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Secondo le cronache dell’epoca, la votazione del Senato statunitense tenutasi il 28 giugno 1902 fu pesantemente influenzata da un francobollo. All’ordine del giorno c’era la legge Spooner, che doveva decidere dove aprire il canale di collegamento tra gli oceani Atlantico e Pacifico.

Il luogo più adatto era il Nicaragua, sfruttando i laghi Managua e Granada (detto anche Lago Nicaragua). In questo Paese esisteva già un servizio misto tra navi e ferrovie che permetteva a merci e viaggiatori di spostarsi da un oceano all’altro. Ma all’inizio del ’900 la tecnologia, e soprattutto la volontà politica degli Stati Uniti, diventati potenza mondiale, consentivano la costruzione di un vero canale. Il Nicaragua era praticamente una colonia a stelle e strisce, e ciò rendeva ancora migliori le condizioni per realizzarlo.

Qui la storia si complica. A Washington, infatti, cominciò a circolare un francobollo emesso da Managua sul quale era riprodotto il porto di Momotombo con lo splendido omonimo vulcano, coronato da un pennacchio di fumo bianco. Porto Momotombo doveva essere il punto di partenza del canale. I lobbisti pro-Panama riuscirono a mettere in piedi a tempo di record un’operazione di propaganda ingannevole, accostando il vulcano immortalato nel francobollo con il Monte Pelée in Martinica, che nel 1902 aveva eruttato provocando 40.000 morti. I consensi per il canale del Nicaragua precipitarono a beneficio di Panama, e il resto è storia nota.

Nel terzo millennio, però, il Nicaragua avrà il suo canale. Il Parlamento di Managua ha infatti appena approvato il progetto di una società di Hong Kong, paravento della Cina, che investirà 40 miliardi di dollari USA per aprire una nuova via d’acqua tra Atlantico e Pacifico. In questo modo la Cina avrà un accesso strategico ai mercati centroamericani e dell’intera America Latina, uno dei principali sbocchi commerciali di Pechino.

Il canale “cinese” avrà anche il compito di scardinare definitivamente i rapporti un tempo privilegiati tra USA e America Latina, oggi già incrinati. Un’ipotesi di commercio navale alternativa a quella panamense consentirebbe di ridurre drasticamente il costo del trasporto di energia fossile e di cereali tra il Sudamerica e la Cina; e offrirà un’alternativa ad altri Paesi dell’area, come il Venezuela, non particolarmente entusiasti di pagare un salato pedaggio al Panama, il che equivale agli USA, ogniqualvolta una loro nave attraversa il canale di Panama.

Il canale del Nicaragua rappresenta una nuova puntata della sfida globale tra USA e Cina per la supremazia sull’economia di domani. Nel mondo multipolare cade così uno degli ultimi punti fermi: il monopolio statunitense sulla navigazione tra i due oceani, fondamentale per il controllo del cosiddetto “cortile di casa” centroamericano. Per la Cina si tratta di un’operazione che darà vantaggi concreti e anche simbolici: nemmeno l’Unione Sovietica aveva mai immaginato di avere un proprio canale. Insomma, grazie al suo potente commercio estero e alla sua “diplomazia degli affari”, la Cina sta riuscendo a spazzare via la geopolitica del ’900.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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L’Africa, se parliamo di telefonia mobile, è ormai il continente più collegato. La Banca Africana di Sviluppo ha calcolato che ci sono 650 milioni di utilizzatori di telefoni cellulari su un miliardo di abitanti del continente. Un rapporto telefoni per abitanti superiore a quelli dell’Europa e degli Stati Uniti. Questa è quindi la prima generazione di africani che ha accesso a un prodotto considerato di alta tecnologia: il possesso di un telefonino è spesso più frequente che l’accesso all’acqua potabile o all’elettricità.

Per gli africani, il telefono portatile è allo stesso tempo l’unico collegamento con il mondo, il portafoglio e la buca delle lettere. Questo perché nel Continente Nero, più che sui giochi o sulla musica, i gestori di telefonia puntano a offrire innanzitutto servizi utili, come la gestione dei conti bancari, le informazioni utili agli agricoltori, gli scambi commerciali. Questa rivoluzione è stata possibile grazie all’offerta di telefoni essenziali ma resistenti prodotti in Cina. Telefonini da 20 dollari USA, poco più di 16 euro, resi ulteriormente accessibili da agevolazioni fiscali che hanno abbattuto i prezzi ai consumatori.

