Archivio per la categoria ‘Mondo’

Ormai mancano pochi mesi alla fine della presenza di truppe straniere in Afghanistan. Il calendario annunciato del presidente Obama, ritiro entro la fine del 2014, se mai sarà rispettato, lo sarà anche per gli alleati ancora impegnati su quel fronte: Germania, Regno Unito, Italia. Il conflitto, iniziato nell’ottobre del 2001 con i resti delle Torri Gemelle ancora fumanti, aveva come obiettivo distruggere i campi di addestramento, dare la caccia ai massimi vertici di Al Qaida e spazzare via il regime dei talebani.

Obiettivi tutti mancati, nel senso che i leader della fantomatica rete del terrorismo islamico, quando sono stati raggiunti, erano quasi sempre nel vicino Pakistan. E i talebani, diventati nel frattempo la punta più acuminata della resistenza afghana alla presenza straniera, sono ora gli unici interlocutori politici con i quali gli USA stanno trattando la transizione verso un governo del quale sicuramente faranno parte. A distanza di 10 anni, sono stati spesi 440 miliardi di dollari soltanto da parte statunitense e sono morte oltre 35.000 persone. Osama Bin Laden, il casus belli la cui presenza in Afghanistan giustificò l’intervento, è stato catturato e ucciso in Pakistan. Fuori dallo scenario di guerra.

A Washington di solito la Storia è poco studiata. Dimenticano, al Pentagono, la fine dei soldati inglesi che nel gennaio del 1842, durante la prima guerra anglo-afghana, si ritirarono da Kabul in base alla parola data da Mohammed Akbar Khan: il leader dei ribelli afghani aveva promesso che non sarebbero stati toccati durante l’evacuazione verso l’India. Alla fine, ben pochi dei 16.000 soldati e familiari della guarnigione di Kabul arrivarono in India. In parte furono vittime del gelo, ma soprattutto caddero durante gli agguati tesi dalle varie tribù appostate lungo la strada. Di tanto in tanto Akbar si faceva vivo rassicurando il generale Elphinstone che stava facendo tutto il possibile per tenere sotto controllo le tribù locali: vi fu, però, chi riferì di aver udito il capo afghano esortare i suoi combattenti a risparmiare gli inglesi in persiano, lingua conosciuta da alcuni di questi ultimi, e a massacrarli in pashtun, lingua parlata solo dagli afghani. 

Durante la Guerra Fredda fu il turno dell’URSS, che occupò militarmente il Paese imponendo per 10 anni un governo fantoccio: istituzione che crollò dopo l’umiliante ritirata sovietica dovuta all’avanzata dei mujaheddin, foraggiati economicamente e politicamente dagli Stati Uniti. 

L’Afghanistan è questo. Un coacervo di etnie organizzate in modo tribale che dà vita a un Paese definito tale solo per convenzione geografica. Più che uno Stato, infatti, questo lembo d’Asia è il teatro di continue lotte per la supremazia tra i gruppi locali; lotte nelle quali, a intervalli regolari, si inseriscono potenze straniere che finiscono regolarmente sconfitte. Britannici, sovietici e ora statunitensi hanno imparato a spese proprie quanto l’Afghanistan sia imprendibile e soprattutto ingovernabile.

Il bilancio della politica estera armata dell’ultimo ventennio, e cioè da quando la fine della Guerra Fredda ha permesso di tornare a utilizzare le armi, è totalmente fallimentare. I Paesi nei quali si è registrato l’uso della forza da parte di potenze straniere, come l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, sono a brandelli, balcanizzati e in mano quasi sempre a forze integraliste. Dalla guerra evidentemente non nasce la democrazia, eppure la diplomazia internazionale ha smesso di esplorare le vie pacifiche per mettere alle strette i regimi totalitari e farli eventualmente crollare.

