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L’Africa, se parliamo di telefonia mobile, è ormai il continente più collegato. La Banca Africana di Sviluppo ha calcolato che ci sono 650 milioni di utilizzatori di telefoni cellulari su un miliardo di abitanti del continente. Un rapporto telefoni per abitanti superiore a quelli dell’Europa e degli Stati Uniti. Questa è quindi la prima generazione di africani che ha accesso a un prodotto considerato di alta tecnologia: il possesso di un telefonino è spesso più frequente che l’accesso all’acqua potabile o all’elettricità.

Per gli africani, il telefono portatile è allo stesso tempo l’unico collegamento con il mondo, il portafoglio e la buca delle lettere. Questo perché nel Continente Nero, più che sui giochi o sulla musica, i gestori di telefonia puntano a offrire innanzitutto servizi utili, come la gestione dei conti bancari, le informazioni utili agli agricoltori, gli scambi commerciali. Questa rivoluzione è stata possibile grazie all’offerta di telefoni essenziali ma resistenti prodotti in Cina. Telefonini da 20 dollari USA, poco più di 16 euro, resi ulteriormente accessibili da agevolazioni fiscali che hanno abbattuto i prezzi ai consumatori.

Giovani e giovanissimi compongono il più grande gruppo di fruitori di telefonia cellulare: in Sud Africa si registra un picco di possesso del 72% nella fascia 15-24 anni. Le compagnie telefoniche che operano in Africa macinano bilanci miliardari composti da centinaia di milioni di consumatori poveri o poverissimi, nonostante abbiano dovuto fare i conti con il dilagare di modalità di comunicazione low cost tra i loro clienti. Come, per esempio, l’uso degli squilli senza rispondere, tecnica inventata in Africa per trasmettere notizie senza spendere soldi: una specie di codice Morse digitale. Per venire incontro a questa enorme fetta di consumatori è stato ideato il servizio “call me” che include un certo numero di sms giornalieri gratuiti.

Ma la rivoluzione dei cellulari in Africa sta aprendo la strada anche all’innovazione tecnologica autoctona. Vérone Mankou, un imprenditore ventiseienne della Repubblica del Congo, già nel 2006 ha sviluppato una linea di smartphone e tablet touch-screen adattati ai bisogni del mercato locale. Il suo smartphone Elikia (“speranza” in lingua lingala), che usa il sistema Android e viene costruito in Cina, è a tutti gli effetti il primo contributo tecnologico africano al mondo globalizzato. Quando Google ha rifiutato le carte di credito emesse in Congo per l’acquisto di applicazioni, Mankou ha lanciato una propria linea di apps “sviluppate da africani per l’Africa” e di carte di credito prepagate per l’acquisto online.

Il marchio VMK dell’imprenditore congolese per ora tiene testa a giganti della telefonia come BlackBerry, Samsung e Nokia. L’inedita sinergia tra Africa e Cina si sposta ora anche sul piano della ricerca e commercializzazione di tecnologie espressamente concepite per il mercato locale e per il potere d’acquisto dei consumatori africani. Con questo piccolissimo primo passo, l’Africa spezza dunque il ruolo secolare di acquirente netto di esportazioni a basso costo (e tecnologicamente superate) al quale la storia l’aveva relegata.

La Cina, che come molte altre potenze ha bisogno dell’Africa per rifornirsi di materie prime minerarie ed energetiche, sta interpretando le aspirazioni e le potenzialità creative di un miliardo di persone ancora ai margini dei mercati mondiali. È una scommessa che a lungo termine non può che pagare. Ed è interessante notare che solo chi è stato per secoli emarginato, come i cinesi, è riuscito a cogliere le potenzialità di un “mondo” formato anche dai continenti dimenticati.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La visita del primo papa latinoamericano in Brasile doveva per forza richiamare folle oceaniche e risvegliare l’orgoglio di una Chiesa, quella brasiliana, sotto assedio da parte delle altre confessioni cristiane. La visita di Bergoglio apre però altre questioni, anzitutto quella del posizionamento della Chiesa. E non rispetto alle alchimie dei palazzi romani, ma rispetto alla scelta per così dire “di classe”. Papa Francesco, pur non avendo in passato aderito alla teologia della liberazione, ha esplicitato nei suoi discorsi e negli atti simbolici la sua visione di una  Chiesa che prioritariamente deve rivolgersi agli ultimi. Una scelta di campo che in America Latina non si faceva da tempo in ambito ecclesiale, almeno a questi livelli, e che non disdegna la politica, anzi. Il Papa ha incontrato la presidente in carica del Brasile Dilma Roussef e anche il suo predecessore Lula ricordando loro che non basta il consenso elettorale, ma che la gente va sempre ascoltata, che i giovani che protestano fanno bene e che la lotta contro povertà e la corruzione sono prioritarie.

