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Si fa un grande parlare da qualche giorno sulle coincidenze programmatiche tra la Lista Tsipras e il M5S. Al netto delle sparate inutili sull’euro, ci sono infatti alcuni, pochi, punti in comune. Dario Fo si auspica “un avvicinamento della lista Tsipras con i Cinque Stelle. Non so se un fronte del genere sia sufficiente per fare un’opposizione forte in Italia e in Europa, ma le convergenze sul programma per me ci sono tutte”. Manca però un pezzo fondamentale caro Dario per capire se ancora una volta, com’è successo dopo le Politiche, gli elettori del M5S abbiano buttato via il loro voto oppure no.
E la differenza passa dalle risposte degli eletti del M5S a queste semplici 5 domande:

 

1) Chi pensate di sostenere come primo ministro dell’Europa? Non è permessa la risposta “non siamo nè di destra nè di sinistra”. In questo momento ci sono due ipotesi sul tavolo: larghe intese europee oppure governo di cambiamento. Decidete
2) In quale gruppo confluirete, visto che non potete creare uno autonomo (ci vogliono eletti di almeno 7 paesi). Il gruppo misto europeo prevede, per chi ne fa parte, diritti dimezzati e non solo fondi dimezzati. Decidete
3) Sui temi dei diritti, dal matrimonio paritario, all’immigrazione all’antiproibizionismo avete idee contrastanti. Decidete
4) Al Parlamento europeo non ci sono televisioni, non è previsto l’ostruzionismo e si può parlare fino ai 3 minuti (fino a 1 se non si fa parte di nessun gruppo). Spesso si costruiscono alleanze trasversali per fare passare le proprie proposte. L’isolazionismo mediatico al quale vi siete auto-condannati in Italia non è paga. Al Parlamento europeo si “parlamenta”. Decidete
5) I partiti che in Europa si chiamano ai principi che dite di condividere (beni pubblici, potere ai cittadini, trasparenza, sensibilità sociale) non amano gli insulti,i tribunali del popolo, le gogne mediatiche e soprattutto amano la trasparenza dei conti, i bilanci certificati e la proprietà condivisa di marchi, simboli e gruppi. Decidete.

 

Perché non si ripeta in Europa quello che Marco Travaglio ha definito il “grande errore” del M5S, cioè essere andati all’incontro con Bersani solo per prenderlo per i fondelli e non con proposte concrete di riforma che avessero potuto inchiodarlo, c’è poco tempo. Decidete.

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In Centro America, a dividere e insieme unire il Nord e il Sud del continente c’è un piccolo Stato-cerniera con una storia che sembra il copione di una fiction. Un Paese il cui nome si può tradurre in due modi: in lingua indigena Panamá significa infatti sia “abbondanza di pesci e di farfalle” sia “aldilà”. Forse anche gli indios panamensi si raffiguravano l’aldilà come un luogo di assoluta bellezza e ricco di ogni bene. Ma si può provare a dare anche un’altra interpretazione: e cioè che il destino di Panamá sia scritto nel suo nome perché “abbondanza” e “aldilà” sono le due parole chiave con le quali si può definire il concetto di globalizzazione. L’abbondanza di materie prime, di terre, di minerali, che diventano però ricchezza al di là delle terre in cui si trovano, in Paesi o addirittura in continenti lontani.

Da quando la terra è stata scippata agli indigeni Chibcha, Panamá si trova al centro di movimenti internazionali di beni e capitali non sempre – anzi raramente – leciti. Qui si depositava il tesoro d’oro e argento strappato agli Incas in Perú prima di imbarcarlo sulla “Flota de Indias”, la flotta che annualmente portava in Europa il frutto del saccheggio americano. Una volta nel Vecchio Continente, qualcosa rimaneva in Spagna, ma la maggior parte delle ricchezze finiva a Londra, Rotterdam e Amburgo, e anche a Siena e Genova, per ripagare le banche che, con i loro prestiti, stavano finanziando la conquista. Si creò così la capitalizzazione che, due secoli dopo, avrebbe finanziato la Rivoluzione Industriale.

Tornando a Panamá: il tesoro rubato e provvisoriamente depositato lì risvegliava gli appetiti di altri predatori. Panamá eresse mura e fortezze per resistere agli attacchi dei pirati britannici, francesi e olandesi, ma con poco successo. Più volte i suoi porti furono messi a ferro e fuoco a vantaggio dei governi europei nemici della Spagna, quelli che fornivano bandiera e protezione alle imprese dei corsari. Tra i gentiluomini che ebbero fortuna nell’assalto a Panamá si contano i baronetti di Sua Maestà Sir Francis Drake e Sir Henry Morgan, due esempi di come non è sempre vero che “il crimine non paga”.

Panamá, “colpevole” di trovarsi nella parte più sottile del continente, una striscia di terra fra due oceani, continuò a rivestire un ruolo importante nella globalizzazione dopo aver ottenuto l’“indipendenza” dalla Colombia, nel 1903: Bogotá aveva rifiutato una proposta “che non si poteva rifiutare” da parte del presidente statunitense Theodore Roosevelt, il quale voleva costruire un canale tra gli oceani gestendolo direttamente da Washington. La soluzione fu rendere autonoma dalla Colombia la zona in cui si voleva creare il canale.

Iniziò quindi la storia della Repubblica del Panamá, che ebbe il suo primo presidente nominato dagli Stati Uniti. Questi, come primo atto di governo, autorizzò gli USA a costruire e gestire un canale tra gli oceani Atlantico e Pacifico, oltre a firmare un patto di reciproca assistenza militare e adottare il dollaro quale moneta nazionale. Il Canale, aperto nel 1914, diventò un grande volano per le comunicazioni marittime mondiali, insieme a quello di Suez, permettendo di accorciare i tempi e i costi del trasporto di merci: una forte spinta per il processo di globalizzazione e un ruolo centrale nei traffici mondiali.

