire cosa hanno votato), o il 12% dichiarato dall’opposizione, sono comunque numeri che nella migliore delle ipotesi certificano la fine di un progetto. Il chavismo senza popolo non può esistere.

In Venezuela era collassato lo Stato con il caracazo del 1989, la rivolta dei poveri della capitale venezuelana affogata nel sangue, che avrebbe spazzato via i vecchi partiti nazionali aprendo la stagione del parà Hugo Chávez. Il primo presidente uscito dalla disgregazione del sistema politica tradizionale. Un politico di razza, populista nei modi, ma in grado di comunicare sinceramente con il suo popolo. L’uomo che riuscì nell’impresa di ridistribuire la rendita petrolifera sulla quale campa il Venezuela da quasi un secolo. E’ innegabile che il welfare chavista abbia raggiunto settori della popolazione mai toccati da nessuna forma di assistenza. Lo scambio petrolio-medici con Cuba garantì per la prima volta a milioni di venezuelani la possibilità di curarsi. Un Venezuela che cavalcava l’onda del petrolio oltre i 100 dollari al barile, ma che continuava a perpetuare, anche se con soggetti diversi, la corruzione dell’apparato statale e parastatale. Anzi, il Venezuela chavista trasferisce una buona fetta di potere direttamente nelle mani dei militari, i quali chiuderanno i due occhi, ovviamente non gratis, sul passaggio della cocaina colombiana che dal Venezuela parte per i mercati del Nord. Il Venezuela, che ha sempre dipeso per la sua fortuna dalle esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, ha giocato con Chavez a tutto campo una politica di “non allineamento” che lo portò a solidarizzare con l’Iran, minacciare di rompere relazioni diplomatiche con Israele, vendere petrolio agli USA e ai cinesi, finanziare mega-raffinerie in Brasile, comprare bond argentini e regalare petrolio ai cubani. Uno sforzo immane dal punto di vista economico, un dissanguamento costante ai tempi delle vacche grasse, ma senza mai avere avuto un progetto economico sostenibile per un Venezuela che, dopo la scomparsa di Chavez e il notevole abbassamento del livello politico della nuova classe dirigente, sta portando il paese al collasso. I piani di industrializzazione che avrebbero dovuto ridurre la dipendenza dai paesi manifatturieri, la riforma agraria che avrebbe dovuto aumentare la capacità del paese nella produzione di alimenti sono falliti. Oggi, come 20 anni fa, il Venezuela dipende dal gas e dal petrolio per tentare di chiudere i conti pubblici e degli alimenti e i manufatti prodotti all’estero. Ma il peggio è arrivato con la successione di Chavez, morto prematuramente nel 2013, e l’arrivo al potere del suo successore “designato” Nicolas Maduro che aveva come unica virtù la sua fedeltà al leader e alla sua cerchia magica. Con Maduro la politica è scomparsa per lasciare luogo solo alla demagogia ai limiti del grottesco. Ogni ipotesi di programmazione economica è stata spazzata via dall’iperinflazione, dalla svalutazione della moneta, dalla fuga degli investitori. Maduro non aveva un piano B per fare fronte al prezzo di 35-40 dollari al barile di petrolio. L’inflazione, come sempre, ha ridotto gli stipendi a briciole, mentre la crisi ha svuotato gli scafali. Un caos che in qualsiasi altro paese avrebbe portato alle dimissioni del governo e a elezioni anticipate, ma che nel Venezuela post-chavista regge ancora perché l’esercito, la vera spina dorsale dello stato, non ha deciso ancora di abbandonare la barca.  E anche perché l’opposizione, unita solo dall’anti-chavismo, è formata da molte e contraddittorie personalità e non ha manifestato, finora, né leadership credibile né un programma politico oltre lo scontro di piazza. Nell’incendio venezuelano le vittime della violenza politica sono maggioritariamente ascrivibile al governo, ma tra le pieghe dell’opposizione circolano gruppi estremisti armati che hanno dato un loro contributo a fare crescere il saldo delle vittime. In linea di principio però, è lo Stato che dovrebbe garantire l’incolumità di chavisti e anti-chavisti e questo compito è stato drammaticamente mancato.

In Venezuela purtroppo i pronostici sono pessimi. Le ipotesi sono tre, la trasformazione del governo in regime dittatoriale con la sospensione delle elezioni del 2018 e l’annullamento del Parlamento in mano agli oppositori, l’ulteriore radicalizzazione delle piazze fino al crollo dello Stato, e come conseguenza di questo secondo scenario, l’intervento dei militari “per mettere ordine”. Tre ipotesi drammatiche conseguenze del rifiuto di accettare un tavolo per il dialogo avanzato da più parti e nel quale discutere le modalità di convivenza fino alle elezioni presidenziali.

