I navigatori portoghesi che riuscirono a circumnavigare l’Africa per arrivare in Oriente furono i primi a gettare le basi per la globalizzazione dello scambio di beni o servizi, attività che dal Quattrocento in poi acquisì dimensioni planetarie. La potenza commerciale, in realtà, non andò sempre di pari passo con quella politica o militare: l’Impero spagnolo, egemone militarmente tra il XVI e il XVIII secolo, non fu mai una vera potenza mercantile; anzi, furono altri Stati europei a trarre un duraturo vantaggio dai suoi investimenti in uomini e risorse nelle Americhe, in Asia e in Europa. L’Olanda e soprattutto la Gran Bretagna furono le potenze commerciali per eccellenza dei nuovi tempi, quelli nei quali le cannoniere coloniali non sparavano per l’onore della Corona o in nome della fede, ma per garantire gli interessi delle compagnie private che gestivano i mercati mondiali, quotate alle Borse di Londra e di Amsterdam. Nel Novecento è stato il turno di nuova potenza industriale, militare e commerciale: gli Stati Uniti d’America, che sono riusciti a vincere la sfida posta dall’URSS durante la Guerra Fredda proprio grazie alla loro capacità di produrre merci e venderle, di accumulare risorse e di investirle in ricerca e innovazione, soprattutto nel settore bellico. L’URSS, l’altra grande potenza del XX secolo, per quanto abbia esercitato un potere politico e militare incontrastato all’interno del suo blocco di riferimento, non ha mai creato né alimentato un circuito commerciale degno di nota, se non per lo scambio di beni di base. La ruota fa un altro giro e, nel 2013, la storia ci riporta indietro di 3000 anni: perché la Cina, dopo millenni, è tornata a essere la prima potenza commerciale del mondo. Dopo 13 anni dal suo ingresso nel WTO, la Cina che ha scommesso sul mercato – pur rimanendo a guida comunista – ha superato gli Stati Uniti per il valore degli scambi commerciali con l’estero. Con un volume pari a 4160 miliardi di dollari USA, oltre a diventare il big trader mondiale, Pechino, grazie alla sua bilancia commerciale, guadagna ben 260 miliardi di dollari, a fronte di un “rosso” di 633 miliardi per Washington. Si tratta di un nuovo primato da parte del Paese più popoloso del mondo, che già vantava il primo posto nella classifica della produzione industriale. Oggi la Cina, che dovrebbe assestarsi attorno al miliardo e 400 milioni di abitanti, fabbrica più acciaio degli otto Paesi che la seguono in classifica sommati tra loro. A questo quadro più che positivo si aggiunge quello delle riserve in valuta dello Stato: anche qui, le più consistenti al mondo; ed è prossimo lo sbarco dello yuan nei panieri delle valute di riserva globali. Una mossa di Pechino che non dovrebbe avere ripercussioni sull’euro, ma che si farà sentire su un dollaro reso progressivamente più marginale negli scambi mondiali. La novità dei dati 2013 è che la domanda interna cinese è cresciuta, come voluto dalle autorità economiche nazionali per spezzare la dipendenza dall’export e dagli investimenti pubblici sul mercato interno. Queste rilevazioni confermano come sia sempre più marcata la distanza tra ciò che la Cina realmente è, e il modo in cui questo Paese viene percepito nel mondo. La Cina della miseria rurale, degli operai tenuti praticamente alla catena, degli scempi ambientali e dell’autoritarismo è infatti una faccia della medaglia, quella più nota e pubblicizzata. Ma la Cina è anche fattore di stabilità globale, investitore infrastrutturale in Africa e America Latina, big nel settore delle energie rinnovabili, con una società civile che si va facendo sempre più viva e fertile. Quest’ultima Cina spiega meglio dell’altra il successo globale del Paese che emerge dalle statistiche. Non si tratta sicuramente di un fenomeno passeggero: la più antica potenza mondiale è tornata sulla scena planetaria per restarci a lungo.
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La ruota del commercio
Pubblicato: 24 febbraio 2014 in MondoTag:Africa, Cina, commercio estero Cina, Commercio mondiale, La Cina, Portogallo, stati uniti
Lobbysti transgenici
Pubblicato: 13 febbraio 2014 in America Latina, Italia, MondoTag:Commissione Europea, lobby OGM, mais transgenico, Monsanto, OGM, OGM UE, principio di cautela, sicurezza alimentare, stati uniti
Il lobbismo è un’azione esercitata da gruppi economici o da corporazioni su pubblici funzionari, su uomini politici e sulle istituzioni pubbliche per orientarne a proprio vantaggio le decisioni. È un’attività regolamentata da leggi negli Stati Uniti e a livello di Commissione Europea, ma non in Italia. Nel passato le lobby hanno influenzato la grande storia e la geografia. Lo fece, per esempio, la lobby britannica dell’oppio nell’800, quando la Cina non volle autorizzare sul proprio territorio lo smercio della droga proveniente dalle coltivazioni indiane. Il rifiuto fu superato con le due Guerre dell’Oppio: le truppe di Sua Maestà piegarono il Celeste Impero e diedero il via all’espansione dell’alcaloide in Cina e poi nel resto del mondo. Hong Kong, un souvenir di guerra, divenne la base dalla quale i gruppi commerciali inglesi controllarono a lungo l’economia del gigante asiatico.
