Il tour americano del presidente cinese Xi Jinping, il primo del suo mandato, è iniziato in modo irrituale. O forse no. Prima di sbarcare a Washington per incontrare Obama, infatti, Xi Jinping ha fatto tappa a Trinidad e Tobago, piccola enclave petrolifera al largo del Venezuela, e poi in Costa Rica e Messico. Particolare rilievo ha l’incontro con le autorità del Costa Rica, il Paese centroamericano che più a lungo rifiutò i rapporti con Pechino favorendo quelli con la rivale Taiwan.

Con questi incontri, la Cina ribadisce che a Pechino “America” non è sinonimo di Stati Uniti, nonostante gli USA siano abituati ad autodefinirsi in questo modo. L’America è un continente, e con questo continente la Cina ha ormai stabilito rapporti economici e politici duraturi. Lo ha fatto senza mai interferire nella politica interna dei vari Paesi, abituati dalla storia dell’800 e del ’900 a continue e pesanti ingerenze delle potenze estere.

Pechino è già il nuovo partner globale dei Paesi emergenti dell’area, in passato “obbligati” ad avere rapporti con una sola potenza: quella del Nord. Sullo sfondo, l’inizio di una reciprocità geopolitica tra Cina e USA alla quale Washington dovrà abituarsi: non saranno solo gli Stati Uniti a “giocare” nel cortile di casa cinese, ma accadrà anche il contrario. In questo senso la visita in America Latina del presidente cinese è simmetrica al viaggio negli USA, per firmare diversi accordi commerciali, del presidente birmano Thein Seinn, a capo di un Paese che finora  aveva rapporti internazionali solo con la Cina.

La forza di Pechino rimane però il suo gigantesco commercio estero, che si estende a diverse aree del mondo. Nel 2012 la Cina ha scambiato con l’America Latina 260 miliardi di dollari USA in merci e servizi; è il primo partner commerciale di Brasile e Cile e il secondo di Perú, Cuba e Costa Rica. Gli Stati Uniti rispondono sottolineando che i loro rapporti con i vicini del Sud hanno una qualità istituzionale superiore rispetto a quelli che il resto del continente intrattiene con Pechino: includono infatti anche i temi della sicurezza, del narcotraffico e della difesa. Tutte questioni indubbiamente importanti ma che, in base alla storia, i latinoamericani gradirebbero gestire senza il coinvolgimento del Pentagono.

Il grande “gioco” tra Cina e USA si svolge però nell’area del Pacifico. I riflettori sul futuro dell’economia globale si sono infatti spostati dall’Atlantico all’altro grande oceano. Non a caso gli USA stanno promuovendo con grande forza la TPP (Trans-Pacific Partnership), una grande area di libero commercio sulle due sponde dell’oceano che esclude però la Cina. E anche l’America Latina, che ha le sue storiche potenze sull’Atlantico (Brasile, Venezuela e Argentina), ha carte da giocare con i Paesi emergenti del Pacifico: Cile, Perù, Colombia e Messico. Cina e USA sono i due grandi poli di attrazione e di aggregazione, tra loro in competizione soft, per ora.

Nei rapporti tra Paesi dell’ex terzo mondo e potenze mondiali la retorica ormai lascia il tempo che trova. Contano invece le possibilità economiche, la capacità di gestire i partner in modo più paritetico. E soprattutto diventa importante capire quanto queste relazioni rinforzino la sovranità degli Stati anziché ribadirne la dipendenza. È questa per ora è la principale forza della Cina.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Ormai mancano pochi mesi alla fine della presenza di truppe straniere in Afghanistan. Il calendario annunciato del presidente Obama, ritiro entro la fine del 2014, se mai sarà rispettato, lo sarà anche per gli alleati ancora impegnati su quel fronte: Germania, Regno Unito, Italia. Il conflitto, iniziato nell’ottobre del 2001 con i resti delle Torri Gemelle ancora fumanti, aveva come obiettivo distruggere i campi di addestramento, dare la caccia ai massimi vertici di Al Qaida e spazzare via il regime dei talebani.

Obiettivi tutti mancati, nel senso che i leader della fantomatica rete del terrorismo islamico, quando sono stati raggiunti, erano quasi sempre nel vicino Pakistan. E i talebani, diventati nel frattempo la punta più acuminata della resistenza afghana alla presenza straniera, sono ora gli unici interlocutori politici con i quali gli USA stanno trattando la transizione verso un governo del quale sicuramente faranno parte. A distanza di 10 anni, sono stati spesi 440 miliardi di dollari soltanto da parte statunitense e sono morte oltre 35.000 persone. Osama Bin Laden, il casus belli la cui presenza in Afghanistan giustificò l’intervento, è stato catturato e ucciso in Pakistan. Fuori dallo scenario di guerra.

