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Le previsioni sulla crescita dei Paesi BRICS sono state riviste al ribasso. Non si tratta di indici negativi, bensì di un sostanziale rallentamento per economie che, nell’ultimo periodo, erano cresciute al ritmo annuo del 4-5%. Con il picco della Cina che ha fatto segnare una crescita media del 9,7% negli ultimi 35 anni: un dato senza precedenti nella storia economica mondiale.

Ora che la Cina scende a un “modesto” +7,5% (è questa la prospettiva di crescita per il 2014), le conseguenze per tutti i BRICS si fanno preoccupanti, ma non drammatiche. Ciò accade perché è stato proprio il potente commercio estero cinese sia ad alimentare la crescita dei Paesi produttori di commodities agricole e minerarie sia a dare uno sbocco alla merce  prodotta dalla “fabbrica del mondo”.

Ovviamente non tutti i Paesi emergenti sconteranno allo stesso modo il rallentamento cinese. Perché se c’è qualcuno – come Brasile, Argentina e molti Paesi africani – che dipende fortemente dagli acquisti di Pechino, altri come Colombia, Cile o Messico sono agganciati all’economia statunitense, oggi in ripresa, e dunque andranno meglio.

La principale “condanna” dei Paesi emergenti è l’obbligo di crescere economicamente per ridurre la storica distanza tra ricchezza e povertà, colmare il ritardo infrastrutturale e ammodernare l’apparato produttivo. I primi sintomi del raffreddamento di queste  economie si erano già manifestati nello scorso autunno, con la conseguenza delle proteste violente in Brasile e Turchia, due tra le locomotive economiche degli ultimi anni.

Se in un Paese emergente la crescita economica rallenta, il rischio probabile è che si verifichi la cosiddetta “sindrome tailandese”: cioè che si inneschi un processo di instabilità politica spontanea, senza una guida riconoscibile; una protesta che si manifesta più tra i gruppi sociali che tra quelli politici. In questi casi a temere un ritorno alle condizioni passate sono soprattutto i ceti medi, spinti dalla voglia di emergere e assetati di opportunità, di servizi efficienti, di prospettive personali di ascesa economica e sociale.

La conseguenza di questi timori è una rabbia spontanea e di piazza, che non esprime leadership né programmi articolati se non una critica generalizzata alla corruzione, alla burocrazia, all’incapacità del ceto politico. Questo quadro complesso e, almeno per ora, poco intelligibile avrà concrete ricadute nel 2014, quando saranno chiamati alle urne i cittadini dei principali Paesi emergenti: Brasile, Turchia, Indonesia, India e Sudafrica.

Ciò che al momento appare evidente è che non si protesta contro la fame, ma per avere una scuola o una sanità migliore. Si tratta dunque di proteste “mature”, proprie di Paesi che in pochi anni hanno compiuto un percorso che all’Europa è costato decenni, ma nei quali rimangono isole imbarazzanti di arretratezza e corruzione, soprattutto negli apparati dello Stato e nelle classi dirigenti. La “rivolta antisistema” in realtà non vuole abbattere le istituzioni ma renderle più moderne e democratiche: una richiesta di massa di un riformismo dalle mani pulite.

Queste proteste, però, dimostrano anche che l’economia non ha gli stessi tempi della democrazia. Realtà che hanno compiuto enormi progressi sul terreno della creazione di opportunità di lavoro e di reddito, infatti, faticano ancora a considerare i loro abitanti pienamente “cittadini”. Per i Paesi emergenti si pone allora una questione fondamentale: la democrazia tradizionale sarà in grado di accogliere questa risposta di cambiamento oppure assisteremo a un ritorno dei totalitarismi?

