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In teoria lo scorso agosto l’Argentina ha subito un secondo default, dopo quello devastante del 2001. In pratica, però, ciò non è vero. Tutto risale alla sentenza, poi avallata dalla Corte Suprema, con la quale il giudice newyorkese Thomas Griesa ha interpretato il principio del pari passu in modo originale.

Il principio secondo il quale gli obbligazionisti vanno trattati tutti nello stesso modo significa infatti, molto semplicemente, che nessuno può essere privilegiato in caso di insolvenza. Invece, a prescindere dal fatto che oltre il 90% dei creditori avesse accettato la ristrutturazione dei crediti con uno sconto tra il 30 e il 40% del capitale iniziale, Griesa ha stabilito che i fondi speculativi che avevano rastrellato i titoli dopo il default pagandoli tra il 10 e il 15% oggi hanno diritto a riavere il 100% del valore nominale più gli interessi.

Se l’Argentina accettasse la sentenza, questo principio di pari passu a rovescio si estenderebbe automaticamente anche a quei creditori che già avevano accettato l’accordo con lo Stato. Un pasticcio internazionale che rischia di impedire in futuro la ristrutturazione di qualsiasi debito sovrano: anche perché ciò che è successo per via di questa sentenza potrebbe costituire un precedente valido pure al di là della giurisdizione statunitense.

Non a caso il G20 ha formalmente aperto un dibattito interno per arrivare a una legislazione che impedisca sentenze simili. Per esempio stabilendo al momento dell’emissione di debito che, in caso di insolvenza, ciò che deciderà la maggioranza dei creditori sarà vincolante per tutti. Altra conseguenza immediata di questa situazione è l’indebolimento della piazza di New York per il collocamento del debito sovrano intitolato in dollari USA: così questa vicenda indebolisce ulteriormente il ruolo del dollaro come moneta di riferimento mondiale, sempre più in discussione davanti ai crescenti flussi di scambi in valuta locale, soprattutto tra i Paesi BRICS.

Nel frattempo l’Argentina ha depositato presso la Bank of New York Mellon il denaro per pagare i creditori che avevano accettato il concambio post default. Somma che però è stata bloccata dalla Corte statunitense perché, secondo la sentenza, parallelamente l’Argentina dovrebbe pagare per intero i fondi avvoltoi favoriti da Griesa. Il grande paradosso di questa vicenda, dunque, è che il Paese teoricamente entrato in default ha i soldi per onorare la scadenza, quindi ha la liquidità necessaria per non entrare in default… ma quegli stessi soldi sono stati immobilizzati in una banca da una sentenza.

Stiamo parlando, com’è chiaro, di un pasticcio nel quale si è cacciata la giustizia statunitense, e di conseguenza gli Stati Uniti come piazza finanziaria. Le ripercussioni vanno molto oltre il ruolo dell’Argentina, o ciò che essa può rappresentare per l’economia mondiale. I vincitori, per ora virtuali, sono infatti i fondi speculativi che, grazie alla deregolamentazione dell’economia globale, possono scorrazzare sulle vaste praterie della speculazione scommettendo ora sulla scarsità di cibo, ora sul fallimento di un Paese. Una finanza spregiudicata che opera però legalmente. Per l’Argentina, che dopo 10 anni stava per rientrare nel mercato internazionale dei capitali e ora è in affanno per la ripresa dell’inflazione, si tratta di una batosta dagli esiti imprevedibili.

La morale di questo default senza precedenti, ma che crea un pesante precedente, è che, per far rientrare in un recinto di regole condivise i buoi scappati negli anni dell’ottimismo globale, dopo una lunga ricreazione la politica dovrà tornare a occuparsi di economia: non per trasformarsi essa stessa in imprenditore, bensì per farsi garante degli interessi dei cittadini.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Lo statunitense Paul Singer, 69 anni, ha una fortuna personale valutata in 1,2 miliardi di euro grazie alla proprietà del Fondo Elliott Capital Management, gestore di 11 miliardi di dollari. Attraverso la Elliott, Singer opera sul mercato del debito sovrano in sofferenza, acquistando quando i bond sul debito sono sottovalutati per poi tentare la causa contro lo Stato emittente per incassare il valore nominale più gli interessi. Grazie a questa “specialità”, il suo fondo è stato battezzato “avvoltoio”, nel senso che si ciba di cadaveri, cioè di debiti di paesi falliti, dando il colpo finale a economie già duramente provate. Ovviamente a questo campione e grande finanziatore del Partito Repubblicano statunitense, sensibile solo ai diritti dei gay per motivi familiari, non preoccupa aggiungere sofferenza a sofferenza togliendo risorse utili alla ricostruzione di una società. Non sono questi i problemi che si pone Paul Singer che ha un carniere ricco di prede. Negli anni ‘90 acquisì debiti dello stato peruviano per 8 milioni di euro riuscendo, tramite una causa, a farseli pagare 43. E non solo America Latina, anche uno dei paesi più disperati al mondo, il Congo, ha dovuto rimborsare a Singer 67 milioni su fondi pagati 15. Con l’Argentina, questo avvocato laureato a Harvard ha fatto il colpo grosso. Nel 2008 il suo fondo NM Capital rastrella sul mercato secondario titoli argentini “spazzatura”, svenduti cioè da creditori che non volevano aderire al concambio offerto da Buenos Aires, per un controvalore di 48,7 milioni. Poi denuncia il paese davanti al Tribunale federale di New York del suo amico, il Giudice Thomas Griesa (84 anni, nominato da Richard Nixon), insieme ad altri due fondi come il suo. Dopo anni di dibattimenti, rinvii,  tentativi di mediazione si arriva alla sentenza del 2013 nella quale l’Argentina viene condannata a pagare ai fondi l’intero capitale nominale più gli interessi dei titoli in loro possesso. Sentenza che viene confermata dalla Suprema Corte statunitense due mesi fa. A questo punto, i circa 50 milioni di dollari diventano 832 (+ 1608%). Un affare tondo per il fondo di Singer e una sentenza che crea giurisprudenza in un paese che si basa sul diritto consuetudinario. Una sentenza che dal punto di vista tecnico, crea un precedente pericolosissimo perché rende impossibile ristrutturare un debito in default. Oggi l’Argentina, forse a brevissimo il Porto Rico (Stato libero associato agli USA dell’area dollaro) e poi la Grecia, l’Italia… Dal punto di vista politico, questa vicenda premia i fondi speculativi considerati una delle principali cause della crisi economica nella quale il mondo è precipitato dopo il 2008. Un mercato finanziario deregolamentato, di mani libere per intervenire sull’economia spingendo l‘acceleratore sul rischio e sfruttando le disgrazie altrui. Se c’è una riforma urgente da fare ora è la chiusura del mercato secondario del debito sovrano ai fondi speculativi e soprattutto non emettere più debito sotto la giurisdizione statunitense. Ma come sappiamo, le riforme sono sempre difficili quando anche la politica dipende dalla grande massa di risorse e di mezzi che sposta la speculazione. Paul Singer può essere contento, il suo motto “mettere la massima pressione sulla preda” è funzionato. Ha piegato uno Stato e anche il 93% dei creditori dell’Argentina che avevano accettato le condizioni, rispettate dal paese sudamericano, per riavere indietro almeno una parte dei loro risparmi. Le ripercussioni sociali, economiche, politiche e umane di questo nuovo default al quale spinto l’Argentina non sono un problema di Singer, lui fa parte a pieno titolo di quel famoso 1% dell’umanità.

 

Alfredo Somoza

 

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