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Il rapporto sull’agricoltura statunitense nel 2017 appena elaborato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) conferma le evoluzioni in corso tra i grandi Paesi produttori di alimenti: una cerchia ristretta di Stati che garantisce la disponibilità di cibo sul pianeta. Sono i grandi produttori di cereali (in particolare mais, grano e riso) come l’Ucraina e la Russia, il Brasile e l’Argentina, l’Australia e la Francia, e ovviamente gli Stati Uniti e il Canada. Ma anche i giganti della soia, il legume di origine asiatica diventato il fulcro del mercato dei mangimi animali. Oggi la sua produzione si concentra nel continente americano (Argentina, Brasile e Stati Uniti), oltre che in Cina. Sono questi i Paesi che riescono a sviluppare un’agricoltura estensiva, fortemente meccanizzata e con largo uso di sementi geneticamente modificate. Storicamente, tra essi primeggiavano gli Stati Uniti. Ma ora le cose stanno cambiando.

Il calo dei prezzi delle materie prime agricole per via della superproduzione degli ultimi tre anni, la diminuzione dei sussidi da parte dello Stato e il boom del mercato energetico locale –che sottrae risorse e terreni all’agricoltura, destinandoli al fracking – stanno portando a un progressivo allentamento della capacità di produzione di alimenti del mercato a stelle e strisce. Il rapporto USDA sancisce il sorpasso subito da Washington nella produzione di due derrate che storicamente vedevano gli Stati Uniti come primi produttori: la soia, nella cui produzione sono stati superati dal Brasile, e il grano, in questo caso al primo posto oggi c’è Russia. Per quanto riguarda il mais, che è il cuore della frontiera agricola del Midwest, il Dipartimento dell’Agricoltura prevede che nel giro di pochi anni la produzione statunitense sarà superata da quelle brasiliana, argentina e ucraina. Nel 1980 gli Stati Uniti avevano il monopolio del 75% del mercato mondiale del mais, tra 10 anni la loro quota potrebbe scendere fino al 30%.

Le guerre commerciali annunciate da Donald Trump, così come l’uscita dalle associazioni multilaterali, potrebbero complicare notevolmente la situazione dell’agricoltura statunitense, che si vedrebbe sbarrata la porta d’ingresso di diversi mercati, mentre gli Stati concorrenti potrebbero godere dei vantaggi degli accordi di libero commercio ai quali partecipano. Questo cambiamento nelle classifiche mondiali della produzione di alimenti non è in sé negativo, ma ci ricorda quanto sia fragile la sicurezza alimentare globale, tenuta in piedi da un gruppo limitato di Paesi – una decina – che producono grandi eccedenze da riversare sul mercato. La pasta italiana per esempio, esportata in tutto il mondo, dipende per il 40% dalle importazioni di grano duro da Canada e Turchia: l’Italia è uno dei tantissimi Paesi che non producono la quantità di materia prima agricola che consumano.

Se però si guarda all’Africa si comprende che, se diminuisse la disponibilità globale di cereali, la situazione sarebbe drammatica. In diversi Paesi di quel continente la dipendenza dal grano d’importazione arriva a livelli altissimi, oltre il 70%. Per questo motivo bisogna monitorare con attenzione il mercato della produzione di alimenti di base: l’uscita o il declino di un gigante come gli Stati Uniti potrebbe creare, almeno nel medio termine, seri problemi di disponibilità di cereali. È una nuova sfida che si va a sommare a quella del cambiamento climatico che rende sterili, anno dopo anno, centinaia di migliaia di ettari di terreni agricoli.

 

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La guerra che il neo-presidente statunitense Donald Trump dice di volere condurre contro i “trucchi” della Cina, che sarebbe la responsabile della perdita di lavoro negli Stati Uniti, in realtà è in corso da tempo. È stato l’uscente governo Obama, infatti, a denunciare la Cina presso il WTO per le modalità con le quali eroga i suoi sussidi all’agricoltura. Secondo gli USA, Pechino avrebbe ecceduto di 100 miliardi di dollari USA la soglia consentita dal WTO. La rabbia di Washington non è motivata solo dalla quantità di aiuti concessi agli agricoltori, ma anche e soprattutto dalle modalità con le quali lo Stato asiatico ha erogato le sovvenzioni.

