La scelta del cibo, di cosa è commestibile o no, per noi onnivori è paradossalmente cosa complicata. Poiché l’uomo è una delle poche specie animali in grado di nutrirsi praticamente di tutto, siamo stati noi stessi, attraverso la cultura, a creare tabù e divieti, nel tentativo di regolamentare ciò che la natura aveva lasciato libero. Tolti i prodotti velenosi o dannosi per la salute, infatti, ogni popolo si è dato una sua propria dieta a partire esclusivamente da ciò che ogni territorio era in grado di produrre. Fu la globalizzazione, prima con le carovane e poi con i bastimenti e i viaggi transcontinentali, a mescolare le tradizioni, a far viaggiare piante e animali in quei grandi flussi commerciali che, a partire dal XVI secolo, cambiarono la mappa produttiva e alimentare del mondo.

Il più noto tabù alimentare della nostra storia riguarda il cannibalismo. Con minime e trascurabili eccezioni, uomo non mangia uomo, e questo è un punto fermo. Altri cibi, soprattutto di origine animale, sono stati vietati all’una o all’altra comunità spesso per ragioni di tipo igienico-sanitario. È il caso della maledizione biblica nei confronti della carne di maiale, animale disprezzato e dichiarato non commestibile da due delle tre grandi religioni monoteiste mondiali: molto probabilmente per la diffusione di malattie legate al modus vivendi di questo animale onnivoro e per le difficoltà a conservare le sue carni particolarmente grasse.

La carne e le proteine animali rimangono un elemento universale nella nostra dieta, tranne che per le minoranze vegetariane, e anche questa è una scelta culturale, ma il suo consumo varia molto nei diversi continenti. Dalle poche specie che si consumano negli USA, per la presenza massiccia di grandi “produttori di proteine” da allevamento, all’estrema varietà di mondi come quello amazzonico, dove si ricavano proteine dagli insetti, dai roditori, dalle scimmie e praticamente da ogni cosa si muova.

Altri tabù alimentari riguardano invece i sentimenti che si nutrono nei confronti di una specie animale. Nel Regno Unito e nei Paesi americani, per esempio, consumare carne di cavallo è impensabile, così come in quasi tutto l’Occidente mangiare carne di cane o di gatto. Parliamo di un divieto culturale, senza che vi sia nessuna controindicazione di tipo sanitario o nutrizionale.

Nella provincia cinese del Guangxi ogni anno si festeggia il solstizio d’estate con una grande abbuffata di carne di cane. Quest’anno si sono levate forti le proteste degli animalisti, per la prima volta anche in Cina, sulle condizioni in cui gli animali sono stati sacrificati. Condizioni di sofferenza e vera e propria crudeltà, come capita spesso a tutti gli animali dei poverissimi. Ma tra le righe della giusta critica sui maltrattamenti inflitti ai cani si cela chiaramente il pregiudizio culturale sui gusti dei cinesi. Il motivo del tabù per noi è chiaro: il cane è il miglior amico dell’uomo, vive in simbiosi con noi, lavora spesso per noi. Ma questa è appunto la nostra percezione. In Cina la vedono diversamente. I cinesi si scandalizzano, per esempio, perché da noi si mangia il coniglio.

Fermo restando che tutti i popoli hanno i propri tabù, è innegabile che a livello mondiale contano di più quelli dei Paesi che sono o sono stati grandi potenze. La Cina, ancora non accettata ufficialmente nel club dei Grandi, ai suoi cittadini che si recano all’estero sta insegnando che non bisogna sputare per terra per non fare brutte figure, e sicuramente dovrà prima o poi vietare la tradizione del cane in umido. Per i cosiddetti migliori amici dell’uomo, la globalizzazione non può che portare benefici.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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