Per la democrazia in Sud America, così difficilmente riconquistata, si preannunciano ancora una volta tempi difficili. Oggi la sinistra sudamericana è chiamata a prendere atto della sua fase declinante e a riflettere seriamente sugli errori commessi e sui correttivi da adottare se vorrà tornare a interpretare società rimaste ancora ingiuste. Le ragioni che hanno spinto milioni di cittadini a dare fiducia al chavismo restano praticamente tutte. Le questioni della sicurezza e della trasparenza sono tanto importanti quanto la lotta alla povertà e i diritti civili. Senza dimenticare che la spesa redistributiva senza entrate che la coprano è sicura fonte di sciagure come si è visto in Venezuela, ma anche in Argentina. La sovranità, giustamente rivendicata, passa anche dal non avere bisogno di indebitarsi o di emettere moneta insieme a inflazione. Invece, la democrazia per alcuni settori della sinistra sudamericana, ed europea, è tornata “borghese” perché stanno vincendo in alcuni paesi le destre. Non ci sono seri ragionamenti né autocritica sulle cause della disfatta, si ripropongono con forza le teorie del “complotto imperialista”. Si torna agli slogan contro il neoliberismo e l’autoritarismo di destra, senza spiegare e spiegarsi perché si sta tornando a diventare minoranza, quali sono stati i problemi che hanno portato all’allontanamento delle grandi masse popolari. Si cercano alleati silenti, quali Putin e la Cina, pur di sopravvivere.

Oggi a Caracas il post-chavismo è arrivato al capolinea, anche se non finisce ora. Più che mai è il momento di riflettere sul Venezuela in ginocchio e di discutere senza paraocchi ideologici. La sinistra in America Latina continua ad essere utile, ma se è anche onesta, trasparente, pragmatica, democratica e popolare.

 

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Nel Venezuela sconvolto dall’ennesima morte di due manifestanti, e ormai sono 66 i morti di entrambi le parti, le posizioni restano sempre inconciliabili. Il vicepresidente di AN (opposizione) Freddy Guevara, ha annunciato l’ennesima marcia per venerdì contro “la dittatura” e un’altra sabato contro “la censura”. Entrambe ancora una volta organizzate dal MUD (Tavolo dell’unità democratica) che raggruppa tutto l’arco oppositore, di destra, di centro e di sinistra. Un fronte pasticciato, che non potrebbe esprimere una linea politica perché popolato da forze lontane anni luce l’una dall’altra, ma che trova un inedito momento di unità nelle manifestazioni di piazza e sull’obiettivo di rovesciare il governo di Nicolàs Maduro.

Un tormentone che attraversa la sinistra, soprattutto italiana, è quanto siano “gli Stati Uniti” a guidare questa rivolta. Probabilmente molto poco, nel senso che senza dubbio ci sono interessi di Washington dietro alcuni dei personaggi dell’opposizione, ma il livello di instabilità venezuelana preoccupa gli USA che sono sempre i principali acquirenti di greggio bolivariano. L’opposizione riuscirà a rovesciare Maduro? Probabilmente no, almeno finché l’esercito sarà con il Presidente. Sicuramente riuscirà a battere il chavismo quando si vada alle urne il prossimo anno, ma difficilmente potrà costruire una maggioranza coesa una volta venuto a meno il collante del anti-chavismo.

L’altro vicepresidente che ha parlato ieri è quello del PSUV (il partito chavista), Diosdado Cabello, uomo forte proveniente dall’esercito e successore mancato di Chavez. Nel suo programma televisivo “Con el mazo dando” (più o meno “dando mazzate”) ha ribadito che non “possiamo innescare una guerra civile. La violenza e il terrorismo comandate dai dirigenti dell’opposizione, carica di odio contro il nostro popolo, deve trovare una risposta nella giustizia”. In parole povere, non possiamo ammazzare per strada i manifestanti dell’opposizione senza dare vita a una guerra civile. Vanno perseguitati e giudicati severamente con la giustizia. Una posizione che a parole può apparire brutale, ma che nasconde un messaggio all’esecutivo sull’uso della forza. L’esercito, interpretando Cabello, non è disponibile a reprimere il popolo. E non è poco.

Il punto oggi per il Venezuela sconvolto economicamente, con la popolazione in deficit di medicine e di cibo, con gli stipendi divorati dall’iperinflazione e con una manifestazione violenta al giorno è come uscirne. Manca la consapevolezza che si è chiuso un ciclo da entrambe le parti. Il chavismo che non vuole rassegnarsi a perdere il potere, l’opposizione che non riesce a diventare un movimento di popolo democratico e che soprattutto sta rimandando a domani l’evidente problema di leadership e di contenuti che si porrà quando si avvicinerà il voto previsto per il 2018.

L’unica proposta sensata al momento è quella di fermare le morti violente e di fare tornare alla calma gli abitanti dei grandi centri urbani istituendo un tavolo di mediazione, come richiesto da Papa Francesco, per gestire questa transizione. Per ora i settori oltranzisti di entrambi le parti hanno rispedito la proposta al mittente. Tra “dittatori” e “terroristi” il dialogo è difficile si sa, ma il Venezuela non merita di finire come nel 1989, quando la repressione del Caracazo, la protesta spontanea dei poveri di Caracas, provocò oltre 3000 vittime. Da quelle ceneri nacque il chavismo, anche se i dirigenti che hanno ricevuto l’eredità del colonnello e gli oppositori a un governo fino a prova contrario eletto democraticamente, lo hanno dimenticato.