A Washington di solito la Storia è poco studiata. Dimenticano, al Pentagono, la fine dei soldati inglesi che nel gennaio del 1842, durante la prima guerra anglo-afghana, si ritirarono da Kabul in base alla parola data da Mohammed Akbar Khan: il leader dei ribelli afghani aveva promesso che non sarebbero stati toccati durante l’evacuazione verso l’India. Alla fine, ben pochi dei 16.000 soldati e familiari della guarnigione di Kabul arrivarono in India. In parte furono vittime del gelo, ma soprattutto caddero durante gli agguati tesi dalle varie tribù appostate lungo la strada. Di tanto in tanto Akbar si faceva vivo rassicurando il generale Elphinstone che stava facendo tutto il possibile per tenere sotto controllo le tribù locali: vi fu, però, chi riferì di aver udito il capo afghano esortare i suoi combattenti a risparmiare gli inglesi in persiano, lingua conosciuta da alcuni di questi ultimi, e a massacrarli in pashtun, lingua parlata solo dagli afghani. 

Durante la Guerra Fredda fu il turno dell’URSS, che occupò militarmente il Paese imponendo per 10 anni un governo fantoccio: istituzione che crollò dopo l’umiliante ritirata sovietica dovuta all’avanzata dei mujaheddin, foraggiati economicamente e politicamente dagli Stati Uniti. 

L’Afghanistan è questo. Un coacervo di etnie organizzate in modo tribale che dà vita a un Paese definito tale solo per convenzione geografica. Più che uno Stato, infatti, questo lembo d’Asia è il teatro di continue lotte per la supremazia tra i gruppi locali; lotte nelle quali, a intervalli regolari, si inseriscono potenze straniere che finiscono regolarmente sconfitte. Britannici, sovietici e ora statunitensi hanno imparato a spese proprie quanto l’Afghanistan sia imprendibile e soprattutto ingovernabile.

Il bilancio della politica estera armata dell’ultimo ventennio, e cioè da quando la fine della Guerra Fredda ha permesso di tornare a utilizzare le armi, è totalmente fallimentare. I Paesi nei quali si è registrato l’uso della forza da parte di potenze straniere, come l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, sono a brandelli, balcanizzati e in mano quasi sempre a forze integraliste. Dalla guerra evidentemente non nasce la democrazia, eppure la diplomazia internazionale ha smesso di esplorare le vie pacifiche per mettere alle strette i regimi totalitari e farli eventualmente crollare.

È difficile scommettere sul futuro dell’Afghanistan, ma poche volte come in questo caso si può dire che la storia si

ripete. Indipendentemente dalla natura politica e culturale dei talebani di turno, quando la politica tace e viene

dispiegata la pura forza militare si rischia sempre di fare flop. I generali, che si dilettano di numeri e statistiche sul

potere dei propri eserciti, dimenticano che un popolo invaso produce combattenti che valgono cinque invasori, che la

conoscenza del territorio e della cultura locale fornisce un vantaggio impossibile da compensare con il denaro. E che

un popolo bombardato anche mentre sta festeggiando un matrimonio diventa ancora più ostile contro l’invasore,

qualsiasi siano le intenzioni di quest’ultimo. Senza questi elementi non si può capire l’Afghanistan, un Paese povero

nel cuore dell’Asia centrale che non è mai stato piegato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Molto si è scritto e dibattuto negli ultimi decenni sulla cosiddetta oil diplomacy, cioè sulla politica estera, soprattutto degli Stati Uniti, imperniata sul bisogno vitale di garantirsi il rifornimento di greggio. Il nemico storico di questi interessi è stato il cartello dei Paesi produttori di petrolio, l’Opec, organizzazione nata negli anni ’60 sulla spinta terzomondista del movimento dei non allineati. L’Opec, che garantisce il 42% del mercato mondiale, controllando le quote di estrazione di greggio dei Paesi membri è riuscita per lunghi periodi a mantenere alti i prezzi del petrolio grazie a una politica di “cartello”.

Nel corso degli anni l’organizzazione ha subito duri colpi, soprattutto da quando gli USA controllano di fatto l’Iraq e la Libia, oltre alla politica petrolifera dell’Arabia Saudita. L’ultimo uomo forte dei Paesi Opec, il venezuelano Hugo Chávez, è deceduto da poco. Gli Stati Uniti, non solo per l’Opec, pagano un prezzo altissimo per garantirsi il greggio: la politica mediorientale è il fulcro della diplomazia a stelle e strisce e la principale voce di spesa nel budget militare. In prospettiva però questa situazione potrebbe cambiare.