Giovani e giovanissimi compongono il più grande gruppo di fruitori di telefonia cellulare: in Sud Africa si registra un picco di possesso del 72% nella fascia 15-24 anni. Le compagnie telefoniche che operano in Africa macinano bilanci miliardari composti da centinaia di milioni di consumatori poveri o poverissimi, nonostante abbiano dovuto fare i conti con il dilagare di modalità di comunicazione low cost tra i loro clienti. Come, per esempio, l’uso degli squilli senza rispondere, tecnica inventata in Africa per trasmettere notizie senza spendere soldi: una specie di codice Morse digitale. Per venire incontro a questa enorme fetta di consumatori è stato ideato il servizio “call me” che include un certo numero di sms giornalieri gratuiti.

Ma la rivoluzione dei cellulari in Africa sta aprendo la strada anche all’innovazione tecnologica autoctona. Vérone Mankou, un imprenditore ventiseienne della Repubblica del Congo, già nel 2006 ha sviluppato una linea di smartphone e tablet touch-screen adattati ai bisogni del mercato locale. Il suo smartphone Elikia (“speranza” in lingua lingala), che usa il sistema Android e viene costruito in Cina, è a tutti gli effetti il primo contributo tecnologico africano al mondo globalizzato. Quando Google ha rifiutato le carte di credito emesse in Congo per l’acquisto di applicazioni, Mankou ha lanciato una propria linea di apps “sviluppate da africani per l’Africa” e di carte di credito prepagate per l’acquisto online.

Il marchio VMK dell’imprenditore congolese per ora tiene testa a giganti della telefonia come BlackBerry, Samsung e Nokia. L’inedita sinergia tra Africa e Cina si sposta ora anche sul piano della ricerca e commercializzazione di tecnologie espressamente concepite per il mercato locale e per il potere d’acquisto dei consumatori africani. Con questo piccolissimo primo passo, l’Africa spezza dunque il ruolo secolare di acquirente netto di esportazioni a basso costo (e tecnologicamente superate) al quale la storia l’aveva relegata.

La Cina, che come molte altre potenze ha bisogno dell’Africa per rifornirsi di materie prime minerarie ed energetiche, sta interpretando le aspirazioni e le potenzialità creative di un miliardo di persone ancora ai margini dei mercati mondiali. È una scommessa che a lungo termine non può che pagare. Ed è interessante notare che solo chi è stato per secoli emarginato, come i cinesi, è riuscito a cogliere le potenzialità di un “mondo” formato anche dai continenti dimenticati.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La scelta del cibo, di cosa è commestibile o no, per noi onnivori è paradossalmente cosa complicata. Poiché l’uomo è una delle poche specie animali in grado di nutrirsi praticamente di tutto, siamo stati noi stessi, attraverso la cultura, a creare tabù e divieti, nel tentativo di regolamentare ciò che la natura aveva lasciato libero. Tolti i prodotti velenosi o dannosi per la salute, infatti, ogni popolo si è dato una sua propria dieta a partire esclusivamente da ciò che ogni territorio era in grado di produrre. Fu la globalizzazione, prima con le carovane e poi con i bastimenti e i viaggi transcontinentali, a mescolare le tradizioni, a far viaggiare piante e animali in quei grandi flussi commerciali che, a partire dal XVI secolo, cambiarono la mappa produttiva e alimentare del mondo.

Il più noto tabù alimentare della nostra storia riguarda il cannibalismo. Con minime e trascurabili eccezioni, uomo non mangia uomo, e questo è un punto fermo. Altri cibi, soprattutto di origine animale, sono stati vietati all’una o all’altra comunità spesso per ragioni di tipo igienico-sanitario. È il caso della maledizione biblica nei confronti della carne di maiale, animale disprezzato e dichiarato non commestibile da due delle tre grandi religioni monoteiste mondiali: molto probabilmente per la diffusione di malattie legate al modus vivendi di questo animale onnivoro e per le difficoltà a conservare le sue carni particolarmente grasse.

La carne e le proteine animali rimangono un elemento universale nella nostra dieta, tranne che per le minoranze vegetariane, e anche questa è una scelta culturale, ma il suo consumo varia molto nei diversi continenti. Dalle poche specie che si consumano negli USA, per la presenza massiccia di grandi “produttori di proteine” da allevamento, all’estrema varietà di mondi come quello amazzonico, dove si ricavano proteine dagli insetti, dai roditori, dalle scimmie e praticamente da ogni cosa si muova.

Altri tabù alimentari riguardano invece i sentimenti che si nutrono nei confronti di una specie animale. Nel Regno Unito e nei Paesi americani, per esempio, consumare carne di cavallo è impensabile, così come in quasi tutto l’Occidente mangiare carne di cane o di gatto. Parliamo di un divieto culturale, senza che vi sia nessuna controindicazione di tipo sanitario o nutrizionale.

