Il grande Impero ottomano, che fra il ’300 e i primi anni del ’900 fu uno dei protagonisti della politica mondiale, coltivò sempre il sogno di diventare la cerniera tra Occidente e Oriente. Un impero che si espandeva su tre continenti: Europa, Asia e Africa. E che per secoli controllò la via della seta, una delle rotte commerciali più ricche e frequentate del mondo, almeno fino a quando, nel XIX secolo, le rotte marittime presero il sopravvento.

La sua capitale Istanbul, divisa tra Europa e Asia dallo stretto del Bosforo, era il luogo ideale per simboleggiare il ruolo e il prestigio dell’“Impero dei due mondi”. E lo divenne ancora di più quando l’ingegneria moderna fu in grado di affrontare opere impegnative come i tunnel sottomarini. L’idea di una galleria sotto il Bosforo, infatti, è vecchia di 150 anni: già il sultano Abdul-Hamid II aveva incaricato ingegneri francesi di progettare il tunnel che avrebbe collegato i due continenti.

L’opera non fu mai realizzata, complici il crollo dell’impero e la nascita della moderna Turchia dalle sue ceneri. Ora ci proverà il premier Erdoğan, che ha appena inaugurato il progetto Marmaray, un tunnel ferroviario che in 4 minuti permetterà ai treni di attraversare lo stretto, da costruire in collaborazione con il Giappone. Questo progetto faraonico fa parte di un pacchetto di opere pubbliche che saranno realizzate nei prossimi 8 anni, per una spesa totale di 250 miliardi di dollari USA. Puro Keynes ai margini di un’Europa imbrigliata dalle politiche rigoriste.

Non mancano però le critiche tecniche sull’agibilità del tunnel, progettato in una zona altamente sismica e che presenta diverse criticità sul fronte della sicurezza. Simili obiezioni non costituiscono un problema per Erdoğan, ormai lanciato verso le prossime scadenze elettorali. La Turchia moderna, in cui è in corso un braccio di ferro tra i settori laici (rappresentati dalle forze armate) e il partito della Giustizia del premier Erdoğan (di matrice islamico-conservatrice), è considerata un modello di successo economico. Nonostante le insistenti voci sulla corruzione pubblica siano preoccupanti.

Il rifiuto dell’Europa, che ha solo “socchiuso” le porte all’ingresso della Turchia nell’Unione, è stato compensato da un grande attivismo politico che ha avuto come risultato la crescita dell’influenza di Ankara in quelle che una volta erano le province ottomane. Oggi la Turchia ha recuperato un peso rilevante negli equilibri mediorientali, e la sua vicinanza politica alla Russia di Putin rafforza il blocco dei paesi dell’Europa non comunitaria, soprattutto nei Balcani.

Dovremo dunque aggiornare la nostra visione di questo Paese reduce delle proteste di piazza Taksim, espressione di un disagio sociale riguardante soprattutto i ceti medi, che chiedono più libertà e migliori servizi. Mentre la crescita è andata a favore dei ceti più deboli, che sostengono il governo.

Una potenza emergente che ora rivaluta la sua storia e la sua centralità geografica, riproponendosi come cerniera tra il Medio Oriente, diversi Paesi ex sovietici ricchi di gas e petrolio e l’Europa. L’Islam conservatore e keynesiano di Erdoğan, temperato dalle pressioni dei settori laici della società e dello Stato, sta diventando, pur tra mille contraddizioni, un modello di riferimento per tanti Paesi arabi stretti nella morsa tra integralismo e totalitarismo.

