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Al di là della retorica di guerra adottata fin dall’inizio dell’invasione, ora conosciamo le “vere” cause del conflitto ucraino. Nel discorso del Giorno della Vittoria pronunciato sulla Piazza Rossa, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha sostenuto che l’Ucraina stava per “ricevere” l’arma atomica e che la Nato aveva in previsione la conquista militare della Crimea e del Donbas. La sua spiegazione dei fatti si allinea con la cosiddetta “legittima difesa preventiva”, una dottrina non contemplata dal diritto internazionale che fu teorizzata e messa in pratica dagli Stati Uniti dopo gli attentati del 2001 contro le Torri Gemelle. In sostanza, gli USA considerarono come “legittima difesa” il ricorso all’azione militare in presenza di una politica di sostegno a gruppi terroristici da parte di uno Stato estero (nel caso dell’Afghanistan) oppure in presenza di una politica tesa all’acquisizione di armi di distruzione di massa suscettibili di essere impiegate in attacchi terroristici (nel caso dell’Iraq). Oggi Putin “reinterpreta liberamente”, come già gli Stati Uniti, l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, secondo il quale la legittima difesa può essere esercitata solo in caso di attacco armato in atto, sferrato da forze regolari attraverso una frontiera internazionale. La difesa preventiva è dunque una forzatura, più volte proposta non solo dagli Stati Uniti ma anche da Israele, che non ha mai trovato consenso generale. Anche perché, se fosse legittimata, autorizzerebbe chiunque ad aggredire altri Paesi sulla base del sospetto delle loro intenzioni bellicose. E poi, quali sono le prove richieste per riconoscere un pericolo imminente? Quali sono le prove di cui dispone Putin per affermare che l’Ucraina stava per ricevere ordigni nucleari o che la Nato stava preparando un intervento militare per liberare la Crimea? Scenari, tra l’altro, piuttosto improbabili, perché entrambi avrebbero determinato uno scontro nucleare certo.

Ovviamente parliamo di propaganda di guerra, utile a giustificare un conflitto che al momento non presenta sbocchi, se non disastrosi, oltre che per l’aggredito anche per l’aggressore. Una guerra che si è impantanata e che dissanguerà sia l’Ucraina sia la Russia, che ha già ripercussioni pesanti sull’andamento dell’economia globale e che potrebbe provocare un dramma maggiore rispetto alla guerra stessa, per via della dipendenza del continente africano dai cereali prodotti dall’Ucraina. Nel discorso di Putin, invece, la giustificazione sulla base del pericolo imminente era autoassolutoria, sull’esempio forse dell’intervento lanciato da George W.Bush nel 2001 contro l’Afghanistan, dopo l’ultimatum ai talebani perché consegnassero i terroristi di Al Qaida, o di quello contro l’Iraq del 2003, dopo la vergognosa esibizione di prove false all’ONU sulle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein avrebbe avuto.

Putin si iscrive così al club di chi, anziché rafforzare il diritto internazionale, lo strattona per adeguarlo ai propri interessi. Ed è questa la cifra del conflitto in corso, nel quale le parti in causa, aggressore e aggredito, sono più evidenti che mai. Cosa che invece si faceva fatica a considerare quando gli aggrediti erano i talebani afghani o il dittatore Saddam Hussein. Questo dato ci parla della priorità che bisognerebbe attribuire alla riforma del diritto internazionale – chiarendo fino in fondo quando e come è legittimo il ricorso alla forza – e soprattutto la riforma dell’organismo chiamato a risolvere i conflitti, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove siedono permanentemente e con diritto di veto proprio le potenze che in questi anni hanno usato il diritto internazionale alla bisogna, rendendolo alla fine sterile. 