Nella provincia cinese del Guangxi ogni anno si festeggia il solstizio d’estate con una grande abbuffata di carne di cane. Quest’anno si sono levate forti le proteste degli animalisti, per la prima volta anche in Cina, sulle condizioni in cui gli animali sono stati sacrificati. Condizioni di sofferenza e vera e propria crudeltà, come capita spesso a tutti gli animali dei poverissimi. Ma tra le righe della giusta critica sui maltrattamenti inflitti ai cani si cela chiaramente il pregiudizio culturale sui gusti dei cinesi. Il motivo del tabù per noi è chiaro: il cane è il miglior amico dell’uomo, vive in simbiosi con noi, lavora spesso per noi. Ma questa è appunto la nostra percezione. In Cina la vedono diversamente. I cinesi si scandalizzano, per esempio, perché da noi si mangia il coniglio.

Fermo restando che tutti i popoli hanno i propri tabù, è innegabile che a livello mondiale contano di più quelli dei Paesi che sono o sono stati grandi potenze. La Cina, ancora non accettata ufficialmente nel club dei Grandi, ai suoi cittadini che si recano all’estero sta insegnando che non bisogna sputare per terra per non fare brutte figure, e sicuramente dovrà prima o poi vietare la tradizione del cane in umido. Per i cosiddetti migliori amici dell’uomo, la globalizzazione non può che portare benefici.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il tour americano del presidente cinese Xi Jinping, il primo del suo mandato, è iniziato in modo irrituale. O forse no. Prima di sbarcare a Washington per incontrare Obama, infatti, Xi Jinping ha fatto tappa a Trinidad e Tobago, piccola enclave petrolifera al largo del Venezuela, e poi in Costa Rica e Messico. Particolare rilievo ha l’incontro con le autorità del Costa Rica, il Paese centroamericano che più a lungo rifiutò i rapporti con Pechino favorendo quelli con la rivale Taiwan.

Con questi incontri, la Cina ribadisce che a Pechino “America” non è sinonimo di Stati Uniti, nonostante gli USA siano abituati ad autodefinirsi in questo modo. L’America è un continente, e con questo continente la Cina ha ormai stabilito rapporti economici e politici duraturi. Lo ha fatto senza mai interferire nella politica interna dei vari Paesi, abituati dalla storia dell’800 e del ’900 a continue e pesanti ingerenze delle potenze estere.

Pechino è già il nuovo partner globale dei Paesi emergenti dell’area, in passato “obbligati” ad avere rapporti con una sola potenza: quella del Nord. Sullo sfondo, l’inizio di una reciprocità geopolitica tra Cina e USA alla quale Washington dovrà abituarsi: non saranno solo gli Stati Uniti a “giocare” nel cortile di casa cinese, ma accadrà anche il contrario. In questo senso la visita in America Latina del presidente cinese è simmetrica al viaggio negli USA, per firmare diversi accordi commerciali, del presidente birmano Thein Seinn, a capo di un Paese che finora  aveva rapporti internazionali solo con la Cina.

La forza di Pechino rimane però il suo gigantesco commercio estero, che si estende a diverse aree del mondo. Nel 2012 la Cina ha scambiato con l’America Latina 260 miliardi di dollari USA in merci e servizi; è il primo partner commerciale di Brasile e Cile e il secondo di Perú, Cuba e Costa Rica. Gli Stati Uniti rispondono sottolineando che i loro rapporti con i vicini del Sud hanno una qualità istituzionale superiore rispetto a quelli che il resto del continente intrattiene con Pechino: includono infatti anche i temi della sicurezza, del narcotraffico e della difesa. Tutte questioni indubbiamente importanti ma che, in base alla storia, i latinoamericani gradirebbero gestire senza il coinvolgimento del Pentagono.

Il grande “gioco” tra Cina e USA si svolge però nell’area del Pacifico. I riflettori sul futuro dell’economia globale si sono infatti spostati dall’Atlantico all’altro grande oceano. Non a caso gli USA stanno promuovendo con grande forza la TPP (Trans-Pacific Partnership), una grande area di libero commercio sulle due sponde dell’oceano che esclude però la Cina. E anche l’America Latina, che ha le sue storiche potenze sull’Atlantico (Brasile, Venezuela e Argentina), ha carte da giocare con i Paesi emergenti del Pacifico: Cile, Perù, Colombia e Messico. Cina e USA sono i due grandi poli di attrazione e di aggregazione, tra loro in competizione soft, per ora.