Dal bagno di folla carioca Papa Francesco torna rinforzato e se venisse fatto un sondaggio, sicuramente si registrerebbe il salto enorme della sua popolarità e di quello dell’Istituzione che rappresenta. Un Papa dinamico e giovane, malgrado l’età, ma soprattutto un Papa che parla in modo chiaro e netto in modo da essere capito da tutti. Un Papa che ride e fa battute, che allontana l’immagine di una Chiesa troppo simile all’immagine del Venerabile Jorge del Nome della Rosa. In America Latina Papa Francesco è già un mito e c’è da scommettere che le prossime tappe dei suoi viaggi e dei suoi pensieri riguarderanno l’Africa, la vera sfida per la Chiesa.

Papa Francesco, “chi sono io per giudicare”, non smentisce chi vedeva nella sua elezione una svolta storica per la Chiesa. Una Chiesa che sdrammatizza la sua storia , parla il linguaggio della base e che all’improvviso è popolata da “vescovi di Roma” e di “nonni in casa”. Jorge Mario Bergoglio è il primo Papa dell’era BRICS.

Alfredo Somoza per Popolare Network.

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La scelta del cibo, di cosa è commestibile o no, per noi onnivori è paradossalmente cosa complicata. Poiché l’uomo è una delle poche specie animali in grado di nutrirsi praticamente di tutto, siamo stati noi stessi, attraverso la cultura, a creare tabù e divieti, nel tentativo di regolamentare ciò che la natura aveva lasciato libero. Tolti i prodotti velenosi o dannosi per la salute, infatti, ogni popolo si è dato una sua propria dieta a partire esclusivamente da ciò che ogni territorio era in grado di produrre. Fu la globalizzazione, prima con le carovane e poi con i bastimenti e i viaggi transcontinentali, a mescolare le tradizioni, a far viaggiare piante e animali in quei grandi flussi commerciali che, a partire dal XVI secolo, cambiarono la mappa produttiva e alimentare del mondo.

Il più noto tabù alimentare della nostra storia riguarda il cannibalismo. Con minime e trascurabili eccezioni, uomo non mangia uomo, e questo è un punto fermo. Altri cibi, soprattutto di origine animale, sono stati vietati all’una o all’altra comunità spesso per ragioni di tipo igienico-sanitario. È il caso della maledizione biblica nei confronti della carne di maiale, animale disprezzato e dichiarato non commestibile da due delle tre grandi religioni monoteiste mondiali: molto probabilmente per la diffusione di malattie legate al modus vivendi di questo animale onnivoro e per le difficoltà a conservare le sue carni particolarmente grasse.

La carne e le proteine animali rimangono un elemento universale nella nostra dieta, tranne che per le minoranze vegetariane, e anche questa è una scelta culturale, ma il suo consumo varia molto nei diversi continenti. Dalle poche specie che si consumano negli USA, per la presenza massiccia di grandi “produttori di proteine” da allevamento, all’estrema varietà di mondi come quello amazzonico, dove si ricavano proteine dagli insetti, dai roditori, dalle scimmie e praticamente da ogni cosa si muova.

Altri tabù alimentari riguardano invece i sentimenti che si nutrono nei confronti di una specie animale. Nel Regno Unito e nei Paesi americani, per esempio, consumare carne di cavallo è impensabile, così come in quasi tutto l’Occidente mangiare carne di cane o di gatto. Parliamo di un divieto culturale, senza che vi sia nessuna controindicazione di tipo sanitario o nutrizionale.

Nella provincia cinese del Guangxi ogni anno si festeggia il solstizio d’estate con una grande abbuffata di carne di cane. Quest’anno si sono levate forti le proteste degli animalisti, per la prima volta anche in Cina, sulle condizioni in cui gli animali sono stati sacrificati. Condizioni di sofferenza e vera e propria crudeltà, come capita spesso a tutti gli animali dei poverissimi. Ma tra le righe della giusta critica sui maltrattamenti inflitti ai cani si cela chiaramente il pregiudizio culturale sui gusti dei cinesi. Il motivo del tabù per noi è chiaro: il cane è il miglior amico dell’uomo, vive in simbiosi con noi, lavora spesso per noi. Ma questa è appunto la nostra percezione. In Cina la vedono diversamente. I cinesi si scandalizzano, per esempio, perché da noi si mangia il coniglio.