Panamá aveva ancora molte carte da giocare per rimanere sulla cresta dell’onda. È infatti qui che è nata l’economia offshore. Uno spazio virtuale, ma saldamente ancorato ai confini nazionali dello Stato ospitante, nel quale registrare imprese e persone fisiche che vogliono evadere le tasse nei rispettivi Paesi o spostare capitali di dubbia provenienza. Anche la marina mercantile è stata rivoluzionata dalla possibilità di registrare le navi sotto bandiera panamense, soluzione che ha permesso agli armatori di sottrarsi alle imposte dei Paesi di origine. Non a caso, da oltre mezzo secolo, questo è uno degli Stati al mondo con più navi battenti bandiera nazionale, tutte (o quasi) di comodo.

Il modello Panamá è stato riprodotto velocemente nelle piccole isole caraibiche di fronte alle sue coste, già colonie degli stessi Paesi che un tempo proteggevano i pirati: Regno Unito, Francia, Paesi Bassi.

La possibilità di mettere al riparo soldi guadagnati in modo illecito non ha lasciato indifferenti le maggiori organizzazioni criminali latinoamericane (dopo i militari, ovviamente), e cioè i cartelli della droga colombiani. Negli anni ’80 del secolo scorso il quartiere degli affari di Panamá City è diventato “narcocity”: a Panamá entravano i soldi sporchi della droga che subito dopo uscivano ripuliti, bianchissimi, pronti per essere investiti nell’acquisto di terre, nell’edilizia, nei servizi. Panamá è rimasta a lungo la più importante succursale del sistema bancario della Florida, Stato USA, altra piazza utilizzata dai narcos per il riciclaggio.

La politica panamense non poteva che risentire pesantemente della ricchezza facile e delle condizioni di sovranità limitata: ne è derivato un Paese basato sulla corruzione, una corruzione condotta su scala globale. Il governo nazionalista del comandante Omar Torrijos (1968-81), che era riuscito a strappare a James Carter l’impegno alla restituzione del canale ai panamensi, è stato una parentesi. Torrijos è morto in uno dei tanti incidenti aerei, odoranti di CIA, ai danni di leader progressisti. Negli anni Ottanta il suo successore, il comandante Manuel Noriega, detto “faccia d’ananas”, è diventato un personaggio chiave negli intrighi di un’America centrale dilaniata dai conflitti armati.

Noriega, a libro paga della CIA, è stato al centro dell’affaire “Iran-contras-gate”, cioè dell’operazione illegale montata dallo spionaggio e da settori dell’esercito statunitense per procurarsi soldi e acquistare armi da fornire ai contras (che combattevano contro il governo sandinista nicaraguense) e a parte dell’opposizione iraniana. La fonte dei soldi? Un traffico di cocaina che si lasciava entrare negli USA in società con i cartelli colombiani. La cerniera dell’operazione? Panamá. Nel 1989 il momento magico del dittatore è finito. Pieno di segreti, è stato prelevato durante l’invasione del Paese da parte dei marines e condotto in prigione in Florida, per scontare una condanna all’ergastolo… per narcotraffico.

Ora che il canale è passato davvero sotto il controllo panamense le cose non sono cambiate di molto. Si parla già di un secondo canale costruito e gestito dai cinesi, i nuovi signori della globalizzazione. Panamá resiste: rimane luogo di grandi ambiguità e di “opacità”, come si usa dire. La differenza rispetto al passato è che oggi il Paese centroamericano ha molti concorrenti perché il “modello Panamá” si è rivelato vincente, e ancora nessuno ha provato seriamente a smontarlo.

Ecco perché questo Paese illustra perfettamente le contraddizioni, le connivenze pericolose, i doppi giochi e le doppie morali che, dal XV secolo in poi, hanno caratterizzato la globalizzazione dell’economia. Panamá è dunque un caso di studio, un punto di partenza per conoscere quei meccanismi che hanno impedito che la globalizzazione fosse un’opportunità per tutti, e anche per riflettere su come costruire un futuro diverso. Per cambiare modello, per voltare pagina, non bisogna dimenticare Panamá: la storia di questo piccolo Stato è lo specchio della nostra storia, almeno di quella degli ultimi quattro secoli. Uno specchio del mondo che ne riflette la parte meno bella, quella da cancellare.

Alfredo Luis Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Se si confronta con l’inglese, non sono tante le parole della lingua spagnola utilizzate senza traduzione in italiano. Parole con una caratteristica comune, che difficilmente hanno valenze positive, anzi: golpe, desesperado, pistolero, desaparecido, narcos. A queste parole ormai acquisite non solo dall’italiano si sta per aggiungere una nuova: retornados e cioè gli emigrati sudamericani negli Usa e in Europa ritornati negli ultimi anni ai loro paesi. Un fenomeno che si vorrebbe collegare quasi esclusivamente alla crisi che ha lasciato per strada in Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Italia anzitutto gli immigrati, l’anello più debole della catena dell’occupazione. Il fenomeno dei retornados è invece più complesso e ciparla invece delle dinamiche migratorie, sempre in evoluzione e mai statiche. Da alcunipaesi come la Spagna e il Portogallo, si tratta di vera e propria fuga verso il Perù, la Bolivia e l’Ecuador, il Brasile. Per legami storici, i flussi migratori tra i paesi iberici e il mondo andino sono stati in passato molto forti, ma il ritorno di oltre 400.000 sudamericani dalla sola Spagna va interpretato anche alla luce delle ottime performance economiche di questi paesi che non solo hanno schivato la crisi, ma agganciandosi all’economia dell’area del Pacifico, registrano tutti alti livelli di crescita economica e quindi di opportunità lavorative. Paesi tutti che hanno varato in questi anni leggi apposite per favorire il rientro dei loro emigrati, mentre i paesi europei hanno agevolato  l’uscita, anche con l’utilizzo di fondi europei a copertura dei costi. E’ così che oggi l’Europa si sta impoverendo del punto di vista della manodopera che con tanta fatica e investimento aveva formato negli ultimi decenni, mentre per la prima volta nella storia, i paesi del Sudamerica si arricchiscono con l’esperienza e la professionalità accumulata dai loro cittadini di ritorno. Emigrati di ritorno che per lunghi anni avevano sostenuto l‘economia locale attraverso le rimesse che ogni mese trasferivano alle loro famiglie.  Anche per questo, i retornados esigono dai loro paesi di origine, ora che sono loro ad avere bisogno, facilitazioni e sostegno. Gli incentivi finora offerti per tornare sono molto variegati e in molti casi solo promesse, l’unico paese che fa una seria politica per il ritorno è il piccolo Uruguay che arriva fino a farsi carico del costo di  due anni di affitto dell’abitazione della famiglia rientrata. Nel caso del Perù, per ora le facilitazioni sono sulla carta, ma il miglior incentivo è una crescita economica media annua del 6,5% da ormai 10 anni e previsione rosee per almeno altri 5 anni. Le statistiche del paese andino riferiscono che in media, un lavoro si trova entro 4 mesi. Un miraggio per chi dopo anni di lavoro in Spagna è rimasto disoccupato e può godere di soli 6 o 12 mesi di sussidio di disoccupazione prima della nulla.