L’esempio di Pechino è sotto gli occhi di tutti questi Stati: crescita quasi illimitata e ordine pubblico, ma senza democrazia. Il vecchio sistema di convivenza sociale nato in Europa, a cavallo tra la Grecia e la Gran Bretagna, oggi si trova davanti a un bivio. O si dimostrerà in grado di cogliere la sfida della globalizzazione, accompagnando miliardi di persone all’affrancamento dalla miseria. Oppure potrebbe essere spazzato via, con il semplice battito d’ali di una farfalla cinese.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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I navigatori portoghesi che riuscirono a circumnavigare l’Africa per arrivare in Oriente furono i primi a gettare le basi per la globalizzazione dello scambio di beni o servizi, attività che dal Quattrocento in poi acquisì dimensioni planetarie. La potenza commerciale, in realtà, non andò sempre di pari passo con quella politica o militare: l’Impero spagnolo, egemone militarmente tra il XVI e il XVIII secolo, non fu mai una vera potenza mercantile; anzi, furono altri Stati europei a trarre un duraturo vantaggio dai suoi investimenti in uomini e risorse nelle Americhe, in Asia e in Europa. L’Olanda e soprattutto la Gran Bretagna furono le potenze commerciali per eccellenza dei nuovi tempi, quelli nei quali le cannoniere coloniali non sparavano per l’onore della Corona o in nome della fede, ma per garantire gli interessi delle compagnie private che gestivano i mercati mondiali, quotate alle Borse di Londra e di Amsterdam. Nel Novecento è stato il turno di nuova potenza industriale, militare e commerciale: gli Stati Uniti d’America, che sono riusciti a vincere la sfida posta dall’URSS durante la Guerra Fredda proprio grazie alla loro capacità di produrre merci e venderle, di accumulare risorse e di investirle in ricerca e innovazione, soprattutto nel settore bellico. L’URSS, l’altra grande potenza del XX secolo, per quanto abbia esercitato un potere politico e militare incontrastato all’interno del suo blocco di riferimento, non ha mai creato né alimentato un circuito commerciale degno di nota, se non per lo scambio di beni di base. La ruota fa un altro giro e, nel 2013, la storia ci riporta indietro di 3000 anni: perché la Cina, dopo millenni, è tornata a essere la prima potenza commerciale del mondo. Dopo 13 anni dal suo ingresso nel WTO, la Cina che ha scommesso sul mercato – pur rimanendo a guida comunista – ha superato gli Stati Uniti per il valore degli scambi commerciali con l’estero. Con un volume pari a 4160 miliardi di dollari USA, oltre a diventare il big trader mondiale, Pechino, grazie alla sua bilancia commerciale, guadagna ben 260 miliardi di dollari, a fronte di un “rosso” di 633 miliardi per Washington. Si tratta di un nuovo primato da parte del Paese più popoloso del mondo, che già vantava il primo posto nella classifica della produzione industriale. Oggi la Cina, che dovrebbe assestarsi attorno al miliardo e 400 milioni di abitanti, fabbrica più acciaio degli otto Paesi che la seguono in classifica sommati tra loro. A questo quadro più che positivo si aggiunge quello delle riserve in valuta dello Stato: anche qui, le più consistenti al mondo; ed è prossimo lo sbarco dello yuan nei panieri delle valute di riserva globali. Una mossa di Pechino che non dovrebbe avere ripercussioni sull’euro, ma che si farà sentire su un dollaro reso progressivamente più marginale negli scambi mondiali. La novità dei dati 2013 è che la domanda interna cinese è cresciuta, come voluto dalle autorità economiche nazionali per spezzare la dipendenza dall’export e dagli investimenti pubblici sul mercato interno. Queste rilevazioni confermano come sia sempre più marcata la distanza tra ciò che la Cina realmente è, e il modo in cui questo Paese viene percepito nel mondo. La Cina della miseria rurale, degli operai tenuti praticamente alla catena, degli scempi ambientali e dell’autoritarismo è infatti una faccia della medaglia, quella più nota e pubblicizzata. Ma la Cina è anche fattore di stabilità globale, investitore infrastrutturale in Africa e America Latina, big nel settore delle energie rinnovabili, con una società civile che si va facendo sempre più viva e fertile. Quest’ultima Cina spiega meglio dell’altra il successo globale del Paese che emerge dalle statistiche. Non si tratta sicuramente di un fenomeno passeggero: la più antica potenza mondiale è tornata sulla scena planetaria per restarci a lungo. 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
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