Altre lobby – decisamente a noi più vicine – sono quelle del tabacco, del gioco d’azzardo, dell’alcol e delle armi. Tutti prodotti che hanno gravi conseguenze sulla salute umana e, nel caso delle armi, anche sul mantenimento della pace nel mondo. Oggi in Europa una delle lobby più attive è però un’altra: quella delle grandi imprese dell’agrobusiness transgenico. Portano avanti una battaglia perché anche il mercato agricolo europeo si apra agli OGM, affrontando le resistenze della normativa comunitaria in materia di sicurezza alimentare: l’UE, applicando il principio di cautela, finora è riuscita ad arginare la produzione e la commercializzazione di prodotti transgenici. Un divieto in realtà più volte aggirato e che, tra l’altro, non riguarda l’alimentazione animale: con il risultato che buona parte del bestiame nostrano è alimentato con i 41 milioni di tonnellate di soia transgenica ogni anno importata in Europa.
Oggi la diga sta cedendo. Pur tra mille polemiche, la variante OGM Mon810 di mais, prodotta dal colosso statunitense Monsanto, è già legalmente coltivata in Europa. La lotta degli ambientalisti e dei consumatori anti-OGM contro le multinazionali ha però ottenuto un risultato notevole. Infatti la stessa Monsanto, numero uno del settore, ha ritirato la domanda con cui chiedeva alle autorità comunitarie di poter commercializzare altri tipi di sementi OGM nell’UE. Ufficialmente per le resistenze dei consumatori europei a questi prodotti, ma molto probabilmente perché il settore ha cambiato strategia e si prepara a una battaglia di lunga durata.
E qui tornano le lobby. I principali lobbisti del transgenico sono oggi gli scienziati che in nome della ricerca affermano, forse a ragione, che finora non sono stati rilevati problemi alla salute dovuti al consumo degli OGM. Altro argomento “forte” è che, attraverso la manipolazione genetica, si possono aumentare le proprietà vitaminiche di alcune specie per combattere la malnutrizione in Africa. Si tratta di argomenti sicuramente interessanti, ma che eludono il problema centrale.
Il problema fondamentale, infatti, non è la qualità intrinseca del prodotto OGM, bensì la natura del complesso industrial-agricolo che pratica le coltivazioni transgeniche. Là dove si è diffusa (Stati Uniti, Brasile, Argentina), l’agricoltura OGM ha eliminato la piccola proprietà, ridotto al minimo l’impiego di manodopera, ammazzato la biodiversità, costretto i coltivatori a una dipendenza mai esistita nei confronti dell’azienda produttrice. Un’agricoltura senza agricoltori insomma.
Ed è proprio questo il punto che la lobby pro-OGM non vuole che si discuta: perché in questo caso le prove da contrapporre ai benefici portati dalle coltivazioni biotech sarebbero schiaccianti. In Europa, unico continente al mondo, per ora queste lobby hanno trovato un ostacolo insormontabile nei movimenti ambientalisti e contadini, ma soprattutto nell’opinione pubblica. Sarà quindi proprio sui cittadini che esse si concentreranno nei prossimi anni, con un paziente lavoro finalizzato a convincerli che un mondo con una decina di specie alimentari coltivabili – registrate e commercializzate da 4 aziende – sia un mondo migliore e più sicuro.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
Il declino silenzioso del crimine
Pubblicato: 7 febbraio 2014 in MondoTag:calo criminalità, criminalità organizzata, criminalità urbana, New York crimine, Paesi, regno unito, statistiche criminalità, statistiche crimine
È dalla metà degli anni ’90 che la criminalità è in declino nei grandi Paesi occidentali come USA, Canada, Regno Unito, Francia[F1] . Un dato certo, che smentisce la percezione comune a molti cittadini. Per alcuni Paesi, come le ex repubbliche sovietiche, si tratta di un vero e proprio tracollo: in Estonia, per esempio, il calo di omicidi e di furti d’auto si aggira attorno al 70% rispetto al 1995. Reati analoghi sono in forte diminuzione anche nelle metropoli occidentali: i furti, soprattutto di autovetture, e le aggressioni contro la persona (ferimenti e omicidi).