Fermo restando che tutti i popoli hanno i propri tabù, è innegabile che a livello mondiale contano di più quelli dei Paesi che sono o sono stati grandi potenze. La Cina, ancora non accettata ufficialmente nel club dei Grandi, ai suoi cittadini che si recano all’estero sta insegnando che non bisogna sputare per terra per non fare brutte figure, e sicuramente dovrà prima o poi vietare la tradizione del cane in umido. Per i cosiddetti migliori amici dell’uomo, la globalizzazione non può che portare benefici.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il primo modesto ruggito della politica nei confronti dell’economia finanziaria anarchica di quest’inizio di millennio si è levato durante il G8 di Lough Erne, in Irlanda del Nord: probabilmente uno degli ultimi che si celebreranno, visti i mutati equilibri mondiali.

Sono due i segnali che confermano come il clima tra economia e politica stia cambiando. Il primo è sintetizzato dallo slogan di Obama: “mai più Apple”, inteso nel senso di evitare che le aziende multinazionali evadano legalmente le tasse con giochi di prestigio e facendo spola tra Paesi condiscendenti e paradisi fiscali. Un giochino, formalmente lecito, che permette a Apple di pagare le tasse solo per lo 0,1% dei profitti dopo averli fatti transitare dall’Irlanda, contro il 35% che dovrebbe sborsare al fisco statunitense. Per i bilanci di Washington questa fuga della base imponibile nazionale, chiamata eufemisticamente “ottimizzazione fiscale”, comincia a costare troppo.

Secondo la coalizione “Citizens for Tax Justice”, tra il 2008 e il 2010 una trentina di multinazionali come Boing, General Electric, Verizon e Apple non ha pagato un dollaro di tasse a fronte di 205 miliardi di dollari di profitto, sottraendo legalmente al fisco 78 miliardi. Se proviamo a valutare il peso di questo fenomeno sull’economia degli USA, scopriamo che l’incidenza delle grandi corporation nella formazione della base imponibile nazionale è crollata dal 32% del 1952 all’attuale 9%. I cittadini, i commercianti, i professionisti e le piccole e medie imprese sono ora i principali finanziatori dello Stato, che continua però a destinare imponenti risorse a ricerca e sviluppo, alle infrastrutture e agli acquisti diretti a beneficio delle grandi società multinazionali.

La seconda scoperta del G8 è stata la presa d’atto, da parte del premier britannico, del fatto che qualcosa non torna nelle colonie di Sua Maestà. E cioè in quella decina di “territori d’oltremare” – eufemismo che continua a significare colonie – che sono diventati altrettanti covi di pirati. Intesi non nel senso di navigatori in caccia di galeoni, come ai tempi di Morgan, ma di pirati fiscali che navigano sul web. Si tratta infatti di paradisi fiscali nei quali è possibile mettere al riparo il bottino proveniente dall’evasione e dal crimine. Il paradosso è che non sono Paesi governati dalla filibusta, ma appunto “territori” di un Paese membro dell’Unione Europea e del G8. Pare che Cameron abbia strappato ai diversi governatori di questi territori la promessa che accetteranno le regole di trasparenza e cooperazione internazionale suggerite dell’OCSE. Un sì convinto espresso al telefono, secondo quanto ha riferito Downing Street: vedremo quale seguito avrà.

Mentre tutti gli Stati si sono indebitati per soccorrere le banche, i sistemi di welfare traballano e il lavoro si riduce, il mondo della finanza internazionale ha operato e continua a operare sempre più fuori dalle regole. Le norme sono saltate o sono state modificate negli anni per favorire l’espansione a livello globale dei grandi soggetti economici. Oggi però le multinazionali riescono a fare a meno anche degli Stati nei quali lavorano, evadendo in modo legale il loro obbligo di contribuire alla comunità di appartenenza attraverso la fiscalità. Queste aziende godono di servizi, infrastrutture, ammortizzatori sociali, detassazioni competitive, incentivi: ma al momento di dividere i profitti con lo Stato riescono a sfuggire. Spesso nel marchio sbandierano e vendono la loro “americanità”, ma in realtà sono ufficialmente registrate in qualche isoletta caraibica.

