Cuochi e assassini

Pubblicato: 6 dicembre 2013 in Mondo
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Le televisioni globali, e anche quelle locali, da qualche anno offrono un mix di programmi alquanto monotematico. Crimini di tutti i tipi e cibo. Tanto cibo. L’accostamento tra la cucina e l’insicurezza più totale, cioè il rafforzamento dell’idea che siamo tutti in balia di pericolosi serial killer pronti ad ammazzarci, potrebbe sembrare bizzarro. Ma un senso c’è.

A livello sociologico l’insicurezza nasce e si diffonde in tutto il mondo a partire dalle esperienze fallimentari delle grandi metropoli statunitensi. Già negli anni ’70 le gang giovanili di Los Angeles o del Bronx erano la metafora delle forze del male che all’improvviso potevano colpire il bravo cittadino lasciato nella sua solitudine, vanificando un’onesta vita di lavoro. Bastava sbagliare fermata della metropolitana per trovarsi nelle varie Gothic City delle periferie urbane.

Questa narrazione della marginalità e del degrado ha spazzato via le visioni progressiste che proprio nei luoghi dell’insicurezza individuavano i semi della riscossa degli oppressi: fossero essi minoranze etniche o semplicemente poveri. L’approccio “sicuritario”, insomma, ha tolto dal dibattito pubblico i temi dell’integrazione e dell’inclusione sociale, spacciando l’idea che solo con la repressione si possa vincere la sfida. Una sfida ad armi impari: da un lato Stati, comuni, polizie ed eserciti, dall’altro i marginalizzati. Una sfida nella quale l’analisi della situazione sociale ed economica non è prevista.

In tutto il continente americano questa logica trova conferma nella diffusione dei “quartieri chiusi”, paradisi per ricchi recintati e protetti a vista. Il significato politico dei quartieri chiusi è che la sfida di una società egualitaria è morta. E che oggi chi ha qualcosa da difendere si autoghettizza pur di non esserne espropriato: per la prima volta nella nostra storia lo spazio urbano viene “ceduto” ai poveri dai ricchi in fuga verso i recinti dorati.

L’altro volto della comunicazione televisiva è la gastronomia. Cibo, cucina, ingozzamenti, assaggi di piatti a volte raccapriccianti, esagerazione e spreco. Cucina a tutte le ore proprio mentre l’arte culinaria, una volta patrimonio delle donne che lavoravano prevalentemente in casa, è in declino per motivi di tempo, di ruoli, di gusti. Più si diffondono i fast food, più la televisione ci offre manicaretti elaborati e complessi da cucinare. Piatti riproposti per accontentare il voyeurismo di un pubblico medio che potrebbe assaggiarli soltanto in un ristorante.

Ma mangiare è un esercizio rassicurante. Dopo la scorpacciata di crimini e corpi dissezionati, le ricette (della nonna o degli chef stellati) ci permettono di andare a dormire tranquilli. Morte e cibo, due realtà che spesso vanno insieme. In molte culture, infatti, i funerali sono anche occasione per banchettare. Ovviamente la televisione non fa riferimento a queste radici. Piuttosto utilizza il cibo come novella droga dei popoli: più che alimentare serve da palliativo e calma le ansie, ma crea pure nuovi disturbi. Già si vedono i primi esempi del prossimo filone di spettacolo: dopo il crimine e l’abbuffata, le peripezie per perdere peso. Un palinsesto completo poggiato sul nulla, che però fotografa alla perfezione i nostri tempi e illustra l’agenda sociale di chi governa il mondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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