Il caso più emblematico è quello degli Stati Uniti, Paese nel quale la criminalità urbana, che negli anni ’70 e ’80 era quasi fuori controllo, dal 1991 in poi è calata complessivamente del 50%. Con una punta a New York di -78%. La cura Giuliani, dal nome del sindaco italo-americano che promosse la “tolleranza zero” nella metropoli, viene considerata il fondamento di questo risultato. In realtà il dato al ribasso riguarda tutte le grandi città, a prescindere dal nome del sindaco e dalle politiche più o meno repressive applicate dalle autorità.
Questo fenomeno, per ora, non trova spiegazione scientifica. Criminologi e sociologi mettono in evidenza una serie di fattori, ma nessuno di essi può essere indicato come quello decisivo. In primo luogo si sottolineano i maggiori poteri concessi alle polizie, diventate più aggressive e meglio presenti sul territorio. L’aumento della repressione legale è dunque considerato un deterrente in diversi Paesi, come il Regno Unito e l’Australia. Qui non c’è, però, una correlazione tra calo del crimine e aumento del numero di detenuti: ciò smentisce alcune tesi sostenute negli USA, Paese nel quale è raddoppiata la popolazione carceraria.
Altro argomento interessante è il calo demografico, accompagnato dall’invecchiamento della popolazione. La delinquenza è, anagraficamente parlando, legata soprattutto alle fasce giovanili, sempre più minoritarie nei Paesi di vecchia industrializzazione. Ma c’è anche chi parla di un calo della delinquenza giovanile, dovuto al successo dell’educazione e dei servizi sociali. In alcuni contesti si valuta positivamente la fine dell’epidemia del crack, la micidiale droga sintetizzata a partire dalla cocaina che si era diffusa nei ghetti urbani, aumentando violenza e delinquenza.
C’è chi cita l’aumento generalizzato dei metodi e degli strumenti di sorveglianza, come le telecamere o i sistemi di allarme: forse questa interpretazione potrebbe spiegare l’aumento dei furti in luoghi poco sorvegliati. Infine si attribuisce il merito alla crescita economica e a una maggiore opportunità di impiego… Ma se questa tesi fosse vera, la crisi iniziata nel 2008 avrebbe dovuto incendiare i tassi di criminalità, cosa che non è accaduta.
Il fenomeno del calo dei reati contro la persona non trova insomma una chiave di lettura, e probabilmente la risposta è davvero da ricercare in un insieme di concause. Le stesse che non si verificano in altri tipi di Paesi, come quelli latinoamericani, nei quali l’esclusione sociale – diventata ormai strutturale – e l’espansione della narcocriminalità hanno invece fatto aumentare la violenza in modo esponenziale.
Questo dato, a metà tra il miracolo e l’enigma sociologico, non pare toccare però la stampa sensazionalista né gli imprenditori della paura, che contro ogni evidenza continuano a battere sul falso tasto dell’insicurezza “in aumento” per mietere consensi. Una situazione paradossale, una menzogna che viene regolarmente ignorata e raramente smascherata.
Una cosa è certa, però: se la politica avesse il coraggio di sottrarre il business della droga alla criminalità organizzata, al calo della criminalità si aggiungerebbe un’altra concausa, forse determinante. La violenza spontanea, il disagio che porta a delinquere sono sempre esistiti e sempre esisteranno, ma gli Stati possono ancora fare molto per ridurre i rischi per chi vive in città. Anche se, di preciso, non si capisce come mai la delinquenza sia diminuita.
Il futuro sa ancora di fossile
Pubblicato: 31 gennaio 2014 in MondoTag:fonti rinnovabili, gas di scisto, geological society of america, petrolio, riserve NAFTA, sabbie bituminose, Shale gas, shale oil, stati uniti
Il settore energetico mondiale è in subbuglio. Nell’ultimo periodo sono crollate alcune certezze dei decenni passati. Soprattutto quelle che riguardavano il progressivo calo delle riserve dei tradizionali Paesi petroliferi fino ad arrivare al punto di non ritorno, un fenomeno accelerato dalla crescita della domanda da parte delle economie emergenti. E la conseguente urgenza di diversificare le fonti energetiche puntando sul rinnovabile: che poi le fonti rinnovabili fossero anche “pulite” era quasi un dettaglio ininfluente, se non a scopo pubblicitario.
Il Paese che più aveva investito su questo scenario erano gli Stati Uniti, primo consumatore e compratore mondiale di greggio. Anziché mettere in discussione il proprio modello di consumi, energivoro per eccellenza, Washington ha investito nella riconversione alla green economy, ambientalmente sostenibile e alimentata da fonti energetiche rinnovabili.
Poi sono state perfezionate le tecniche di estrazione del gas e del petrolio “di scisto”, che abbondano sotto le grandi pianure centrali, ed è entrato in circolazione anche il petrolio proveniente dalle sabbie bituminose del Canada. Nel complesso il NAFTA, il mercato comune tra USA, Canada e Messico, sta diventando il principale polo produttore di gas e petrolio a livello mondiale. Una manna non prevista, ma che comincia ad avere conseguenze pratiche sulle ambiziose politiche ambientali dell’amministrazione Obama.