La sfida che si pone oggi ai grandi della Terra è capire con quali strumenti e quali regole sia possibile riconvertire l’economia globale a criteri di sostenibilità e di trasparenza. Perché un’economia autoalimentata, che prende e non dà nulla, impoverisce un Paese anziché arricchirlo, e un Paese più povero è anche un mercato più povero. I Grandi hanno davanti una sfida inedita: salvare il capitalismo mondiale da quelli che sono stati suoi primi beneficiari.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
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Il tour americano del presidente cinese Xi Jinping, il primo del suo mandato, è iniziato in modo irrituale. O forse no. Prima di sbarcare a Washington per incontrare Obama, infatti, Xi Jinping ha fatto tappa a Trinidad e Tobago, piccola enclave petrolifera al largo del Venezuela, e poi in Costa Rica e Messico. Particolare rilievo ha l’incontro con le autorità del Costa Rica, il Paese centroamericano che più a lungo rifiutò i rapporti con Pechino favorendo quelli con la rivale Taiwan.

Con questi incontri, la Cina ribadisce che a Pechino “America” non è sinonimo di Stati Uniti, nonostante gli USA siano abituati ad autodefinirsi in questo modo. L’America è un continente, e con questo continente la Cina ha ormai stabilito rapporti economici e politici duraturi. Lo ha fatto senza mai interferire nella politica interna dei vari Paesi, abituati dalla storia dell’800 e del ’900 a continue e pesanti ingerenze delle potenze estere.

Pechino è già il nuovo partner globale dei Paesi emergenti dell’area, in passato “obbligati” ad avere rapporti con una sola potenza: quella del Nord. Sullo sfondo, l’inizio di una reciprocità geopolitica tra Cina e USA alla quale Washington dovrà abituarsi: non saranno solo gli Stati Uniti a “giocare” nel cortile di casa cinese, ma accadrà anche il contrario. In questo senso la visita in America Latina del presidente cinese è simmetrica al viaggio negli USA, per firmare diversi accordi commerciali, del presidente birmano Thein Seinn, a capo di un Paese che finora  aveva rapporti internazionali solo con la Cina.

La forza di Pechino rimane però il suo gigantesco commercio estero, che si estende a diverse aree del mondo. Nel 2012 la Cina ha scambiato con l’America Latina 260 miliardi di dollari USA in merci e servizi; è il primo partner commerciale di Brasile e Cile e il secondo di Perú, Cuba e Costa Rica. Gli Stati Uniti rispondono sottolineando che i loro rapporti con i vicini del Sud hanno una qualità istituzionale superiore rispetto a quelli che il resto del continente intrattiene con Pechino: includono infatti anche i temi della sicurezza, del narcotraffico e della difesa. Tutte questioni indubbiamente importanti ma che, in base alla storia, i latinoamericani gradirebbero gestire senza il coinvolgimento del Pentagono.

Il grande “gioco” tra Cina e USA si svolge però nell’area del Pacifico. I riflettori sul futuro dell’economia globale si sono infatti spostati dall’Atlantico all’altro grande oceano. Non a caso gli USA stanno promuovendo con grande forza la TPP (Trans-Pacific Partnership), una grande area di libero commercio sulle due sponde dell’oceano che esclude però la Cina. E anche l’America Latina, che ha le sue storiche potenze sull’Atlantico (Brasile, Venezuela e Argentina), ha carte da giocare con i Paesi emergenti del Pacifico: Cile, Perù, Colombia e Messico. Cina e USA sono i due grandi poli di attrazione e di aggregazione, tra loro in competizione soft, per ora.

Nei rapporti tra Paesi dell’ex terzo mondo e potenze mondiali la retorica ormai lascia il tempo che trova. Contano invece le possibilità economiche, la capacità di gestire i partner in modo più paritetico. E soprattutto diventa importante capire quanto queste relazioni rinforzino la sovranità degli Stati anziché ribadirne la dipendenza. È questa per ora è la principale forza della Cina.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Ormai mancano pochi mesi alla fine della presenza di truppe straniere in Afghanistan. Il calendario annunciato del presidente Obama, ritiro entro la fine del 2014, se mai sarà rispettato, lo sarà anche per gli alleati ancora impegnati su quel fronte: Germania, Regno Unito, Italia. Il conflitto, iniziato nell’ottobre del 2001 con i resti delle Torri Gemelle ancora fumanti, aveva come obiettivo distruggere i campi di addestramento, dare la caccia ai massimi vertici di Al Qaida e spazzare via il regime dei talebani.