La velocità con la quale sta aumentando l’estrazione di shale-oil (il petrolio ottenuto da scisti bituminose) negli USA e l’estrazione delle sabbie bituminose canadesi, infatti, potrebbero ridurre fino a cancellare la storica dipendenza energetica di Washington. Si calcola che già nei prossimi tre anni Canada e Stati Uniti potrebbero soddisfare da soli il 40% della domanda interna di energia fossile. E per il 2020 si ipotizza che i principali produttori di greggio saranno proprio gli Stati Uniti, sorpassando l’Arabia Saudita. Non a caso i future sul petrolio con scadenza 2017 quotano il barile di greggio 90 dollari, dieci sotto la soglia psicologica dei 100 dollari.

Vista la riduzione del bisogno di greggio estero, gli USA potrebbero limitarsi ad acquistare petrolio dai Paesi non membri dell’Opec a prezzi inferiori, innescando una corsa al ribasso del prezzo. Una delle ultime armi in mano all’Opec è ridurre da subito il livello di estrazione, ma in questa fase di crisi sarà difficile che riescano a raggiungere un accordo. Questo inaspettato sviluppo del mercato energetico statunitense avrà pesanti ripercussioni sulla geopolitica del Medio Oriente. Quando il principale motivo della sua strategicità si ridimensionerà, questa regione scenderà inevitabilmente nella scala degli interessi delle potenze.

Dal crollo dell’Impero Ottomano e degli imperi coloniali europei, il Medio Oriente non ha mai vissuto lunghi periodi di pace ed è sempre stato oggetto di tentativi, falliti o riusciti, di destabilizzarne lo scenario politico. E ha visto prosperare oligarchie legittimate solo dalla loro fedeltà alla potenza di turno, a discapito dei popoli governati. La primavera araba, che si è manifestata con più virulenza nei Paesi senza ricchezza petrolifera, si è fatta sentire timidamente anche in qualche petro-Stato. Potrebbe essere solo l’inizio di un capovolgimento dell’intera area, quando le potenze che attualmente, e maldestramente, ne garantiscono la stabilità avranno altre priorità.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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I grandi volani della globalizzazione degli anni ’90 sono state da un lato le certezze giuridiche sui capitali investiti all’estero e la possibilità di rimpatriare i profitti, dall’altro le legislazioni ambientali inesistenti o troppo permissive dei Paesi che attiravano investimenti e, soprattutto, il costo del lavoro. Dalle maquiladoras del Messico ai giganteschi impianti di assemblaggio di Shanghai, le imprese per vent’anni hanno portato la produzione dove c’erano le migliori opportunità in materia salariale e poche grane sindacali.

Le storie di sfruttamento minorile e femminile, le condizioni inumane delle catene di montaggio malesi o cinesi hanno scandito la cronaca degli ultimi vent’anni. Oggi però la situazione sta velocemente cambiando. L’equazione “produco e vendo dove mi conviene”, quasi sempre in Paesi diversi, pare reggere sempre di mano. E ciò perché nei Paesi emergenti i salari sono aumentati e il costo dei trasporti e della logistica pure; perché i sindacati sono nati o sono riusciti a entrare dove prima era vietato; perché ormai tutti si stanno dotando di una legislazione ambientale.

Il vero motore del cambiamento passa però da un’altra grande “scoperta” del turbo-capitalismo contemporaneo: se gli operai perdono il lavoro perché è stata portata via la fabbrica, prima o poi escono dal mercato consumatore. Se una società “ricca” si impoverisce, i prodotti di alta fascia, anche se costruiti a basso costo, non li compra più nessuno. Non basta dire che, nel frattempo, nei Paesi emergenti sono entrati nel mercato consumatore centinaia di milioni di nuovi impiegati e operai strappati all’agricoltura, perché per quel mercato si produce in loco.

A questo punto la logica alla base della globalizzazione anni ’90 viene meno. Non si parla più di un mercato globale, ma di un mercato segmentato e servito da una produzione sempre più “nazionale”. Un esempio è il nuovo modello di iPod in plastica, destinato al mercato orientale a un prezzo dimezzato rispetto all’originale in alluminio. Gli Stati Uniti, patria delle aziende che per prime hanno delocalizzato, sono oggi invece la capitale del backshoring, tecnicamente il ritorno in patria delle imprese che se ne erano andate.