È difficile scommettere sul futuro dell’Afghanistan, ma poche volte come in questo caso si può dire che la storia si

ripete. Indipendentemente dalla natura politica e culturale dei talebani di turno, quando la politica tace e viene

dispiegata la pura forza militare si rischia sempre di fare flop. I generali, che si dilettano di numeri e statistiche sul

potere dei propri eserciti, dimenticano che un popolo invaso produce combattenti che valgono cinque invasori, che la

conoscenza del territorio e della cultura locale fornisce un vantaggio impossibile da compensare con il denaro. E che

un popolo bombardato anche mentre sta festeggiando un matrimonio diventa ancora più ostile contro l’invasore,

qualsiasi siano le intenzioni di quest’ultimo. Senza questi elementi non si può capire l’Afghanistan, un Paese povero

nel cuore dell’Asia centrale che non è mai stato piegato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

afghan_jagdalak

Molto si è scritto e dibattuto negli ultimi decenni sulla cosiddetta oil diplomacy, cioè sulla politica estera, soprattutto degli Stati Uniti, imperniata sul bisogno vitale di garantirsi il rifornimento di greggio. Il nemico storico di questi interessi è stato il cartello dei Paesi produttori di petrolio, l’Opec, organizzazione nata negli anni ’60 sulla spinta terzomondista del movimento dei non allineati. L’Opec, che garantisce il 42% del mercato mondiale, controllando le quote di estrazione di greggio dei Paesi membri è riuscita per lunghi periodi a mantenere alti i prezzi del petrolio grazie a una politica di “cartello”.

Nel corso degli anni l’organizzazione ha subito duri colpi, soprattutto da quando gli USA controllano di fatto l’Iraq e la Libia, oltre alla politica petrolifera dell’Arabia Saudita. L’ultimo uomo forte dei Paesi Opec, il venezuelano Hugo Chávez, è deceduto da poco. Gli Stati Uniti, non solo per l’Opec, pagano un prezzo altissimo per garantirsi il greggio: la politica mediorientale è il fulcro della diplomazia a stelle e strisce e la principale voce di spesa nel budget militare. In prospettiva però questa situazione potrebbe cambiare.

La velocità con la quale sta aumentando l’estrazione di shale-oil (il petrolio ottenuto da scisti bituminose) negli USA e l’estrazione delle sabbie bituminose canadesi, infatti, potrebbero ridurre fino a cancellare la storica dipendenza energetica di Washington. Si calcola che già nei prossimi tre anni Canada e Stati Uniti potrebbero soddisfare da soli il 40% della domanda interna di energia fossile. E per il 2020 si ipotizza che i principali produttori di greggio saranno proprio gli Stati Uniti, sorpassando l’Arabia Saudita. Non a caso i future sul petrolio con scadenza 2017 quotano il barile di greggio 90 dollari, dieci sotto la soglia psicologica dei 100 dollari.

Vista la riduzione del bisogno di greggio estero, gli USA potrebbero limitarsi ad acquistare petrolio dai Paesi non membri dell’Opec a prezzi inferiori, innescando una corsa al ribasso del prezzo. Una delle ultime armi in mano all’Opec è ridurre da subito il livello di estrazione, ma in questa fase di crisi sarà difficile che riescano a raggiungere un accordo. Questo inaspettato sviluppo del mercato energetico statunitense avrà pesanti ripercussioni sulla geopolitica del Medio Oriente. Quando il principale motivo della sua strategicità si ridimensionerà, questa regione scenderà inevitabilmente nella scala degli interessi delle potenze.

Dal crollo dell’Impero Ottomano e degli imperi coloniali europei, il Medio Oriente non ha mai vissuto lunghi periodi di pace ed è sempre stato oggetto di tentativi, falliti o riusciti, di destabilizzarne lo scenario politico. E ha visto prosperare oligarchie legittimate solo dalla loro fedeltà alla potenza di turno, a discapito dei popoli governati. La primavera araba, che si è manifestata con più virulenza nei Paesi senza ricchezza petrolifera, si è fatta sentire timidamente anche in qualche petro-Stato. Potrebbe essere solo l’inizio di un capovolgimento dell’intera area, quando le potenze che attualmente, e maldestramente, ne garantiscono la stabilità avranno altre priorità.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

Shale-Gas-007

I grandi volani della globalizzazione degli anni ’90 sono state da un lato le certezze giuridiche sui capitali investiti all’estero e la possibilità di rimpatriare i profitti, dall’altro le legislazioni ambientali inesistenti o troppo permissive dei Paesi che attiravano investimenti e, soprattutto, il costo del lavoro. Dalle maquiladoras del Messico ai giganteschi impianti di assemblaggio di Shanghai, le imprese per vent’anni hanno portato la produzione dove c’erano le migliori opportunità in materia salariale e poche grane sindacali.