Gli aeroporti sudamericani in questi anni di crisi offrono uno spaccato di un mondo incostante movimento. Retornadoscon al seguito  figli con i tasca un passaporto europeo e che non conoscono il paese dei genitori, mescolati  con una figura che ritorna, gli emigrati, cioè gli europei  dei paesi del Mediterraneo che tornano a calcare le rotte degli antenati alla ricerca di lavoro: portoghesi, spagnoli, greci, italiani che provano fortuna in Brasile, Argentina, Perù o Cile. Come nel film Pane e Cioccolata con Nino Manfredi, nel quale si raccontava l’emigrazione paragonandola a una ruota sulla quale si è su e giù senza soluzione di continuità, gli scambi di persone tra paesi delle periferie del mondo, siano esse americane o europee, ci parlano di una storia comune, spesso più solida e culturalmente più salda di quelle che uniscono molti stati più vicini dal punto di vista geografico.  Per questi motivi, la xenofobia in Europa, patria di paesi che per secoli e secoli hanno scaricato le proprie miserie altrove, se non fosse drammatica, sarebbe da ridere.

 

Alfredo Somoza

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Le modalità con le quali si è verificato il distacco della Crimea dall’Ucraina delegittimano un processo che avrebbe potuto avvenire all’interno del diritto internazionale.

L’instabilità in Ucraina, dovuta alle conseguenze di un movimento di piazza dai contorni poco definiti, entro i quali si annidano forze che si richiamano alle peggiori destre del passato europeo; la presenza maggioritaria in Crimea di popolazione di origine russa, e la tutela delle basi navali russe considerate strategiche da Mosca: tutto ciò non basta a giustificare il modus operandi di Putin.

In primo luogo, un Paese che ospita basi straniere, come anche l’Italia, legittimamente pretende ed esige che le truppe straniere in esse ospitate non incidano nelle vicende interne della nazione. Nel caso della Crimea, i soldati russi sono usciti armati dalle caserme diventando di fatto truppe di occupazione. La motivazione formale è stata la difesa dei cittadini russi residenti nella provincia. Molto simile, per esempio all’alibi utilizzato dagli Stati Uniti nel 1836 per invadere e annettere il Texas messicano. A questo controllo armato del territorio, giuridicamente paragonabile a un’invasione, è seguita la farsa del referendum per l’indipendenza della Crimea: che, da strumento legittimo per esercitare il diritto all’autodeterminazione dei popoli, è diventato plebiscito manipolato e controllato dall’invasore per legittimare l’occupazione.

Il referendum si è chiuso con il risultato scontato del 96% di favorevoli, una maggioranza ben superiore alla percentuale di russofoni della provincia. È avvenuto senza controllo da parte del Paese che – fino a prova contraria – esercita la sovranità sulla Crimea, cioè l’Ucraina, e senza la minima ombra di osservatori internazionali. È stato soltanto una “copertina” democratica utile a coprire il blitz di Vladimir Putin che, per la prima volta dal 1938 dell’Anschluss di Hitler nei confronti dell’Austria, modifica le frontiere dell’Europa senza colpo ferire e senza provocare alcuna reazione se non prese di posizione puramente retoriche.

Ci sarà un “prima” e un “dopo” le vicende della Crimea, e l’onda lunga di quanto è accaduto ci accompagnerà per molto tempo. Oggi in Europa qualcuno ha scoperto che gli Stati Uniti in ritirata e l’UE politicamente disarmata non possono arginare la politica di forza della Russia: l’unica vera potenza politica europea emergente.

Alfredo Luis Somoza

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Le previsioni sulla crescita dei Paesi BRICS sono state riviste al ribasso. Non si tratta di indici negativi, bensì di un sostanziale rallentamento per economie che, nell’ultimo periodo, erano cresciute al ritmo annuo del 4-5%. Con il picco della Cina che ha fatto segnare una crescita media del 9,7% negli ultimi 35 anni: un dato senza precedenti nella storia economica mondiale.

Ora che la Cina scende a un “modesto” +7,5% (è questa la prospettiva di crescita per il 2014), le conseguenze per tutti i BRICS si fanno preoccupanti, ma non drammatiche. Ciò accade perché è stato proprio il potente commercio estero cinese sia ad alimentare la crescita dei Paesi produttori di commodities agricole e minerarie sia a dare uno sbocco alla merce  prodotta dalla “fabbrica del mondo”.