E questo non solo per la minore convenienza a produrre all’estero, ma anche perché il governo Obama e alcuni Stati particolarmente colpiti dalle delocalizzazioni, come la California, hanno cominciato sia ad aumentare la pressione fiscale sui prodotti manufatti all’estero sia a offrire incentivi e facilitazioni alle imprese che reinvestono sul suolo americano. La California ha incentivato l’industria creando 350.000 nuovi posti di lavoro nel 2012. Obama ha più volte minacciato di colpire fiscalmente le aziende americane che non abbiano nei loro piani di investire negli USA e, come nel caso della Chrysler , è intervenuto finanziariamente per impedire il trasloco del marchio all’estero.

Queste nuove caratteristiche della globalizzazione offrono maggiori possibilità di competere alle imprese di dimensioni nazionali, ma soprattutto permettono il consolidamento di tante lotte per i diritti dei lavoratori sacrificate in questi anni sull’altare dei costi “stracciati”.  In Europa come in Asia, il costo sociale dell’arricchimento di chi vendeva a 100 euro in Occidente un paio di scarpe costato 5 in Oriente non è più sostenibile. La globalizzazione può davvero diventare una grande opportunità: soprattutto se perderà del tutto le caratteristiche che si sintetizzano nell’aggettivo “selvaggia”.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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E’ in libreria (e anche in vendita online) il mio ultimo libro. Oltre la Crisi… raccoglie i miei interventi degli ultimi due anni su Popolare Network e in altre testate. Il tema è la crisi economica, gli equilibri mondiali che cambiano, i popoli che migrano, l’economia solidale che si fa largo, il futuro dell’alimentazione, la società dei consumi globale,  la pirateria che ancora imperversa. Con un ricordo di Hugo Chavez e un primo ritratto di Papa Francesco inseriti in chiusura.

“Prendendo spunto dall’attualità e citando cifre, atti e documenti ufficiali, Alfredo Somoza, settimana dopo settimana, è riuscito a farci entrare nelle dinamiche della mondialità e implicitamente ci ha fatto capire che l’Italia non poteva essere impermeabile al movimento di panico e di preoccupazione che ha contagiato una buona fetta del mondo ricco (…) “Gli “appunti” che danno vita a questo libro ci ricordano che a provocare la crisi del capitalismo occidentale è stata la sua stessa ingordigia che lo ha portato a inventare strumenti fittizi (derivati) per aumentare i profitti in borsa e che ancora oggi continua a perfezionarli minacciando la stabilità dei prezzi del cibo a causa dei commodity futures. Solo che ora i popoli del Sud del mondo non ci stanno più ad essere le cavie e le vittime di un sistema impazzito. Ovunque, anche nelle zone più remote, nascono reti di cittadini, di contadini e di operai per denunciare land grabbing e water grabbing, turismo sessuale, sfruttamento della manodopera, lavoro minorile, effetti nefasti del surriscaldamento climatico (…) Grazie alla rete ora è più facile promuovere nel Sud del mondo un turismo responsabile, un’agricoltura sostenibile e un commercio equo-solidale mentre nel Nord hanno cominciato a dare i primi frutti le campagne online contro quei brand, ossessionati dal profitto, che violano in Asia la dignità umana nelle fabbriche della moda e del lusso (…)  In fondo un mondo migliore è possibile se dotiamo la globalizzazione di un codice di etica. Altrimenti la storia, ci ricorda l’autore di “Oltre la crisi”, insegna che ogni ingiustizia si paga con gli interessi. E l’Italia non è sfuggita a questo destino.” (dall’introduzione di Chawki Senouci, Capo Servizio esteri Radio Popolare)

Oltre la crisi: appunti sugli scenari globali futuri 

di Alfredo Somoza

Edizioni CentoAutori, 10 euro

oltre la crisi

 

