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Tra ottobre e dicembre si tengono tre importanti appuntamenti elettorali nel continente americano. Si inizia il 18 ottobre con le presidenziali in Bolivia, Paese nel quale la democrazia è in sospeso dopo il mancato riconoscimento del risultato delle elezioni di un anno fa vinte da Evo Morales, che si era potuto ricandidare solo in base a un’azzardata sentenza della Corte Elettorale. Il suo partito, il Movimento per il Socialismo, schiera l’ex ministro degli Esteri Luis Arce che è in testa nei sondaggi, ma che – se si andrà al ballottaggio, com’è probabile – dovrà vedersela contro tutto il resto dello spettro politico. Nel mese di novembre si vota anche negli Stati Uniti. La differenza a favore del candidato democratico Joe Biden si è andata assottigliando in queste ultime settimane e molti pensano che non sia così campata in aria l’ipotesi di rielezione di Donald Trump. Ai primi di dicembre questa tornata si chiuderà con le legislative in Venezuela. Elezioni che andranno a rinnovare il Parlamento oggi controllato dall’opposizione, che ha però deciso di non presentare candidati per delegittimare il processo elettorale. Uno dei leader storici delle destre venezuelane, Henrique Capriles, per contro ha annunciato la presentazione di propri candidati spaccando il fronte.

Sono tre processi elettorali apparentemente non collegati tra loro, ma che forniscono informazioni interessanti sulle condizioni di salute della democrazia in America. Ovviamente non è possibile fare paragoni fra lo stato delle libertà negli USA e in Venezuela, né sulla legittimità di Donald Trump rispetto a quella della presidente provvisoria della Bolivia Jeanine Áñez. Resta il fatto che nei tre Paesi si pone un problema di legittimità. Negli Stati Uniti Trump mette in dubbio la limpidezza del voto per corrispondenza, che a suo dire potrebbe essere manipolato dalle sinistre radicali che controllano il partito democratico. Oltre a cadere nel ridicolo con quest’affermazione, soprattutto pensando ai profili politici di Biden e della sua vice Kamala Harris, si intacca la credibilità delle poste e si insinua che i democratici potrebbero giocare sporco.

In Bolivia la crisi inizia proprio dalla legittimità della candidatura di un anno fa di Evo Morales. Non potendosi più ricandidare, Morales tentò la via della riforma costituzionale, che però fu bocciata dai cittadini tramite referendum. A cascata, l’opposizione non riconobbe la sua vittoria, probabilmente autentica, e poi vennero le sue dimissioni, il governo provvisorio e l’uso del termine “golpe” da parte dei sostenitori di Morales per descrivere ciò che era successo. Non fu delegittimato solo Morales, ma anche la sua affermazione e l’intero processo.

In Venezuela invece si ripete lo schema ormai collaudato con l’opposizione al governo di Nicolás Maduro, ormai da tempo uscito dai binari della democrazia, irrimediabilmente divisa: formata da oltre 30 sigle, non è riuscita a trovare un momento di unità fallendo nei vari tentativi di spallata, sia di piazza sia attraverso la nomina di un presidente alternativo. In Venezuela governo e opposizione si ritengono reciprocamente illegittimi.

Ed è questa la difficoltà della democrazia in America: la mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti. Solo con poche eccezioni come in Uruguay, Cile o Costa Rica, le forze politiche non si combattono sul piano delle idee, ma su quello della legittimità. Sta saltando in aria la continuità istituzionale: i nuovi vincitori criminalizzano i predecessori e i perdenti non riconoscono la sconfitta. Sono scomparse la critica e l’autocritica. Si ha una politica sempre più simile al calcio, e tutto ciò alla fine indebolisce la democrazia. E non è soltanto un problema americano.