La prima vittima di quest’abbondanza di materia prima sono i biocombustibili. Secondo l’Agenzia per l’ambiente, nel 2014 la quantità di etanolo ricavato dal mais che verrà miscelata alla benzina sarà inferiore del 20% rispetto a quella del 2013.
Si presentano anche problemi inediti per gli USA che si scoprono novella potenza petrolifera: infatti un divieto di esportare petrolio, risalente agli ’70, blocca la possibilità di esportare il greggio estratto nel Paese, deprimendo i prezzi interni per eccesso di offerta. Anche il Canada sta rivedendo la sua politica energetica e ambientale, e ha appena stanziato tre miliardi di dollari per studiare tecnologie che riducano l’enorme impatto ambientale dell’estrazione petrolifera dalle sabbie bituminose. È una rivoluzione: non si spendono più i soldi per produrre energia rinnovabile, ma per attutire l’impatto ambientale dell’estrazione di energia fossile. Mandando nel dimenticatoio gli impegni per ridurre le emissioni di CO2 previsti dagli accordi di Kyoto, peraltro mai sottoscritti dagli USA.
Questa congiuntura sta incidendo anche sulla geopolitica del Medio Oriente, con l’evidente progressivo disimpegno degli Stati Uniti che, tra poco, avranno meno interessi vitali da difendere in quell’area del pianeta. Inoltre l’abbondanza di combustibili fossili sul mercato globale sta facendo impennare i consumi che, secondo l’Energy Information Administration, praticamente raddoppieranno entro 25 anni per via del numero crescente di auto in circolazione.
Non sono tutte rose e fiori, però. A raffreddare tanta euforia arriva una prestigiosa istituzione. La Geological Society of America, fondata nel 1888 e forte di 25.000 associati tra scienziati, professori universitari e dirigenti di industria, dopo un’indagine ha concluso che la produzione di shale gas (il cosiddetto gas di scisto) negli USA si può già definire un fallimento; e che la sostenibilità dell’estrazione di shale oil (petrolio di scisto) è molto dubbia sul lungo periodo, in quanto dovrebbe cominciare a declinare a partire del 2020. Il punto dolente è simile a quello che rende il biocombustibile ricavato dal mais “discutibile” dal punto di vista commerciale.
Cioè per estrarre shale oil, così come per ricavare energia dal mais, si utilizza una quantità di energia pari o superiore a quella che si ricava. Questo senza parlare dell’impatto ambientale, perché per avere quantità costanti di greggio bisogna trivellare in continuazione rendendo il terreno instabile, consumando grandi quantità di acqua e inquinando falde e fiumi con prodotti chimici.
L’ennesima rivoluzione dei combustibili fossili, oggi in atto, è dunque discussa e discutibile. Ma ha già creato l’effetto di rallentare la ricerca di soluzioni alternative alla storica dipendenza dai combustibili fossili. È una scorciatoia probabilmente di corto respiro, un “raschiare il fondo del barile” in senso letterale. L’ultima via di fuga prima di doversi assumere le proprie responsabilità e di immaginare davvero come sarà il mondo post-petrolio, come si muoverà e come si alimenterà.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
Si fa in fretta a dire default
Pubblicato: 27 gennaio 2014 in America Latina, MondoTag:austerità, default Argentina, default grecia, default italia, deflazione, fallimento stato
Visto che alla Grecia, per ora, è stato vietato di fallire, a livello mondiale l’ultimo default di uno Stato sovrano è stato quello argentino del Natale 2001. Dopo un periodo di deflazione, dovuto all’aggancio del peso al dollaro che aveva reso proibitiva la produzione nazionale, il no del Fondo Monetario al rifinanziamento di una rata del debito in scadenza portò al default tecnico del Paese. Il peso perse il 75% del suo valore in 24 ore e si arrivò alla rinegoziazione, ovviamente al ribasso, del pagamento dei titoli di Stato in possesso di risparmiatori, banche e fondi di investimento nazionali e internazionali.
Dal 2004, però, l’economia argentina è ripartita a ritmi asiatici, con una crescita vertiginosa della produzione industriale e la creazione di molti posti di lavoro. Ma una delle conseguenze ancora evidenti di quel fallimento sono gli “impoveriti”: soprattutto disoccupati e cittadini in precedenza appartenenti ai ceti medi, che non sono riusciti a risalire la scala sociale e che oggi sopravvivono di espedienti, assistiti dallo Stato attraverso un welfare ancora emergenziale.
La partita che non si è mai veramente chiusa, a distanza di 12 anni, è quella ingaggiata tra l’Argentina e i fondi cosiddetti “avvoltoi”. Cioè i fondi di investimento a rischio che, negli anni successivi al default, rastrellarono titoli argentini in giro per il mondo: li pagarono dal 10 al 30% del loro valore nominale, salvo poi intentare una causa contro il Paese sudamericano, pretendendo la restituzione del 100% del valore nominale più gli interessi.