Lunedì scorso, Sergio Marchionne ha presentato alla Presidente  Dilma Rousseff il piano di investimenti dell Fiat in Brasile per il periodo 2013-2016. Una cifra che equivale a mezza manovrina in Italia, ben 5,6 miliardi di euro per metà destinati alla costruzione del nuovo impianto di Goiana (Pernambuco) e per il resto per l’ampliamento della capacità produttiva dello storico stabilimento di Betim. L’obiettivo della Fiat è quello di raggiungere il milione di autovettura all’anno made in Brasile.  Un quarto di questa cifra sarà prodotta dalla nuova gigantesca fabbrica del Pernambuco, che darà lavoro a 7.000 operai in modo diretto a altri 12.000 dell’indotto.  Questi i piani di Fiat per il Brasile, che nel primo trimestre 2013 si è dimostrato il secondo mercato al mondo per le vendite, dopo gli USA ma in quota Chrysler, con 143.000 auto, solo 8.000 in meno dell’intera UE. Il giorno dopo, Marchionne si è spostato a Cordoba, in Argentina,  per visitare insieme alla Presidente Kirchner il nuovo impianto per la produzioni di trattori sul quale Fiat ha investito 200 milioni di dollari. Fin qui la notizia in controtendenza, di fabbriche che aprono, investimenti miliardari, nuovi posti di lavoro. Ma tra le pieghe di questa notizia si legge il risultato delle politiche di stimolo all’industria messe in campo in modo deciso in Sud America , soprattutto dal Brasile. Il nuovo impianto del Pernanbuco, che costerà 2,3 miliardi di euro, sarà finanziato al 85%,  tramite sovvenzioni e sgravi fiscali, dallo Stato brasiliano e dallo Stato del Pernambuco. La politica di industrializzazione del Nordest del paese, storica terra di contadini poveri, di emigrazione e di fame, sta dando risultati incredibili: la richiesta di personale qualificato è più veloce della capacità gestionale di formarli innescando flussi di immigrazione dall’Europa (Portogallo in primis). Gli incentivi fiscali sono stati pensati per attirare nella regione investimenti, ma anche per distribuirli internamente. Quanto più lontano dalla costa si aprono le fabbriche, più alto è l’incentivo, per creare opportunità nei centri più lontani dell’interno. Queste politiche attive dello stato brasiliano, dai tempi del primo governo Lula, hanno duplicato la capacità produttiva del paese, creato centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, sviluppato eccellenze (ad esempio l’industria aeronautica) e rilanciato la presenza del commercio estero brasiliano spezzando il monopolio delle materie prime. Queste politiche, seguite anche in Uruguay, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Argentina sono state il simbolo dell’inversione di rotta rispetto al neoliberismo che aveva deindustrializzato interi comparti e interi paesi che tornavano a dipendere dall’import di beni manufatti e perdevano posti di lavoro. In America Latina le politiche industriali attive da parte dello Stato sono il cuore del “progressismo” insieme all’allargamento dei diritti sociali nel quale si identificano personaggi di diversa storia e cultura ma che su questi punti non transigono. Le destre la pensano diversamente, lasciano regolare al mercato la società attraverso la sua  “mano invisibile”,    pensano che lo Stato non deva ridistribuire il reddito attraverso il welfare né tassare la ricchezza, non considerano prioritario definire e sostenere un profilo produttivo autonomo. Destra e sinistra oggi si riconoscono per le politiche che propongono, non più per vecchie appartenenze ormai sfumate.  La retorica lascia il campo al pragmatismo e i campi sono ben definiti,  senza paure e ambedue legittimi.  Sono gli elettori che decidono, e anche qui, non in base a un’appartenenza, ma in base a cosa ritengono più conveniente. In poche parole, politiche e non chiacchiere e compromessi. Alla prova dei fatti, per gli elettori latinoamericani oggi è più conveniente votare candidati di centrosinistra e per la prima volta la democrazia è stato lo strumento del cambiamento. Un grande risultato conquistato attraverso parole chiare, priorità irrinunciabili, compromessi solo con gli elettori, ricostruzione di un’egemonia culturale, aggiornamento dei principi in base a una moderna lettura della globalizzazione.

 

Alfredo Somoza

 

FiatBrasil

Dal punto di vista macroeconomico, due sono i capisaldi del predominio economico del blocco Europa-Stati Uniti sul resto del mondo: il paniere di monete di riferimento (sterlina, dollaro USA e euro) e il controllo degli organismi finanziari internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale). Il dominio indisturbato delle monete – antiche o moderne – emesse dai Paesi una volta chiamati “centrali” risale ai tempi del colonialismo. Da allora sono il riferimento obbligato per la valutazione e lo scambio di materie prime e manufatti. Pochi e finiti male sono stati i tentativi di sganciarsi da questa logica e, per quanto si sia teorizzato, finora non è nata nessuna alternativa percorribile per un reale superamento di questa situazione.