Nei rapporti tra Paesi dell’ex terzo mondo e potenze mondiali la retorica ormai lascia il tempo che trova. Contano invece le possibilità economiche, la capacità di gestire i partner in modo più paritetico. E soprattutto diventa importante capire quanto queste relazioni rinforzino la sovranità degli Stati anziché ribadirne la dipendenza. È questa per ora è la principale forza della Cina.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Dal punto di vista macroeconomico, due sono i capisaldi del predominio economico del blocco Europa-Stati Uniti sul resto del mondo: il paniere di monete di riferimento (sterlina, dollaro USA e euro) e il controllo degli organismi finanziari internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale). Il dominio indisturbato delle monete – antiche o moderne – emesse dai Paesi una volta chiamati “centrali” risale ai tempi del colonialismo. Da allora sono il riferimento obbligato per la valutazione e lo scambio di materie prime e manufatti. Pochi e finiti male sono stati i tentativi di sganciarsi da questa logica e, per quanto si sia teorizzato, finora non è nata nessuna alternativa percorribile per un reale superamento di questa situazione.

La crisi che continua a interessare gli Stati Uniti e in particolar modo l’Europa sta offrendo l’opportunità storica per l’affrancamento dal patron-dollaro, e di conseguenza dall’euro e dalla sterlina, dei Paesi emergenti raggruppati nei Brics. Il vertice di Durban del gruppo formato da India, Cina, Brasile, Russia e Sudafrica ha segnato forse l’avvio di una nuova logica monetaria che includa anche le valute di questi Paesi che attualmente producono il 21% del PIL globale, rappresentano il 43% della popolazione mondiale e hanno uno scambio commerciale cresciuto dai 27 miliardi del 2002 ai 500 miliardi previsti per il 2015. Miliardi di dollari USA, si intende. Almeno per ora.

Questo club di successo ora lancia la sfida con due idee che potrebbero cambiare l’economia mondiale. La prima è l’utilizzo delle loro valute nazionali per gli scambi reciproci, a cominciare dai 30 miliardi di dollari all’anno del commercio tra Brasile e Cina che ora sarà saldato in real e in yuan. La seconde è la creazione di una banca di sviluppo dei Brics, con una dotazione iniziale di 100 miliardi di dollari allo scopo di soccorrere i Paese membri in difficoltà, ma soprattutto di creare un fondo consistente non denominato in dollari o euro. Si tratta di un capitale iniziale modesto, se si pensa che le riserve valutarie combinate dei cinque Paesi raggiungono i 4.400 miliardi di dollari: ma, nel caso in cui uno di questi Stati dovesse ricorrere al credito internazionale, la banca avrebbe l’effetto di cancellare il ruolo di prestatore, e di suggeritore di politiche economiche, del Fondo Monetario Internazionale.

Insomma, una vera e propria rivoluzione all’insegna della filosofia introdotta dall’ex presidente brasiliano Lula quando, nel 2005, saldò i debiti che il suo Paese aveva contratto con l’organismo di Washington per non dovere mai più subire i diktat dei “tecnici” del FMI rispetto alle scelte di politica economica interna. Questa opportunità è anche una sfida, perché i Brics dovranno dimostrare di saper tenere in ordine i conti macroeconomici e di sostenere una politica monetaria per la prima volta autonoma senza mettere in crisi la stabilità delle loro economie.

Un simile orizzonte di multipolarismo valutario è molto temuto soprattutto a Washington, perché con un dollaro indebolito sarà sempre più difficile per il Tesoro USA collocare all’estero i bond del suo debito a tassi bassi. Questa scelta obbligherà gli USA, ma anche i Paesi dell’Unione Europea, a fare scelte più oculate in materia economica, perché sarà sempre più oneroso scaricare i propri debiti sul resto della comunità mondiale. La banca di sviluppo dei Brics diventa così un’importantissima tappa sulla via del consolidamento di un nuovo ordine mondiale per molti decenni solo teorizzato, ma che grazie alla crisi delle economie dei Paesi di vecchia industrializzazione fa oggi passi da gigante.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La Cina è lo Stato più antico del mondo. 4000 anni di continuità territoriale, politica e linguistica spezzata nel ’900, ma solo dal punto di vista socio-politico, con il passaggio dal Celeste Impero alla Repubblica Popolare. Una rivoluzione, quella maoista, che abolì la nobiltà e distribuì la terra pubblica ai contadini, ma non cambiò l’essenza di un Paese nato attorno al nucleo statale modellato da Confucio e che rappresenta, in pieno terzo millennio, la versione aggiornata degli imperi dell’antichità, basati sul controllo delle risorse e sulla programmazione sociale.

