Fair Trade, non più solo una scelta

Pubblicato: 18 ottobre 2026 in Mondo

Tra conflitti, questione climatica e problemi energetici, ci siamo dimenticati di quel settore del mercato che già guardava lontano ben prima che scoppiassero le cosiddette “crisi”, proponendo un modello produttivo e commerciale attento alle ricadute ambientali e sociali. Il Fair Trade, per noi commercio equo e solidale, non solo sta resistendo al caos globale ma in questi ultimi due anni è cresciuto, restando però sempre una nicchia di mercato. A crescere sono soprattutto le sue filiere, nel 2025 erano attive 1850 organizzazioni di produttori con oltre 1,8 milioni di lavoratori coinvolti: hanno incassato, oltre al prezzo giusto per il loro prodotto, 200 milioni di euro di Fairtrade Premium, cioè il fondo gestito dall’organizzazione certificatrice Fairtrade che viene distribuito non al singolo lavoratore, ma alle organizzazioni contadine per gli investimenti e il miglioramento dei loro prodotti. Complessivamente questo circuito mondiale nel 2025 ha certificato merci per 2,6 miliardi di vendite dei produttori e circa 10 miliardi di euro di vendite al dettaglio. Uno dei Paesi dove l’aumento è stato più marcato è proprio l’Italia, Altromercato ha aumentato del 33% il suo fatturato rispetto all’anno precedente.

È solo un granello di sabbia nell’ingranaggio, si sarebbe detto una volta, ma in alcuni casi c’è di più. Da diverse indagini, e soprattutto da quando, oltre un decennio fa, i prodotti del commercio equo e solidale sono entrati nella grande distribuzione, sono cambiate anche le motivazioni dei consumatori. Negli anni ’90 quella principale era sostenere i produttori del Sud del mondo, oggi invece si chiedono qualità, rispetto ambientale e dei diritti dei lavoratori, certezza dell’origine del prodotto e tracciabilità, tutto a un prezzo ragionevole. 

Questo accade perché il consumatore si è trovato davanti agli occhi prodotti che rispettano questi criteri a prezzi ormai nella media; molte grandi aziende, pur non cambiando le loro logiche di base, hanno creato linee speciali di prodotti che presentano le stesse caratteristiche del commercio equo e solidale, diffondendo ulteriormente i criteri di sostenibilità e responsabilità sociale. È una delle grandi contraddizioni del sistema del supermercato globale: per venire incontro a nuove sensibilità e nicchie di mercato, hanno diffuso principi che prima erano relegati a un pubblico già consapevole, quello che cercava l’equo e solidale nelle botteghe specializzate.

C’è però anche il rovescio della medaglia. Nessuno aveva messo in conto che il mondo avrebbe attraversato una fase di impoverimento, speculare all’aumento delle grandi ricchezze, e ciò sta facendo saltare molte certezze: in queste condizioni, il prodotto “migliore” rischia di essere semplicemente quello più economico. È il solito cane che si morde la coda, perché il prodotto a prezzo stracciato non fa che accrescere le disparità, l’impatto ambientale e lo sfruttamento del lavoro, e dunque anche l’immigrazione destinata ai lavori agricoli sottopagati nel Nord del mondo. 

Bisogna considerare che sui prezzi di questi prodotti incidono anche i costi, aumentati a dismisura, dei fertilizzanti chimici e dei carburanti usati sia per l’agricoltura sia per il trasporto delle merci. I nodi stanno venendo al pettine davanti ai nostri occhi: l’illusione di poter avere a prezzi bassi prodotti provenienti da tutto il mondo ha gli anni contati. La valorizzazione del lavoro agricolo, il rispetto dei cicli della natura, il consumo dei prodotti stagionali e, nella misura del possibile, coltivati vicino a casa non sarà più una scelta, ma una necessità.

Rispondi