In Turchia si vota regolarmente, le scivolate repressive, come quelle dello scorso anno, sono meno frequenti di quanto accada in altri Paesi dell’area e c’è crescita economica anche se non manca la corruzione. Dopo qualche decennio di marginalità, in cui era stata relegata al triste ruolo di esportatrice di manodopera verso l’Europa settentrionale, la Turchia sta tornando a occupare una centralità ai confini di Asia e Europa: funzione che, ragionando in tempi storici, aveva perso solo per un brevissimo periodo. Un nuovo protagonista, dunque, nei confronti del quale l’Europa non può limitarsi alla (eventuale) “gentile concessione” dell’apertura delle porte. Ma con il quale dovrà misurarsi per dialogare con l’infiammata sponda sud del Mediterraneo, e per accedere ai giacimenti energetici dell’Asia centrale.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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I navigatori portoghesi che riuscirono a circumnavigare l’Africa per arrivare in Oriente furono i primi a gettare le basi per la globalizzazione dello scambio di beni o servizi, attività che dal Quattrocento in poi acquisì dimensioni planetarie. La potenza commerciale, in realtà, non andò sempre di pari passo con quella politica o militare: l’Impero spagnolo, egemone militarmente tra il XVI e il XVIII secolo, non fu mai una vera potenza mercantile; anzi, furono altri Stati europei a trarre un duraturo vantaggio dai suoi investimenti in uomini e risorse nelle Americhe, in Asia e in Europa. L’Olanda e soprattutto la Gran Bretagna furono le potenze commerciali per eccellenza dei nuovi tempi, quelli nei quali le cannoniere coloniali non sparavano per l’onore della Corona o in nome della fede, ma per garantire gli interessi delle compagnie private che gestivano i mercati mondiali, quotate alle Borse di Londra e di Amsterdam. Nel Novecento è stato il turno di nuova potenza industriale, militare e commerciale: gli Stati Uniti d’America, che sono riusciti a vincere la sfida posta dall’URSS durante la Guerra Fredda proprio grazie alla loro capacità di produrre merci e venderle, di accumulare risorse e di investirle in ricerca e innovazione, soprattutto nel settore bellico. L’URSS, l’altra grande potenza del XX secolo, per quanto abbia esercitato un potere politico e militare incontrastato all’interno del suo blocco di riferimento, non ha mai creato né alimentato un circuito commerciale degno di nota, se non per lo scambio di beni di base. La ruota fa un altro giro e, nel 2013, la storia ci riporta indietro di 3000 anni: perché la Cina, dopo millenni, è tornata a essere la prima potenza commerciale del mondo. Dopo 13 anni dal suo ingresso nel WTO, la Cina che ha scommesso sul mercato – pur rimanendo a guida comunista – ha superato gli Stati Uniti per il valore degli scambi commerciali con l’estero. Con un volume pari a 4160 miliardi di dollari USA, oltre a diventare il big trader mondiale, Pechino, grazie alla sua bilancia commerciale, guadagna ben 260 miliardi di dollari, a fronte di un “rosso” di 633 miliardi per Washington. Si tratta di un nuovo primato da parte del Paese più popoloso del mondo, che già vantava il primo posto nella classifica della produzione industriale. Oggi la Cina, che dovrebbe assestarsi attorno al miliardo e 400 milioni di abitanti, fabbrica più acciaio degli otto Paesi che la seguono in classifica sommati tra loro. A questo quadro più che positivo si aggiunge quello delle riserve in valuta dello Stato: anche qui, le più consistenti al mondo; ed è prossimo lo sbarco dello yuan nei panieri delle valute di riserva globali. Una mossa di Pechino che non dovrebbe avere ripercussioni sull’euro, ma che si farà sentire su un dollaro reso progressivamente più marginale negli scambi mondiali. La novità dei dati 2013 è che la domanda interna cinese è cresciuta, come voluto dalle autorità economiche nazionali per spezzare la dipendenza dall’export e dagli investimenti pubblici sul mercato interno. Queste rilevazioni confermano come sia sempre più marcata la distanza tra ciò che la Cina realmente è, e il modo in cui questo Paese viene percepito nel mondo. La Cina della miseria rurale, degli operai tenuti praticamente alla catena, degli scempi ambientali e dell’autoritarismo è infatti una faccia della medaglia, quella più nota e pubblicizzata. Ma la Cina è anche fattore di stabilità globale, investitore infrastrutturale in Africa e America Latina, big nel settore delle energie rinnovabili, con una società civile che si va facendo sempre più viva e fertile. Quest’ultima Cina spiega meglio dell’altra il successo globale del Paese che emerge dalle statistiche. Non si tratta sicuramente di un fenomeno passeggero: la più antica potenza mondiale è tornata sulla scena planetaria per restarci a lungo. 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
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All’ombra del Partenone sta nascendo una forza politica e civile determinata a scardinare i modelli economici e sociali dell’Europa degli ultimi tempi. E’ la lista Tsipras, il soggetto politico che sostiene la candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito progressista greco Syriza, alla presidenza della Commissione UE. La lista, che sta ricevendo consensi crescenti anche in Italia, si propone di rivedere le politiche dell’Unione Europea seguendo i principi di uguaglianza, inclusione e sviluppo sostenibile. Parliamo del progetto Tsipras e del futuro dell’Europa con Alfredo Luis Somoza, giornalista, docente universitario, Presidente dell’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale di Milano.

Professor Somoza, vede un futuro politico concreto nella nascente lista Tsipras? Al di là della credibilità, crede che possa essere efficace sul piano politico?

«Credo che l’operazione della formazione della Lista Tsipras in Italia, diversa rispetto al resto dell’Europa, se manterrà le premesse di unitarietà e di superamento degli steccati ideologici, potrebbe avere successo. C’è una vasta area di sofferenza politica che nelle ultime elezioni si è riversato su diverse forze politiche, dal PD al M5S, da SEL all’astensione più che altro scegliendo il “male minore”. Il progetto di Tsipras potrebbe dare cittadinanza a un nocciolo di sinistra riformista e radicale che in qualche modo possa intercettare i delusi dell’evidente deriva centrista di quella che doveva essere la grande forza socialdemocratica italiana, il PD, ma che per ora ha deluso le aspettative.»

Vi sono in Italia, secondo lei, i presupposti per costruire una struttura politica seria intorno al progetto Tsipras? Se sì, di cosa c’è bisogno?