La moderna Cina si è data come prossimo traguardo il più epocale cambiamento sociale mai tentato. Si tratta del piano per urbanizzare 400 milioni di contadini che abitano le aree rimaste arretrate dopo 30 anni di boom economico basato sullo sviluppo industriale e dei servizi.  Pechino prevede di investire una cifra da capogiro: ben 5 mila miliardi di euro da spendere nel prossimo decennio per garantire ancora alti livelli di crescita nei successivi 10 anni. Una programmazione che si spinge fino al 2035, un lasso temporale che mai nessuna potenza (vecchia o nuova) avrebbe potuto immaginare. La logica di questo piano, formulato dalla nuova dirigenza del Partito Comunista appena insediatasi, è che “recuperando” 400 milioni di cinesi al mercato della produzione industriale e dei consumi si porranno le basi per mantenere in attivo gli indici di crescita economica ancora per decenni.

Il piano servirebbe anche a “regolarizzare” i circa 200 milioni di cinesi che senza autorizzazione, ma anche senza espliciti divieti, si sono già spostati nelle città della costa. Cittadini che alimentano le catene di montaggio ma che non godono, non avendo avuto l’autorizzazione a cambiare residenza, dei servizi di base quali la sanità, l’educazione o l’abitazione. Il piano di urbanizzazione a tappe forzate, nelle intenzioni di Pechino, non dovrebbe appesantire ulteriormente le attuali metropoli, bensì sviluppare le città di “piccole” dimensioni (su scala cinese, quelle che oggi contano tra uno e due milioni di abitanti). Se il piano, finanziato con emissioni a catena di titoli di Stato, dovesse avere successo, la Cina del 2025 avrà una popolazione concentrata per il 70% nelle aree urbane.

Si tratta di un’impresa ciclopica, che presenta però grossi rischi se non sarà guidata con pugno di ferro. Da una parte si dovrà garantire una maggiore ridistribuzione del reddito per evitare i conflitti sociali, e dall’altra bisognerà evitare che lo svuotamento delle campagne incida pesantemente sulla sovranità alimentare di un Paese in bilico tra quanto è in grado di produrre e quanto ha bisogno di importare. Il riso, alimento di base dei cinesi e pilastro dell’agricoltura, è storicamente il prodotto che ha garantito l’autarchia alimentare. I dati dell’import di questo cereale dicono molto sui cambiamenti in corso: nel 2010 la Cina dovette importare 300mila tonnellate di riso, solo due anni più tardi si sono raggiunti i 2,5 milioni di tonnellate. Lo stesso vale per la carne, di cui la Cina è già il quarto consumatore mondiale, e alla cui produzione viene destinato un terzo della produzione cerealicola locale.

La bilancia agricola cinese nel 2012 ha raggiunto il passivo record di -54 miliardi di dollari. Pechino, come tutti gli imperi, al momento di programmare fa i conti con le riserve globali di alimenti: proprio per questo motivo c’è da essere molto preoccupati per il futuro dell’alimentazione di un mondo dal quale scompaiono progressivamente i contadini, coloro i quali hanno permesso la vita dell’umanità sulla terra dal Neolitico in poi, e sono sempre stati indispensabili per la nascita e lo sviluppo delle città.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Sono stati numerosi (anche se poco considerati) i segnali sul futuro della seconda potenza mondiale emersi dal Congresso del Partito Comunista cinese che si è tenuto la settimana scorsa. Due di essi meritano un approfondimento particolare. Il primo riguarda la ridefinizione della strategia economica finalizzata a mantenere alti i tassi di crescita anche nella nuova situazione internazionale, segnata da un rallentamento globale. La conclusione, tanto ovvia quanto dirompente, è che l’eccessiva dipendenza dalle esportazioni è stata sì il volano dello sviluppo economico dagli anni ’80 in poi, ma oggi deve essere progressivamente ridimensionata a favore di un maggiore peso della domanda interna. In sostanza anche la Cina, come prima gli Stati Uniti e l’Europa, comincia a fare i conti con un modello di globalizzazione basato sul declino della delocalizzazione competitiva, e quindi scopre il mercato interno. I cinesi potranno finalmente consumare ciò che producono… ma prima dovranno conseguire la possibilità economica di farlo.

La seconda considerazione è di natura etico-politica. Riguarda la dichiarazione effettuata da uno dei dirigenti uscenti, il quale ha affermato che non si vede la ragione di cambiare modello politico, dato che la Cina finora è andata così bene: anzi, molto meglio di tanti Paesi cosiddetti “democratici”.