Le storie di sfruttamento minorile e femminile, le condizioni inumane delle catene di montaggio malesi o cinesi hanno scandito la cronaca degli ultimi vent’anni. Oggi però la situazione sta velocemente cambiando. L’equazione “produco e vendo dove mi conviene”, quasi sempre in Paesi diversi, pare reggere sempre di mano. E ciò perché nei Paesi emergenti i salari sono aumentati e il costo dei trasporti e della logistica pure; perché i sindacati sono nati o sono riusciti a entrare dove prima era vietato; perché ormai tutti si stanno dotando di una legislazione ambientale.

Il vero motore del cambiamento passa però da un’altra grande “scoperta” del turbo-capitalismo contemporaneo: se gli operai perdono il lavoro perché è stata portata via la fabbrica, prima o poi escono dal mercato consumatore. Se una società “ricca” si impoverisce, i prodotti di alta fascia, anche se costruiti a basso costo, non li compra più nessuno. Non basta dire che, nel frattempo, nei Paesi emergenti sono entrati nel mercato consumatore centinaia di milioni di nuovi impiegati e operai strappati all’agricoltura, perché per quel mercato si produce in loco.

A questo punto la logica alla base della globalizzazione anni ’90 viene meno. Non si parla più di un mercato globale, ma di un mercato segmentato e servito da una produzione sempre più “nazionale”. Un esempio è il nuovo modello di iPod in plastica, destinato al mercato orientale a un prezzo dimezzato rispetto all’originale in alluminio. Gli Stati Uniti, patria delle aziende che per prime hanno delocalizzato, sono oggi invece la capitale del backshoring, tecnicamente il ritorno in patria delle imprese che se ne erano andate.

E questo non solo per la minore convenienza a produrre all’estero, ma anche perché il governo Obama e alcuni Stati particolarmente colpiti dalle delocalizzazioni, come la California, hanno cominciato sia ad aumentare la pressione fiscale sui prodotti manufatti all’estero sia a offrire incentivi e facilitazioni alle imprese che reinvestono sul suolo americano. La California ha incentivato l’industria creando 350.000 nuovi posti di lavoro nel 2012. Obama ha più volte minacciato di colpire fiscalmente le aziende americane che non abbiano nei loro piani di investire negli USA e, come nel caso della Chrysler , è intervenuto finanziariamente per impedire il trasloco del marchio all’estero.

Queste nuove caratteristiche della globalizzazione offrono maggiori possibilità di competere alle imprese di dimensioni nazionali, ma soprattutto permettono il consolidamento di tante lotte per i diritti dei lavoratori sacrificate in questi anni sull’altare dei costi “stracciati”.  In Europa come in Asia, il costo sociale dell’arricchimento di chi vendeva a 100 euro in Occidente un paio di scarpe costato 5 in Oriente non è più sostenibile. La globalizzazione può davvero diventare una grande opportunità: soprattutto se perderà del tutto le caratteristiche che si sintetizzano nell’aggettivo “selvaggia”.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

globalizzazione-174702

E’ in libreria (e anche in vendita online) il mio ultimo libro. Oltre la Crisi… raccoglie i miei interventi degli ultimi due anni su Popolare Network e in altre testate. Il tema è la crisi economica, gli equilibri mondiali che cambiano, i popoli che migrano, l’economia solidale che si fa largo, il futuro dell’alimentazione, la società dei consumi globale,  la pirateria che ancora imperversa. Con un ricordo di Hugo Chavez e un primo ritratto di Papa Francesco inseriti in chiusura.