Ovviamente non tutti i Paesi emergenti sconteranno allo stesso modo il rallentamento cinese. Perché se c’è qualcuno – come Brasile, Argentina e molti Paesi africani – che dipende fortemente dagli acquisti di Pechino, altri come Colombia, Cile o Messico sono agganciati all’economia statunitense, oggi in ripresa, e dunque andranno meglio.

La principale “condanna” dei Paesi emergenti è l’obbligo di crescere economicamente per ridurre la storica distanza tra ricchezza e povertà, colmare il ritardo infrastrutturale e ammodernare l’apparato produttivo. I primi sintomi del raffreddamento di queste  economie si erano già manifestati nello scorso autunno, con la conseguenza delle proteste violente in Brasile e Turchia, due tra le locomotive economiche degli ultimi anni.

Se in un Paese emergente la crescita economica rallenta, il rischio probabile è che si verifichi la cosiddetta “sindrome tailandese”: cioè che si inneschi un processo di instabilità politica spontanea, senza una guida riconoscibile; una protesta che si manifesta più tra i gruppi sociali che tra quelli politici. In questi casi a temere un ritorno alle condizioni passate sono soprattutto i ceti medi, spinti dalla voglia di emergere e assetati di opportunità, di servizi efficienti, di prospettive personali di ascesa economica e sociale.

La conseguenza di questi timori è una rabbia spontanea e di piazza, che non esprime leadership né programmi articolati se non una critica generalizzata alla corruzione, alla burocrazia, all’incapacità del ceto politico. Questo quadro complesso e, almeno per ora, poco intelligibile avrà concrete ricadute nel 2014, quando saranno chiamati alle urne i cittadini dei principali Paesi emergenti: Brasile, Turchia, Indonesia, India e Sudafrica.

Ciò che al momento appare evidente è che non si protesta contro la fame, ma per avere una scuola o una sanità migliore. Si tratta dunque di proteste “mature”, proprie di Paesi che in pochi anni hanno compiuto un percorso che all’Europa è costato decenni, ma nei quali rimangono isole imbarazzanti di arretratezza e corruzione, soprattutto negli apparati dello Stato e nelle classi dirigenti. La “rivolta antisistema” in realtà non vuole abbattere le istituzioni ma renderle più moderne e democratiche: una richiesta di massa di un riformismo dalle mani pulite.

Queste proteste, però, dimostrano anche che l’economia non ha gli stessi tempi della democrazia. Realtà che hanno compiuto enormi progressi sul terreno della creazione di opportunità di lavoro e di reddito, infatti, faticano ancora a considerare i loro abitanti pienamente “cittadini”. Per i Paesi emergenti si pone allora una questione fondamentale: la democrazia tradizionale sarà in grado di accogliere questa risposta di cambiamento oppure assisteremo a un ritorno dei totalitarismi?

L’esempio di Pechino è sotto gli occhi di tutti questi Stati: crescita quasi illimitata e ordine pubblico, ma senza democrazia. Il vecchio sistema di convivenza sociale nato in Europa, a cavallo tra la Grecia e la Gran Bretagna, oggi si trova davanti a un bivio. O si dimostrerà in grado di cogliere la sfida della globalizzazione, accompagnando miliardi di persone all’affrancamento dalla miseria. Oppure potrebbe essere spazzato via, con il semplice battito d’ali di una farfalla cinese.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Quando si discute dello sviluppo dei Paesi che una volta chiamavamo “del Terzo Mondo”, siamo tutti d’accordo nel riconoscere il ruolo positivo degli investimenti in infrastrutture, formazione e sanità pubblica. E tutti sosteniamo l’importanza di creare condizioni favorevoli agli investitori. Però, poco o mai si parla di quel flusso costante di valuta pregiata che entra nei Paesi poveri e poverissimi tramite i money transfer e che si distribuisce capillarmente sostenendo i consumi alimentari, gli studi, le cure mediche, l’avvio di attività economiche. In linguaggio tecnico si chiamano rimesse. Sono i soldi che gli emigrati mandano ai familiari rimasti in patria.

In Italia dovremmo conoscere bene questi flussi di denaro: a cavallo tra il XIX e il XX secolo erano uno dei pilastri del bilancio nazionale. In alcune regioni, come nelle Marche, in Liguria e in Friuli, furono il volano per economie locali storicamente depresse. Nel contesto della crisi odierna, le rimesse figurano nel ristretto elenco delle voci dell’economia globale che non conoscono contrazioni. Secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale, nel 2014 si dovrebbero addirittura superare le previsioni. E non parliamo certo di spiccioli: quest’anno ci si attende una movimentazione di rimesse pari a 534 miliardi di dollari USA, 406 dei quali assorbiti dai Paesi emergenti. Molto, ma molto di più dei fondi residuali destinati alla cooperazione allo sviluppo.

I principali destinatari di questi flussi sono India, Cina, Filippine, Messico e Nigeria, seguiti da Egitto, Pakistan, Bangladesh e Vietnam. Soldi che “alimentano” milioni di piccoli commercianti, artigiani, scuole e cliniche private, imprese edili. Le famiglie che ricevono queste rimesse consumano, generano occupazione ed entrate fiscali. E migliorano le condizioni di vita. Sono molti i governi che si adagiano su questi fondi con i quali i cittadini poveri si pagano da soli ciò che lo Stato non fornisce. Per il Tagikistan, la Moldova, il Lesotho, la Tunisia, la Liberia, il peso delle rimesse si aggira tra il 20 e il 40% del PIL nazionale: sono la prima voce dell’economia. Come sempre, dove girano molti soldi c’è chi guadagna sulla movimentazione. Le agenzie specializzate nei trasferimenti applicano una commissione sulle operazioni pari in media al 7,5%, ma in Africa si arriva a toccare il 12%. Praticamente a livelli di usura.

Una politica europea sull’immigrazione non può fare a meno di questo dato: gli immigrati svolgono un ruolo importante, simultaneamente, in due mondi. Sia nei paesi che richiedono manodopera per sostenere i propri livelli di benessere e di produttività, sia nei paesi nei quali le rimesse degli emigrati creeranno sviluppo, capitalizzazione, opportunità di studio e di sostegno alle famiglie.