Quando si analizza la politica cinese si usa spesso e volentieri la lente occidentale, dando un’importanza centrale a temi che in Cina rasentano la marginalità: è il caso della causa tibetana e della questione della democrazia, con tutto il suo corredo di dritti individuali e di libertà di opinione. Da noi, è scontato accostare la libertà di impresa e di proprietà alle libertà democratiche; nella visione della gerarchia comunista cinese, invece, il rapporto tra i due argomenti è interpretato in senso opposto. Può uno Stato guidare lo sviluppo del proprio popolo in modo armonioso e senza conflitti né strappi, se il sistema permette la moltiplicazione delle posizioni e la critica aperta? Per Pechino la risposta è no.

D’altra parte lo Stato più antico dell’umanità, forte di una continuità territoriale e culturale che dura da 4000 anni, non ha mai conosciuto né sperimentato alcuna forma organizzativa che non fosse la centralizzazione totale dei poteri, con gli imperatori o dopo la rivoluzione. La rivoluzione maoista è stata anzi il momento più significativo di democrazia in Cina, se per democrazia si intende la possibilità di partecipazione alla “cosa pubblica” da parte di qualsiasi cittadino, indipendentemente dalla nascita.  Esattamente quanto è bastato per liberare le enormi potenzialità del “gigante-nano” che fino ad allora aveva solo subito gli attacchi di un mondo esterno ostile.

La Cina è il motore della globalizzazione da circa 30 anni. Oggi ha capito che è il momento di cambiare marcia: dopo aver trasformato in operai centinaia di milioni di cittadini, ora vuole farli diventare anche consumatori, e non solo braccia. Per quanto la politica cinese in materia di diritti umani e di libertà ci possa apparire criticabile, e per quanto oggettivamente lo sia, c’è un dato sottovalutato ma centrale che ci permette di capire il futuro di questa potenza. Nei millenni, lo Stato cinese ha costruito una nazione, unificato la lingua e la cultura, stabilito e difeso i confini. Oggi, sempre lo stesso Stato ha deciso di costruire la cittadinanza attraverso i consumi, dando a ciascuno l’opportunità di realizzare il proprio sogno di benessere. Una strategia economica che consolida quella politica (e viceversa), un binomio che sarà molto difficile scardinare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Alla fine dell’estate è diventata una triste consuetudine occuparsi della fiammata dei prezzi degli alimenti di base. Quest’anno è complice la siccità straordinaria che ha colpito il Midwest statunitense, distruggendo oltre metà del seminato a mais. E pure in Europa le scarsissime precipitazioni di agosto hanno portato a un calo del 30-40% dei raccolti di soia e mais. Il cambiamento climatico anno dopo anno si conferma un fenomeno con il quale dobbiamo fare i conti, sia per le conseguenze sulle persone e sulla natura sia per gli effetti sull’economia.

Ma anche lasciando da parte la contingenza climatica, l’emergenza sui prezzi delle commodities agricole costituisce ormai più la regola che l’eccezione. E questo per una serie di questioni che hanno a che fare con la cultura dei consumi, con l’energia e con la speculazione finanziaria. Andando in ordine, l’aumento del reddito di centinaia di milioni di persone, soprattutto nei Paesi BRIC, ha portato a una maggiore domanda di carne, che in Brasile, Indonesia o Cina, da lusso per pochi è diventata un cibo di normale consumo. La domanda di mangime per gli allevamenti di manzi, suini e volatili è cresciuta vertiginosamente nell’ultimo decennio e questo è il primo motivo per il quale la disponibilità di mais e soia per uso umano è calata.

Il secondo grande tema riguarda i cosiddetti biocombustibili, che sulla carta dovrebbero abbassare i livelli di emissioni di CO2. Entro il 2020 il combustibile in vendita nei Paesi europei dovrebbe contenere almeno il 10% di biofuel, ma già si parla di ridurre la quota al 5%: autorevoli studi scientifici hanno dimostrato un legame tra la diffusione di questi carburanti e le sempre più frequenti impennate dei prezzi degli alimenti. È stato calcolato inoltre che il loro impiego genera più CO2 di quella prodotta da pari quantità di benzina e gasolio “tradizionali”. Facile comprendere le ragioni di entrambi i fenomeni, se si tiene conto della deforestazione compiuta in Africa, Asia e America Latina per espandere le coltivazioni di canna da zucchero, mais e olio di palma, che sono le regine dei biocombustibili. Tutte produzioni, oltretutto, sottratte all’alimentazione umana, per quanto vi siano fonti vegetali non concorrenziali con la produzione di cibo, come gli scarti agricoli e la jatropha. Un recente rapporto della ONG britannica Oxfam, infatti, ha calcolato che, nel 2008, i terreni utilizzati per produrre biocombustibili avrebbero potuto nutrire 127 milioni di persone in un anno.

