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Il grandioso successo della prima emissione internazionale di bond argentini dopo il default del 2001, 15 miliardi di dollari USA offerti da Buenos Aires contro 70 miliardi richiesti dal mercato, potrebbe sembrare il lieto fine di una storia infinita a colpi di sentenze, contro-sentenze, polemiche, avvocati miliardari, crisi economiche e politiche. Ma la realtà è diversa: la resa dell’Argentina agli hedge fund che detenevano titoli di debito emessi negli anni ’90 e che si erano appellati alla Corte Federale di New York riscrive le regole del diritto internazionale in materia di fallimenti pubblici. Fondi cosiddetti avvoltoio che, negli anni successivi al default, rastrellarono titoli argentini in giro per il mondo: li pagarono dal 10 al 30% del loro valore nominale, salvo poi intentare e vincere una causa contro il Paese sudamericano, ottenendo la restituzione del 100% del valore nominale più gli interessi e le spese legali.

Un caso senza precedenti nella storia della ristrutturazione di un debito pubblico. Non c’è quasi Stato – e l’Italia è una delle rarissime eccezioni – che nella sua storia non abbia dovuto applicare una svalutazione sovrana dei propri debiti. Ma, dopo la sentenza del tribunale di New York, in linea di principio questo non sarà più possibile. E cioè se un Paese dovesse fallire non potrebbe ristrutturare il debito e quindi rimettere in sesto la propria economia. Uno strumento al quale hanno fatto ricorso nella storia Paesi del calibro di Brasile, Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti.

Un caso, quello argentino, sul quale il G20 ha formalmente aperto un dibattito interno per arrivare a una legislazione che impedisca altre sentenze simili. Per esempio stabilendo al momento dell’emissione di debito che, in caso di insolvenza, per tutti sarà vincolante ciò che deciderà la maggioranza dei creditori. Cosa non considerata nel caso del default argentino, che fu negoziato con oltre il 90% dei creditori, ma non con i fondi che avevano rastrellato i titoli a prezzi scontati.

Stiamo parlando, com’è chiaro, di un pasticcio nel quale si è cacciata la giustizia statunitense, e di conseguenza gli Stati Uniti come piazza finanziaria. Le ripercussioni vanno molto oltre il ruolo dell’Argentina, o ciò che essa può rappresentare per l’economia mondiale. I vincitori sono stati gli hedge fund, che possono continuare a scorrazzare sulle vaste praterie della speculazione scommettendo ora sulla scarsità di cibo, ora sul fallimento di un Paese. Una finanza spregiudicata che esce rinforzata dal punto di vista legale. Per l’Argentina, dopo 15 anni dal default, il rientro sul mercato internazionale dei capitali è dettato dal bisogno di reperire 15 miliardi di dollari proprio per ripagare i fondi. Non cioè per rilanciare il paese, ma per sommare ancora debito, come prima del default.

Dopo 15 anni di lotta legale, per Buenos Aires non c’era altra scelta che pagare e chiudere la vertenza che escludeva il Paese dal circuito internazionale finanziario e bloccava gli investimenti esteri, oltre a produrre episodi al limite dell’azione di guerra, come i tentativi di pignoramento di navi militari o dell’aereo presidenziale. La ribellione, esaurita la via legale, avrebbe reso l’Argentina più isolata di quanto non lo sia già dal 2001 in poi. Per il resto della comunità mondiale si tratta invece di un serio ammonimento. Anche se molti Paesi eviteranno d’ora in poi di emettere titoli di Stato sulla piazza di New York, il precedente di questa vicenda potrebbe fare scuola altrove: e quindi, per gli Stati, quell’ultima ancora di salvezza, cioè poter imporre i termini di negoziazione dei loro debiti in caso di fallimento, usata dal Medioevo fino al XX secolo, probabilmente non esiste più. Il diritto internazionale è stato cambiato da una sentenza che ha demolito un altro pezzettino della residua prevalenza del pubblico sul privato, in quanto rappresentante di interessi collettivi e non particolari.
Pochi però ne hanno presso atto.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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In teoria lo scorso agosto l’Argentina ha subito un secondo default, dopo quello devastante del 2001. In pratica, però, ciò non è vero. Tutto risale alla sentenza, poi avallata dalla Corte Suprema, con la quale il giudice newyorkese Thomas Griesa ha interpretato il principio del pari passu in modo originale.

Il principio secondo il quale gli obbligazionisti vanno trattati tutti nello stesso modo significa infatti, molto semplicemente, che nessuno può essere privilegiato in caso di insolvenza. Invece, a prescindere dal fatto che oltre il 90% dei creditori avesse accettato la ristrutturazione dei crediti con uno sconto tra il 30 e il 40% del capitale iniziale, Griesa ha stabilito che i fondi speculativi che avevano rastrellato i titoli dopo il default pagandoli tra il 10 e il 15% oggi hanno diritto a riavere il 100% del valore nominale più gli interessi.