La guerra in Ucraina si trascina stancamente e sanguinosamente verso la sua conclusione. Fallito il blitz militare di Putin, che mirava a prendere il controllo del Paese per poter negoziare da una posizione di piena occupazione, lo scenario cambia solo in parte: ci sarà comunque un negoziato con Putin nel ruolo di occupante, ma solo sui territori contesi, e cioè la penisola di Crimea, le due province del Donbas e il corridoio terrestre che le collega.

Quanto sangue dovrà scorrere ancora, quanti ucraini dovranno abbandonare la loro terra non è dato sapere, ma il quadro comincia ad avere contorni chiari. Le violazioni palesi dell’articolo 2 della Carta dell’ONU, sulla risoluzione pacifica dei conflitti, e del divieto di invadere Paesi sovrani non sono state sanzionate se non attraverso una risoluzione di condanna dell’Assemblea Generale: risoluzione sulla quale, peraltro, si sono astenuti Paesi che rappresentano quasi metà della popolazione mondiale, come India, Cina e mezza Africa, da Algeria e Burundi a Uganda e Zimbabwe. E se parliamo di sanzioni economiche, sono stati soltanto i Paesi che si definiscono occidentali a scegliere di applicarle.

È questa la cifra della guerra in corso: un conflitto che in sé sarebbe stato per così dire “tradizionale” – un Paese aggredisce un vicino, avanzando pretese territoriali o di “tutela” di minoranze etniche – è subito diventato globale per via del sistema di alleanze e degli interessi economici in gioco. Nel copione iniziale non si erano previste le conseguenze che sul mondo post-pandemico, desideroso di tornare a crescere economicamente, avrebbe la vittoria della Russia: una potenza che vive sull’export di combustibili fossili, che ha smontato pezzo dopo pezzo le regole della democrazia e che usa in modo disinvolto il suo gigantesco arsenale.

Mosca, dopo il default degli anni ’90, si è integrata con successo nell’economia globale grazie alla sua impressionante capacità di estrazione ed esportazione di gas naturale e petrolio, al suo settore cerealicolo e alla sua industria bellica. Ma è rimasta estranea alla costruzione di alleanze politiche che non fossero quella ambigua con la Cina e quelle con vecchi amici come Siria o Cuba. Ciò che ha ereditato dal suo passato lontano, il dispositivo militare, la rende forte, ma ciò che ha costruito negli ultimi decenni, cioè i suoi rapporti economici con il resto del mondo, la rende vulnerabile.

Ora la linea oltre la quale Vladimir Putin non può arretrare è quella condizione minima che gli permetterebbe di presentare l’invasione come una vittoria: riguarda lo status territoriale di alcune zone ucraine di confine e soprattutto l’impegno perché l’Ucraina non diventi Paese NATO. Ma, se anche otterrà questi risultati, al di là della propaganda giustificazionista, la sua Russia sarà molto più debole di prima. La sua azione avventata ha ricompattato l’Europa, incentivato la transizione energetica nei Paesi che acquistano i suoi idrocarburi e creato difficoltà nei rapporti con la Cina, oltre ad aver riacceso l’ostilità degli Stati Uniti.

Il caso è, nell’insieme, più unico che raro, ma dimostra come oggi la sola potenza militare non basti per vincere partite complesse: anche qualora la vittoria sul campo si rivelasse possibile, rimarrebbero tali variabili esterne da trasformarla in una vittoria di Pirro. L’equilibrio nelle relazioni tra le economie globali, nel quale la Russia è inserita, conta quasi più del numero di carri armati posseduti. Putin ha sfidato proprio questo equilibrio, ricavandone per il suo Paese danni molto più pesanti di quelli che l’esercito ucraino potrà mai infliggergli. È la globalizzazione, bellezza: la Cina ha capito che per diventare potenza globale ci vogliono sorrisi e profilo basso, la Russia di Putin non ha ancora capito che i bulli non sono ammessi al club, almeno quelli che non fanno parte del circolo intimo dell’Occidente. Soprattutto, ha dimenticato che essere l’erede di un grande impero non significa necessariamente mantenere la stessa importanza e godere della stessa impunità.