“Prendendo spunto dall’attualità e citando cifre, atti e documenti ufficiali, Alfredo Somoza, settimana dopo settimana, è riuscito a farci entrare nelle dinamiche della mondialità e implicitamente ci ha fatto capire che l’Italia non poteva essere impermeabile al movimento di panico e di preoccupazione che ha contagiato una buona fetta del mondo ricco (…) “Gli “appunti” che danno vita a questo libro ci ricordano che a provocare la crisi del capitalismo occidentale è stata la sua stessa ingordigia che lo ha portato a inventare strumenti fittizi (derivati) per aumentare i profitti in borsa e che ancora oggi continua a perfezionarli minacciando la stabilità dei prezzi del cibo a causa dei commodity futures. Solo che ora i popoli del Sud del mondo non ci stanno più ad essere le cavie e le vittime di un sistema impazzito. Ovunque, anche nelle zone più remote, nascono reti di cittadini, di contadini e di operai per denunciare land grabbing e water grabbing, turismo sessuale, sfruttamento della manodopera, lavoro minorile, effetti nefasti del surriscaldamento climatico (…) Grazie alla rete ora è più facile promuovere nel Sud del mondo un turismo responsabile, un’agricoltura sostenibile e un commercio equo-solidale mentre nel Nord hanno cominciato a dare i primi frutti le campagne online contro quei brand, ossessionati dal profitto, che violano in Asia la dignità umana nelle fabbriche della moda e del lusso (…)  In fondo un mondo migliore è possibile se dotiamo la globalizzazione di un codice di etica. Altrimenti la storia, ci ricorda l’autore di “Oltre la crisi”, insegna che ogni ingiustizia si paga con gli interessi. E l’Italia non è sfuggita a questo destino.” (dall’introduzione di Chawki Senouci, Capo Servizio esteri Radio Popolare)

Oltre la crisi: appunti sugli scenari globali futuri 

di Alfredo Somoza

Edizioni CentoAutori, 10 euro

oltre la crisi

 

Dal punto di vista macroeconomico, due sono i capisaldi del predominio economico del blocco Europa-Stati Uniti sul resto del mondo: il paniere di monete di riferimento (sterlina, dollaro USA e euro) e il controllo degli organismi finanziari internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale). Il dominio indisturbato delle monete – antiche o moderne – emesse dai Paesi una volta chiamati “centrali” risale ai tempi del colonialismo. Da allora sono il riferimento obbligato per la valutazione e lo scambio di materie prime e manufatti. Pochi e finiti male sono stati i tentativi di sganciarsi da questa logica e, per quanto si sia teorizzato, finora non è nata nessuna alternativa percorribile per un reale superamento di questa situazione.

La crisi che continua a interessare gli Stati Uniti e in particolar modo l’Europa sta offrendo l’opportunità storica per l’affrancamento dal patron-dollaro, e di conseguenza dall’euro e dalla sterlina, dei Paesi emergenti raggruppati nei Brics. Il vertice di Durban del gruppo formato da India, Cina, Brasile, Russia e Sudafrica ha segnato forse l’avvio di una nuova logica monetaria che includa anche le valute di questi Paesi che attualmente producono il 21% del PIL globale, rappresentano il 43% della popolazione mondiale e hanno uno scambio commerciale cresciuto dai 27 miliardi del 2002 ai 500 miliardi previsti per il 2015. Miliardi di dollari USA, si intende. Almeno per ora.

Questo club di successo ora lancia la sfida con due idee che potrebbero cambiare l’economia mondiale. La prima è l’utilizzo delle loro valute nazionali per gli scambi reciproci, a cominciare dai 30 miliardi di dollari all’anno del commercio tra Brasile e Cina che ora sarà saldato in real e in yuan. La seconde è la creazione di una banca di sviluppo dei Brics, con una dotazione iniziale di 100 miliardi di dollari allo scopo di soccorrere i Paese membri in difficoltà, ma soprattutto di creare un fondo consistente non denominato in dollari o euro. Si tratta di un capitale iniziale modesto, se si pensa che le riserve valutarie combinate dei cinque Paesi raggiungono i 4.400 miliardi di dollari: ma, nel caso in cui uno di questi Stati dovesse ricorrere al credito internazionale, la banca avrebbe l’effetto di cancellare il ruolo di prestatore, e di suggeritore di politiche economiche, del Fondo Monetario Internazionale.

Insomma, una vera e propria rivoluzione all’insegna della filosofia introdotta dall’ex presidente brasiliano Lula quando, nel 2005, saldò i debiti che il suo Paese aveva contratto con l’organismo di Washington per non dovere mai più subire i diktat dei “tecnici” del FMI rispetto alle scelte di politica economica interna. Questa opportunità è anche una sfida, perché i Brics dovranno dimostrare di saper tenere in ordine i conti macroeconomici e di sostenere una politica monetaria per la prima volta autonoma senza mettere in crisi la stabilità delle loro economie.