Una lotta a colpi di denunce nei tribunali statunitensi, perché negli USA era stata collocata una buona fetta del debito argentino denominata in dollari. Una storia giudiziaria che ha visto anche diversi colpi di scena, come l’illegittimo sequestro di una nave-scuola della marina argentina in Ghana, fino all’impossibilità per la presidente Kirchner di recarsi in Europa o negli USA con l’aereo presidenziale, per timore del sequestro del mezzo in quanto bene dello Stato argentino.
Nel 2013 questa storia infinita ha visto la vittoria parziale dei fondi avvoltoi, in virtù di una sentenza del Tribunale di New York che ha destato grande preoccupazione negli ambienti della finanza internazionale. La sentenza impone all’Argentina, che ha presentato ricorso alla Corte Suprema statunitense, il rimborso agli hedge fund di una cifra pari a 1,5 miliardi di dollari, ma soprattutto sancisce la fine del default come strumento di risoluzione conclusiva di una seria crisi economica. Uno strumento al quale hanno fatto ricorso nella storia Paesi del calibro di Brasile, Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti.
Non c’è quasi Stato – e l’Italia è una delle rarissime eccezioni – che nella sua storia non abbia dovuto applicare una svalutazione sovrana dei propri debiti. Ma, dopo la sentenza del tribunale di New York, in linea di principio questo non sarà più possibile. E cioè se uno Paese dovesse fallire non potrebbe ristrutturare il debito e quindi rimettere in sesto la propria economia.
Se a giugno ribalterà la sentenza del Tribunale di New York, la Corte Suprema Federale di Washington potrà chiudere l’incubo argentino durato più di un decennio. Altrimenti getterà nuovamente nel caos il Paese sudamericano, creando un precedente che peserà come un macigno sul futuro.
La prima morale di questa storia è che non è facile farsi perdonare un fallimento, in questo mondo governato dalla finanza speculativa. La seconda è che è meglio non fidarsi degli allegri promotori dell’arma del fallimento come via di uscita fattibile ai problemi creati da debiti sovrani insostenibili.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
La lezione del cambiamento climatico
Pubblicato: 17 gennaio 2014 in MondoTag:agricoltura, cambiamento climatico, cambio climatico, Canada, Cina, Circolo Polare Artico, Erik il Rosso, eschimesi, Groenlandia, innuit, Islanda, scioglimento ghiacci, Terranova, Terre rare, Uranio, vichinghi
La Groenlandia è la più grande isola al mondo, collocata a ridosso del Circolo Polare Artico. La sua marginalità geografica e il clima particolarmente rigido hanno determinato una presenza umana molto ridotta, ma dal valore esemplare per comprendere come l’uomo si sia adattato (o meno) ai cambiamenti climatici.
Popolata a nord da inuit, i cosiddetti eschimesi, a partire dall’anno Mille ospitò colonie di vichinghi provenienti dall’Islanda, almeno secondo la saga di Erik il rosso. Questo accadde perché per circa tre secoli il “periodo caldo” medioevale permise ai navigatori dell’Europa settentrionale di insediarsi in quella che battezzarono Groenlandia, cioè “terra verde”, e di dar vita a fattorie, coltivare i campi e allevare bestiame. Circa 400 anni prima di Colombo, dalla Groenlandia partirono spedizioni che arrivarono fino in Canada, ma senza lasciare quasi traccia.
Sull’isola, invece, le colonie vichinghe prosperarono fino al XV secolo, quando la zona fu colpita da una piccola glaciazione. Qui la storia si complica per i vichinghi che, non riuscendo ad adattarsi al cambiamento climatico, di origine naturale, dovettero “tornare a casa”: per non scomparire fecero rotta verso l’Islanda. Non avevano saputo rinunciare alla carne bovina e al grano, cioè alla loro cultura alimentare, importata dall’Europa – una dieta che nel nuovo contesto climatico non era più praticabile – mentre disprezzavano il pesce e i grassi dei mammiferi marittimi. Cioè gli alimenti-base dei loro vicini del Nord, abituati e adattati al freddo estremo.
La Groenlandia, ormai coperta dai ghiacci per l’83% del suo territorio, dopo cinque secoli tornò a essere degli inuit, che migrarono verso la costa meridionale. Ma il legame di queste terre con i vichinghi non si spezzò nemmeno con il passare dei secoli: nel 1720 sull’isola sbarcarono missionari provenienti dalla Danimarca per convertire gli “eschimesi” al cristianesimo. La Groenlandia subì successivamente l’occupazione coloniale durata fino al 2008: anno dell’autonomia (nell’ambito del Regno di Danimarca) ottenuta dagli inuit con un referendum. Oggi è il primo e unico Stato inuit al mondo, anche se questo popolo polare vive pure in Canada, Stati Uniti e Russia.