Se l’Argentina accettasse la sentenza, questo principio di pari passu a rovescio si estenderebbe automaticamente anche a quei creditori che già avevano accettato l’accordo con lo Stato. Un pasticcio internazionale che rischia di impedire in futuro la ristrutturazione di qualsiasi debito sovrano: anche perché ciò che è successo per via di questa sentenza potrebbe costituire un precedente valido pure al di là della giurisdizione statunitense.

Non a caso il G20 ha formalmente aperto un dibattito interno per arrivare a una legislazione che impedisca sentenze simili. Per esempio stabilendo al momento dell’emissione di debito che, in caso di insolvenza, ciò che deciderà la maggioranza dei creditori sarà vincolante per tutti. Altra conseguenza immediata di questa situazione è l’indebolimento della piazza di New York per il collocamento del debito sovrano intitolato in dollari USA: così questa vicenda indebolisce ulteriormente il ruolo del dollaro come moneta di riferimento mondiale, sempre più in discussione davanti ai crescenti flussi di scambi in valuta locale, soprattutto tra i Paesi BRICS.

Nel frattempo l’Argentina ha depositato presso la Bank of New York Mellon il denaro per pagare i creditori che avevano accettato il concambio post default. Somma che però è stata bloccata dalla Corte statunitense perché, secondo la sentenza, parallelamente l’Argentina dovrebbe pagare per intero i fondi avvoltoi favoriti da Griesa. Il grande paradosso di questa vicenda, dunque, è che il Paese teoricamente entrato in default ha i soldi per onorare la scadenza, quindi ha la liquidità necessaria per non entrare in default… ma quegli stessi soldi sono stati immobilizzati in una banca da una sentenza.

Stiamo parlando, com’è chiaro, di un pasticcio nel quale si è cacciata la giustizia statunitense, e di conseguenza gli Stati Uniti come piazza finanziaria. Le ripercussioni vanno molto oltre il ruolo dell’Argentina, o ciò che essa può rappresentare per l’economia mondiale. I vincitori, per ora virtuali, sono infatti i fondi speculativi che, grazie alla deregolamentazione dell’economia globale, possono scorrazzare sulle vaste praterie della speculazione scommettendo ora sulla scarsità di cibo, ora sul fallimento di un Paese. Una finanza spregiudicata che opera però legalmente. Per l’Argentina, che dopo 10 anni stava per rientrare nel mercato internazionale dei capitali e ora è in affanno per la ripresa dell’inflazione, si tratta di una batosta dagli esiti imprevedibili.