Un simile orizzonte di multipolarismo valutario è molto temuto soprattutto a Washington, perché con un dollaro indebolito sarà sempre più difficile per il Tesoro USA collocare all’estero i bond del suo debito a tassi bassi. Questa scelta obbligherà gli USA, ma anche i Paesi dell’Unione Europea, a fare scelte più oculate in materia economica, perché sarà sempre più oneroso scaricare i propri debiti sul resto della comunità mondiale. La banca di sviluppo dei Brics diventa così un’importantissima tappa sulla via del consolidamento di un nuovo ordine mondiale per molti decenni solo teorizzato, ma che grazie alla crisi delle economie dei Paesi di vecchia industrializzazione fa oggi passi da gigante.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

FIFTH-BRICS-SUMMIT-DURBAN

La Cina è lo Stato più antico del mondo. 4000 anni di continuità territoriale, politica e linguistica spezzata nel ’900, ma solo dal punto di vista socio-politico, con il passaggio dal Celeste Impero alla Repubblica Popolare. Una rivoluzione, quella maoista, che abolì la nobiltà e distribuì la terra pubblica ai contadini, ma non cambiò l’essenza di un Paese nato attorno al nucleo statale modellato da Confucio e che rappresenta, in pieno terzo millennio, la versione aggiornata degli imperi dell’antichità, basati sul controllo delle risorse e sulla programmazione sociale.

La moderna Cina si è data come prossimo traguardo il più epocale cambiamento sociale mai tentato. Si tratta del piano per urbanizzare 400 milioni di contadini che abitano le aree rimaste arretrate dopo 30 anni di boom economico basato sullo sviluppo industriale e dei servizi.  Pechino prevede di investire una cifra da capogiro: ben 5 mila miliardi di euro da spendere nel prossimo decennio per garantire ancora alti livelli di crescita nei successivi 10 anni. Una programmazione che si spinge fino al 2035, un lasso temporale che mai nessuna potenza (vecchia o nuova) avrebbe potuto immaginare. La logica di questo piano, formulato dalla nuova dirigenza del Partito Comunista appena insediatasi, è che “recuperando” 400 milioni di cinesi al mercato della produzione industriale e dei consumi si porranno le basi per mantenere in attivo gli indici di crescita economica ancora per decenni.

Il piano servirebbe anche a “regolarizzare” i circa 200 milioni di cinesi che senza autorizzazione, ma anche senza espliciti divieti, si sono già spostati nelle città della costa. Cittadini che alimentano le catene di montaggio ma che non godono, non avendo avuto l’autorizzazione a cambiare residenza, dei servizi di base quali la sanità, l’educazione o l’abitazione. Il piano di urbanizzazione a tappe forzate, nelle intenzioni di Pechino, non dovrebbe appesantire ulteriormente le attuali metropoli, bensì sviluppare le città di “piccole” dimensioni (su scala cinese, quelle che oggi contano tra uno e due milioni di abitanti). Se il piano, finanziato con emissioni a catena di titoli di Stato, dovesse avere successo, la Cina del 2025 avrà una popolazione concentrata per il 70% nelle aree urbane.

Si tratta di un’impresa ciclopica, che presenta però grossi rischi se non sarà guidata con pugno di ferro. Da una parte si dovrà garantire una maggiore ridistribuzione del reddito per evitare i conflitti sociali, e dall’altra bisognerà evitare che lo svuotamento delle campagne incida pesantemente sulla sovranità alimentare di un Paese in bilico tra quanto è in grado di produrre e quanto ha bisogno di importare. Il riso, alimento di base dei cinesi e pilastro dell’agricoltura, è storicamente il prodotto che ha garantito l’autarchia alimentare. I dati dell’import di questo cereale dicono molto sui cambiamenti in corso: nel 2010 la Cina dovette importare 300mila tonnellate di riso, solo due anni più tardi si sono raggiunti i 2,5 milioni di tonnellate. Lo stesso vale per la carne, di cui la Cina è già il quarto consumatore mondiale, e alla cui produzione viene destinato un terzo della produzione cerealicola locale.