Intanto la Groenlandia sta tornando a essere una “terra verde”, perché il cambiamento climatico, questa volta dovuto all’uomo, sta sciogliendo progressivamente il pack che ricopriva il suolo, lasciando affiorare i vecchi terreni agricoli dei vichinghi. Ma la scomparsa del pack sta rivelando altre risorse finora insospettate. Per esempio le cosiddette terre rare, contenenti minerali preziosi soprattutto per la moderna industria hightech. Per un solo voto di maggioranza il Parlamento dell’isola ha abbandonato la tolleranza zero sull’estrazione di questa risorsa, finora praticamente monopolizzata dalla Cina, che possiede il 90% dei giacimenti conosciuti prima di questa scoperta.
La Groenlandia è ricca anche di un’altra risorsa preziosa, l’uranio, che pone seri interrogativi sull’integrità ambientale. Gruppi cinesi si stanno aggiudicando i diritti di prospezione e prima o poi avvieranno la fase estrattiva. Si annunciano investimenti miliardari e l’arrivo di un’ondata di operai e tecnici per i quali bisognerà costruire città e infrastrutture. Il tutto in un contesto ambientale che rimane di estrema fragilità.
Il miraggio dei guadagni facili rischia di far dimenticare agli inuit di oggi la lezione che arriva dai loro antenati di 500 anni fa: chi pratica un’economia insostenibile e non si adatta ai cambi climatici rischia di scomparire. La grande industria mineraria, impiantata in quelle terre estreme, potrebbe renderle invivibili, obbligando gli inuit a cercare una nuova casa. Proprio come successe ai vichinghi.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
Il colore degli spot
Pubblicato: 30 dicembre 2013 in MondoTag:BRICS, Cina, globalizzazione, modelli culturali, mondo della pubblicità, Naomi Campbell, omologazzione consumi, paesi emergenti, pubblicità, pubblicità globale, televisione
Nel mondo della pubblicità globale sta cambiando sensibilmente l’appartenenza etnica dei modelli e delle comparse che recitano negli spot. Fino a una ventina d’anni fa, il mondo patinato della pubblicità televisiva e delle manchette su riviste e quotidiani era regolarmente “bianco”. Poche le eccezioni: la modella nera Naomi Campbell, i “manager giapponesi” quando si voleva dare l’idea di un orizzonte planetario, e un bambino nero e uno orientale, i mezzo ai bambini bianchi, quando si comunicava l’eticità di un prodotto. I quattro quinti dell’umanità, cioè le persone non bianche, non costituivano un target, in quanto le masse erano troppo povere e i pochi ricchi si identificavano con i valori e i canoni di bellezza occidentali.
Da allora molto è cambiato. Le uniche pubblicità che resistono al “monoetnismo” sono quelle rivolte ai singoli mercati nazionali occidentali, mentre le campagne dei marchi globali fotografano la diversità umana – e quindi anche la differenza etnica – dei loro potenziali clienti. Secondo una recente ricerca della Brooking Institution, una ONG statunitense specializzata nell’analisi delle politiche pubbliche, dal 2003 sono aumentate di 700 milioni le persone che dispongono di una cifra compresa tra i 10 e i 100 dollari USA al giorno; si prevede che nei prossimi 10 anni si verificherà un ulteriore incremento di 1,3 miliardi di persone. Questa nuova middle class planetaria è figlia delle opportunità che, al netto delle polemiche motivate o ideologiche sulla globalizzazione, si sono create nei tanti Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina grazie alla crescita degli scambi economici mondiali.
La pubblicità ora punta a rappresentare i mondi emergenti perché è lì che si giocherà il riequilibrio dei consumi mondiali. Nella globalizzazione degli anni ’90 lo schema era bipolare, da una parte i Paesi dove si producevano i beni e dall’altra quelli in cui si consumavano: dal Messico verso gli Stati Uniti, dall’Africa verso l’Europa. Oggi invece il peso di questo nuovo ceto medio riequilibra la bilancia, e nei Paesi emergenti il mercato interno comincia a essere importante tanto quanto l’export. Chi prima investiva in un Paese terzo solo per produrre merci e poi trasportarle altrove, oggi investe per fermarsi e vendere anche su quel mercato. È il caso della Fiat in Brasile, dove il marchio italiano produce veicoli per il mercato interno in quantità quasi pari al totale delle automobili vendute in Europa.
Davanti a questo progressivo ripianamento sociale del mondo i tempi per una transizione sostenibile si accorciano. Non è più un esercizio teorico quello di calcolare quanto potrebbero durare le risorse della Terra se dovessero fare fronte a due miliardi di nuovi consumatori. Questo sta già succedendo, e la ricerca della sostenibilità dell’industria, dell’agricoltura e dei consumi è in colpevole ritardo.