Obiettivi tutti mancati, nel senso che i leader della fantomatica rete del terrorismo islamico, quando sono stati raggiunti, erano quasi sempre nel vicino Pakistan. E i talebani, diventati nel frattempo la punta più acuminata della resistenza afghana alla presenza straniera, sono ora gli unici interlocutori politici con i quali gli USA stanno trattando la transizione verso un governo del quale sicuramente faranno parte. A distanza di 10 anni, sono stati spesi 440 miliardi di dollari soltanto da parte statunitense e sono morte oltre 35.000 persone. Osama Bin Laden, il casus belli la cui presenza in Afghanistan giustificò l’intervento, è stato catturato e ucciso in Pakistan. Fuori dallo scenario di guerra.

A Washington di solito la Storia è poco studiata. Dimenticano, al Pentagono, la fine dei soldati inglesi che nel gennaio del 1842, durante la prima guerra anglo-afghana, si ritirarono da Kabul in base alla parola data da Mohammed Akbar Khan: il leader dei ribelli afghani aveva promesso che non sarebbero stati toccati durante l’evacuazione verso l’India. Alla fine, ben pochi dei 16.000 soldati e familiari della guarnigione di Kabul arrivarono in India. In parte furono vittime del gelo, ma soprattutto caddero durante gli agguati tesi dalle varie tribù appostate lungo la strada. Di tanto in tanto Akbar si faceva vivo rassicurando il generale Elphinstone che stava facendo tutto il possibile per tenere sotto controllo le tribù locali: vi fu, però, chi riferì di aver udito il capo afghano esortare i suoi combattenti a risparmiare gli inglesi in persiano, lingua conosciuta da alcuni di questi ultimi, e a massacrarli in pashtun, lingua parlata solo dagli afghani. 

Durante la Guerra Fredda fu il turno dell’URSS, che occupò militarmente il Paese imponendo per 10 anni un governo fantoccio: istituzione che crollò dopo l’umiliante ritirata sovietica dovuta all’avanzata dei mujaheddin, foraggiati economicamente e politicamente dagli Stati Uniti. 

L’Afghanistan è questo. Un coacervo di etnie organizzate in modo tribale che dà vita a un Paese definito tale solo per convenzione geografica. Più che uno Stato, infatti, questo lembo d’Asia è il teatro di continue lotte per la supremazia tra i gruppi locali; lotte nelle quali, a intervalli regolari, si inseriscono potenze straniere che finiscono regolarmente sconfitte. Britannici, sovietici e ora statunitensi hanno imparato a spese proprie quanto l’Afghanistan sia imprendibile e soprattutto ingovernabile.

Il bilancio della politica estera armata dell’ultimo ventennio, e cioè da quando la fine della Guerra Fredda ha permesso di tornare a utilizzare le armi, è totalmente fallimentare. I Paesi nei quali si è registrato l’uso della forza da parte di potenze straniere, come l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, sono a brandelli, balcanizzati e in mano quasi sempre a forze integraliste. Dalla guerra evidentemente non nasce la democrazia, eppure la diplomazia internazionale ha smesso di esplorare le vie pacifiche per mettere alle strette i regimi totalitari e farli eventualmente crollare.

È difficile scommettere sul futuro dell’Afghanistan, ma poche volte come in questo caso si può dire che la storia si

ripete. Indipendentemente dalla natura politica e culturale dei talebani di turno, quando la politica tace e viene

dispiegata la pura forza militare si rischia sempre di fare flop. I generali, che si dilettano di numeri e statistiche sul

potere dei propri eserciti, dimenticano che un popolo invaso produce combattenti che valgono cinque invasori, che la

conoscenza del territorio e della cultura locale fornisce un vantaggio impossibile da compensare con il denaro. E che

un popolo bombardato anche mentre sta festeggiando un matrimonio diventa ancora più ostile contro l’invasore,

qualsiasi siano le intenzioni di quest’ultimo. Senza questi elementi non si può capire l’Afghanistan, un Paese povero