La bilancia agricola cinese nel 2012 ha raggiunto il passivo record di -54 miliardi di dollari. Pechino, come tutti gli imperi, al momento di programmare fa i conti con le riserve globali di alimenti: proprio per questo motivo c’è da essere molto preoccupati per il futuro dell’alimentazione di un mondo dal quale scompaiono progressivamente i contadini, coloro i quali hanno permesso la vita dell’umanità sulla terra dal Neolitico in poi, e sono sempre stati indispensabili per la nascita e lo sviluppo delle città.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

china-farmer-460_1008437c

Mentre la comunità degli Stati fatica, rallenta e si ferma, dilatando i termini di entrata in vigore degli accordi, c’è chi invece viaggia spedito. Il fenomeno del cambiamento climatico, come ormai accertato dalla comunità scientifica internazionale, è generato da diversi fattori, in parte riconducibili ai cicli del pianeta e in parte dovuti alle attività umane. Prima tra tutte, la combustione delle fonti energetiche di origine fossile – carbone, petrolio e gas naturale – che liberano nell’atmosfera CO2 e altri “gas serra”.

Il cambiamento climatico in corso, con l’aumento della temperatura media mondiale, ha tra gli altri effetti quello dello scioglimento dei ghiacci polari. Dal 2011 il Mar Glaciale Artico, dove si trova il Polo Nord magnetico, è navigabile durante l’estate: grazie a questa novità, in sé negativa, si è scatenata una nuova caccia all’oro nero. La Norvegia, confinante con queste acque fino a ieri sigillate dai ghiacci, sta per stanziare una cifra miliardaria per trasportare sulla terraferma il petrolio che dovrebbe essere estratto dai fondali del mare di Barents, una delle zone più promettenti. Il consorzio formato dalla compagnia statale norvegese Statoil insieme alla connazionale Peroro e all’italiana ENI prevede di pompare 200mila barili al giorno da trasportare con un oleodotto lungo 300 chilometri fino a Goliat, il maxi deposito di gas e petrolio progettato e costruito dall’ENI. Entro quest’estate la Norvegia rilascerà 86 nuove licenze di trivellazione, 72 delle quali proprio nel Mare di Barents.

Difficilmente gli altri Stati che si affacciano sul Mar Glaciale Artico rimarranno a guardare. Si calcola che sotto le acque liberate dai ghiacci si celi un quinto delle riserve petrolifere ancora esistenti al mondo. A breve le rivendicazioni sulla sovranità di queste ricchezze potrebbero creare conflittualità, e questo perché in passato, dato il poco o nullo interesse economico, le delimitazioni delle aree di pertinenza dei diversi Paesi sono state molto vaghe. C’è anche un fronte americano che riguarda questa corsa al petrolio artico: la società Shell sta trivellando in Alaska, ma ha dovuto rallentare i lavori per via delle condizioni meteorologiche non proprio ideali. Le prospezioni parlano di ingenti riserve anche sotto la baia di Baffin, tra la Groenlandia e il Canada, e al largo delle coste russe. Anche la Danimarca, in quanto potenza di riferimento per la Groenlandia, si prenota per la corsa.

Si va delineando, insomma, una nuova opportunità per ribadire la dipendenza della nostra economia dal petrolio e dal gas. Stavolta saranno estratti da terre che fino a ieri, nelle intenzioni di tutti, erano destinate a rimanere intatte in quanto Patrimonio dell’Umanità. Investimenti miliardari che avrebbero potuto essere dirottati verso la ricerca di fonti alternative di energia, risorse sostenibili e rinnovabili.

È una doppia sconfitta per chi da decenni si batte affinché la riduzione dei danni provocati dal cambiamento climatico coincida con una nuova politica energetica che potenzi l’autoproduzione, le fonti rinnovabili e la tutela ambientale. Quando, per “andare avanti”, si arriva a pompare petrolio perfino dal Polo e si fratturano idraulicamente le rocce a oltre tremila metri di profondità per ricavare gas, è evidente che si sta entrando nella fase di agonia di un modello di sviluppo basato sulla disponibilità di fonti energetiche fossili, da ricavare a qualunque prezzo. La domanda da porsi è se domani le cose cambieranno a causa dell’esaurimento definitivo degli idrocarburi o per l’impatto drammatico di queste scelte sull’ambiente: in ogni caso, il prezzo da pagare sarà sicuramente molto alto.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

