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Nel dibattito su questa fase della pandemia, incentrato sulle vaccinazioni, mancano notizie sulla maggior parte dei Paesi del mondo. I contratti per miliardi di dollari e per quantità di dosi che talvolta sono pari a 5 o 6 volte il numero di abitanti riguardano l’Unione Europea, Stati Uniti, Australia, Israele, Giappone, Bahrein e pochi altri. Così abbiamo Paesi dove i cittadini potrebbero teoricamente essere vaccinati più volte e altri nei quali non si sa nemmeno se si vedrà mai un vaccino. Questo accade perché la gestione della pandemia e delle sue conseguenze sanitarie, economiche e sociali resta affidata a iniziative “individuali”, senza che nulla sia stato deciso a livello di comunità mondiale. In questa logica da “si salvi chi può” prevalgono soltanto la disponibilità economica e il peso politico che gli Stati possono far valere davanti ai fornitori di macchinari sanitari, di medicinali o di vaccini.

Lo stesso è successo con le compensazioni alle famiglie e alle imprese colpite dalla crisi economica. Negli Stati Uniti è stato appena approvato un maxi programma da 2000 miliardi di dollari per sostenere famiglie, piccole e medie imprese e rafforzare il settore sanitario. In Europa, l’UE ha creato un precedente storico, decidendo di emettere debito comune per affrontare la crisi, oltre a chiudere un occhio sull’aumento del debito di ciascun Paese. Gli organismi internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, per la prima volta nella loro storia danno disco verde alla corsa all’indebitamento globale e approvano i piani di stimolo economico. Ma nei Paesi senza risorse si è potuto fare poco o nulla.

Da noi l’attenzione verso i problemi del resto del mondo è comprensibilmente calata con l’esplodere della pandemia e della povertà interna. Anche il sistema della cooperazione internazionale, che trasferisce risorse e competenze nei Paesi del Sud del mondo, annaspa: è difficile spiegare ai propri cittadini che si chiede aiuto a favore di popolazioni lontane. In questo quadro, nel quale le reti di solidarietà sono saltate, acquisisce maggiore significato l’iniziativa di uno storico tour operator torinese specializzato nel turismo responsabile. Viaggi Solidali ha deciso di organizzare viaggi virtuali per devolvere alle comunità locali dei Paesi in cui lavora le quote che vengono tradizionalmente destinate dai turisti al sostegno dei progetti locali. Si tratta delle quote di solidarietà, un meccanismo caratteristico del turismo responsabile che riserva una quota del prezzo del viaggio (da 50 a 70 euro, in media) a sostegno di un progetto visitato durante il viaggio stesso. Non è quindi il pagamento di un servizio prestato al turista, ma un contributo a sostegno di un progetto ambientale, produttivo, di promozione dei diritti o di tutela culturale.

Nel turismo responsabile, quando non si riesce a far partire un gruppo non si perdono soltanto reddito e lavoro per chi è coinvolto direttamente: è l’intera comunità locale che ne soffre perché viene meno il sostegno dei viaggiatori a progetti che la riguardano in senso ampio. Con l’operazione “turisti solidali” si manderà un segnale concreto di vicinanza a queste realtà oggi dimenticate da tutti, per tenere in vita i legami di partenariato tra operatori europei e comunità nel Sud del mondo. Un segnale concreto con cui si tenta anche di far vivere i legami tra cittadini di diversi Paesi, sulla base dei principi di sostenibilità ed equità del turismo responsabile. Sapendo che il turismo, quando ripartirà, sarà un turismo di piccoli numeri, senza affollamenti e lontano, almeno agli inizi, dalle destinazioni del turismo di massa. Si aprirà un’opportunità inedita per le comunità che propongono un turismo responsabile, di comunità e sostenibile: oggi bisogna aiutarle a resistere perché siano pronte per la ripartenza.