nel cuore dell’Asia centrale che non è mai stato piegato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Molto si è scritto e dibattuto negli ultimi decenni sulla cosiddetta oil diplomacy, cioè sulla politica estera, soprattutto degli Stati Uniti, imperniata sul bisogno vitale di garantirsi il rifornimento di greggio. Il nemico storico di questi interessi è stato il cartello dei Paesi produttori di petrolio, l’Opec, organizzazione nata negli anni ’60 sulla spinta terzomondista del movimento dei non allineati. L’Opec, che garantisce il 42% del mercato mondiale, controllando le quote di estrazione di greggio dei Paesi membri è riuscita per lunghi periodi a mantenere alti i prezzi del petrolio grazie a una politica di “cartello”.

Nel corso degli anni l’organizzazione ha subito duri colpi, soprattutto da quando gli USA controllano di fatto l’Iraq e la Libia, oltre alla politica petrolifera dell’Arabia Saudita. L’ultimo uomo forte dei Paesi Opec, il venezuelano Hugo Chávez, è deceduto da poco. Gli Stati Uniti, non solo per l’Opec, pagano un prezzo altissimo per garantirsi il greggio: la politica mediorientale è il fulcro della diplomazia a stelle e strisce e la principale voce di spesa nel budget militare. In prospettiva però questa situazione potrebbe cambiare.

La velocità con la quale sta aumentando l’estrazione di shale-oil (il petrolio ottenuto da scisti bituminose) negli USA e l’estrazione delle sabbie bituminose canadesi, infatti, potrebbero ridurre fino a cancellare la storica dipendenza energetica di Washington. Si calcola che già nei prossimi tre anni Canada e Stati Uniti potrebbero soddisfare da soli il 40% della domanda interna di energia fossile. E per il 2020 si ipotizza che i principali produttori di greggio saranno proprio gli Stati Uniti, sorpassando l’Arabia Saudita. Non a caso i future sul petrolio con scadenza 2017 quotano il barile di greggio 90 dollari, dieci sotto la soglia psicologica dei 100 dollari.

Vista la riduzione del bisogno di greggio estero, gli USA potrebbero limitarsi ad acquistare petrolio dai Paesi non membri dell’Opec a prezzi inferiori, innescando una corsa al ribasso del prezzo. Una delle ultime armi in mano all’Opec è ridurre da subito il livello di estrazione, ma in questa fase di crisi sarà difficile che riescano a raggiungere un accordo. Questo inaspettato sviluppo del mercato energetico statunitense avrà pesanti ripercussioni sulla geopolitica del Medio Oriente. Quando il principale motivo della sua strategicità si ridimensionerà, questa regione scenderà inevitabilmente nella scala degli interessi delle potenze.

Dal crollo dell’Impero Ottomano e degli imperi coloniali europei, il Medio Oriente non ha mai vissuto lunghi periodi di pace ed è sempre stato oggetto di tentativi, falliti o riusciti, di destabilizzarne lo scenario politico. E ha visto prosperare oligarchie legittimate solo dalla loro fedeltà alla potenza di turno, a discapito dei popoli governati. La primavera araba, che si è manifestata con più virulenza nei Paesi senza ricchezza petrolifera, si è fatta sentire timidamente anche in qualche petro-Stato. Potrebbe essere solo l’inizio di un capovolgimento dell’intera area, quando le potenze che attualmente, e maldestramente, ne garantiscono la stabilità avranno altre priorità.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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I grandi volani della globalizzazione degli anni ’90 sono state da un lato le certezze giuridiche sui capitali investiti all’estero e la possibilità di rimpatriare i profitti, dall’altro le legislazioni ambientali inesistenti o troppo permissive dei Paesi che attiravano investimenti e, soprattutto, il costo del lavoro. Dalle maquiladoras del Messico ai giganteschi impianti di assemblaggio di Shanghai, le imprese per vent’anni hanno portato la produzione dove c’erano le migliori opportunità in materia salariale e poche grane sindacali.

Le storie di sfruttamento minorile e femminile, le condizioni inumane delle catene di montaggio malesi o cinesi hanno scandito la cronaca degli ultimi vent’anni. Oggi però la situazione sta velocemente cambiando. L’equazione “produco e vendo dove mi conviene”, quasi sempre in Paesi diversi, pare reggere sempre di mano. E ciò perché nei Paesi emergenti i salari sono aumentati e il costo dei trasporti e della logistica pure; perché i sindacati sono nati o sono riusciti a entrare dove prima era vietato; perché ormai tutti si stanno dotando di una legislazione ambientale.