oil-rig-Artic

 Corralito in spagnolo è il diminutivo di “corral”, il recinto dove si rinchiude il bestiame. Un recinto di solito circolare perché gli animali possano correre, ma senza uscire. In Argentina il corralito, applicato in economia, fu una trovata del’indimenticabile, per gli argentini, super Ministro dell’Economia Domingo Cavallo. L’uomo che prima con Menem e poi con De La Rua applicò fino in fondo la norme dettate dall’ortodossia neoliberale, svendendo ogni bene dello Stato e massacrando welfare, istruzione e politiche industriali. Il capolavoro di Cavallo fu però la parità tra il peso e il dollaro in rapporto uno a uno. Quando questo modello cominciò a mostrare la corda, soprattutto perché il peso dollarizzato spingeva fuori mercato l’export argentino e aveva privato lo Stato di una politica monetaria sovrana, iniziò la fuga di capitali verso altri paesi che Cavallo tentò di stoppare applicando appunto il “corralito“. Così il 1° dicembre 2001, a sorpresa, vengono bloccati i conti correnti e i depositi degli argentini autorizzando solo il ritiro di una cifra giornaliera di pochi dollari. Era l’inizio di una crisi che portava alla fuga  del Presidente De La Rua alla vigilia di Natale e al default del paese un mese dopo. I risparmiatori che avevano in banca un peso equivalente a un dollaro, riusciranno ad ottenere, alla fine delle restrizioni nel 2002, un dollaro ogni 3 pesos. I risparmiatori argentini avevano perso 2/3 del valore dei soldi sui conti correnti ai quali si aggiungeva la svalutazione del valore dei bond del Tesoro. Le somiglianze con quanto sta accadendo in Cipro sono tante, ma una la grande differenza. In Cipro, di notte e a sorpresa (sono sempre operazioni a banche chiuse), si sta decidendo di introdurre un prelievo forzoso sul risparmio. Si è deciso quindi di prolungare la chiusura delle banche e bloccare i bancomat (il corralito appunto) e nel frattempo si discute quale sarà il prelievo sui conti correnti e sui depositi attraverso una Patrimoniale obbligatoria e direttamente prelevata dallo Stato dai conti correnti. La differenza con la situazione argentina? Che essendo Cipro un paese dell’area euro non può svalutare la moneta né fallire, ma può solo aumentare la pressione fiscale o procedere con patrimoniali. I cittadini ciprioti non si troveranno come gli argentini con una moneta svalutata, ma con meno quantità di euro. Una differenza probabilmente deleteria per i risparmiatori, ma una bella differenza per l’economia del paese. Uno Stato fortemente indebitato che riesce a svalutare, e in casi estremi a fallire, riconoscendo solo una parte dei propri debiti, è già sulla strada di un possibile risanamento o comunque di un’effetto rimbalzo dovuto al deprezzamento. E’ quello che è successo con l’Argentina tra il 2003 e il 2011, con un’economia cresciuta a ritmi asiatici. Il Cipro, così come la Grecia, pagherà le conseguenze dell’aggiustamento strutturale senza potere mai seriamente intaccare lo stock del debito né avere un vantaggio comparativo per i propri servizi o merci. Il corralito cipriota diventa anche un modello che domani si potrebbe applicare in Italia (dove esiste già il precedente della “tassa per l’Europa” di Amato), Spagna, Portogallo, ma soprattutto è una misura senza futuro. Rigore senza crescita ed esproprio del risparmio  non fanno che allungare l’agonia di paesi che non sono in grado, senza svalutare o fallire, di affrontare la loro situazione debitoria. Gli esperti europei che durante la notte consigliano i governi di mettere in atto queste misure sanno perfettamente che sono mosse disperate, ma per ora, non avendo idee migliori, i costi della crisi continueranno a farli pagare agli stessi.

Buenos_Aires_-_Manifestación_contra_el_Corralito_-_20020206-17

Ridurre il valore anche simbolico dell’elezione del cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, alla polemica sulle sue presunte colpe durante la dittatura militare argentina degli anni ’70 rivela una visione molto ridotta delle sfide che questo pontificato dovrà affrontare.