«Io preferirei fare un passo alla volta. Se si riesce a costruire una lista unitaria a sostegno di Tsipras sarà già un passo da giganti. Il resto andrà valutato dopo le elezioni europee, ma certamente aprirebbe nuovi orizzonti.»

Pur conservando profondi disuguaglianze, gli Stati Uniti sembrano riuscire, in qualche modo, a superare la crisi di questi anni. Questo recupero appare estremamente difficile in Europa. Quali sono, a suo parere, i motivi di questa differenza? Cos’è che blocca i Paesi europei?

Alfredo Luis Somoza

Alfredo Luis Somoza

«Gli Stati Uniti di America hanno concluso in pochi anni dalla nascita dell’Unione un percorso dal particolarismo al federalismo. Percorso che in Europa per ora è stato interrotto. Negli Stati Uniti esiste un Presidente della Federazione con vasti poteri, un Parlamento federale, una Suprema Corte e una banca Centrale alle quali sono state delegate dagli Stati poteri esclusivi. Da noi, il processo di unificazione europea ha subito un’accelerazione sul piano economico, con la nascita dell’euro e della BCE, e un rallentamento che rasenta la paralisi sul piano politico e sociale. Così come esistono politiche vincolanti per i paesi membri in materia ambientale e finanziaria, non esiste ancora una politica di difesa comune, una strategia sull’immigrazione, un welfare europeo, uno standard retributivo europeo. Il problema della costruzione europea è proprio questa sospensione, questo prevalere della visione dell’economia rispetto a quello della società.  La FED statunitense ha appena varato una politica di restringimento della base monetaria per favorire gli investimenti negli Stati Uniti. A differenza della BCE, ci si pone il problema dell’occupazione. Il governo Obama, in materia economica, sta applicando con successo politiche keynesiane di stimolo economico a partire dall’investimento pubblico su innovazione e ricerca, sulla fiscalità  e sul sostegno diretto al comparto industriale. Nell’Europa sospesa questi interventi sono utopistici. Questa è la sua debolezza principale.»

Cosa pensa della crescita di consensi che vede protagonisti movimenti estremisti e populisti in tanti Paesi d’Europa? Quali sono le cause di questo fenomeno, a suo avviso?

«I movimenti populisti si fanno forti di una cultura politica che si è man mano degradata negli anni. Il vituperio, l’insulto, la rissa, sono stati sdoganati dalla televisione come forme della politica e hanno portato all’equivoco che “parlare chiaro” sia “parlare giusto”. Le ricette semplici e brutali dei populismi sono comprensibili, e quindi diventano possibili per coloro che non capiscono il politichese, diffidano di una politica diventata classe e si sentono vicini a chi promette soluzioni semplici e radicali. I populismi europei, con poche eccezioni, non sono ideologizzati, ma potrebbero diventarlo presto. E’ un percorso che si è già verificato nella Germania di Weimar con tragici risultati.»

In che modo l’Italia può contribuire al cambiamento dell’Unione? Pensa, insomma, che un Paese “da solo” possa avere la forza tale da imporre una linea alternativa?

«L’Italia è uno dei soci di maggioranza dell’Europa. Togliendo la Gran Bretagna, che più che membro sembra un critico dell’UE, l’Italia condivide con Germania e Francia le principali responsabilità. Per questo è stata criminale la latitanza dell’Italia dai tavoli europei durante il ventennio berlusconiano. Una latitanza che ancora paghiamo con un calo del nostro prestigio e della nostra capacità di incidere. I deputati che eleggerà l’Italia il prossimo 25 maggio dovranno battere i pugni sul tavolo, ma non per esigere privilegi, ma perché il processo che dovrebbe portare agli Stati Uniti d’Europa riparta, e soprattutto perché le regole imposte con le politiche di cosiddette austerity tornino ad avere una logica anzitutto economica. Di sola austerità si muore, e questo lo sanno benissimo gli economisti e i politici che hanno ideato e approvato queste regole. Basta guardare i passi di USA e Giappone per uscire dalla crisi, ma anche della Cina, per capire che non esiste più, per fortuna,  un pensiero unico in materia economica, per quanto in Europa qualcuno ne sia ancora convinto.»

Il numero di giovani d’Europa costretti a trasferirsi in un altro continente aumenta. Come immagina l’Europa tra 10 anni? C’è una speranza per i giovani europei?

«Nell’ambito del mio lavoro mi capita spesso di trovare giovani italiani alla ricerca di lavoro in mondi  lontani (Brasile, Argentina, Mozambico). E’ un ritorno al passato per l’Italia, ma a differenza dei tempi dei nostri nonni e dell’emigrazione di massa, oggi c’è l’Europa. Un progetto che solo i giovani di oggi potranno realizzare o fare fallire. L’Europa unita sarebbe un interlocutore di primissimo ordine a livello globale, l’unica area al mondo che si caratterizza per avere non solo interessi comuni ma anche valori comuni. Un’Europa portatrice di valori sui diritti umani, sulla parità di genere, sul welfare. Di questa Europa si ha bisogno nel mondo. Per questo, il principale successo per la generazione dei giovani di oggi è quella di realizzare finalmente i sogni dei padri fondatori.»