La politica dell’Unione Europea di sostegno ai ritorni volontari di immigrati rimasti senza lavoro in Europa, con aiuti economici per il viaggio e consulenza, formazione e microcredito nei paesi di origine, è una valida alternativa alla barbarie delle espulsioni coatte e dei CIE. E’ importante che chi torna dopo anni di lavoro in Europa venga sostenuto per il suo reinserimento in paesi che nel frattempo, e sono tanti, sta vivendo un periodo economico di crescita.

Non è possibile però che ci siano 29 diverse politiche sull’immigrazione in ambito comunitario e che drammi come quelli quotidiani a Lampedusa siano problemi dei soli paesi mediterranei. Una politica comune per il Mediterraneo dovrebbe partire dalla creazione di opportunità di lavoro nei paesi della sponda Sud del Mediterraneo, oltre che dalla stabilizzazione della situazione politica in fiamme dopo il crollo dei regimi totalitari a lungo sostenuti dall’Europa stessa.

Partiamo dalle  rimesse, l’unico flusso finanziario costante da Nord verso Sud, e anche il flusso più democratico e capillare: arrivano a raggiungere anche l’ultimo degli ultimi. Oltre a generare questo fiume di denaro verso Sud, gli emigrati, grazie al peso positivo dei loro contributi, garantiscono stabilità ai sistemi pensionistici dei Paesi in cui vivono e lavorano. Paesi in cui sono fondamentali anche dal punto di vista della stabilità demografica. Questi flussi vanno ricondotti dentro canali “formali” evitando lo strozzinaggio dei grandi call money che impongono tassi di oltre il 10% sui piccoli quantitativi. Detassare le rimesse e eliminare i costi dei trasferimenti sarebbe un’efficace politica di cooperazione allo sviluppo.

Insomma, non possiamo pensare a politiche per un’Altra europa senza affrontare il nodo di politiche che mettano al centro la razionalità in materia di flussi di persone, che hanno un ruolo economico e sociale ma sono allo stesso tempo soggetti con diritti sempre meno riconosciuti.

Gli emigrati giocano un ruolo centrale in due diverse società che, lontane per storia, economia cultura, vengono rese più vicine proprio da questi lavoratori globali: creano ricchezza nel Paese “di scelta” e ricchezza nel Paese di origine. Gli unici eroi della globalizzazione.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Da mesi la diplomazia europea e quella statunitense stanno lavorando con incontri riservati a un accordo quadro per gli scambi di capitali, merci e servizi tra gli Stati Uniti e l´Unione Europea. Il più grande accordo di tutti i tempi, secondo il Sole 24 Ore, finora praticamente l´unico tra i grandi media a seguire la trattativa.

Davanti all´impantanamento della trattativa globale in ambito WTO (il cosiddetto Doha Round), questo accordo stabilisce nuove regole ultraliberiste all´interno dell´area del pianeta in cui “girano” quasi due terzi dell’economia mondiale. Secondo i negoziatori (ma nessuno sa chi siano né quale mandato abbiano ricevuto), dovrebbe portare enormi vantaggi a entrambi i partner, e in particolare all´Europa, con un aumento degli scambi e incrementi del PIL e dell´occupazione.

Ma il TTIP – Transatlantic Trade and Investment Partnership, questo il nome dell’accordo – è qualcosa di più di un semplice negoziato di liberalizzazione commerciale. Rimette in discussione ancora una volta il primato della politica, e quindi della democrazia, nei confronti dei poteri forti dell´economia. Se venisse approvato dal Parlamento europeo e da quello statunitense, andrebbe infatti a incidere sui diritti del lavoro e dell’ambiente e anche su quelli di cittadinanza.

Il primo obiettivo infatti non saranno le barriere tariffarie, già abbastanza basse, bensì quelle “non tariffarie”, che riguardano gli standard di sicurezza e di qualità della vita di tutti i cittadini: l’alimentazione, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro. Questo perché l´omologazione delle normative porterà inevitabilmente a un ribasso delle garanzie esistenti in Europa, molto più elevate rispetto a quelle del mercato deregolamentato a stelle e strisce.

Per fare un esempio: in base al referendum del 2012, in Italia l´acqua è un bene pubblico; ma le aziende statunitensi potrebbero contestare questo principio, sancito dalla volontà popolare, in base alla legislazione USA per la quale l´acqua è una merce come un´altra. Il nocciolo dell´accordo, che si vorrebbe chiudere entro il 2014, è la tutela dell’investitore e della proprietà privata, grazie alla costituzione di un organismo di risoluzione delle controversie al quale le aziende potranno appellarsi per rivalersi su governi colpevoli, a loro dire, di averle ostacolate. Da questo punto di vista, qualsiasi regolamentazione pubblica rischierà di essere messa in secondo piano rispetto alle esigenze di aziende e mercati.

Non è la prima volta che si cerca di concludere un accordo di questo tipo. Già negli anni ’90 qualcosa di simile fu respinto (l’Accordo Multilaterale sugli Investimenti); e anche nelle Americhe naufragò l´ALCA proposto da George W. Bush ai Paesi latinoamericani, basato sugli stessi principi.

Uno dei settori più delicati che potrebbero essere modificati dall´accordo TTIP è quello dell´alimentazione, con l´impossibilità – per esempio – di vietare la diffusione degli OGM, perfettamente legali negli Stati Uniti. Ma anche l´uso di ormoni nell’allevamento o di pesticidi in agricoltura. E potrebbe venir meno il principio della tutela della diversità e della territorialità del prodotto.