 

 

Se si apre la pagina di un vocabolario alla voce “turismo” e se ne cerca la definizione, essa apparirà chiara, senza possibilità di equivoco: “Attività consistente nel fare gite, escursioni, viaggi, per svago o a scopo istruttivo”. Fin qui l’aspetto esteriore del fenomeno: rassicurante e limpido.

Ma quando si va a “leggere” il turismo sotto il profilo sociale, economico, culturale e politico, il discorso si fa assai meno esplicito. Anzi, diventa fortemente contraddittorio, in bilico tra valenze positive e negative.

Fin dai suoi albori, infatti, il turismo ha creato lacerazioni, modificato o stravolto equilibri millenari, cancellato o relegato in angoli bui tradizioni e usanze. Gli statunitensi sono stati i primi a potersi permettere il viaggio all’estero. Negli anni ’60 è arrivato il turno degli europei, poi ancora di canadesi, giapponesi, australiani e infine, dagli anni ’80 in poi, delle minoranze abbienti dell’India, del Brasile, della Cina.

Gli acceleratori fondamentali che hanno trasformato il viaggio in un elemento macroeconomico sono stati tre: la disponibilità di tempo libero e di un reddito medio-alto in Occidente; l’apertura di decine di Stati agli investimenti turistici; e l’evoluzione dei mezzi di trasporto che gradualmente hanno ridotto le distanze, fino a ridicolizzarle. La miscela di questi tre elementi ha fatto sì che il turismo divenisse fenomeno di massa, con tutte le conseguenze del caso.

Attualmente ben 800 milioni di persone all’anno escono dai confini dei propri Paesi per ragioni turistiche. Il settore è ormai la principale voce negli scambi commerciali mondiali: produce 3800 miliardi di dollari USA all’anno di fatturato (il 7% del prodotto lordo del pianeta) e offre impiego a 220 milioni di persone (ciò significa che, nel mondo, ogni 15 occupati uno lavora in questo ambito). Ma anche nel turismo le differenze tra il Nord e il Sud del pianeta sono abissali: l’80% degli spostamenti internazionali è appannaggio dei residenti di soli 20 Paesi.

Per valutare complessivamente questo settore, soprattutto per quanto riguarda il suo ruolo nello sviluppo del Sud del mondo, basta conoscere alcune percentuali riguardanti la distribuzione del prezzo dei pacchetti turistici tra l’operatore e il Paese di destinazione: in Kenya rimane solo il 30% di quanto pagato all’acquisto del viaggio, in Nepal il 47%, in Thailandia il 59%, in Sudamerica una media del 50%.

Per offrire un’alternativa a questo modello è nato negli anni ’80 il concetto di “turismo responsabile”, un turismo sostenibile che non comprometta il patrimonio ambientale, culturale e sociale del territorio che ne è meta. Un modo di viaggiare che sia giusto ed equo per la comunità ospitante, economicamente ed ambientalmente sostenibile nel lungo periodo.

L’affermazione del turismo sostenibile rappresenta quindi una grande potenzialità per molti Paesi del Sud del mondo: sia in ambito strettamente economico, attraverso la crescita dell’occupazione locale e l’introito di valute forti; sia in campo sociale, grazie alla valorizzazione delle risorse ambientali, umane e culturali. Un “plus” che lo sviluppo di altri settori produttivi non consentirebbe.

Le cooperative sociali, le associazioni ambientaliste, le reti d’accoglienza create dalle donne e tra donne, perfino i piccoli pescatori locali stanno diventando i nuovi soggetti di un turismo che crea vera occupazione, valorizza il territorio e redistribuisce nella comunità il reddito prodotto. È una nuova dimensione della qualità del viaggio che si basa sulla condivisione, sul rispetto dell’ambiente e delle culture locali. E che concorre alla crescita individuale e collettiva della persona a partire da un rapporto autentico con l’altro.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Associazione Italiana Turismo Responsabile (AITR)