La crisi che continua a interessare gli Stati Uniti e in particolar modo l’Europa sta offrendo l’opportunità storica per l’affrancamento dal patron-dollaro, e di conseguenza dall’euro e dalla sterlina, dei Paesi emergenti raggruppati nei Brics. Il vertice di Durban del gruppo formato da India, Cina, Brasile, Russia e Sudafrica ha segnato forse l’avvio di una nuova logica monetaria che includa anche le valute di questi Paesi che attualmente producono il 21% del PIL globale, rappresentano il 43% della popolazione mondiale e hanno uno scambio commerciale cresciuto dai 27 miliardi del 2002 ai 500 miliardi previsti per il 2015. Miliardi di dollari USA, si intende. Almeno per ora.

Questo club di successo ora lancia la sfida con due idee che potrebbero cambiare l’economia mondiale. La prima è l’utilizzo delle loro valute nazionali per gli scambi reciproci, a cominciare dai 30 miliardi di dollari all’anno del commercio tra Brasile e Cina che ora sarà saldato in real e in yuan. La seconde è la creazione di una banca di sviluppo dei Brics, con una dotazione iniziale di 100 miliardi di dollari allo scopo di soccorrere i Paese membri in difficoltà, ma soprattutto di creare un fondo consistente non denominato in dollari o euro. Si tratta di un capitale iniziale modesto, se si pensa che le riserve valutarie combinate dei cinque Paesi raggiungono i 4.400 miliardi di dollari: ma, nel caso in cui uno di questi Stati dovesse ricorrere al credito internazionale, la banca avrebbe l’effetto di cancellare il ruolo di prestatore, e di suggeritore di politiche economiche, del Fondo Monetario Internazionale.

Insomma, una vera e propria rivoluzione all’insegna della filosofia introdotta dall’ex presidente brasiliano Lula quando, nel 2005, saldò i debiti che il suo Paese aveva contratto con l’organismo di Washington per non dovere mai più subire i diktat dei “tecnici” del FMI rispetto alle scelte di politica economica interna. Questa opportunità è anche una sfida, perché i Brics dovranno dimostrare di saper tenere in ordine i conti macroeconomici e di sostenere una politica monetaria per la prima volta autonoma senza mettere in crisi la stabilità delle loro economie.

Un simile orizzonte di multipolarismo valutario è molto temuto soprattutto a Washington, perché con un dollaro indebolito sarà sempre più difficile per il Tesoro USA collocare all’estero i bond del suo debito a tassi bassi. Questa scelta obbligherà gli USA, ma anche i Paesi dell’Unione Europea, a fare scelte più oculate in materia economica, perché sarà sempre più oneroso scaricare i propri debiti sul resto della comunità mondiale. La banca di sviluppo dei Brics diventa così un’importantissima tappa sulla via del consolidamento di un nuovo ordine mondiale per molti decenni solo teorizzato, ma che grazie alla crisi delle economie dei Paesi di vecchia industrializzazione fa oggi passi da gigante.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Nel cuore della foresta amazzonica c’è un popolo che si considera “figlio del guaraná”. È il popolo dei Sateré-Mawé, una delle centinaia di etnie indigene che vivono nella più grande foresta primaria del mondo. I Sateré sono circa 10.000 e sono distribuiti lungo i fiumi Andirá e Marau: il loro territorio ancestrale, vasto quanto l’Abruzzo, è stato riconosciuto dallo Stato brasiliano con la Costituzione del 1988.

Ma i Sateré nell’ultimo secolo hanno sofferto la “vicinanza” di Manaus, la capitale dell’Amazzonia brasiliana, che ha attirato i giovani indigeni alla ricerca di opportunità economiche e ha irradiato una cultura dei consumi impossibile da soddisfare nei villaggi della foresta. A Manaus si è così creata una folta comunità di indios amazzonici che svolgono lavori umili e vivono nelle baraccopoli delle periferie, senza futuro e culturalmente sradicati.

Il popolo Sateré lentamente e inesorabilmente si stava estinguendo, con la conseguenza che le sue terre, una volta svuotate, sarebbero rimaste una riserva indigena solo sulla carta, finendo con l’essere spartite.  Quindici anni fa alcune figure guida della comunità Sateré decisero di provare a fermare questo lento declino a partire da una lettura molto peculiare della globalizzazione. L’ipotesi di partenza era che quanto il loro popolo aveva di più sacro, cioè il prodotto energizzante della liana di guaraná, potesse diventare il simbolo di una rinascita culturale e allo stesso tempo una fonte di reddito per gli indigeni che continuavano a vivere nella foresta.

