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Adam Smith, il filosofo scozzese vissuto nel XVIII secolo e ritenuto padre della scienza economica, nei suoi scritti prese in considerazione l’eventualità che i mercanti e gli industriali potessero decidere di trasferire le loro attività fuori dall’Inghilterra. Scrisse che ne avrebbero sì tratto profitto, ma a danno del Paese. Quello che Smith non poteva prevedere è che, a distanza di due secoli, i grandissimi protagonisti dell’economia mondiale sarebbero riusciti, legalmente, a produrre in un determinato luogo senza praticamente pagare le tasse da nessuna parte. E cioè che l’incarnazione odierna del mercantilismo del ’700, l’economia globalizzata praticamente senza alcuna autorità regolamentatrice, riuscisse a venir meno a uno dei principi fondanti del capitalismo: tassare i profitti in modo che lo Stato possa redistribuirne una parte alla società nel suo complesso.

Il trucco legale che permette alle grandi multinazionali di trasferire all’estero i profitti onde evitare la tassazione nei Paesi dove gli stessi profitti sono stati generati ha prodotto mancati introiti fiscali ovunque. Destinazione finale di questi flussi di profitti sono ovviamente i soliti paradisi fiscali nei quali si sono accumulati miliardi di dollari esentasse che attendono solo di potere essere reimpiegati. Parliamo di una massa di denaro che supera, dalle stime disponibili, i 2.000 miliardi di dollari. Guadagni che avrebbero prodotto un gettito fiscale di oltre 600 milioni di dollari.

Gli artifizi per sottrarre i profitti al fisco non si configurano soltanto come una sostanziale evasione fiscale, pur legale, ma anche come una violazione del principio di concorrenza. Infatti, la pratica innocentemente chiamata “di ottimizzazione fiscale” è a portata soltanto delle grandi multinazionali. L’imprenditore “nazionale”, cioè quello che produce, commercializza e paga le tasse in un singolo Stato, si trova così ad affrontare concorrenti che producono e vendono nel suo stesso Paese, ma che non pagano le tasse localmente: anzi, riescono ad abbattere il costo fiscale fino praticamente ad azzerarlo. Per un produttore locale europeo, questo vuol dire avere un gap rispetto al suo concorrente pari a circa il 30-35% sul guadagno atteso. Chiara concorrenza sleale, anche se ancora su questo fronte nessuno ha avanzato ipotesi di intervento.

Quello che invece si è messo in moto è il fisco europeo. Da qualche anno vari Stati, dal Regno Unito all’Italia passando dalla Commissione Europea, hanno cambiato atteggiamento e si sono messi a fare i conti in tasca ai vari Google, Amazon, Microsoft. E questi giganti stanno cominciando a pagare conti salati per le tasse che non hanno versato approfittando del “gioco delle tre tavolette”. La notizia che potrebbe cambiare la storia riguarda il gigante Facebook che ha deciso dal 2018 di pagare le tasse nei paesi dove produce il reddito, e cioè nei paesi dove ha le sue sedi operative per vendere pubblicità. Ed è una rivoluzione che anticipa il futuro di una globalizzazione più equa. Per la sola Unione Europea, la fine del regime che oggi permette di evadere le tasse sui profitti dei giganti del web vale 1,8 miliardi di euro all’anno di tasse. Soldi preziosi per welfare in affanno e paesi ancora intrappolati nella crisi economica. Ma soprattutto l’inizio di quella tanto discussa e mai realizzata finora regolamentazione della globalizzazione, che non vuol dire ostacolarla, ma evitare di trovarci con una società più povera e più ingiusta, perché i nuovi dominus dell’economia mondiale non assolvono più a uno dei fondamentali dell’economia di mercato: restituire alla comunità almeno una parte di quanto hanno saputo e potuto guadagnare.

 

Alfredo Somoza

 

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Il primo modesto ruggito della politica nei confronti dell’economia finanziaria anarchica di quest’inizio di millennio si è levato durante il G8 di Lough Erne, in Irlanda del Nord: probabilmente uno degli ultimi che si celebreranno, visti i mutati equilibri mondiali.

