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La conosciamo come “rivoluzione digitale”, ma non si tratta soltanto di una nuova frontiera tecnologica: apre anche altri orizzonti mai raggiunti prima, offrendo la straordinaria possibilità di collegare tra loro le persone in tutto il mondo. Microchip e Internet per la prima volta rendono inutili le frontiere, perché malgrado le barriere erette dai regimi la comunicazione tra le persone è sempre possibile, e senza correre troppi rischi. Per questo i giganti della Silicon Valley hanno puntato per anni sul concetto di libertà, di villaggio globale.

Questa retorica farcita di buoni sentimenti ha svelato pian piano la sua vera identità. È bastato poco tempo per passare dalla totale gratuità alla raccolta pubblicitaria. Ma dopotutto, abbiamo pensato, che problema c’è nel vedere qualche spot quando in cambio ci viene fornito un servizio gratis? Poi sono arrivate le rivelazioni sul modus operandi dei nuovi monopolisti della rete, società con base negli Stati Uniti ma residenti fiscalmente altrove, in quel mare dei Caraibi che fin dai tempi della filibusta offre ottimi nascondigli per il malloppo di chi vuole evitare di essere scoperto o tassato. Con il gioco delle tre tavolette fiscali, società multinazionali di dimensioni globali pagano sui loro profitti meno tasse, in percentuale, di quante ne versa un piccolo commerciante o un artigiano. Società contro le quali non si riesce a competere, perché le loro dimensioni sono tali da strangolare qualsiasi tentativo di concorrenza. Di fatto queste aziende, essendo state le pioniere del settore, non hanno mai avuto veri competitors.

La loro è una potenza costruita anche – anzi, fondamentalmente – con il sostegno dei consumatori. Oggi non è in crisi solo il commercio al dettaglio ma sono sofferenti anche le grandi catene di distribuzione territoriale. Sulla rete si può comprare di tutto e in qualsiasi momento, godendo anche di buoni prezzi dovuti all’economia di scala del venditore. Fin qui si è trattato di una tipica scalata alla vetta del commercio mondiale in un settore che non era regolamentato, un po’ perché del tutto nuovo e un po’ perché la politica a lungo ha venerato questi nuovi soggetti, divenuti i suggeritori di ogni consumatore al mondo.

Sulla carta resta ancora il vantaggio della libertà portata dalla rivoluzione digitale, ma questo è l’ultimo mito che sta crollando. Entrate ormai nella fase matura, le compagnie della rivoluzione che avrebbe dovuto aumentare il tasso di libertà nel mondo stanno cedendo a compromessi per non perdere nuovi e promettenti mercati. Nel 2016 Facebook ha introdotto un sistema che produce l’oscuramento di post provenienti da determinate aree geografiche. Questo per venire incontro ai bisogni della censura cinese, che non permette un uso aperto della rete. Nel febbraio 2018, il gigante Apple ha deciso di trasferire i dati degli utenti cinesi dai suoi device al cloud nazionale, cioè nel database in Cina, controllabile dal governo. In questo modo ha violato la fiducia e i termini contrattuali con i suoi utenti cinesi, i quali avevano sottoscritto un servizio che teneva i loro dati sensibili lontano dai confini nazionali.

Alcuni Paesi, tra cui quelli dell’Unione Europea, stanno correndo ai ripari soprattutto sull’aspetto fiscale, sia pure in grave ritardo. Ma la vicenda di Cambridge Analytics, e cioè la vendita della profilazione degli utenti Facebook per l’invio di pubblicità elettorale mirata, è suonata come l’ennesimo gigantesco campanello d’allarme. Si sta scoprendo ora che la rete e il mondo digitale non sono l’equivalente delle poste, come si diceva qualche anno fa. Sono sì un mezzo, ma hanno il potere di influenzare comportamenti, scelte, modi di pensare. Dietro non c’è un “grande vecchio”, bensì un gruppo di monopolisti che hanno una visione del mondo strumentale al loro business. Queste aziende si battono per evitare gli obblighi che pesano su qualsiasi altro operatore commerciale in nome della “rivoluzione” che esse stesse incarnano. Ma libertà, valori e tutto il resto della vulgata pubblicitaria sono solo la farcitura di questi nuove gigantesche macchine di fare profitti. Che, come quelle vecchie, non arretrano, ma anzi si piegano a qualsiasi tipo di regime, democratico o totalitario. Basta che girino i soldi.