Il 16 ottobre a Roma vedremo al lavoro per la prima volta il Forum di risposta rapida per l’emergenza alimentare, istituito in seno al G20 un anno fa e presieduto dalla Francia. L’annuncio del dimezzamento dell’obiettivo del 10% di biocombustibili nell’Unione Europea potrebbe preludere a misure che forse, per la prima volta, incideranno realmente su questo delicato argomento.

La terza indiziata per l’attuale aumento d
ei prezzi è la speculazione finanziaria sulle commodities alimentari compiuta attraverso lo strumento dei futures. Tre importanti banche tedesche, sotto la pressione dei propri clienti e delle ONG, hanno pubblicamente annunciato di avere rinunciato all’utilizzo di questo tipo di investimento, nato per proteggere produttori e venditori e diventato elemento di destabilizzazione del settore, complice un mercato finanziario globale senza regole e senza freni. La Francia, il Paese che da sempre, con la destra o con la sinistra al governo, ha spinto per l’adozione della Tobin Tax, potrebbe spendersi perché, oltre a mettere sotto controllo il mercato del biocombustibile, si tolgano dal paniere finanziario i derivati sugli alimenti di base.

Sarebbero piccoli grandi passi verso il tanto agognato, ma sempre sabotato, governo mondiale dell’economia: almeno per quanto riguarda le regole e la salvaguarda dei settori vitali, come sono l’acqua, la terra e il cibo. Il G8 non ci aveva mai nemmeno provato. Ora è il turno del G20, nel quale siedono sì i più grandi produttori mondiali di alimenti, ma anche Paesi a rischio carestia qualora i prezzi della farina impazzissero. Sarà interessante capire se su alcuni punti basilari, come il diritto all’alimentazione dell’umanità, stia o meno prendendo forma un nuovo equilibrio, un nuovo assetto che preannunci la fine di questa lunga transizione economica dovuta alla crisi delle potenze dell’800.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)


Nel 1988 l’economista egiziano Samir Amin formulava la “teoria dello sganciamento”, ipotizzando la creazione di flussi commerciali e politici sud-sud come unica via per il superamento dei rapporti iniqui tra il Nord e il Sud del mondo. In sostanza, Amin considerava questa come l’arma risolutiva in mano ai Paesi del “Terzo Mondo” per porre fine alla loro dipendenza dagli storici rapporti coloniali e neocoloniali con l’Occidente.

Molto tempo è passato e alcuni timidi tentativi sono stati fatti, a partire dalla creazione del Mercosur, primo blocco economico interamente formato da Paesi sudamericani. Ma la svolta, e la materializzazione delle teorie di Amin, si è avuta solo in questi ultimi anni. Anzi, sta ancora avvenendo in questa seconda fase della globalizzazione, nella quale non ci sono padroni indiscussi della scena internazionale (come gli appartenenti al G8), ma si sono affermati anche nuovi protagonisti. È il caso dei Paesi BRICS. India, Cina, Brasile, Russia stanno infatti consolidando nuove geometrie economiche e politiche in un mondo nel quale nessuna potenza riesce più a esercitare una leadership globale, ma anzi, molte potenze del passato tentano disperatamente di non essere espulse dal nuovo ordine multipolare.

I dati appena pubblicati dall’ufficio statistico cinese confermano che sono in corso cambiamenti molto profondi. Nell’ultimo anno, l’export di Pechino verso i Paesi fuori dall’area euro, dollaro e yen è cresciuto del 17%, mentre verso l’Europa si è registrato un calo dell’1%. Ciò che era già successo con gli Stati Uniti, cioè il calo drastico delle esportazioni cinesi, comincia a verificarsi dunque anche con l’Europa. I cinesi guardano altrove. Solo in Russia il boom degli elettrodomestici ha fatto lievitare l’export di Pechino del 50%. Guardando i dati nel loro complesso, si comprende che oggi per la Cina il mercato in maggiore espansione è l’America Latina, che nel 2017 dovrebbe equivalere all’Europa o addirittura superarla. Ma anche l’Africa, dimenticata da tutti gli altri, per i cinesi è un mercato a tutti gli effetti. La sua quota nell’export di Pechino aumenta con un ritmo da capogiro: entro 10 anni il Continente Nero potrebbe diventare il secondo mercato estero per la Cina.