Il danno limitato che questa crisi economica ha provocato negli Stati emergenti, a differenza delle conseguenze drammatiche che sta avendo in Occidente, si spiega con la costante crescita della capacità di produrre e di consumare in Paesi fino a ieri stagnanti. Sono l’Europa e gli Stati Uniti a dover trovare una via di uscita alla crisi, anche se l’accumulo di risorse, di capitale e di capacità umane e professionali di cui dispongono costituiscono un patrimonio incommensurabile e strategico.
I Paesi emergenti saranno ancora per molto tempo impegnati a far crescere il proprio mercato interno favorendo l’integrazione economica dei poveri, senza però che questo aumenti spontaneamente i diritti dei cittadini. A livello mondiale da molto tempo non capitava che si registrasse una così massiccia uscita dalla povertà senza un altrettanto importante avanzamento in materia di diritti o di democrazia. Nell’epoca dei nuovi consumatori globali la democrazia non è una merce particolarmente ricercata né apprezzata, perché molti popoli non la associano alla crescita economica che ha permesso loro l’affrancamento dalla miseria.
Il mondo che si sta ridisegnando è dunque caratterizzato dall’omologazione dei consumi ma anche dalla maggiore evidenza data alle diversità tra Paesi e gruppi umani. Tutti più simili, con gli stessi smartphone di ultima generazione, ma sempre ugualmente lontani sul piano dei valori e delle libertà. Un mondo che la pubblicità farà sempre più fatica a raccontare, ma è il mondo del futuro.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
Cuochi e assassini
Pubblicato: 6 dicembre 2013 in MondoTag:cucine da incubo, cuochi televisione, hells kitchen, insicurezza, obesità, rassicurazione, serial killer
Le televisioni globali, e anche quelle locali, da qualche anno offrono un mix di programmi alquanto monotematico. Crimini di tutti i tipi e cibo. Tanto cibo. L’accostamento tra la cucina e l’insicurezza più totale, cioè il rafforzamento dell’idea che siamo tutti in balia di pericolosi serial killer pronti ad ammazzarci, potrebbe sembrare bizzarro. Ma un senso c’è.
A livello sociologico l’insicurezza nasce e si diffonde in tutto il mondo a partire dalle esperienze fallimentari delle grandi metropoli statunitensi. Già negli anni ’70 le gang giovanili di Los Angeles o del Bronx erano la metafora delle forze del male che all’improvviso potevano colpire il bravo cittadino lasciato nella sua solitudine, vanificando un’onesta vita di lavoro. Bastava sbagliare fermata della metropolitana per trovarsi nelle varie Gothic City delle periferie urbane.
Questa narrazione della marginalità e del degrado ha spazzato via le visioni progressiste che proprio nei luoghi dell’insicurezza individuavano i semi della riscossa degli oppressi: fossero essi minoranze etniche o semplicemente poveri. L’approccio “sicuritario”, insomma, ha tolto dal dibattito pubblico i temi dell’integrazione e dell’inclusione sociale, spacciando l’idea che solo con la repressione si possa vincere la sfida. Una sfida ad armi impari: da un lato Stati, comuni, polizie ed eserciti, dall’altro i marginalizzati. Una sfida nella quale l’analisi della situazione sociale ed economica non è prevista.
In tutto il continente americano questa logica trova conferma nella diffusione dei “quartieri chiusi”, paradisi per ricchi recintati e protetti a vista. Il significato politico dei quartieri chiusi è che la sfida di una società egualitaria è morta. E che oggi chi ha qualcosa da difendere si autoghettizza pur di non esserne espropriato: per la prima volta nella nostra storia lo spazio urbano viene “ceduto” ai poveri dai ricchi in fuga verso i recinti dorati.
L’altro volto della comunicazione televisiva è la gastronomia. Cibo, cucina, ingozzamenti, assaggi di piatti a volte raccapriccianti, esagerazione e spreco. Cucina a tutte le ore proprio mentre l’arte culinaria, una volta patrimonio delle donne che lavoravano prevalentemente in casa, è in declino per motivi di tempo, di ruoli, di gusti. Più si diffondono i fast food, più la televisione ci offre manicaretti elaborati e complessi da cucinare. Piatti riproposti per accontentare il voyeurismo di un pubblico medio che potrebbe assaggiarli soltanto in un ristorante.