 

Alfredo Somoza

 

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Adam Smith, il filosofo scozzese vissuto nel XVIII secolo e ritenuto padre della scienza economica, nei suoi scritti prese in considerazione l’eventualità che i mercanti e gli industriali potessero decidere di trasferire le loro attività fuori dall’Inghilterra. Scrisse che ne avrebbero sì tratto profitto, ma a danno del Paese. Quello che Smith non poteva prevedere è che, a distanza di due secoli, i grandissimi protagonisti dell’economia mondiale sarebbero riusciti, legalmente, a produrre in un determinato luogo senza praticamente pagare le tasse da nessuna parte. E cioè che l’incarnazione odierna del mercantilismo del ’700, l’economia globalizzata praticamente senza alcuna autorità regolamentatrice, riuscisse a venir meno a uno dei principi fondanti del capitalismo: tassare i profitti in modo che lo Stato possa redistribuirne una parte alla società nel suo complesso.

Il trucco legale che permette alle grandi multinazionali di trasferire all’estero i profitti onde evitare la tassazione nei Paesi dove gli stessi profitti sono stati generati ha prodotto mancati introiti fiscali ovunque. Destinazione finale di questi flussi di profitti sono ovviamente i soliti paradisi fiscali nei quali si sono accumulati miliardi di dollari esentasse che attendono solo di potere essere reimpiegati. Parliamo di una massa di denaro che supera, dalle stime disponibili, i 2.000 miliardi di dollari. Guadagni che avrebbero prodotto un gettito fiscale di oltre 600 milioni di dollari.

Gli artifizi per sottrarre i profitti al fisco non si configurano soltanto come una sostanziale evasione fiscale, pur legale, ma anche come una violazione del principio di concorrenza. Infatti, la pratica innocentemente chiamata “di ottimizzazione fiscale” è a portata soltanto delle grandi multinazionali. L’imprenditore “nazionale”, cioè quello che produce, commercializza e paga le tasse in un singolo Stato, si trova così ad affrontare concorrenti che producono e vendono nel suo stesso Paese, ma che non pagano le tasse localmente: anzi, riescono ad abbattere il costo fiscale fino praticamente ad azzerarlo. Per un produttore locale europeo, questo vuol dire avere un gap rispetto al suo concorrente pari a circa il 30-35% sul guadagno atteso. Chiara concorrenza sleale, anche se ancora su questo fronte nessuno ha avanzato ipotesi di intervento.

Quello che invece si è messo in moto è il fisco europeo. Da qualche anno vari Stati, dal Regno Unito all’Italia passando dalla Commissione Europea, hanno cambiato atteggiamento e si sono messi a fare i conti in tasca ai vari Google, Amazon, Microsoft. E questi giganti stanno cominciando a pagare conti salati per le tasse che non hanno versato approfittando del “gioco delle tre tavolette”. La notizia che potrebbe cambiare la storia riguarda il gigante Facebook che ha deciso dal 2018 di pagare le tasse nei paesi dove produce il reddito, e cioè nei paesi dove ha le sue sedi operative per vendere pubblicità. Ed è una rivoluzione che anticipa il futuro di una globalizzazione più equa. Per la sola Unione Europea, la fine del regime che oggi permette di evadere le tasse sui profitti dei giganti del web vale 1,8 miliardi di euro all’anno di tasse. Soldi preziosi per welfare in affanno e paesi ancora intrappolati nella crisi economica. Ma soprattutto l’inizio di quella tanto discussa e mai realizzata finora regolamentazione della globalizzazione, che non vuol dire ostacolarla, ma evitare di trovarci con una società più povera e più ingiusta, perché i nuovi dominus dell’economia mondiale non assolvono più a uno dei fondamentali dell’economia di mercato: restituire alla comunità almeno una parte di quanto hanno saputo e potuto guadagnare.