Il vero motore del cambiamento passa però da un’altra grande “scoperta” del turbo-capitalismo contemporaneo: se gli operai perdono il lavoro perché è stata portata via la fabbrica, prima o poi escono dal mercato consumatore. Se una società “ricca” si impoverisce, i prodotti di alta fascia, anche se costruiti a basso costo, non li compra più nessuno. Non basta dire che, nel frattempo, nei Paesi emergenti sono entrati nel mercato consumatore centinaia di milioni di nuovi impiegati e operai strappati all’agricoltura, perché per quel mercato si produce in loco.

A questo punto la logica alla base della globalizzazione anni ’90 viene meno. Non si parla più di un mercato globale, ma di un mercato segmentato e servito da una produzione sempre più “nazionale”. Un esempio è il nuovo modello di iPod in plastica, destinato al mercato orientale a un prezzo dimezzato rispetto all’originale in alluminio. Gli Stati Uniti, patria delle aziende che per prime hanno delocalizzato, sono oggi invece la capitale del backshoring, tecnicamente il ritorno in patria delle imprese che se ne erano andate.

E questo non solo per la minore convenienza a produrre all’estero, ma anche perché il governo Obama e alcuni Stati particolarmente colpiti dalle delocalizzazioni, come la California, hanno cominciato sia ad aumentare la pressione fiscale sui prodotti manufatti all’estero sia a offrire incentivi e facilitazioni alle imprese che reinvestono sul suolo americano. La California ha incentivato l’industria creando 350.000 nuovi posti di lavoro nel 2012. Obama ha più volte minacciato di colpire fiscalmente le aziende americane che non abbiano nei loro piani di investire negli USA e, come nel caso della Chrysler , è intervenuto finanziariamente per impedire il trasloco del marchio all’estero.

Queste nuove caratteristiche della globalizzazione offrono maggiori possibilità di competere alle imprese di dimensioni nazionali, ma soprattutto permettono il consolidamento di tante lotte per i diritti dei lavoratori sacrificate in questi anni sull’altare dei costi “stracciati”.  In Europa come in Asia, il costo sociale dell’arricchimento di chi vendeva a 100 euro in Occidente un paio di scarpe costato 5 in Oriente non è più sostenibile. La globalizzazione può davvero diventare una grande opportunità: soprattutto se perderà del tutto le caratteristiche che si sintetizzano nell’aggettivo “selvaggia”.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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E’ in libreria (e anche in vendita online) il mio ultimo libro. Oltre la Crisi… raccoglie i miei interventi degli ultimi due anni su Popolare Network e in altre testate. Il tema è la crisi economica, gli equilibri mondiali che cambiano, i popoli che migrano, l’economia solidale che si fa largo, il futuro dell’alimentazione, la società dei consumi globale,  la pirateria che ancora imperversa. Con un ricordo di Hugo Chavez e un primo ritratto di Papa Francesco inseriti in chiusura.

“Prendendo spunto dall’attualità e citando cifre, atti e documenti ufficiali, Alfredo Somoza, settimana dopo settimana, è riuscito a farci entrare nelle dinamiche della mondialità e implicitamente ci ha fatto capire che l’Italia non poteva essere impermeabile al movimento di panico e di preoccupazione che ha contagiato una buona fetta del mondo ricco (…) “Gli “appunti” che danno vita a questo libro ci ricordano che a provocare la crisi del capitalismo occidentale è stata la sua stessa ingordigia che lo ha portato a inventare strumenti fittizi (derivati) per aumentare i profitti in borsa e che ancora oggi continua a perfezionarli minacciando la stabilità dei prezzi del cibo a causa dei commodity futures. Solo che ora i popoli del Sud del mondo non ci stanno più ad essere le cavie e le vittime di un sistema impazzito. Ovunque, anche nelle zone più remote, nascono reti di cittadini, di contadini e di operai per denunciare land grabbing e water grabbing, turismo sessuale, sfruttamento della manodopera, lavoro minorile, effetti nefasti del surriscaldamento climatico (…) Grazie alla rete ora è più facile promuovere nel Sud del mondo un turismo responsabile, un’agricoltura sostenibile e un commercio equo-solidale mentre nel Nord hanno cominciato a dare i primi frutti le campagne online contro quei brand, ossessionati dal profitto, che violano in Asia la dignità umana nelle fabbriche della moda e del lusso (…)  In fondo un mondo migliore è possibile se dotiamo la globalizzazione di un codice di etica. Altrimenti la storia, ci ricorda l’autore di “Oltre la crisi”, insegna che ogni ingiustizia si paga con gli interessi. E l’Italia non è sfuggita a questo destino.” (dall’introduzione di Chawki Senouci, Capo Servizio esteri Radio Popolare)