La morale di questo default senza precedenti, ma che crea un pesante precedente, è che, per far rientrare in un recinto di regole condivise i buoi scappati negli anni dell’ottimismo globale, dopo una lunga ricreazione la politica dovrà tornare a occuparsi di economia: non per trasformarsi essa stessa in imprenditore, bensì per farsi garante degli interessi dei cittadini.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Lo statunitense Paul Singer, 69 anni, ha una fortuna personale valutata in 1,2 miliardi di euro grazie alla proprietà del Fondo Elliott Capital Management, gestore di 11 miliardi di dollari. Attraverso la Elliott, Singer opera sul mercato del debito sovrano in sofferenza, acquistando quando i bond sul debito sono sottovalutati per poi tentare la causa contro lo Stato emittente per incassare il valore nominale più gli interessi. Grazie a questa “specialità”, il suo fondo è stato battezzato “avvoltoio”, nel senso che si ciba di cadaveri, cioè di debiti di paesi falliti, dando il colpo finale a economie già duramente provate. Ovviamente a questo campione e grande finanziatore del Partito Repubblicano statunitense, sensibile solo ai diritti dei gay per motivi familiari, non preoccupa aggiungere sofferenza a sofferenza togliendo risorse utili alla ricostruzione di una società. Non sono questi i problemi che si pone Paul Singer che ha un carniere ricco di prede. Negli anni ‘90 acquisì debiti dello stato peruviano per 8 milioni di euro riuscendo, tramite una causa, a farseli pagare 43. E non solo America Latina, anche uno dei paesi più disperati al mondo, il Congo, ha dovuto rimborsare a Singer 67 milioni su fondi pagati 15. Con l’Argentina, questo avvocato laureato a Harvard ha fatto il colpo grosso. Nel 2008 il suo fondo NM Capital rastrella sul mercato secondario titoli argentini “spazzatura”, svenduti cioè da creditori che non volevano aderire al concambio offerto da Buenos Aires, per un controvalore di 48,7 milioni. Poi denuncia il paese davanti al Tribunale federale di New York del suo amico, il Giudice Thomas Griesa (84 anni, nominato da Richard Nixon), insieme ad altri due fondi come il suo. Dopo anni di dibattimenti, rinvii,  tentativi di mediazione si arriva alla sentenza del 2013 nella quale l’Argentina viene condannata a pagare ai fondi l’intero capitale nominale più gli interessi dei titoli in loro possesso. Sentenza che viene confermata dalla Suprema Corte statunitense due mesi fa. A questo punto, i circa 50 milioni di dollari diventano 832 (+ 1608%). Un affare tondo per il fondo di Singer e una sentenza che crea giurisprudenza in un paese che si basa sul diritto consuetudinario. Una sentenza che dal punto di vista tecnico, crea un precedente pericolosissimo perché rende impossibile ristrutturare un debito in default. Oggi l’Argentina, forse a brevissimo il Porto Rico (Stato libero associato agli USA dell’area dollaro) e poi la Grecia, l’Italia… Dal punto di vista politico, questa vicenda premia i fondi speculativi considerati una delle principali cause della crisi economica nella quale il mondo è precipitato dopo il 2008. Un mercato finanziario deregolamentato, di mani libere per intervenire sull’economia spingendo l‘acceleratore sul rischio e sfruttando le disgrazie altrui. Se c’è una riforma urgente da fare ora è la chiusura del mercato secondario del debito sovrano ai fondi speculativi e soprattutto non emettere più debito sotto la giurisdizione statunitense. Ma come sappiamo, le riforme sono sempre difficili quando anche la politica dipende dalla grande massa di risorse e di mezzi che sposta la speculazione. Paul Singer può essere contento, il suo motto “mettere la massima pressione sulla preda” è funzionato. Ha piegato uno Stato e anche il 93% dei creditori dell’Argentina che avevano accettato le condizioni, rispettate dal paese sudamericano, per riavere indietro almeno una parte dei loro risparmi. Le ripercussioni sociali, economiche, politiche e umane di questo nuovo default al quale spinto l’Argentina non sono un problema di Singer, lui fa parte a pieno titolo di quel famoso 1% dell’umanità.

 

Alfredo Somoza

 

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Visto che alla Grecia, per ora, è stato vietato di fallire, a livello mondiale l’ultimo default di uno Stato sovrano è stato quello argentino del Natale 2001. Dopo un periodo di deflazione, dovuto all’aggancio del peso al dollaro che aveva reso proibitiva la produzione nazionale, il no del Fondo Monetario al rifinanziamento di una rata del debito in scadenza portò al default tecnico del Paese. Il peso perse il 75% del suo valore in 24 ore e si arrivò alla rinegoziazione, ovviamente al ribasso, del pagamento dei titoli di Stato in possesso di risparmiatori, banche e fondi di investimento nazionali e internazionali.

Dal 2004, però, l’economia argentina è ripartita a ritmi asiatici, con una crescita vertiginosa della produzione industriale e la creazione di molti posti di lavoro. Ma una delle conseguenze ancora evidenti di quel fallimento sono gli “impoveriti”: soprattutto disoccupati e cittadini in precedenza appartenenti ai ceti medi, che non sono riusciti a risalire la scala sociale e che oggi sopravvivono di espedienti, assistiti dallo Stato attraverso un welfare ancora emergenziale.

La partita che non si è mai veramente chiusa, a distanza di 12 anni, è quella ingaggiata tra l’Argentina e i fondi cosiddetti “avvoltoi”. Cioè i fondi di investimento a rischio che, negli anni successivi al default, rastrellarono titoli argentini in giro per il mondo: li pagarono dal 10 al 30% del loro valore nominale, salvo poi intentare una causa contro il Paese sudamericano, pretendendo la restituzione del 100% del valore nominale più gli interessi.

Una lotta a colpi di denunce nei tribunali statunitensi, perché negli USA era stata collocata una buona fetta del debito argentino denominata in dollari. Una storia giudiziaria che ha visto anche diversi colpi di scena, come l’illegittimo sequestro di una nave-scuola della marina argentina in Ghana, fino all’impossibilità per la presidente Kirchner di recarsi in Europa o negli USA con l’aereo presidenziale, per timore del sequestro del mezzo in quanto bene dello Stato argentino.

Nel 2013 questa storia infinita ha visto la vittoria parziale dei fondi avvoltoi, in virtù di una sentenza del Tribunale di New York che ha destato grande preoccupazione negli ambienti della finanza internazionale. La sentenza impone all’Argentina, che ha presentato ricorso alla Corte Suprema statunitense, il rimborso agli hedge fund di una cifra pari a 1,5 miliardi di dollari, ma soprattutto sancisce la fine del default come strumento di risoluzione conclusiva di una seria crisi economica. Uno strumento al quale hanno fatto ricorso nella storia Paesi del calibro di Brasile, Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti.

