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Tra i grandi accordi commerciali che l’Unione Europea continua a negoziare con altri gruppi di Paesi del mondo senza mai arrivare a una conclusione spicca quello con il Mercosur. L’associazione tra Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela, nata nel 1985, ha sempre considerato l’UE come il modello da seguire. Nel Mercosur ci sono due tra i più grandi produttori mondiali di alimenti, Argentina e Brasile; il Paese con le principali riserve di greggio al mondo, il Venezuela; e la più grande potenza industriale a sud dell’equatore, il Brasile, che inoltre dispone di un mercato di 280 milioni di persone, circa la metà della popolazione dell’UE.

Un accordo tra le due aree dovrebbe essere perfettamente complementare, dato che il maggior peso dei manufatti nell’export europeo è bilanciato da quello delle commodities nell’export dei Paesi Mercosur. Le agricolture, poi, sono in buona parte non concorrenziali tra loro: basti pensare ai prodotti tropicali del Brasile e alle stagioni invertite per la maturazione della frutta o del grano in Argentina. Un capitolo a sé è quello dei legami storici e culturali. Il Cono Sud americano non solo è stato colonizzato da Portogallo e Spagna, ma è stato trasformato dalle migrazioni europee avvenute a cavallo dell’800, in primis quelle italiana e spagnola, ma anche francese e tedesca. Le multinazionali europee non hanno mai delocalizzato qui, ma si sono insediate per produrre beni destinati a questi mercati: Pirelli, Fiat, Volkswagen, Chandon sono presenti sul mercato sudamericano da quasi un secolo. Un accordo tra UE e Mercosur sarebbe dunque la più naturale delle alleanze, sancendo l’esistenza di un’area di influenza europea in quella zona del pianeta che l’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro chiamava “neo-Europe”.

La pluridecennale trattativa tra i due blocchi è però molto difficile. Ogni volta che la volontà politica accelera, infatti, si scontra con lo stesso ostacolo: la tutela delle IGP europee. Bruxelles ha chiesto di inserire 357 “nomi”, 57 dei quali italiani, nella lista delle specialità che dovrebbero essere tutelate. In parole povere, se il Mercosur firmasse l’accordo dovrebbe vietare ai produttori locali di usare nomi di prodotti registrati in Europa, come Parmigiano-Reggiano o Chianti. La cosa incredibile è che quei prodotti vengono considerati da Bruxelles european sounding, quando sono invece prodotti ormai storici, portati in America oltre un secolo fa dagli emigrati. Parmigiano, mozzarella, malbec, roquefort o emmenthal prodotti in Argentina, in Uruguay o in Brasile non rappresentano tentativi di frode in “stile cinese”. Sono il frutto, ormai molto diverso dall’originale, dello spostamento oltre l’Atlantico di popoli europei che si sono portato dietro la loro cultura, anche agroalimentare.

La domanda è: il consumatore capisce la differenza tra il vino da uva italiana o francese prodotto in Argentina e quello “made in Europe”? Certo, se non altro per il prezzo molto più conveniente del primo. A nessuno sfuggono la diversità e la qualità quasi sempre superiore del prodotto europeo. La dimostrazione è il momento felice che il vino italiano sta vivendo in Brasile, dove nel 2017 l’export dalla Penisola è aumentato del 48%, per un valore di 35 milioni di euro. Di cosa si sta parlando, allora? Di un principio ormai assurdo e fuori dal tempo: cioè il voler regolamentare non solo il proprio mercato, cosa legittima soprattutto rispetto alla sicurezza alimentare, ma anche quello degli altri, sulla base del principio che solo i propri prodotti sono legittimi.

Questa guerra contro i mulini a vento, che per fortuna non inficia la crescita dell’export alimentare dell’UE, contribuisce all’isolamento europeo. Battere un colpo a favore del multilateralismo per contrastare il ritorno al bilateralismo voluto da Donald Trump sarebbe politicamente significativo, ma ci stiamo giocando questa occasione per due forme di parmigiano e qualche fiasco di vino.