Oltre la crisi: appunti sugli scenari globali futuri 

di Alfredo Somoza

Edizioni CentoAutori, 10 euro

oltre la crisi

 

Dal punto di vista macroeconomico, due sono i capisaldi del predominio economico del blocco Europa-Stati Uniti sul resto del mondo: il paniere di monete di riferimento (sterlina, dollaro USA e euro) e il controllo degli organismi finanziari internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale). Il dominio indisturbato delle monete – antiche o moderne – emesse dai Paesi una volta chiamati “centrali” risale ai tempi del colonialismo. Da allora sono il riferimento obbligato per la valutazione e lo scambio di materie prime e manufatti. Pochi e finiti male sono stati i tentativi di sganciarsi da questa logica e, per quanto si sia teorizzato, finora non è nata nessuna alternativa percorribile per un reale superamento di questa situazione.

La crisi che continua a interessare gli Stati Uniti e in particolar modo l’Europa sta offrendo l’opportunità storica per l’affrancamento dal patron-dollaro, e di conseguenza dall’euro e dalla sterlina, dei Paesi emergenti raggruppati nei Brics. Il vertice di Durban del gruppo formato da India, Cina, Brasile, Russia e Sudafrica ha segnato forse l’avvio di una nuova logica monetaria che includa anche le valute di questi Paesi che attualmente producono il 21% del PIL globale, rappresentano il 43% della popolazione mondiale e hanno uno scambio commerciale cresciuto dai 27 miliardi del 2002 ai 500 miliardi previsti per il 2015. Miliardi di dollari USA, si intende. Almeno per ora.

Questo club di successo ora lancia la sfida con due idee che potrebbero cambiare l’economia mondiale. La prima è l’utilizzo delle loro valute nazionali per gli scambi reciproci, a cominciare dai 30 miliardi di dollari all’anno del commercio tra Brasile e Cina che ora sarà saldato in real e in yuan. La seconde è la creazione di una banca di sviluppo dei Brics, con una dotazione iniziale di 100 miliardi di dollari allo scopo di soccorrere i Paese membri in difficoltà, ma soprattutto di creare un fondo consistente non denominato in dollari o euro. Si tratta di un capitale iniziale modesto, se si pensa che le riserve valutarie combinate dei cinque Paesi raggiungono i 4.400 miliardi di dollari: ma, nel caso in cui uno di questi Stati dovesse ricorrere al credito internazionale, la banca avrebbe l’effetto di cancellare il ruolo di prestatore, e di suggeritore di politiche economiche, del Fondo Monetario Internazionale.

Insomma, una vera e propria rivoluzione all’insegna della filosofia introdotta dall’ex presidente brasiliano Lula quando, nel 2005, saldò i debiti che il suo Paese aveva contratto con l’organismo di Washington per non dovere mai più subire i diktat dei “tecnici” del FMI rispetto alle scelte di politica economica interna. Questa opportunità è anche una sfida, perché i Brics dovranno dimostrare di saper tenere in ordine i conti macroeconomici e di sostenere una politica monetaria per la prima volta autonoma senza mettere in crisi la stabilità delle loro economie.

Un simile orizzonte di multipolarismo valutario è molto temuto soprattutto a Washington, perché con un dollaro indebolito sarà sempre più difficile per il Tesoro USA collocare all’estero i bond del suo debito a tassi bassi. Questa scelta obbligherà gli USA, ma anche i Paesi dell’Unione Europea, a fare scelte più oculate in materia economica, perché sarà sempre più oneroso scaricare i propri debiti sul resto della comunità mondiale. La banca di sviluppo dei Brics diventa così un’importantissima tappa sulla via del consolidamento di un nuovo ordine mondiale per molti decenni solo teorizzato, ma che grazie alla crisi delle economie dei Paesi di vecchia industrializzazione fa oggi passi da gigante.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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