Il sogno del sultano

Pubblicato: 1 marzo 2014 in Mondo
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Il grande Impero ottomano, che fra il ’300 e i primi anni del ’900 fu uno dei protagonisti della politica mondiale, coltivò sempre il sogno di diventare la cerniera tra Occidente e Oriente. Un impero che si espandeva su tre continenti: Europa, Asia e Africa. E che per secoli controllò la via della seta, una delle rotte commerciali più ricche e frequentate del mondo, almeno fino a quando, nel XIX secolo, le rotte marittime presero il sopravvento.

La sua capitale Istanbul, divisa tra Europa e Asia dallo stretto del Bosforo, era il luogo ideale per simboleggiare il ruolo e il prestigio dell’“Impero dei due mondi”. E lo divenne ancora di più quando l’ingegneria moderna fu in grado di affrontare opere impegnative come i tunnel sottomarini. L’idea di una galleria sotto il Bosforo, infatti, è vecchia di 150 anni: già il sultano Abdul-Hamid II aveva incaricato ingegneri francesi di progettare il tunnel che avrebbe collegato i due continenti.

L’opera non fu mai realizzata, complici il crollo dell’impero e la nascita della moderna Turchia dalle sue ceneri. Ora ci proverà il premier Erdoğan, che ha appena inaugurato il progetto Marmaray, un tunnel ferroviario che in 4 minuti permetterà ai treni di attraversare lo stretto, da costruire in collaborazione con il Giappone. Questo progetto faraonico fa parte di un pacchetto di opere pubbliche che saranno realizzate nei prossimi 8 anni, per una spesa totale di 250 miliardi di dollari USA. Puro Keynes ai margini di un’Europa imbrigliata dalle politiche rigoriste.

Non mancano però le critiche tecniche sull’agibilità del tunnel, progettato in una zona altamente sismica e che presenta diverse criticità sul fronte della sicurezza. Simili obiezioni non costituiscono un problema per Erdoğan, ormai lanciato verso le prossime scadenze elettorali. La Turchia moderna, in cui è in corso un braccio di ferro tra i settori laici (rappresentati dalle forze armate) e il partito della Giustizia del premier Erdoğan (di matrice islamico-conservatrice), è considerata un modello di successo economico. Nonostante le insistenti voci sulla corruzione pubblica siano preoccupanti.

Il rifiuto dell’Europa, che ha solo “socchiuso” le porte all’ingresso della Turchia nell’Unione, è stato compensato da un grande attivismo politico che ha avuto come risultato la crescita dell’influenza di Ankara in quelle che una volta erano le province ottomane. Oggi la Turchia ha recuperato un peso rilevante negli equilibri mediorientali, e la sua vicinanza politica alla Russia di Putin rafforza il blocco dei paesi dell’Europa non comunitaria, soprattutto nei Balcani.

Dovremo dunque aggiornare la nostra visione di questo Paese reduce delle proteste di piazza Taksim, espressione di un disagio sociale riguardante soprattutto i ceti medi, che chiedono più libertà e migliori servizi. Mentre la crescita è andata a favore dei ceti più deboli, che sostengono il governo.

Una potenza emergente che ora rivaluta la sua storia e la sua centralità geografica, riproponendosi come cerniera tra il Medio Oriente, diversi Paesi ex sovietici ricchi di gas e petrolio e l’Europa. L’Islam conservatore e keynesiano di Erdoğan, temperato dalle pressioni dei settori laici della società e dello Stato, sta diventando, pur tra mille contraddizioni, un modello di riferimento per tanti Paesi arabi stretti nella morsa tra integralismo e totalitarismo.

In Turchia si vota regolarmente, le scivolate repressive, come quelle dello scorso anno, sono meno frequenti di quanto accada in altri Paesi dell’area e c’è crescita economica anche se non manca la corruzione. Dopo qualche decennio di marginalità, in cui era stata relegata al triste ruolo di esportatrice di manodopera verso l’Europa settentrionale, la Turchia sta tornando a occupare una centralità ai confini di Asia e Europa: funzione che, ragionando in tempi storici, aveva perso solo per un brevissimo periodo. Un nuovo protagonista, dunque, nei confronti del quale l’Europa non può limitarsi alla (eventuale) “gentile concessione” dell’apertura delle porte. Ma con il quale dovrà misurarsi per dialogare con l’infiammata sponda sud del Mediterraneo, e per accedere ai giacimenti energetici dell’Asia centrale.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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