Il lobbismo è un’azione esercitata da gruppi economici o da corporazioni su pubblici funzionari, su uomini politici e sulle istituzioni pubbliche per orientarne a proprio vantaggio le decisioni. È un’attività regolamentata da leggi negli Stati Uniti e a livello di Commissione Europea, ma non in Italia. Nel passato le lobby hanno influenzato la grande storia e la geografia. Lo fece, per esempio, la lobby britannica dell’oppio nell’800, quando la Cina non volle autorizzare sul proprio territorio lo smercio della droga proveniente dalle coltivazioni indiane. Il rifiuto fu superato con le due Guerre dell’Oppio: le truppe di Sua Maestà piegarono il Celeste Impero e diedero il via all’espansione dell’alcaloide in Cina e poi nel resto del mondo. Hong Kong, un souvenir di guerra, divenne la base dalla quale i gruppi commerciali inglesi controllarono a lungo l’economia del gigante asiatico.

Altre lobby – decisamente a noi più vicine – sono quelle del tabacco, del gioco d’azzardo, dell’alcol e delle armi. Tutti prodotti che hanno gravi conseguenze sulla salute umana e, nel caso delle armi, anche sul mantenimento della pace nel mondo. Oggi in Europa una delle lobby più attive è però un’altra: quella delle grandi imprese dell’agrobusiness transgenico. Portano avanti una battaglia perché anche il mercato agricolo europeo si apra agli OGM, affrontando le resistenze della normativa comunitaria in materia di sicurezza alimentare: l’UE, applicando il principio di cautela, finora è riuscita ad arginare la produzione e la commercializzazione di prodotti transgenici. Un divieto in realtà più volte aggirato e che, tra l’altro, non riguarda l’alimentazione animale: con il risultato che buona parte del bestiame nostrano è alimentato con i 41 milioni di tonnellate di soia transgenica ogni anno importata in Europa.

Oggi la diga sta cedendo. Pur tra mille polemiche, la variante OGM Mon810 di mais, prodotta dal colosso statunitense Monsanto, è già legalmente coltivata in Europa. La lotta degli ambientalisti e dei consumatori anti-OGM contro le multinazionali ha però ottenuto un risultato notevole. Infatti la stessa Monsanto, numero uno del settore, ha ritirato la domanda con cui chiedeva alle autorità comunitarie di poter commercializzare altri tipi di sementi OGM nell’UE. Ufficialmente per le resistenze dei consumatori europei a questi prodotti, ma molto probabilmente perché il settore ha cambiato strategia e si prepara a una battaglia di lunga durata.

E qui tornano le lobby. I principali lobbisti del transgenico sono oggi gli scienziati che in nome della ricerca affermano, forse a ragione, che finora non sono stati rilevati problemi alla salute dovuti al consumo degli OGM. Altro argomento “forte” è che, attraverso la manipolazione genetica, si possono aumentare le proprietà vitaminiche di alcune specie per combattere la malnutrizione in Africa. Si tratta di argomenti sicuramente interessanti, ma che eludono il problema centrale.

Il problema fondamentale, infatti, non è la qualità intrinseca del prodotto OGM, bensì la natura del complesso industrial-agricolo che pratica le coltivazioni transgeniche. Là dove si è diffusa (Stati Uniti, Brasile, Argentina), l’agricoltura OGM ha eliminato la piccola proprietà, ridotto al minimo l’impiego di manodopera, ammazzato la biodiversità, costretto i coltivatori a una dipendenza mai esistita nei confronti dell’azienda produttrice. Un’agricoltura senza agricoltori insomma.

Ed è proprio questo il punto che la lobby pro-OGM non vuole che si discuta: perché in questo caso le prove da contrapporre ai benefici portati dalle coltivazioni biotech sarebbero schiaccianti. In Europa, unico continente al mondo, per ora queste lobby hanno trovato un ostacolo insormontabile nei movimenti ambientalisti e contadini, ma soprattutto nell’opinione pubblica. Sarà quindi proprio sui cittadini che esse si concentreranno nei prossimi anni, con un paziente lavoro finalizzato a convincerli che un mondo con una decina di specie alimentari coltivabili – registrate e commercializzate da 4 aziende – sia un mondo migliore e più sicuro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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È dalla metà degli anni ’90 che la criminalità è in declino nei grandi Paesi occidentali come USA, Canada, Regno Unito, Francia[F1] . Un dato certo, che smentisce la percezione comune a molti cittadini. Per alcuni Paesi, come le ex repubbliche sovietiche, si tratta di un vero e proprio tracollo: in Estonia, per esempio, il calo di omicidi e di furti d’auto si aggira attorno al 70% rispetto al 1995. Reati analoghi sono in forte diminuzione anche nelle metropoli occidentali: i furti, soprattutto di autovetture, e le aggressioni contro la persona (ferimenti e omicidi).