Sono due i segnali che confermano come il clima tra economia e politica stia cambiando. Il primo è sintetizzato dallo slogan di Obama: “mai più Apple”, inteso nel senso di evitare che le aziende multinazionali evadano legalmente le tasse con giochi di prestigio e facendo spola tra Paesi condiscendenti e paradisi fiscali. Un giochino, formalmente lecito, che permette a Apple di pagare le tasse solo per lo 0,1% dei profitti dopo averli fatti transitare dall’Irlanda, contro il 35% che dovrebbe sborsare al fisco statunitense. Per i bilanci di Washington questa fuga della base imponibile nazionale, chiamata eufemisticamente “ottimizzazione fiscale”, comincia a costare troppo.

Secondo la coalizione “Citizens for Tax Justice”, tra il 2008 e il 2010 una trentina di multinazionali come Boing, General Electric, Verizon e Apple non ha pagato un dollaro di tasse a fronte di 205 miliardi di dollari di profitto, sottraendo legalmente al fisco 78 miliardi. Se proviamo a valutare il peso di questo fenomeno sull’economia degli USA, scopriamo che l’incidenza delle grandi corporation nella formazione della base imponibile nazionale è crollata dal 32% del 1952 all’attuale 9%. I cittadini, i commercianti, i professionisti e le piccole e medie imprese sono ora i principali finanziatori dello Stato, che continua però a destinare imponenti risorse a ricerca e sviluppo, alle infrastrutture e agli acquisti diretti a beneficio delle grandi società multinazionali.

La seconda scoperta del G8 è stata la presa d’atto, da parte del premier britannico, del fatto che qualcosa non torna nelle colonie di Sua Maestà. E cioè in quella decina di “territori d’oltremare” – eufemismo che continua a significare colonie – che sono diventati altrettanti covi di pirati. Intesi non nel senso di navigatori in caccia di galeoni, come ai tempi di Morgan, ma di pirati fiscali che navigano sul web. Si tratta infatti di paradisi fiscali nei quali è possibile mettere al riparo il bottino proveniente dall’evasione e dal crimine. Il paradosso è che non sono Paesi governati dalla filibusta, ma appunto “territori” di un Paese membro dell’Unione Europea e del G8. Pare che Cameron abbia strappato ai diversi governatori di questi territori la promessa che accetteranno le regole di trasparenza e cooperazione internazionale suggerite dell’OCSE. Un sì convinto espresso al telefono, secondo quanto ha riferito Downing Street: vedremo quale seguito avrà.

Mentre tutti gli Stati si sono indebitati per soccorrere le banche, i sistemi di welfare traballano e il lavoro si riduce, il mondo della finanza internazionale ha operato e continua a operare sempre più fuori dalle regole. Le norme sono saltate o sono state modificate negli anni per favorire l’espansione a livello globale dei grandi soggetti economici. Oggi però le multinazionali riescono a fare a meno anche degli Stati nei quali lavorano, evadendo in modo legale il loro obbligo di contribuire alla comunità di appartenenza attraverso la fiscalità. Queste aziende godono di servizi, infrastrutture, ammortizzatori sociali, detassazioni competitive, incentivi: ma al momento di dividere i profitti con lo Stato riescono a sfuggire. Spesso nel marchio sbandierano e vendono la loro “americanità”, ma in realtà sono ufficialmente registrate in qualche isoletta caraibica.

La sfida che si pone oggi ai grandi della Terra è capire con quali strumenti e quali regole sia possibile riconvertire l’economia globale a criteri di sostenibilità e di trasparenza. Perché un’economia autoalimentata, che prende e non dà nulla, impoverisce un Paese anziché arricchirlo, e un Paese più povero è anche un mercato più povero. I Grandi hanno davanti una sfida inedita: salvare il capitalismo mondiale da quelli che sono stati suoi primi beneficiari.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
G8