 

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Mentre Donald Trump minaccia di reintrodurre dazi a difesa della produzione statunitense e l’Europa continua a difendere a spada tratta il multilateralismo e gli accordi tra Stati in  materia di eliminazione di dazi, la stessa Unione Europea non riesce a concludere l’accordo con il Mercosur. L’accordo commerciale con cinque Paesi del Sudamerica (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Venezuela) è in trattativa da oltre 15 anni: ogniqualvolta sembra che stia per essere firmato, spuntano i veti dal settore agricolo. La lobby dell’agroalimentare europeo, destinataria del 45% dei fondi comunitari, ma che occupa solo il 6% della forza lavoro continentale, difende con unghie e denti la sua posizione di privilegio basata sul ferreo contingentamento dell’import agricolo e sulla pioggia di contributi ricevuti dalle istituzioni comunitarie.

Questo protezionismo da manuale dovrebbe essere destinato a esaurirsi, ma solo sulla carta: nella pratica le cose stanno andando diversamente. L’accordo Europa-Mercosur si sarebbe potuto concludere già quando il Brasile, potenza industriale, ha accettato di eliminare i dazi sulle autovetture europee, soprattutto quelle del segmento del lusso. Era questo il segnale che si aspettava per siglare l’accordo. Ma a quel punto il comparto agricolo ha risposto aprendo due fronti: quello relativo alla quota di carne che si può importare dal Sudamerica e l’annosa vicenda dei marchi alimentari.

Come l’accordo con il Canada, quello con il Mercosur prevede la tutela di 57 tipicità, ma questo non è bastato al settore agroalimentare, soprattutto a quello italiano. Secondo Coldiretti, infatti, i Paesi del Mercosur sono quelli dove più si verifica il fenomeno dell’Italian sounding, cioè la contraffazione di marchi italiani. Ma si tratta di un dato falso e che dimostra solo chiusura mentale. In Uruguay, Argentina e Brasile, infatti, sono stati gli emigrati italiani (ed europei in generale) a produrre in loco Provolone, Parmigiano, Chianti e Fontina. E non certo da ieri, ma da oltre un secolo, ben prima che qualcuno si sognasse di parlare di “marchi” da tutelare. Non si tratta quindi di contraffazioni, bensì di prodotti dell’emigrazione italiana, francese, svizzera. Una specie di “made in Europe” globale.

Equiparare il Parmesano della Pampa con il Parmesan cinese è totalmente fuori luogo, così come pretendere che queste produzione storiche dei Paesi di emigrazione europea possano scomparire all’improvviso. Il paradosso è che i prodotti “originali”, cioè quelli davvero fatti in Europa, sono già presenti sui mercati sudamericani, ma hanno prezzi accessibili solo per una minoranza di persone. Il Parmigiano-Reggiano, che costa all’incirca 20 euro al chilo, non potrà mai essere un prodotto di massa in Sudamerica.

Una politica lungimirante dovrebbe piuttosto puntare a creare un’associazione tra produttori europei e sudamericani per migliorare la qualità dei prodotti nati dall’emigrazione, da indirizzare magari verso la conquista di quei mercati terzi, in Asia o in Africa, dove gli originali sono improponibili per via del costo. Prevalgono invece la chiusura e la tutela autolesionistica, perché alla fine ogni chiusura porta a una ritorsione in nome della reciprocità.

Per l’Europa, una volta ancora, l’impossibilità di concludere accordi in un mondo sempre più frammentato – e con grandi concorrenti come la Cina, gli Stati Uniti e prossimamente anche il Regno Unito – è dovuta al comparto agricolo. Che senza dubbio è giusto tutelare in nome della territorialità, del suo ruolo di presidio ambientale e dell’importanza che esso riveste per le culture locali, ma che non può continuare a dettare la linea alla società europea nella sua interezza.

La priorità dell’agricoltura è antica quanto è antico il processo di unificazione europeo, e ha sempre avuto alla base il principio della sicurezza alimentare. Oggi però questo principio è garantito anche dal commercio globale di alimenti, e dunque andrebbero ridiscusse le priorità complessive del comparto produttivo europeo. Industria, servizi, ricerca hanno pari o superiore dignità rispetto all’agricoltura, ma ancora una volta devono subire il diktat dei produttori di formaggio.