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Al momento, in termini di vite umane, l’America Latina non sta pagando un prezzo particolarmente elevato alla pandemia di Covid-19, se si fa eccezione per alcune città come Manaus, Rio de Janeiro e São Paulo in Brasile o Guayaquil in Ecuador. Ci sono problemi sanitari più gravi, come la febbre dengue stagionale nel Cono Sud, con un numero di malati 10 volte superiore a quello dei positivi al coronavirus. Per l’America Latina i danni maggiori causati dalla pandemia riguardano l’economia. In particolare il settore del cosiddetto “lavoro informale”, che occupa dal 30 al 50% della popolazione attiva: venditori ambulanti, colf, giardinieri, muratori, badanti che lavorano in nero e vivono alla giornata. In Perù, ad esempio, il 43% dei lavoratori è fermo e non percepisce nessun reddito, e per l’80% si tratta di lavoratori informali.

La Cepal (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi, organismo economico delle Nazioni Unite) prevede che l’America Latina perderà 5 punti di PIL regionale, con un aumento di 12 milioni del numero di disoccupati; in tutto, 40 milioni di persone piomberanno nella povertà entro la fine dell’anno. A questo buio panorama si aggiunge il calo di entrate fiscali, per via della scomparsa del turismo e del calo dell’export: e di conseguenza ci saranno minori risorse per garantire sanità e sussidi, in aggiunta all’aumento esponenziale del debito pubblico, una delle piaghe più antiche dell’America Latina. Secondo gli esperti, si tratterà della peggiore crisi della storia per la regione.

La situazione in Africa non è molto diversa. Anche lì altre malattie mietono più vittime del coronavirus, con l’eccezione di alcuni focolai. Lo stesso vale per il Medio Oriente e il Sudest asiatico. Insomma, anche se i dati sono da prendere con le pinze, pare che il cosiddetto Sud del mondo, quello che una volta chiamavamo “terzo mondo”, stia reagendo bene alla pandemia. È possibile che questioni climatiche e la composizione anagrafica delle popolazioni abbiano limitato la diffusione del virus e la gravità dei contagi. La pandemia, invece, sta colpendo in profondità i Paesi con le più alte percentuali al mondo di persone anziane sulla popolazione totale: quelli, cioè, dotati di sanità moderna e spesso anche di welfare.

Per quanto riguarda l’impatto economico, le previsioni del Fondo Monetario Internazionale non fanno sconti a nessuno, quando prevedono un calo globale di 3 punti di PIL con punte di 10 punti in Europa. Ma le società più colpite sono anche le più ricche, quelle che hanno risorse da investire sia per fronteggiare l’emergenza sia per la “ricostruzione”. Stanziamenti di miliardi e miliardi sono stati annunciati dagli Stati Uniti e dall’Europa, che già cominciano a spendere.

Saranno i Paesi del Sud del mondo, che pure dal punto di vista sanitario avrebbero altre priorità, a pagare doppiamente la crisi. Avendo adottato anch’essi misure di lockdown, e vivendo soprattutto di export di materie prime, subiranno un tracollo economico senza avere risorse da destinare alla ripresa: quindi ricorreranno massicciamente al debito, emettendo moneta e generando inflazione, con tutte le conseguenze sociali e l’instabilità politica che ne deriveranno.

È vero che una pandemia è un problema globale, ed è auspicabile che tutti seguano le indicazione dell’OMS; ma non è vero che tutti ne pagheranno le conseguenze allo stesso modo: una volta superato il problema sanitario ciascuno farà per sé, la solidarietà si sarà esaurita. Perciò lo slogan “andrà tutto bene”, e gli inviti alla solidarietà e alla collaborazione internazionale per fronteggiare il dramma sanitario, andrebbero riformulati: dovrebbero essere estesi allo sforzo per uscire, tutti insieme, anche dalle tragiche ricadute economiche del fenomeno coronavirus. Capirlo e agire di conseguenza sarebbe la più grande rivoluzione degli ultimi decenni, la migliore eredità lasciata da questa pandemia.