Acqua, trasporti ed energia sono invece i settori nei quali sarebbe più alto il rischio di privatizzazione, e le comunità che si opponessero sarebbero passibili di denuncia davanti al tribunale competente. Sull´energia si pone anche il problema dell’estrazione dello shale gas (il gas di scisto) attraverso il cosiddetto fracking, cioè la frantumazione in profondità, che tante sciagure ambientali sta creando negli Stati Uniti. Il divieto esistente in Francia per questo tipo di estrazione potrebbe essere contestato dalle imprese che si ritenessero danneggiate. Anche le regole di tutela della privacy potrebbero essere contestate dai giganti statunitensi della comunicazione.

La vittima più clamorosa di questi accordi, però, sarebbe la democrazia. I cittadini, dalla firma dei trattati in poi, non avrebbero più potere di scelta autonoma in materia ambientale, economica e sociale perché vincolati a monte. Addirittura il diritto al lavoro potrebbe essere messo in discussione, se dovesse prevalere il diritto di assumere secondo le condizioni contrattuali degli USA, Paese nel quale non esistono contratti nazionali, e che non ha sottoscritto le normative antidiscriminatorie per motivi di genere o etnia.

Con il TTIP l´Europa, già duramente provata dalle politiche di austerity che limitano seriamente il margine di manovra dei governi nazionali, si avvicinerebbe sempre più al modello sociale ed economico statunitense. Una situazione già sperimentata dal Messico che nel 1994, sottoscrivendo gli accordi NAFTA con USA e Canada, ipotecò seriamente la sua sovranità politica ed economica. Oggi, tra il Messico che voleva diventare “socio” degli Stati Uniti e il ricco vicino del Nord si alza un muro controllato a vista.

L´Europa per fortuna non è il Messico. Ma se le logiche sono le stesse, anche noi rischiamo che l´originale modello universalistico dei diritti, costruito in decenni di lotte sociali, ambientali e sindacali, diventi storia passata. L´Europa “socia” degli Stati Uniti, a queste condizioni, metterebbe fine al sogno della costruzione di un´area di civiltà, valori condivisi e diritti reciprocamente riconosciuti. Ora l´ultima parola passa a una delle istituzioni più ignorate dai poteri forti: il Parlamento europeo, l´assise che oggi rappresenta l´unica istituzione comunitaria con un mandato democratico. Mandato che sarà rinnovato il prossimo 25 maggio. Praticamente l’ultima chiamata per salvare e cambiare la situazione, e per rilanciare il percorso dell’Europa su nuove basi, dicendo no da subito al TTPI.

Alfredo Luis Somoza (Candidato Circoscrizione Nord Ovest – Elezioni Europee 2014 – Lista Altra Europa con Tsipras)

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Il grande Impero ottomano, che fra il ’300 e i primi anni del ’900 fu uno dei protagonisti della politica mondiale, coltivò sempre il sogno di diventare la cerniera tra Occidente e Oriente. Un impero che si espandeva su tre continenti: Europa, Asia e Africa. E che per secoli controllò la via della seta, una delle rotte commerciali più ricche e frequentate del mondo, almeno fino a quando, nel XIX secolo, le rotte marittime presero il sopravvento.

La sua capitale Istanbul, divisa tra Europa e Asia dallo stretto del Bosforo, era il luogo ideale per simboleggiare il ruolo e il prestigio dell’“Impero dei due mondi”. E lo divenne ancora di più quando l’ingegneria moderna fu in grado di affrontare opere impegnative come i tunnel sottomarini. L’idea di una galleria sotto il Bosforo, infatti, è vecchia di 150 anni: già il sultano Abdul-Hamid II aveva incaricato ingegneri francesi di progettare il tunnel che avrebbe collegato i due continenti.

L’opera non fu mai realizzata, complici il crollo dell’impero e la nascita della moderna Turchia dalle sue ceneri. Ora ci proverà il premier Erdoğan, che ha appena inaugurato il progetto Marmaray, un tunnel ferroviario che in 4 minuti permetterà ai treni di attraversare lo stretto, da costruire in collaborazione con il Giappone. Questo progetto faraonico fa parte di un pacchetto di opere pubbliche che saranno realizzate nei prossimi 8 anni, per una spesa totale di 250 miliardi di dollari USA. Puro Keynes ai margini di un’Europa imbrigliata dalle politiche rigoriste.

Non mancano però le critiche tecniche sull’agibilità del tunnel, progettato in una zona altamente sismica e che presenta diverse criticità sul fronte della sicurezza. Simili obiezioni non costituiscono un problema per Erdoğan, ormai lanciato verso le prossime scadenze elettorali. La Turchia moderna, in cui è in corso un braccio di ferro tra i settori laici (rappresentati dalle forze armate) e il partito della Giustizia del premier Erdoğan (di matrice islamico-conservatrice), è considerata un modello di successo economico. Nonostante le insistenti voci sulla corruzione pubblica siano preoccupanti.

Il rifiuto dell’Europa, che ha solo “socchiuso” le porte all’ingresso della Turchia nell’Unione, è stato compensato da un grande attivismo politico che ha avuto come risultato la crescita dell’influenza di Ankara in quelle che una volta erano le province ottomane. Oggi la Turchia ha recuperato un peso rilevante negli equilibri mediorientali, e la sua vicinanza politica alla Russia di Putin rafforza il blocco dei paesi dell’Europa non comunitaria, soprattutto nei Balcani.

Dovremo dunque aggiornare la nostra visione di questo Paese reduce delle proteste di piazza Taksim, espressione di un disagio sociale riguardante soprattutto i ceti medi, che chiedono più libertà e migliori servizi. Mentre la crescita è andata a favore dei ceti più deboli, che sostengono il governo.

Una potenza emergente che ora rivaluta la sua storia e la sua centralità geografica, riproponendosi come cerniera tra il Medio Oriente, diversi Paesi ex sovietici ricchi di gas e petrolio e l’Europa. L’Islam conservatore e keynesiano di Erdoğan, temperato dalle pressioni dei settori laici della società e dello Stato, sta diventando, pur tra mille contraddizioni, un modello di riferimento per tanti Paesi arabi stretti nella morsa tra integralismo e totalitarismo.

