Posts contrassegnato dai tag ‘Cia-USA’

Le crisi armate che si sono susseguite negli ultimi anni, ma anche le guerre commerciali silenziose, fotografano le linee di frattura che attraversano il mondo uscito dal ventennio della globalizzazione. Sono state smentite le previsioni degli anni ’90 del secolo scorso, quando molti pensavano che, dopo il bipolarismo della Guerra Fredda, soltanto la creazione di un mercato globale di produzione e di consumo, fortemente deregolamentato e guidato dalle istituzioni finanziarie e dal WTO, avrebbe “ordinato” il mondo. E che nel mondo non ci sarebbe stato spazio per la conflittualità, essendo tutti i Paesi inseriti, appunto, nello stesso mercato globale. Questa illusione ha cominciato a scricchiolare davanti all’evidenza che la globalizzazione aveva sì tolto dalla miseria centinaia di milioni di asiatici, ma aveva anche creato sacche di povertà inedite negli Stati dai quali le imprese erano partite per delocalizzare le loro attività. Soprattutto, l’ordine mondiale non poteva essere garantito da un semplice pacchetto di regole relative agli scambi di materie prime, manufatti e servizi: quell’approccio era intrinsecamente apolitico, del tutto inadeguato a governare questioni cruciali quali, ad esempio, la lotta al cambiamento climatico e alle disuguaglianze.

Dopo anni in cui avevano delegato quasi tutto all’economia, gli Stati sono improvvisamente tornati in primo piano durante la pandemia di Covid, per poi consolidare la loro ritrovata centralità nello scenario dei conflitti armati. Ma il quadro globale è quello di una politica sempre meno democratica, in cui ad agire da protagonisti sono diversi regimi; e le democrazie occidentali, in primis gli Stati Uniti, hanno abbandonato la retorica dei buoni sentimenti e si misurano con le autocrazie utilizzando apertamente gli stessi metodi.

Questo caos apparente è lo scenario che sta partorendo un nuovo ordine mondiale bipolare dominato da Stati Uniti e Cina, mentre l’Unione Europea, che potrebbe essere il terzo elemento in gioco, è paralizzata, intimorita di fronte all’idea di compiere quei passi che potrebbero renderla un soggetto di peso sulla scena internazionale. Si tratta di un bipolarismo che ovviamente non esclude il ruolo delle potenze regionali come Israele, Turchia, Nigeria, Brasile, Russia o India. Ma che, per capacità militare o commerciale e tecnologica, non può che essere guidato dalla potenza americana e da quella asiatica. Una strana coppia: non si era mai verificata una situazione simile, nella quale le due potenze mondiali fossero così strettamente legate tra loro da interessi economici.

Stati Uniti e Cina sono partner reciprocamente importantissimi sul piano commerciale, legati da enormi flussi di scambio di merci e servizi; inoltre, la Cina è tra i principali detentori del debito statunitense. Ma in tutti gli altri campi i due Paesi competono apertamente: per il controllo dei minerali strategici e lo sviluppo dell’IA, nella robotica e nella corsa allo Spazio. Lo scontro si sta facendo evidente anche su un altro piano: tutti gli interventi esteri dell’era Trump sono collegati da un filo rosso, che è il tentativo di colpire gli interessi cinesi nel mondo.

Ciò che in ogni caso non può più essere messo in discussione, per quanto farnetichino i sovranisti, è l’interdipendenza che il mondo ha ereditato dalla fase della globalizzazione. La produzione non solo di beni, ma anche di idee, è frutto di una rete mondiale che collega approvvigionamenti, aziende e centri di ricerca, e dell’attività di grandi imprese che possono operare solo superando i confini nazionali. L’autarchia, se mai è stata possibile, oggi è una prospettiva del tutto impercorribile. Pur tra mille fratture, il mondo si muove in un’unica direzione e di questo si fatica a prendere atto.

Nella prossima fase, quando ci si dovrà sedere per ricomporre i cocci delle follie di questi ultimi anni, non si potrà che partire dalla ricostruzione di un sistema multilaterale di diritto e di cooperazione, che includa tutti i protagonisti del mondo del XXI secolo. Mai come ora è stata realistica la frase “nessuno si salva da solo”. Anzi, da solo nessuno risolve nulla, e questo dovrebbe essere il principio in base al quale spegnere il motore della corsa alle armi e riaccendere quello della politica. Il prezzo che l’umanità – presente e futura – sta pagando perché chi si sente forte cerca di imporsi con la forza è troppo alto per essere sostenibile ancora a lungo.