Il caso più emblematico è quello degli Stati Uniti, Paese nel quale la criminalità urbana, che negli anni ’70 e ’80 era quasi fuori controllo, dal 1991 in poi è calata complessivamente del 50%. Con una punta a New York di -78%. La cura Giuliani, dal nome del sindaco italo-americano che promosse la “tolleranza zero” nella metropoli, viene considerata il fondamento di questo risultato. In realtà il dato al ribasso riguarda tutte le grandi città, a prescindere dal nome del sindaco e dalle politiche più o meno repressive applicate dalle autorità.

Questo fenomeno, per ora, non trova spiegazione scientifica. Criminologi e sociologi mettono in evidenza una serie di fattori, ma nessuno di essi può essere indicato come quello decisivo. In primo luogo si sottolineano i maggiori poteri concessi alle polizie, diventate più aggressive e meglio presenti sul territorio. L’aumento della repressione legale è dunque considerato un deterrente in diversi Paesi, come il Regno Unito e l’Australia. Qui non c’è, però, una correlazione tra calo del crimine e aumento del numero di detenuti: ciò smentisce alcune tesi sostenute negli USA, Paese nel quale è raddoppiata la popolazione carceraria.

Altro argomento interessante è il calo demografico, accompagnato dall’invecchiamento della popolazione. La delinquenza è, anagraficamente parlando, legata soprattutto alle fasce giovanili, sempre più minoritarie nei Paesi di vecchia industrializzazione. Ma c’è anche chi parla di un calo della delinquenza giovanile, dovuto al successo dell’educazione e dei servizi sociali. In alcuni contesti si valuta positivamente la fine dell’epidemia del crack, la micidiale droga sintetizzata a partire dalla cocaina che si era diffusa nei ghetti urbani, aumentando violenza e delinquenza.

C’è chi cita l’aumento generalizzato dei metodi e degli strumenti di sorveglianza, come le telecamere o i sistemi di allarme: forse questa interpretazione potrebbe spiegare l’aumento dei furti in luoghi poco sorvegliati. Infine si attribuisce il merito alla crescita economica e a una maggiore opportunità di impiego… Ma se questa tesi fosse vera, la crisi iniziata nel 2008 avrebbe dovuto incendiare i tassi di criminalità, cosa che non è accaduta.

Il fenomeno del calo dei reati contro la persona non trova insomma una chiave di lettura, e probabilmente la risposta è davvero da ricercare in un insieme di concause. Le stesse che non si verificano in altri tipi di Paesi, come quelli latinoamericani, nei quali l’esclusione sociale – diventata ormai strutturale – e l’espansione della narcocriminalità hanno invece fatto aumentare la violenza in modo esponenziale.

Questo dato, a metà tra il miracolo e l’enigma sociologico, non pare toccare però la stampa sensazionalista né gli imprenditori della paura, che contro ogni evidenza continuano a battere sul falso tasto dell’insicurezza “in aumento” per mietere consensi. Una situazione paradossale, una menzogna che viene regolarmente ignorata e raramente smascherata.

Una cosa è certa, però: se la politica avesse il coraggio di sottrarre il business della droga alla criminalità organizzata, al calo della criminalità si aggiungerebbe un’altra concausa, forse determinante. La violenza spontanea, il disagio che porta a delinquere sono sempre esistiti e sempre esisteranno, ma gli Stati possono ancora fare molto per ridurre i rischi per chi vive in città. Anche se, di preciso, non si capisce come mai la delinquenza sia diminuita.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
crimine

Il settore energetico mondiale è in subbuglio. Nell’ultimo periodo sono crollate alcune certezze dei decenni passati. Soprattutto quelle che riguardavano il progressivo calo delle riserve dei tradizionali Paesi petroliferi fino ad arrivare al punto di non ritorno, un fenomeno accelerato dalla crescita della domanda da parte delle economie emergenti. E la conseguente urgenza di diversificare le fonti energetiche puntando sul rinnovabile: che poi le fonti rinnovabili fossero anche “pulite” era quasi un dettaglio ininfluente, se non a scopo pubblicitario.

Il Paese che più aveva investito su questo scenario erano gli Stati Uniti, primo consumatore e compratore mondiale di greggio. Anziché mettere in discussione il proprio modello di consumi, energivoro per eccellenza, Washington ha investito nella riconversione alla green economy, ambientalmente sostenibile e alimentata da fonti energetiche rinnovabili.

Poi sono state perfezionate le tecniche di estrazione del gas e del petrolio “di scisto”, che abbondano sotto le grandi pianure centrali, ed è entrato in circolazione anche il petrolio proveniente dalle sabbie bituminose del Canada. Nel complesso il NAFTA, il mercato comune tra USA, Canada e Messico, sta diventando il principale polo produttore di gas e petrolio a livello mondiale. Una manna non prevista, ma che comincia ad avere conseguenze pratiche sulle ambiziose politiche ambientali dell’amministrazione Obama.