In Turchia si vota regolarmente, le scivolate repressive, come quelle dello scorso anno, sono meno frequenti di quanto accada in altri Paesi dell’area e c’è crescita economica anche se non manca la corruzione. Dopo qualche decennio di marginalità, in cui era stata relegata al triste ruolo di esportatrice di manodopera verso l’Europa settentrionale, la Turchia sta tornando a occupare una centralità ai confini di Asia e Europa: funzione che, ragionando in tempi storici, aveva perso solo per un brevissimo periodo. Un nuovo protagonista, dunque, nei confronti del quale l’Europa non può limitarsi alla (eventuale) “gentile concessione” dell’apertura delle porte. Ma con il quale dovrà misurarsi per dialogare con l’infiammata sponda sud del Mediterraneo, e per accedere ai giacimenti energetici dell’Asia centrale.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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I navigatori portoghesi che riuscirono a circumnavigare l’Africa per arrivare in Oriente furono i primi a gettare le basi per la globalizzazione dello scambio di beni o servizi, attività che dal Quattrocento in poi acquisì dimensioni planetarie. La potenza commerciale, in realtà, non andò sempre di pari passo con quella politica o militare: l’Impero spagnolo, egemone militarmente tra il XVI e il XVIII secolo, non fu mai una vera potenza mercantile; anzi, furono altri Stati europei a trarre un duraturo vantaggio dai suoi investimenti in uomini e risorse nelle Americhe, in Asia e in Europa. L’Olanda e soprattutto la Gran Bretagna furono le potenze commerciali per eccellenza dei nuovi tempi, quelli nei quali le cannoniere coloniali non sparavano per l’onore della Corona o in nome della fede, ma per garantire gli interessi delle compagnie private che gestivano i mercati mondiali, quotate alle Borse di Londra e di Amsterdam. Nel Novecento è stato il turno di nuova potenza industriale, militare e commerciale: gli Stati Uniti d’America, che sono riusciti a vincere la sfida posta dall’URSS durante la Guerra Fredda proprio grazie alla loro capacità di produrre merci e venderle, di accumulare risorse e di investirle in ricerca e innovazione, soprattutto nel settore bellico. L’URSS, l’altra grande potenza del XX secolo, per quanto abbia esercitato un potere politico e militare incontrastato all’interno del suo blocco di riferimento, non ha mai creato né alimentato un circuito commerciale degno di nota, se non per lo scambio di beni di base. La ruota fa un altro giro e, nel 2013, la storia ci riporta indietro di 3000 anni: perché la Cina, dopo millenni, è tornata a essere la prima potenza commerciale del mondo. Dopo 13 anni dal suo ingresso nel WTO, la Cina che ha scommesso sul mercato – pur rimanendo a guida comunista – ha superato gli Stati Uniti per il valore degli scambi commerciali con l’estero. Con un volume pari a 4160 miliardi di dollari USA, oltre a diventare il big trader mondiale, Pechino, grazie alla sua bilancia commerciale, guadagna ben 260 miliardi di dollari, a fronte di un “rosso” di 633 miliardi per Washington. Si tratta di un nuovo primato da parte del Paese più popoloso del mondo, che già vantava il primo posto nella classifica della produzione industriale. Oggi la Cina, che dovrebbe assestarsi attorno al miliardo e 400 milioni di abitanti, fabbrica più acciaio degli otto Paesi che la seguono in classifica sommati tra loro. A questo quadro più che positivo si aggiunge quello delle riserve in valuta dello Stato: anche qui, le più consistenti al mondo; ed è prossimo lo sbarco dello yuan nei panieri delle valute di riserva globali. Una mossa di Pechino che non dovrebbe avere ripercussioni sull’euro, ma che si farà sentire su un dollaro reso progressivamente più marginale negli scambi mondiali. La novità dei dati 2013 è che la domanda interna cinese è cresciuta, come voluto dalle autorità economiche nazionali per spezzare la dipendenza dall’export e dagli investimenti pubblici sul mercato interno. Queste rilevazioni confermano come sia sempre più marcata la distanza tra ciò che la Cina realmente è, e il modo in cui questo Paese viene percepito nel mondo. La Cina della miseria rurale, degli operai tenuti praticamente alla catena, degli scempi ambientali e dell’autoritarismo è infatti una faccia della medaglia, quella più nota e pubblicizzata. Ma la Cina è anche fattore di stabilità globale, investitore infrastrutturale in Africa e America Latina, big nel settore delle energie rinnovabili, con una società civile che si va facendo sempre più viva e fertile. Quest’ultima Cina spiega meglio dell’altra il successo globale del Paese che emerge dalle statistiche. Non si tratta sicuramente di un fenomeno passeggero: la più antica potenza mondiale è tornata sulla scena planetaria per restarci a lungo. 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
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All’ombra del Partenone sta nascendo una forza politica e civile determinata a scardinare i modelli economici e sociali dell’Europa degli ultimi tempi. E’ la lista Tsipras, il soggetto politico che sostiene la candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito progressista greco Syriza, alla presidenza della Commissione UE. La lista, che sta ricevendo consensi crescenti anche in Italia, si propone di rivedere le politiche dell’Unione Europea seguendo i principi di uguaglianza, inclusione e sviluppo sostenibile. Parliamo del progetto Tsipras e del futuro dell’Europa con Alfredo Luis Somoza, giornalista, docente universitario, Presidente dell’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale di Milano.

Professor Somoza, vede un futuro politico concreto nella nascente lista Tsipras? Al di là della credibilità, crede che possa essere efficace sul piano politico?