Non c’è quasi Stato – e l’Italia è una delle rarissime eccezioni – che nella sua storia non abbia dovuto applicare una svalutazione sovrana dei propri debiti. Ma, dopo la sentenza del tribunale di New York, in linea di principio questo non sarà più possibile. E cioè se uno Paese dovesse fallire non potrebbe ristrutturare il debito e quindi rimettere in sesto la propria economia.

Se a giugno ribalterà la sentenza del Tribunale di New York, la Corte Suprema Federale di Washington potrà chiudere l’incubo argentino durato più di un decennio. Altrimenti getterà nuovamente nel caos il Paese sudamericano, creando un precedente che peserà come un macigno sul futuro.

La prima morale di questa storia è che non è facile farsi perdonare un fallimento, in questo mondo governato dalla finanza speculativa. La seconda è che è meglio non fidarsi degli allegri promotori dell’arma del fallimento come via di uscita fattibile ai problemi creati da debiti sovrani insostenibili.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

A protester strikes the blind of the Galicia Bank

In Argentina domenica prossima si terranno le elezioni presidenziali, le terze dopo il default del 2001. Il risultato appare scontato: la presidente in carica Cristina Fernandez Kirchner domina i sondaggi con uno schiacciante 52%, seguita da lontano dal primo dei tre candidati espressi da un’opposizione che non ha saputo costruire un’alternativa credibile e unitaria.

Con questo risultato si confermerà il regno indisturbato della coppia Kirchner-Fernandez, che si insediò alla Casa Rosada sulle rovine di un Paese ridotto ai minimi termini dal fallimento economico, un’Argentina in preda a un incendio sociale determinato dal precipitare nella povertà di oltre il 50% della popolazione. Nei primi tempi la politica perseguita dal defunto presidente Nestor Kirchner fu molto coraggiosa, con il ritorno della politica alla guida dell’economia, l’avvio di piani di welfare che si fecero carico dei settori più impoveriti della società e la riapertura di questioni dall’alto valore simbolico, come quelle dei diritti umani e dei processi ai militari che negli anni ’70 si erano resi responsabili di efferati crimini, e che erano stati successivamente amnistiati.

La chiave del successo economico delle presidenze Kirchner-Fernandez va cercata però nella determinazione nel non volere, se non parzialmente, farsi carico del debito generatosi nei decenni precedenti con modalità aberranti, tra scandali di corruzione e complicità di avvoltoi finanziari di ogni genere e nazionalità, che per anni ebbero nell’Argentina una base sicura. La seconda leva del successo economico argentino del dopo-default fu la ripartenza dell’industria (precedentemente smantellata dalle politiche neoliberiste), unita al consolidamento dei legami economici con il Brasile e all’apertura a nuovi mercati dell’America Latina, dell’Africa e soprattutto della Cina. Quest’ultima oggi è il secondo “cliente” dell’export argentino.

In questo decennio la crescita del Paese sudamericano è stata vertiginosa, con una media del 7% annuo tra il 2003 e il 2010. L’Argentina ha di nuovo consistenti riserve monetarie, è caratterizzata da un indice di rischio-Paese accettabile ed è tornata ad accogliere capitali internazionali… che però questa volta vengono investiti in settori produttivi. Come i 500 milioni di dollari USA appena annunciati dalla Pirelli, che aprirà uno stabilimento specializzato in pneumatici di fascia alta. I punti dolenti riguardano l’inflazione, che lentamente sta rialzando la testa, e la difficoltà, superati i primi anni di crescita, di riuscire riportare indietro l’orologio sociale ai tempi in cui l’Argentina era un Paese con un vastissimo ceto medio. La povertà non è più estrema, ma colpisce ancora il 30% della popolazione; inoltre i guasti provocati dallo smantellamento dell’educazione e della salute pubblica, avvenuto negli anni ’90, si sentono ancora forti.

Eppure gli argentini scommetteranno sulla continuità, perché, dopo avere toccato sul serio il fondo del barile, in questi anni si sono abituati a stipendi e pensioni non più congelati, a investimenti sull’educazione e la cultura, a indossare di nuovo la tuta da operaio dopo avere spinto a lungo il carretto da cartonero.

Possono sembrare cose ovvie, anche se in questo mondo in crisi nulla si può più dare per scontato: gli argentini, sopravvissuti al maggiore dissesto economico degli ultimi decenni, vogliono continuare a credere che c’è vita dopo il default. C’è vita purché questo evento traumatico serva a porre il punto finale all’orrore economico, e a patto che si riparta decisi a non dimenticare la lezione.

Alfredo Somoza per Popolare Network