La prima vittima di quest’abbondanza di materia prima sono i biocombustibili. Secondo l’Agenzia per l’ambiente, nel 2014 la quantità di etanolo ricavato dal mais che verrà miscelata alla benzina sarà inferiore del 20% rispetto a quella del 2013.

Si presentano anche problemi inediti per gli USA che si scoprono novella potenza petrolifera: infatti un divieto di esportare petrolio, risalente agli ’70, blocca la possibilità di esportare il greggio estratto nel Paese, deprimendo i prezzi interni per eccesso di offerta. Anche il Canada sta rivedendo la sua politica energetica e ambientale, e ha appena stanziato tre miliardi di dollari per studiare tecnologie che riducano l’enorme impatto ambientale dell’estrazione petrolifera dalle sabbie bituminose. È una rivoluzione: non si spendono più i soldi per produrre energia rinnovabile, ma per attutire l’impatto ambientale dell’estrazione di energia fossile. Mandando nel dimenticatoio gli impegni per ridurre le emissioni di CO2 previsti dagli accordi di Kyoto, peraltro mai sottoscritti dagli USA.

Questa congiuntura sta incidendo anche sulla geopolitica del Medio Oriente, con l’evidente progressivo disimpegno degli Stati Uniti che, tra poco, avranno meno interessi vitali da difendere in quell’area del pianeta. Inoltre l’abbondanza di combustibili fossili sul mercato globale sta facendo impennare i consumi che, secondo l’Energy Information Administration, praticamente raddoppieranno entro 25 anni per via del numero crescente di auto in circolazione.

Non sono tutte rose e fiori, però. A raffreddare tanta euforia arriva una prestigiosa istituzione. La Geological Society of America, fondata nel 1888 e forte di 25.000 associati tra scienziati, professori universitari e dirigenti di industria, dopo un’indagine ha concluso che la produzione di shale gas (il cosiddetto gas di scisto) negli USA si può già definire un fallimento; e che la sostenibilità dell’estrazione di shale oil (petrolio di scisto) è molto dubbia sul lungo periodo, in quanto dovrebbe cominciare a declinare a partire del 2020. Il punto dolente è simile a quello che rende il biocombustibile ricavato dal mais “discutibile” dal punto di vista commerciale.

Cioè per estrarre shale oil, così come per ricavare energia dal mais, si utilizza una quantità di energia pari o superiore a quella che si ricava. Questo senza parlare dell’impatto ambientale, perché per avere quantità costanti di greggio bisogna trivellare in continuazione rendendo il terreno instabile, consumando grandi quantità di acqua e inquinando falde e fiumi con prodotti chimici.

L’ennesima rivoluzione dei combustibili fossili, oggi in atto, è dunque discussa e discutibile. Ma ha già creato l’effetto di rallentare la ricerca di soluzioni alternative alla storica dipendenza dai combustibili fossili. È una scorciatoia probabilmente di corto respiro, un “raschiare il fondo del barile” in senso letterale. L’ultima via di fuga prima di doversi assumere le proprie responsabilità e di immaginare davvero come sarà il mondo post-petrolio, come si muoverà e come si alimenterà.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Visto che alla Grecia, per ora, è stato vietato di fallire, a livello mondiale l’ultimo default di uno Stato sovrano è stato quello argentino del Natale 2001. Dopo un periodo di deflazione, dovuto all’aggancio del peso al dollaro che aveva reso proibitiva la produzione nazionale, il no del Fondo Monetario al rifinanziamento di una rata del debito in scadenza portò al default tecnico del Paese. Il peso perse il 75% del suo valore in 24 ore e si arrivò alla rinegoziazione, ovviamente al ribasso, del pagamento dei titoli di Stato in possesso di risparmiatori, banche e fondi di investimento nazionali e internazionali.

Dal 2004, però, l’economia argentina è ripartita a ritmi asiatici, con una crescita vertiginosa della produzione industriale e la creazione di molti posti di lavoro. Ma una delle conseguenze ancora evidenti di quel fallimento sono gli “impoveriti”: soprattutto disoccupati e cittadini in precedenza appartenenti ai ceti medi, che non sono riusciti a risalire la scala sociale e che oggi sopravvivono di espedienti, assistiti dallo Stato attraverso un welfare ancora emergenziale.

La partita che non si è mai veramente chiusa, a distanza di 12 anni, è quella ingaggiata tra l’Argentina e i fondi cosiddetti “avvoltoi”. Cioè i fondi di investimento a rischio che, negli anni successivi al default, rastrellarono titoli argentini in giro per il mondo: li pagarono dal 10 al 30% del loro valore nominale, salvo poi intentare una causa contro il Paese sudamericano, pretendendo la restituzione del 100% del valore nominale più gli interessi.