Ma mangiare è un esercizio rassicurante. Dopo la scorpacciata di crimini e corpi dissezionati, le ricette (della nonna o degli chef stellati) ci permettono di andare a dormire tranquilli. Morte e cibo, due realtà che spesso vanno insieme. In molte culture, infatti, i funerali sono anche occasione per banchettare. Ovviamente la televisione non fa riferimento a queste radici. Piuttosto utilizza il cibo come novella droga dei popoli: più che alimentare serve da palliativo e calma le ansie, ma crea pure nuovi disturbi. Già si vedono i primi esempi del prossimo filone di spettacolo: dopo il crimine e l’abbuffata, le peripezie per perdere peso. Un palinsesto completo poggiato sul nulla, che però fotografa alla perfezione i nostri tempi e illustra l’agenda sociale di chi governa il mondo.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
La fine del sogno globale
Pubblicato: 4 dicembre 2013 in MondoTag:Bill Clinton, fine WTO, globalizzazione, Guerra Fredda, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, OMC, stati uniti, WTO
Quando, il primo gennaio 1995, a Ginevra nasceva ufficialmente l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il mondo era nel mezzo del decennio d’oro dell’espansione delle frontiere economiche globali. Finita la Guerra Fredda, smantellato il blocco sovietico, gli Stati Uniti guidati da Bill Clinton avevano trovato una nuova centralità. L’industria pesante e le lavorazioni ad alta densità di manodopera si spostavano dai Paesi di vecchia industrializzazione a quelli “emergenti”, e soprattutto in Cina.
La narrazione ufficiale dell’epoca raccontava che l’abbattimento di ogni barriera e ostacolo al commercio mondiale avrebbe garantito sviluppo e benessere per tutti. Le fabbriche che chiudevano in Occidente riaprivano in Oriente, ma con livelli di sfruttamento dei lavoratori simili a quelli della Rivoluzione Industriale dell’800. Eppure le critiche erano poche, si era certi che sarebbe andata bene comunque.
L’OMC, in inglese WTO, aveva il compito di “dirigere il transito”, e cioè di operare per abolire o ridurre le barriere tariffarie al commercio internazionale, non solo per i beni commerciali ma anche per i servizi e le proprietà intellettuali. In sostanza, il WTO doveva “mettere il turbo” agli scambi mondiali, lavorando per piegare le resistenze degli Stati nazionali all’apertura dei mercati, e fungendo da tribunale nelle dispute sul protezionismo, sul dumping, sui trattati internazionali. Nel pensiero unico dell’epoca, la fede nel dogma della globalizzazione liberale dell’economia era così forte che addirittura si scelse il sistema del consenso: un metodo che, pur non prevedendo l’esplicita unanimità delle decisioni, richiede che nessun Paese membro avanzi obiezioni ufficiali. Insomma, si era convinti che alla fine si sarebbe trovato, appunto, un consenso.
Come in tutti gli organismi internazionali, la direzione del WTO è stata monopolizzata dagli Stati Uniti e dai Paesi dell’Europa occidentale. Nei primi anni, però, il WTO si è occupato “misteriosamente” solo delle barriere doganali e dei sussidi all’economia dei Paesi emergenti e poveri, senza aggredire per nulla i più grandi sovvenzionatori e protettori dei rispettivi mercati interni, che sono gli Stati Uniti, il Giappone e l’Unione Europea.
Il momento di frattura si è verificato a Cancùn, Messico, nel settembre 2003, quando si è tenuto il vertice che doveva dare il via al “Doha Round”, il meganegoziato su agricoltura e servizi. Nella calura dello Yucatán, per la prima volta si è materializzato un blocco di Paesi abbastanza forte da opporsi alle vecchie potenze, e capace di creare consenso tra gli Stati più poveri: Cina, India e Brasile sono diventati la testa di una fronda di Paesi africani, asiatici e latinoamericani che, per la prima volta, hanno alzato la voce in un evento di questo calibro. Rispedendo al mittente la “proposta” di aprire le loro economie a merci e servizi stranieri senza reciprocità.
È cominciato così a Cancùn il declino del WTO, aggravato poi dalla crisi mondiale che ha molto ridimensionato diversi principi ritenuti assoluti e indiscutibili solo pochi anni prima. Dagli USA che salvano il sistema bancario e la Chrysler, incentivando il ritorno in patria delle imprese che avevano delocalizzato in Asia, all’Europa che discute di misure di stimolo all’economia e rimanda la fine dei sussidi ai diversi settori produttivi.
Oggi il WTO, da regista della globalizzazione, è diventato quasi solo un tribunale per le dispute commerciali. Un ruolo assai modesto e un senso politico sfuocato. I Paesi membri sono molto impegnati a costruire nuove alleanze economiche. Le zone di libero commercio in discussione nell’area del Pacifico e tra gli USA e l’Europa, sommate a quelle già esistenti a livello regionale e a quelle tra i Paesi BRICS, ci consegnano un mondo sempre più interconnesso: ma non globalmente, bensì regionalmente. La Cina è l’altra potenza in grado di aggregare “soci” per garantirsi mercati mondiali. Il sogno degli anni ’90, di un mondo unipolare guidato dagli USA, dai loro partner e dai loro grandi gruppi economici è affondato. E il WTO è ormai solo un naufrago.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)