Fino al 2014 la Cina pagava a prezzi gonfiati i prodotti agricoli locali, distribuendo risorse al suo settore primario tramite questo sovraprezzo. La conseguenza era, però, che i prezzi dei prodotti cinesi risultavano artificialmente alti anche sui mercati, rendendo più competitivi quelli importati. Ciò aveva aperto ai farmers statunitensi un mercato da 20 miliardi di dollari USA all’anno e in costante aumento. Ma poi Pechino è corsa ai ripari, erogando gli aiuti non più attraverso il gioco sui prezzi, ma direttamente al produttore: proprio sul modello di ciò che accade negli Stati Uniti. Ed è qui che si entra nel paradosso. I due Paesi si fanno la guerra accusandosi l’un l’altro di scarso liberismo, ma entrambi spendono miliardi per sostenere i propri agricoltori secondo le stesse modalità.

A livello mondiale la torta delle sovvenzioni agricole è gigantesca: ben 260 miliardi di dollari all’anno solo per i Paesi OCSE. Una torta che però mangiano in pochi, perché il grosso di questo fiume di denaro va a finire nelle mani delle grandi aziende agricole. Nel 2015, l’80% delle aziende agricole statunitensi ha ricevuto in media 5000 dollari, 10.000 aziende hanno incassato tra 100.000 e 1 milione di dollari, e solo 26 più di un milione. Questo perché il sistema dei pagamenti diretti, anziché supportare i piccoli coltivatori, contribuisce all’arricchimento esclusivo delle grandi realtà. Infatti a ricevere i maggiori benefici finanziari sono gli agricoltori che possiedono o affittano più terreni. In Europa siamo di fronte allo stesso fenomeno: non a caso il principale percettore di sovvenzioni agricole comunitarie nel Regno Unito è… la Regina Elisabetta! Circa 15 milioni di euro all’anno.

Le sovvenzioni agricole sono fiorite dappertutto in seguito ai conflitti mondiali del ’900. L’idea, giusta all’epoca, era garantire la sicurezza alimentare dello Stato per non far rischiare la fame ai propri cittadini. Da questa nobile ambizione sono nati sistemi sempre più complessi che hanno istituzionalizzato il trasferimento di risorse immense verso le grandi aziende agricole: al punto che oggi, per l’Unione Europea, questa è la principale voce di spesa. In sostanza, mentre calava l’occupazione nel settore agricolo, aumentavano i sussidi.

Oggi è difficile spiegare ai cittadini che il 44% delle risorse comunitarie finisce in mano a un settore produttivo che occupa soltanto il 5% della popolazione attiva europea. Ma questa non è una bizzarria della sola Europa, anzi. Molti Stati adottano sistemi sovvenzionatori di pari portata, come gli USA, o addirittura ancora più massicci, come il Giappone, Paese in cui l’80% del valore agricolo è costituito da aiuti pubblici.

Ora gli Stati Uniti di Trump potrebbero trasformarsi da costruttori in distruttori del sistema multilaterale in materia di commercio. Soprattutto in relazione a quel WTO che avrebbe dovuto guidare la globalizzazione dei mercati e che invece langue, perché è stato depotenziato non appena ha cominciato a occuparsi delle contraddizioni dei Paesi occidentali.

Donald Trump ha due strade possibili, fermo restando che tenga fede alla promessa di uscita dagli accordi continentali e globali: costruire una rete di accordi bilaterali, anche con la Cina, oppure intraprendere solitarie battaglie isolazionistiche. Dalla sua scelta dipenderanno l’andamento del mercato mondiale e il futuro della globalizzazione. In ogni caso, a breve il mondo sarà diverso da come lo si immaginava fino a 10 anni fa.

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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