Una lotta a colpi di denunce nei tribunali statunitensi, perché negli USA era stata collocata una buona fetta del debito argentino denominata in dollari. Una storia giudiziaria che ha visto anche diversi colpi di scena, come l’illegittimo sequestro di una nave-scuola della marina argentina in Ghana, fino all’impossibilità per la presidente Kirchner di recarsi in Europa o negli USA con l’aereo presidenziale, per timore del sequestro del mezzo in quanto bene dello Stato argentino.

Nel 2013 questa storia infinita ha visto la vittoria parziale dei fondi avvoltoi, in virtù di una sentenza del Tribunale di New York che ha destato grande preoccupazione negli ambienti della finanza internazionale. La sentenza impone all’Argentina, che ha presentato ricorso alla Corte Suprema statunitense, il rimborso agli hedge fund di una cifra pari a 1,5 miliardi di dollari, ma soprattutto sancisce la fine del default come strumento di risoluzione conclusiva di una seria crisi economica. Uno strumento al quale hanno fatto ricorso nella storia Paesi del calibro di Brasile, Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti.

Non c’è quasi Stato – e l’Italia è una delle rarissime eccezioni – che nella sua storia non abbia dovuto applicare una svalutazione sovrana dei propri debiti. Ma, dopo la sentenza del tribunale di New York, in linea di principio questo non sarà più possibile. E cioè se uno Paese dovesse fallire non potrebbe ristrutturare il debito e quindi rimettere in sesto la propria economia.

Se a giugno ribalterà la sentenza del Tribunale di New York, la Corte Suprema Federale di Washington potrà chiudere l’incubo argentino durato più di un decennio. Altrimenti getterà nuovamente nel caos il Paese sudamericano, creando un precedente che peserà come un macigno sul futuro.

La prima morale di questa storia è che non è facile farsi perdonare un fallimento, in questo mondo governato dalla finanza speculativa. La seconda è che è meglio non fidarsi degli allegri promotori dell’arma del fallimento come via di uscita fattibile ai problemi creati da debiti sovrani insostenibili.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

A protester strikes the blind of the Galicia Bank

La Groenlandia è la più grande isola al mondo, collocata a ridosso del Circolo Polare Artico. La sua marginalità geografica e il clima particolarmente rigido hanno determinato una presenza umana molto ridotta, ma dal valore esemplare per comprendere come l’uomo si sia adattato (o meno) ai cambiamenti climatici.

Popolata a nord da inuit, i cosiddetti eschimesi, a partire dall’anno Mille ospitò colonie di vichinghi provenienti dall’Islanda, almeno secondo la saga di Erik il rosso. Questo accadde perché per circa tre secoli il “periodo caldo” medioevale permise ai navigatori dell’Europa settentrionale di insediarsi in quella che battezzarono Groenlandia, cioè “terra verde”, e di dar vita a fattorie, coltivare i campi e allevare bestiame. Circa 400 anni prima di Colombo, dalla Groenlandia partirono spedizioni che arrivarono fino in Canada, ma senza lasciare quasi traccia.

Sull’isola, invece, le colonie vichinghe prosperarono fino al XV secolo, quando la zona fu colpita da una piccola glaciazione. Qui la storia si complica per i vichinghi che, non riuscendo ad adattarsi al cambiamento climatico, di origine naturale, dovettero “tornare a casa”: per non scomparire fecero rotta verso l’Islanda. Non avevano saputo rinunciare alla carne bovina e al grano, cioè alla loro cultura alimentare, importata dall’Europa – una dieta che nel nuovo contesto climatico non era più praticabile – mentre disprezzavano il pesce e i grassi dei mammiferi marittimi. Cioè gli alimenti-base dei loro vicini del Nord, abituati e adattati al freddo estremo.

La Groenlandia, ormai coperta dai ghiacci per l’83% del suo territorio, dopo cinque secoli tornò a essere degli inuit, che migrarono verso la costa meridionale. Ma il legame di queste terre con i vichinghi non si spezzò nemmeno con il passare dei secoli: nel 1720 sull’isola sbarcarono missionari provenienti dalla Danimarca per convertire gli “eschimesi” al cristianesimo. La Groenlandia subì successivamente l’occupazione coloniale durata fino al 2008: anno dell’autonomia (nell’ambito del Regno di Danimarca) ottenuta dagli inuit con un referendum. Oggi è il primo e unico Stato inuit al mondo, anche se questo popolo polare vive pure in Canada, Stati Uniti e Russia.

Intanto la Groenlandia sta tornando a essere una “terra verde”, perché il cambiamento climatico, questa volta dovuto all’uomo, sta sciogliendo progressivamente il pack che ricopriva il suolo, lasciando affiorare i vecchi terreni agricoli dei vichinghi. Ma la scomparsa del pack sta rivelando altre risorse finora insospettate. Per esempio le cosiddette terre rare, contenenti minerali preziosi soprattutto per la moderna industria hightech. Per un solo voto di maggioranza il Parlamento dell’isola ha abbandonato la tolleranza zero sull’estrazione di questa risorsa, finora praticamente monopolizzata dalla Cina, che possiede il 90% dei giacimenti conosciuti prima di questa scoperta.

