Le politiche industriali, ovvero non c’è più destra né sinistra (?)

Pubblicato: 8 maggio 2013 in America Latina
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Lunedì scorso, Sergio Marchionne ha presentato alla Presidente  Dilma Rousseff il piano di investimenti dell Fiat in Brasile per il periodo 2013-2016. Una cifra che equivale a mezza manovrina in Italia, ben 5,6 miliardi di euro per metà destinati alla costruzione del nuovo impianto di Goiana (Pernambuco) e per il resto per l’ampliamento della capacità produttiva dello storico stabilimento di Betim. L’obiettivo della Fiat è quello di raggiungere il milione di autovettura all’anno made in Brasile.  Un quarto di questa cifra sarà prodotta dalla nuova gigantesca fabbrica del Pernambuco, che darà lavoro a 7.000 operai in modo diretto a altri 12.000 dell’indotto.  Questi i piani di Fiat per il Brasile, che nel primo trimestre 2013 si è dimostrato il secondo mercato al mondo per le vendite, dopo gli USA ma in quota Chrysler, con 143.000 auto, solo 8.000 in meno dell’intera UE. Il giorno dopo, Marchionne si è spostato a Cordoba, in Argentina,  per visitare insieme alla Presidente Kirchner il nuovo impianto per la produzioni di trattori sul quale Fiat ha investito 200 milioni di dollari. Fin qui la notizia in controtendenza, di fabbriche che aprono, investimenti miliardari, nuovi posti di lavoro. Ma tra le pieghe di questa notizia si legge il risultato delle politiche di stimolo all’industria messe in campo in modo deciso in Sud America , soprattutto dal Brasile. Il nuovo impianto del Pernanbuco, che costerà 2,3 miliardi di euro, sarà finanziato al 85%,  tramite sovvenzioni e sgravi fiscali, dallo Stato brasiliano e dallo Stato del Pernambuco. La politica di industrializzazione del Nordest del paese, storica terra di contadini poveri, di emigrazione e di fame, sta dando risultati incredibili: la richiesta di personale qualificato è più veloce della capacità gestionale di formarli innescando flussi di immigrazione dall’Europa (Portogallo in primis). Gli incentivi fiscali sono stati pensati per attirare nella regione investimenti, ma anche per distribuirli internamente. Quanto più lontano dalla costa si aprono le fabbriche, più alto è l’incentivo, per creare opportunità nei centri più lontani dell’interno. Queste politiche attive dello stato brasiliano, dai tempi del primo governo Lula, hanno duplicato la capacità produttiva del paese, creato centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, sviluppato eccellenze (ad esempio l’industria aeronautica) e rilanciato la presenza del commercio estero brasiliano spezzando il monopolio delle materie prime. Queste politiche, seguite anche in Uruguay, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Argentina sono state il simbolo dell’inversione di rotta rispetto al neoliberismo che aveva deindustrializzato interi comparti e interi paesi che tornavano a dipendere dall’import di beni manufatti e perdevano posti di lavoro. In America Latina le politiche industriali attive da parte dello Stato sono il cuore del “progressismo” insieme all’allargamento dei diritti sociali nel quale si identificano personaggi di diversa storia e cultura ma che su questi punti non transigono. Le destre la pensano diversamente, lasciano regolare al mercato la società attraverso la sua  “mano invisibile”,    pensano che lo Stato non deva ridistribuire il reddito attraverso il welfare né tassare la ricchezza, non considerano prioritario definire e sostenere un profilo produttivo autonomo. Destra e sinistra oggi si riconoscono per le politiche che propongono, non più per vecchie appartenenze ormai sfumate.  La retorica lascia il campo al pragmatismo e i campi sono ben definiti,  senza paure e ambedue legittimi.  Sono gli elettori che decidono, e anche qui, non in base a un’appartenenza, ma in base a cosa ritengono più conveniente. In poche parole, politiche e non chiacchiere e compromessi. Alla prova dei fatti, per gli elettori latinoamericani oggi è più conveniente votare candidati di centrosinistra e per la prima volta la democrazia è stato lo strumento del cambiamento. Un grande risultato conquistato attraverso parole chiare, priorità irrinunciabili, compromessi solo con gli elettori, ricostruzione di un’egemonia culturale, aggiornamento dei principi in base a una moderna lettura della globalizzazione.

 

Alfredo Somoza

 

FiatBrasil

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