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Nel Venezuela sconvolto dall’ennesima morte di due manifestanti, e ormai sono 66 i morti di entrambi le parti, le posizioni restano sempre inconciliabili. Il vicepresidente di AN (opposizione) Freddy Guevara, ha annunciato l’ennesima marcia per venerdì contro “la dittatura” e un’altra sabato contro “la censura”. Entrambe ancora una volta organizzate dal MUD (Tavolo dell’unità democratica) che raggruppa tutto l’arco oppositore, di destra, di centro e di sinistra. Un fronte pasticciato, che non potrebbe esprimere una linea politica perché popolato da forze lontane anni luce l’una dall’altra, ma che trova un inedito momento di unità nelle manifestazioni di piazza e sull’obiettivo di rovesciare il governo di Nicolàs Maduro.

Un tormentone che attraversa la sinistra, soprattutto italiana, è quanto siano “gli Stati Uniti” a guidare questa rivolta. Probabilmente molto poco, nel senso che senza dubbio ci sono interessi di Washington dietro alcuni dei personaggi dell’opposizione, ma il livello di instabilità venezuelana preoccupa gli USA che sono sempre i principali acquirenti di greggio bolivariano. L’opposizione riuscirà a rovesciare Maduro? Probabilmente no, almeno finché l’esercito sarà con il Presidente. Sicuramente riuscirà a battere il chavismo quando si vada alle urne il prossimo anno, ma difficilmente potrà costruire una maggioranza coesa una volta venuto a meno il collante del anti-chavismo.

L’altro vicepresidente che ha parlato ieri è quello del PSUV (il partito chavista), Diosdado Cabello, uomo forte proveniente dall’esercito e successore mancato di Chavez. Nel suo programma televisivo “Con el mazo dando” (più o meno “dando mazzate”) ha ribadito che non “possiamo innescare una guerra civile. La violenza e il terrorismo comandate dai dirigenti dell’opposizione, carica di odio contro il nostro popolo, deve trovare una risposta nella giustizia”. In parole povere, non possiamo ammazzare per strada i manifestanti dell’opposizione senza dare vita a una guerra civile. Vanno perseguitati e giudicati severamente con la giustizia. Una posizione che a parole può apparire brutale, ma che nasconde un messaggio all’esecutivo sull’uso della forza. L’esercito, interpretando Cabello, non è disponibile a reprimere il popolo. E non è poco.

Il punto oggi per il Venezuela sconvolto economicamente, con la popolazione in deficit di medicine e di cibo, con gli stipendi divorati dall’iperinflazione e con una manifestazione violenta al giorno è come uscirne. Manca la consapevolezza che si è chiuso un ciclo da entrambe le parti. Il chavismo che non vuole rassegnarsi a perdere il potere, l’opposizione che non riesce a diventare un movimento di popolo democratico e che soprattutto sta rimandando a domani l’evidente problema di leadership e di contenuti che si porrà quando si avvicinerà il voto previsto per il 2018.

L’unica proposta sensata al momento è quella di fermare le morti violente e di fare tornare alla calma gli abitanti dei grandi centri urbani istituendo un tavolo di mediazione, come richiesto da Papa Francesco, per gestire questa transizione. Per ora i settori oltranzisti di entrambi le parti hanno rispedito la proposta al mittente. Tra “dittatori” e “terroristi” il dialogo è difficile si sa, ma il Venezuela non merita di finire come nel 1989, quando la repressione del Caracazo, la protesta spontanea dei poveri di Caracas, provocò oltre 3000 vittime. Da quelle ceneri nacque il chavismo, anche se i dirigenti che hanno ricevuto l’eredità del colonnello e gli oppositori a un governo fino a prova contrario eletto democraticamente, lo hanno dimenticato.

 

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