Iniziò così un lungo percorso di formazione, ripristino dei guaraneti e tessitura di alleanze commerciali che ha portato, dopo pochi anni, il sacro guaraná dei Sateré-Mawé sugli scaffali dei supermercati italiani con il marchio Guaranito. Un prodotto tradizionale di una tribù amazzonica è diventato prodotto di nicchia globale. Una materia prima della foresta, raccolta in modo sostenibile, è diventata presidio Slow Food, prodotto del commercio equo e solidale e ora anche opportunità di turismo responsabile. Alla prova dei fatti, il progetto guaraná ha segnato un cambio di rotta e di vita per gli abitanti dei territori ancestrali Sateré. Un punto di orgoglio e una fonte di entrate per le famiglie, favorite anche dalle politiche di lotta alla povertà introdotte dal governo Lula.

Oggi i giovani indios non devono più emigrare obbligatoriamente nella città, possono scegliere. Per la prima volta, nell’Università di Manaus ci sono studenti provenienti dalla riserva indigena che studiano per difendere i diritti della loro gente e per gestire l’immenso patrimonio naturale della foresta. Il progetto-guaraná è una delle tante piccole, grandi storie di successo rese possibile dalle potenzialità, in questo caso positive, offerte dalla globalizzazione e dal superamento del rapporto centro-periferia su scala planetaria. Ciò che non è cambiato, almeno per ora, è il rapporto tra noi urbanizzati e coloro che vivono a contatto con la natura.

Per festeggiare il successo avuto dalla loro intuizione, i Sateré-Mawé hanno liberato nel fiume centinaia di tartarughe acquatiche allevate dai bambini della foresta. Si tratta di esemplari di una specie che, negli anni passati, aveva rischiato di scomparire, in quanto queste tartarughe erano diventate parte integrante della povera dieta quotidiana degli indios. L’economia solidale ha dimostrato ancora una volta che non solo si può rendere giustizia a popoli e persone relegate ai margini della storia, ma si possono anche ripristinare equilibri millenari. Nella foresta dei Sateré-Mawé, il guaraná equo e solidale fa bene anche alle tartarughe.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Nel folklore brasiliano, dal Nord al Sud del Paese, la figura del toro ha un ruolo centrale. Era un simbolo carico di significati sia per gli schiavi africani sia per i portoghesi: nelle storie e nei rituali che hanno come oggetto i tori o i buoi, si racconta il ciclo dell’agricoltura attraverso la morte e la resurrezione di questi animali. Una tradizione che, per quanto sia originaria del Nordest del Paese, getta le sue radici anche nelle profondità dell’Amazzonia.

È proprio nella piccola città di Parintins, nel cuore della foresta, che si celebra ogni anno la sfida, a suon di danze, canzoni e sfilate carnevalesche, tra il bue Garantido e quello Caprichoso. Il tifo divide in due la città, come e più del calcio. La storia che si racconta ogni anno è molto semplice: la schiava Catirina ha una “voglia” e chiede a suo marito Francisco di procurarle da mangiare la lingua del migliore tra i buoi del padrone. Lo schiavo ammazza un bue e procura la lingua alla sua amata, ma viene scoperto e imprigionato. Con l’aiuto di un pajè, cioè di uno sciamano indio, la figlia del padrone riesce a fare resuscitare il bue e il tutto si ricompone: alla fine si festeggia ballando e cantando. Questa storia viene rivisitata ogni anno e i seguaci di ciascuno dei due buoi di Parintins competono per dimostrare che il loro è l’animale migliore, quello degno di resuscitare. Ad assegnare il titolo e il relativo premio è una giuria.

È il Carnevale amazzonico che, a differenza di quello di Rio de Janeiro, include moltissimi elementi culturali indigeni e non solo africani. Il bue Garantido viene rappresentato con un cuore tra le corna e il colore rosso. La sua forza viene dal coraggio e dalla integrità morale. Il bue Caprichoso, invece, ha come simbolo una stella azzurra e i suoi colori sono l’azzurro e il bianco. La sua forza deriva dalla saggezza, e cioè dalla conoscenza della foresta e dei suoi segreti.

La festa che ogni anno si celebra nel bumbodromo, uno stadio costruito appositamente per questo evento, a forma di testa di bue, attira pubblico e personalità da molto lontano ed è una manifestazione culturale tra le più autentiche del Brasile. Così autentica e radicata che anche le multinazionali hanno dovuto fare i conti con la sensibilità di chi vi prende parte. La Coca Cola, massimo sponsor della manifestazione, per poter partecipare ha fatto un’eccezione, caso unico al mondo, rispetto al suo rigido codice commerciale. Il problema che si presentava al colosso di Atlanta è che, come tutti sanno, il rosso è l’unico colore della sua bibita di punta. Ma in Amazzonia il rosso è il simbolo del toro Garantido, e la Coca Cola non poteva offendere i tifosi del toro Caprichoso. Per quanto assetati, questi ultimi non avrebbero mai comprato una bibita con i colori dei loro storici rivali.