Il peso che gli scambi commerciali con il gigante asiatico hanno assunto nelle diverse aree del pianeta determina anche differenti valutazioni e reazioni nei confronti della crisi. Non c’è dubbio che la buona risposta alle difficoltà planetarie offerta dall’America Latina e dall’Africa sia fondamentalmente legata all’aggancio tra questi mercati e la Cina (e, più in generale, ai rapporti sempre più stretti con l’area del Pacifico). Per il 2012, mentre tutti i numeri che riguardano la crescita del PIL sono in negativo in Europa, con la sola eccezione della Germania, i cinesi si aspettano ancora un +7,5% e i brasiliani un +3%.

Si tratta di incrementi minori di quelli del passato, ma pur sempre rilevanti. Per ora la crisi sta solo rallentando la crescita dei BRICS. La domanda è quanto resisteranno questi Paesi se la crisi andrà avanti. Oppure, se la crisi peggiorerà, quanto potranno resistere al contagio. C’è chi dice che in questo caso potrebbero addirittura guadagnarci: teoria tutta da dimostrare, ma ciò che è indubbio è che USA e Europa, quando usciranno dalla crisi, non troveranno più lo stesso mondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La settimana prossima si aprirà ad Addis Abeba, Etiopia, il vertice dell’Unione Africana dedicato al commercio tra i vari Paesi del continente. In un’area che finora è stata risparmiata dalla crisi economica mondiale, e che anzi durante il 2011 è cresciuta, la grande novità è l’accelerazione degli accordi per la creazione di un’area di libero commercio di dimensioni continentali. Da dieci anni si sta tentando di armonizzare le tariffe che gravano sulle esportazioni tra i Paesi africani, ormai attestate in media all’8,7%. Ora si vorrebbe fare di più, eliminando ogni carico fiscale sulla movimentazione di merci e servizi tra Stati.

Anche l’Africa prova quindi ad affidarsi a quella che è stata la chiave di volta per i Paesi del Sudest asiatico e dell’America Latina: la creazione di un mercato regionale sempre più sganciato dai legami storici con le potenze occidentali. Per la prima volta l’Africa si immagina non soltanto come un serbatoio di materie prime da esportare, ma come un mercato produttore e consumatore. In questo cambiamento di rotta gioca un ruolo significativo la presenza massiccia dell’imprenditoria cinese in ogni angolo del Continente Nero.

Una presenza stigmatizzata, che desta inquietudine sul piano dei diritti umani e del rispetto dell’ambiente, e che viene vista con sospetto da parte delle ex potenze coloniali che hanno dettato legge negli ultimi due secoli in Africa. In realtà il modello seguito da Pechino per penetrare i mercati africani è molto originale. La Cina, infatti, ha ridefinito l’approccio allo sviluppo del continente mixando sapientemente i tradizionali aiuti a fondo perduto, il potenziamento del commercio e gli investimenti produttivi e infrastrutturali.

Si tratta di qualcosa che finora non si era mai visto, e che potrebbe essere definito come un nuovo modello di cooperazione basato sul partenariato economico e non sull’assistenzialismo. I nostri media si sono concentrati su uno solo degli aspetti del fenomeno, e forse nemmeno su quello più importante, per definire “predatoria” la presenza cinese in Africa: la costruzione di infrastrutture in cambio di risorse naturali. Un meccanismo che, per quanto possa apparire pericoloso, comincia a dare a molti Paesi la possibilità di contare su reti ferroviarie, strade, ospedali e centri di formazione indispensabili per sviluppare il commercio e garantire collegamenti alle regioni dimenticate.

Tuttavia la parte più consistente della presenza cinese in Africa è costituita dai crediti agevolati che le banche commerciali di Pechino erogano agli imprenditori, anche piccoli, e dagli investimenti diretti nel settore delle infrastrutture. La Cina indubbiamente è arrivata in Africa per restarci. Per questo motivo, tra i suoi interessi strategici, sono prioritari la crescita del commercio, lo sviluppo della produzione e l’aumento dei consumi nei mercati regionali.

Il modello di cooperazione cinese è riuscito a ottenere grandi risultati in pochissimo tempo, trainando la crescita economica dell’Africa subsahariana e dimostrandosi più vantaggioso per i Paesi africani rispetto all’obsoleta cooperazione allo sviluppo francese o britannica. Agli africani spetta ora il compito di accompagnare il buon andamento economico con un miglioramento della qualità della vita, con la democratizzazione della società e della politica, con la crescita di una capacità autonoma di mediazione che appare indispensabile per porre fine ai tanti conflitti ancora aperti.

Su questi punti dovranno fare da soli: difficilmente la Cina vorrà o potrà aiutarli, così come non li ha mai aiutati l’Europa. Ancora e sempre, con la Cina o senza, il destino dell’Africa rimane in mano agli africani. Somoza per

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)