 

Alfredo Somoza

 

Quando si parla di social media, oggi si fa riferimento soprattutto a Facebook. Il “diario virtuale” inventato da Mark Zuckerberg nel 2004 per il mondo universitario ormai conta quasi un miliardo e mezzo di utenti nel mondo. In pratica, il fenomeno più importante dall’invenzione di Internet, possibile solo grazie a Internet, perché senza l’infrastruttura della rete scomparirebbe in un secondo.

La formula vincente di Facebook è stata quella di fornire, con pochi paletti, una vetrina a chiunque volesse autopromuoversi, contattare vecchi amici, dire la sua, pavoneggiarsi. Il modello Facebook è ricco di contenuti, totalmente autogestiti e alimentati dagli utenti con modalità finora mai viste né previste. Anche per questo è diventato il maggiore veicolo mondiale per le leggende metropolitane, le informazioni false o non verificabili, la propaganda, addirittura per il reclutamento ideologico o militare.

Così come le tessere di fidelizzazione dei supermercati hanno eliminato le classiche, e costose, indagini sui gusti dei clienti – che ora di propria volontà forniscono gratis i loro profili di consumatori ai dipartimenti marketing – Facebook offre un gigantesco spaccato dell’umanità senza filtri e accessibile a tutti. Un patrimonio unico nella nostra storia, dal quale attingono servizi segreti, imprese, sociologi, massmediologi, politici.

Tra l’altro, Facebook è l’unico social in costante ascesa: i suoi competitor non riescono a crescere e Twitter ormai è in declino. 140 caratteri sono pochi per raccontare il proprio mondo e, soprattutto, i tweet sono effimeri, mentre su Facebook tutto rimane per sempre. Poter descrivere nascite, matrimoni, fidanzamenti a una platea almeno teoricamente planetaria è un richiamo al quale, in tempi di disperata ricerca di protagonismo mediatico, pochi possono resistere.

Facebook, che è un grande affare per i suoi proprietari, sfrutta la nuova psicologia di massa globale con un prodotto che si adatta a ogni cultura e società. Il patto con i consumatori è molto semplice: basta che tu mi intesti temporaneamente i diritti delle foto o dei commenti che posti, e io non ti faccio pagare niente. Gioca sul fatto che ancora non è diffusa la consapevolezza del valore commerciale dei contenuti e delle informazioni che si riversano nel web. In realtà, l’azienda di Menlo Park sta accumulando la memoria del futuro ed è questo il suo gigantesco capitale non svalutabile. Se è vero che il contratto prevede che l’utente possa cancellare i propri contenuti, è anche vero che le informazioni, quando sono state condivise da altri utenti, continueranno a rimanere dentro la rete aziendale.

Umberto Eco ha recentemente affermato che i social media hanno dato la parola a legioni di imbecilli. Una visione aristocratica del diritto di parola, che dovrebbe essere garantito anche agli imbecilli. Facebook non discrimina tra l’imbecille e il grande intellettuale, prende tutti e il suo miliardo e mezzo di utenti, incluso Umberto Eco, sono infinitamente più numerosi di quelli di qualsiasi testata giornalistica al mondo. Il punto è: chi legge i contenuti che questa moltitudine elabora ogni giorno? Pochissimi, perché i grandi numeri, anche sui social media, li fanno solo i famosi, cioè coloro che hanno sempre avuto visibilità e ascolto.

Allora che cos’è Facebook se non una finzione, un’illusione di contare qualcosa nella globalizzazione che paghiamo cedendo il nostro pensiero, palesando i nostri gusti agli esperti di marketing o alla politica? Partecipazione 2.0 che, a differenza di quella “de visu”, ha un proprietario, si quota in borsa e ci perseguita 24 ore al giorno per venderci qualcosa.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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