Per questo motivo, se passate da Parintins, potrete vedere le uniche lattine di Coca Cola al mondo non di colore rosso ma azzurro. Un omaggio al toro Caprichoso e una dimostrazione di come la cultura popolare, quando è fortemente radicata, possa arginare anche l’omologazione consumistica. Finora però, a quanto ci risulta, l’unico essere vivente che sia riuscito a piegare la Coca Cola è il toro amazzonico. Quello saggio perché conosce i segreti della foresta.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La Cina è lo Stato più antico del mondo. 4000 anni di continuità territoriale, politica e linguistica spezzata nel ’900, ma solo dal punto di vista socio-politico, con il passaggio dal Celeste Impero alla Repubblica Popolare. Una rivoluzione, quella maoista, che abolì la nobiltà e distribuì la terra pubblica ai contadini, ma non cambiò l’essenza di un Paese nato attorno al nucleo statale modellato da Confucio e che rappresenta, in pieno terzo millennio, la versione aggiornata degli imperi dell’antichità, basati sul controllo delle risorse e sulla programmazione sociale.

La moderna Cina si è data come prossimo traguardo il più epocale cambiamento sociale mai tentato. Si tratta del piano per urbanizzare 400 milioni di contadini che abitano le aree rimaste arretrate dopo 30 anni di boom economico basato sullo sviluppo industriale e dei servizi.  Pechino prevede di investire una cifra da capogiro: ben 5 mila miliardi di euro da spendere nel prossimo decennio per garantire ancora alti livelli di crescita nei successivi 10 anni. Una programmazione che si spinge fino al 2035, un lasso temporale che mai nessuna potenza (vecchia o nuova) avrebbe potuto immaginare. La logica di questo piano, formulato dalla nuova dirigenza del Partito Comunista appena insediatasi, è che “recuperando” 400 milioni di cinesi al mercato della produzione industriale e dei consumi si porranno le basi per mantenere in attivo gli indici di crescita economica ancora per decenni.

Il piano servirebbe anche a “regolarizzare” i circa 200 milioni di cinesi che senza autorizzazione, ma anche senza espliciti divieti, si sono già spostati nelle città della costa. Cittadini che alimentano le catene di montaggio ma che non godono, non avendo avuto l’autorizzazione a cambiare residenza, dei servizi di base quali la sanità, l’educazione o l’abitazione. Il piano di urbanizzazione a tappe forzate, nelle intenzioni di Pechino, non dovrebbe appesantire ulteriormente le attuali metropoli, bensì sviluppare le città di “piccole” dimensioni (su scala cinese, quelle che oggi contano tra uno e due milioni di abitanti). Se il piano, finanziato con emissioni a catena di titoli di Stato, dovesse avere successo, la Cina del 2025 avrà una popolazione concentrata per il 70% nelle aree urbane.

Si tratta di un’impresa ciclopica, che presenta però grossi rischi se non sarà guidata con pugno di ferro. Da una parte si dovrà garantire una maggiore ridistribuzione del reddito per evitare i conflitti sociali, e dall’altra bisognerà evitare che lo svuotamento delle campagne incida pesantemente sulla sovranità alimentare di un Paese in bilico tra quanto è in grado di produrre e quanto ha bisogno di importare. Il riso, alimento di base dei cinesi e pilastro dell’agricoltura, è storicamente il prodotto che ha garantito l’autarchia alimentare. I dati dell’import di questo cereale dicono molto sui cambiamenti in corso: nel 2010 la Cina dovette importare 300mila tonnellate di riso, solo due anni più tardi si sono raggiunti i 2,5 milioni di tonnellate. Lo stesso vale per la carne, di cui la Cina è già il quarto consumatore mondiale, e alla cui produzione viene destinato un terzo della produzione cerealicola locale.

La bilancia agricola cinese nel 2012 ha raggiunto il passivo record di -54 miliardi di dollari. Pechino, come tutti gli imperi, al momento di programmare fa i conti con le riserve globali di alimenti: proprio per questo motivo c’è da essere molto preoccupati per il futuro dell’alimentazione di un mondo dal quale scompaiono progressivamente i contadini, coloro i quali hanno permesso la vita dell’umanità sulla terra dal Neolitico in poi, e sono sempre stati indispensabili per la nascita e lo sviluppo delle città.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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