«Credo che l’operazione della formazione della Lista Tsipras in Italia, diversa rispetto al resto dell’Europa, se manterrà le premesse di unitarietà e di superamento degli steccati ideologici, potrebbe avere successo. C’è una vasta area di sofferenza politica che nelle ultime elezioni si è riversato su diverse forze politiche, dal PD al M5S, da SEL all’astensione più che altro scegliendo il “male minore”. Il progetto di Tsipras potrebbe dare cittadinanza a un nocciolo di sinistra riformista e radicale che in qualche modo possa intercettare i delusi dell’evidente deriva centrista di quella che doveva essere la grande forza socialdemocratica italiana, il PD, ma che per ora ha deluso le aspettative.»

Vi sono in Italia, secondo lei, i presupposti per costruire una struttura politica seria intorno al progetto Tsipras? Se sì, di cosa c’è bisogno?

«Io preferirei fare un passo alla volta. Se si riesce a costruire una lista unitaria a sostegno di Tsipras sarà già un passo da giganti. Il resto andrà valutato dopo le elezioni europee, ma certamente aprirebbe nuovi orizzonti.»

Pur conservando profondi disuguaglianze, gli Stati Uniti sembrano riuscire, in qualche modo, a superare la crisi di questi anni. Questo recupero appare estremamente difficile in Europa. Quali sono, a suo parere, i motivi di questa differenza? Cos’è che blocca i Paesi europei?

Alfredo Luis Somoza

Alfredo Luis Somoza

«Gli Stati Uniti di America hanno concluso in pochi anni dalla nascita dell’Unione un percorso dal particolarismo al federalismo. Percorso che in Europa per ora è stato interrotto. Negli Stati Uniti esiste un Presidente della Federazione con vasti poteri, un Parlamento federale, una Suprema Corte e una banca Centrale alle quali sono state delegate dagli Stati poteri esclusivi. Da noi, il processo di unificazione europea ha subito un’accelerazione sul piano economico, con la nascita dell’euro e della BCE, e un rallentamento che rasenta la paralisi sul piano politico e sociale. Così come esistono politiche vincolanti per i paesi membri in materia ambientale e finanziaria, non esiste ancora una politica di difesa comune, una strategia sull’immigrazione, un welfare europeo, uno standard retributivo europeo. Il problema della costruzione europea è proprio questa sospensione, questo prevalere della visione dell’economia rispetto a quello della società.  La FED statunitense ha appena varato una politica di restringimento della base monetaria per favorire gli investimenti negli Stati Uniti. A differenza della BCE, ci si pone il problema dell’occupazione. Il governo Obama, in materia economica, sta applicando con successo politiche keynesiane di stimolo economico a partire dall’investimento pubblico su innovazione e ricerca, sulla fiscalità  e sul sostegno diretto al comparto industriale. Nell’Europa sospesa questi interventi sono utopistici. Questa è la sua debolezza principale.»

Cosa pensa della crescita di consensi che vede protagonisti movimenti estremisti e populisti in tanti Paesi d’Europa? Quali sono le cause di questo fenomeno, a suo avviso?

«I movimenti populisti si fanno forti di una cultura politica che si è man mano degradata negli anni. Il vituperio, l’insulto, la rissa, sono stati sdoganati dalla televisione come forme della politica e hanno portato all’equivoco che “parlare chiaro” sia “parlare giusto”. Le ricette semplici e brutali dei populismi sono comprensibili, e quindi diventano possibili per coloro che non capiscono il politichese, diffidano di una politica diventata classe e si sentono vicini a chi promette soluzioni semplici e radicali. I populismi europei, con poche eccezioni, non sono ideologizzati, ma potrebbero diventarlo presto. E’ un percorso che si è già verificato nella Germania di Weimar con tragici risultati.»

In che modo l’Italia può contribuire al cambiamento dell’Unione? Pensa, insomma, che un Paese “da solo” possa avere la forza tale da imporre una linea alternativa?

«L’Italia è uno dei soci di maggioranza dell’Europa. Togliendo la Gran Bretagna, che più che membro sembra un critico dell’UE, l’Italia condivide con Germania e Francia le principali responsabilità. Per questo è stata criminale la latitanza dell’Italia dai tavoli europei durante il ventennio berlusconiano. Una latitanza che ancora paghiamo con un calo del nostro prestigio e della nostra capacità di incidere. I deputati che eleggerà l’Italia il prossimo 25 maggio dovranno battere i pugni sul tavolo, ma non per esigere privilegi, ma perché il processo che dovrebbe portare agli Stati Uniti d’Europa riparta, e soprattutto perché le regole imposte con le politiche di cosiddette austerity tornino ad avere una logica anzitutto economica. Di sola austerità si muore, e questo lo sanno benissimo gli economisti e i politici che hanno ideato e approvato queste regole. Basta guardare i passi di USA e Giappone per uscire dalla crisi, ma anche della Cina, per capire che non esiste più, per fortuna,  un pensiero unico in materia economica, per quanto in Europa qualcuno ne sia ancora convinto.»

Il numero di giovani d’Europa costretti a trasferirsi in un altro continente aumenta. Come immagina l’Europa tra 10 anni? C’è una speranza per i giovani europei?

«Nell’ambito del mio lavoro mi capita spesso di trovare giovani italiani alla ricerca di lavoro in mondi  lontani (Brasile, Argentina, Mozambico). E’ un ritorno al passato per l’Italia, ma a differenza dei tempi dei nostri nonni e dell’emigrazione di massa, oggi c’è l’Europa. Un progetto che solo i giovani di oggi potranno realizzare o fare fallire. L’Europa unita sarebbe un interlocutore di primissimo ordine a livello globale, l’unica area al mondo che si caratterizza per avere non solo interessi comuni ma anche valori comuni. Un’Europa portatrice di valori sui diritti umani, sulla parità di genere, sul welfare. Di questa Europa si ha bisogno nel mondo. Per questo, il principale successo per la generazione dei giovani di oggi è quella di realizzare finalmente i sogni dei padri fondatori.»