La Groenlandia è ricca anche di un’altra risorsa preziosa, l’uranio, che pone seri interrogativi sull’integrità ambientale. Gruppi cinesi si stanno aggiudicando i diritti di prospezione e prima o poi avvieranno la fase estrattiva. Si annunciano investimenti miliardari e l’arrivo di un’ondata di operai e tecnici per i quali bisognerà costruire città e infrastrutture. Il tutto in un contesto ambientale che rimane di estrema fragilità.

Il miraggio dei guadagni facili rischia di far dimenticare agli inuit di oggi la lezione che arriva dai loro antenati di 500 anni fa: chi pratica un’economia insostenibile e non si adatta ai cambi climatici rischia di scomparire. La grande industria mineraria, impiantata in quelle terre estreme, potrebbe renderle invivibili, obbligando gli inuit a cercare una nuova casa. Proprio come successe ai vichinghi.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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11 febbraio 1990, Nelson Mandela esce dal carcere, per il Sudafrica inizia una nuova era. La diretta di radio Popolare condotta da Edgardo Pellegrini e Alfredo Somoza.

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A livello mondiale, il pacchetto di riforme fiscali e incentivi al settore manifatturiero elaborato da Barak Obama si presenta come il più importante tentativo degli ultimi decenni di dare vita a una politica industriale. Un concetto, quello delle politiche industriali, utilizzato a sproposito dai politici di mezzo mondo per abbellire discorsi elettorali, ma che si sta davvero materializzando negli USA, la patria degli estremi opposti in materia economica: dal dirigismo al liberismo più assoluto.

In questa fase storica lo Stato non aspira certo a diventare “imprenditore”, ma punta a stimolare la ripresa industriale attraverso la leva fiscale e gli investimenti in ricerca, infrastrutture e formazione. Questi, infatti, sono i tre punti centrali della “manovra Obama”. La prima e più importante iniziativa è l’abbattimento delle aliquote fiscali massime applicate alle imprese, che dal 35% (tra le più alte al mondo) scenderanno al 25% per il settore manifatturiero e al 28% per tutti gli altri. Verranno però eliminate le scappatoie legali che finora le aziende hanno utilizzato, pagando i migliori studi di avvocati, per aggirare il fisco. Un Grand Bargain, insomma, un “grande compromesso” tra chi sarà chiamato a versare meno tasse e lo Stato: uno Stato che si impegna a “chiedere” di meno, però pretende che paghino tutti.

A queste misure si accompagnano l’introduzione di particolari detrazioni destinate alle piccole e medie aziende e l’eliminazione dei paradossali incentivi alla delocalizzazione produttiva, finora premiata da una fiscalità di favore risalente agli anni ruggenti di Ronald Reagan. Nella visione dei democratici americani, il manifatturiero è fondamentale per la stabilità del Paese perché crea posti di lavori “buoni”, cioè stabili e garantiti, e non precari e a basso costo come accade nel settore dei servizi; in questo senso è un settore che favorisce i ceti medi.

Il secondo fronte è quello degli investimenti indiretti a sostegno delle imprese, attraverso un megapiano pubblico-privato che ammodernerà le infrastrutture necessarie al decollo dell’industria: dalle strade alle autostrade informatiche.

Il terzo fronte è l’investimento nella formazione e nella ricerca. In dieci anni verranno creati 45 nuovi istituti per l’innovazione, centri di eccellenza tecnologica dedicati allo sviluppo industriale; inoltre saranno incentivati i college nelle aree industriali perché moltiplichino l’offerta dei percorsi formativi pensati per l’industria.

Questo ritorno dello Stato al centro delle scelte economiche e produttive, voluto da Obama dopo un’assenza che negli USA durava dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, si basa su una visione strategica di lungo termine. Se gli USA, proiettati verso l’autonomia energetica, riusciranno a rimettere in sesto anche il sistema manifatturiero, potrebbero spezzare entrambe le loro dipendenze: quella dai fornitori di greggio mediorientali e quella dalla Cina, il loro grande fornitore e creditore.

La riforma dovrebbe a breve toccare anche il punto dolente dell’erosione della base imponibile, proponendo un rimpatrio dei capitali che le grandi corporation hanno guadagnato in questi anni di globalizzazione, ma che sono rimasti all’estero per evitare la fiscalità a stelle e strisce. Si calcola infatti che il 60% delle riserve in contanti di colossi come Disney, General Electric e Microsoft sia oltre confine: ben 840 miliardi di dollari. Uno scudo fiscale per il loro rientro potrebbe generare un gettito miliardario per le casse federali.

Dopo la sbornia della finanza creativa, della terziarizzazione dell’economia, della delocalizzazione dell’industria, gli Stati Uniti stanno quindi tornando alla loro storia. Una sfida per l’Europa, ma anche e soprattutto per i Paesi che, in questi ultimi anni, sono emersi a potenza mondiale assumendo il ruolo di “fabbriche del mondo”.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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