La nascita delle reti ferroviarie risale all’800, quando i Paesi industrializzati (Gran Bretagna, Germania, Francia, USA) cominciarono a collegare le miniere di carbone alle fabbriche, e i grandi Paesi produttori di derrate alimentari (Brasile, Argentina, Australia, India) le campagne ai porti. Il treno ha accompagnato la formazione degli Stati nazionali nati dalla decolonizzazione e ne ha sancito la coesione territoriale, collegando le province più isolate ai centri politici e produttivi. Insieme alle navi, fino alla seconda metà del ’900 è stato il mezzo di trasporto per eccellenza, per poi diventare sempre più marginale con l’avanzata dei camion e, negli ultimi decenni, degli aerei.

Assoluta protagonista dell’espansione dei binari nel mondo fu la Gran Bretagna vittoriana, che costruì il più grande impero politico e commerciale della storia basandosi su tre pilastri: il controllo dei mari, le ferrovie e il telegrafo. Erano inglesi gli ingegneri, la tecnologia e i manufatti che trasportavano persone e merci nelle Pampas, nei deserti australiani, nelle campagne infinite dell’India: lo sviluppo commerciale, l’industrializzazione e la globalizzazione marciavano al ritmo del fischio delle locomotive a vapore. Solo un continente, con pochissime eccezioni, rimase escluso da questa ondata di modernizzazione: l’Africa. Un continente condannato dalla storia contemporanea a rimanere produttore di poche materie prime, anche se dall’alto valore di mercato. Soprattutto, un continente senza investimenti produttivi, senza infrastrutture, senza mercati economici rilevanti e quindi senza ferrovie.

Chi conosce la storia contemporanea forse mai avrebbe immaginato che le trasformazioni sociali dell’800, dovute all’industrializzazione, si potessero ripetere quasi identiche a distanza di circa due secoli. L’aumento dei diritti, per esempio, che in Occidente fu il risultato delle lotte soprattutto dei ceti rurali diventati operai e maturati tra le mura delle fabbriche, oggi si ripresenta nello stesso modo nei Paesi di recente industrializzazione, dalla Cina all’India al Bangladesh: scioperi, lotte sindacali, repressione, negoziazione, estensione dei diritti. Ma ancora più illuminante sui cicli della globalizzazione, tra l’800 e gli anni 2000, è l’arrivo del treno in Africa. È stata recentemente annunciata la costruzione di una ragnatela di binari che dovrebbe collegare i Grandi Laghi a Nairobi e Mombasa e su fino a Addis Abeba e Gibuti. Si tratta del più grande progetto di infrastruttura dell’era post coloniale, dal valore iniziale di 3,8  miliardi di dollari USA.

Soldi e tecnologie sono made in China, Paese che si è specializzato nella costruzione di materiale ferroviario e di infrastrutture. Da due decenni esporta componenti, rotaie e treni in Asia, in America Latina e ora in Africa. Le aziende di Stato che costruiranno le ferrovie fanno parte del gruppo di oltre 2000 realtà cinesi sbarcate non solo per “prelevare” materie prime, come da secoli fa l’Occidente, ma per produrre in loco, guardando al mercato costituito da 300 milioni di persone che vivono tra il Kenya e l’Uganda.

Questo interesse cinese per un mercato da sempre snobbato comincia a dare frutti: le statistiche confermano anche nel 2014 la crescita dell’economia africana, in media del 5,5% e con picchi del 7,5% nell’Est del continente. Non è un caso che l’agenzia di rating Moody’s, per la prima volta nella storia, abbia rilasciato la classificazione del credito sovrano all’Etiopia, che sta per debuttare sul mercato dei bond. E così, tra i rumori di fondo generati dai conflitti, dalla corruzione, dalla sottrazione di terre, dalle tensioni religiose, l’Africa si arricchisce di un nuovo suono: il fischio del treno, che a tanti altri popoli ha portato fortuna.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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