Bergoglio, come tutti i papabili provenienti da Paesi che hanno subito dittature, non ha un profilo limpidissimo in relazione ai comportamenti tenuti in quegli anni bui. La Chiesa argentina, sotto la dittatura, si divideva tra una piccola minoranza di resistenti, per la maggior parte uccisi dai militari, un importante settore delle gerarchie che si macchiò di complicità diretta, e un’area definita “grigia”, costituita da sacerdoti e ordini religiosi che, senza condannare pubblicamente i generali, nemmeno li considerarono mai come la salvezza del Paese, e spesso riuscirono a salvare la vita a molte persone.

Bergoglio e la Compagnia di Gesù si collocavano sicuramente in quest’ultima situazione. L’unico episodio che riguarda da vicino il nuovo pontefice, cioè il sequestro e la detenzione clandestina di due giovani gesuiti rilasciati 5 mesi dopo, è stato ricostruito dal giornalista Horacio Verbitsky nel suo libro L’isola del silenzio. Verbitsky azzarda una domanda inquietante. Si chiede cioè se quei due gesuiti, che davano fastidio per il loro lavoro insieme ai poveri, e che erano stati prima avvertiti e poi cacciati da Bergoglio, siano stati denunciati ai militari proprio dal loro superiore. Questa tesi, mai dimostrata per ammissione dello stesso Verbistsky, appare piuttosto improbabile: i sacerdoti di quel tipo erano già ben noti ai militari senza bisogno di denunce. Piuttosto, il fatto che i due siano stati liberati dopo 5 mesi lascia intuire che con ogni probabilità i vertici della Compagnia di Gesù si mossero per ottenerne il rilascio.

La figura di Francesco I è però carica di altri significati per una Chiesa in profonda crisi. Da un lato il papa è un convinto sostenitore dei principi tradizionali della dottrina sui temi riguardanti i matrimoni gay, il ruolo delle donne nella Chiesa, l’aborto. Dall’altra è un severo critico del modello neoliberale e delle sue conseguenze. Infine, è da sempre un uomo che fa dell’austerità e del rifiuto dei privilegi uno stile di vita. Si può prevedere che sarà un vescovo di Roma intransigente, e che proverà a ripulire la Curia dai corvi e dai legami pericolosi con la finanza deviata.

Ma anche, e questa è la dimensione globale della scelta, Francesco I è il primo pontefice non europeo, il papa che inaugura davvero l’era della Chiesa mondiale. In particolare, è il primo papa dell’America Latina, il continente dove vive circa il 40% dei fedeli cattolici. Una Chiesa giovane e forte, quella sudamericana, ma messa sotto scacco da parte delle religioni cristiane riformate che raccolgono quotidianamente nuovi fedeli.

Si può dire che l’elezione di Francesco I costituisce un riconoscimento ufficiale dei mutati equilibri mondiali, nell’era dei BRICS e del G20. Un Papa che parlerà molto di Europa e di economia, come fece sempre durante gli anni più duri del “dopo default” argentino, ma che saprà parlare anche alle nuove chiese con un linguaggio più comprensibile. Non va dimenticato infine che Bergoglio è un gesuita, e quindi il dialogo con l’Oriente e con l’Islam sarà un altro caposaldo del suo pontificato. I Gesuiti, da sempre considerati l’eminenza grigia della Chiesa ma finora sempre tenuti fuori da San Pietro, per la prima volta conquistano la massima istituzione cattolica: con Bergoglio, dovranno dimostrare se la loro formula, stare con gli ultimi senza disdegnare il potere, funziona ancora.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

bergoglio

Il G20, il nuovo club delle potenze mondiali allargato ai Paesi emergenti, non ha nei confronti dei beneficiari della globalizzazione lo stesso atteggiamento passivo che caratterizzava il suo predecessore, il G8. Una delle ragioni di questa discontinuità è l’origine delle compagnie transnazionali che in questi anni hanno sbaragliato la concorrenza locale nei principali mercati mondiali: tutte sono espressione dei Paesi di “vecchia industrializzazione”. Ma c’è anche un’altra motivazione, da rintracciare nel declino di quell’ideologia che ieri lasciava le mani libere agli attori del mercato globale.

Il G20 ha recentemente posto l’attenzione sulla cosiddetta “erosione della base imponibile”. In termini intelligibili, si sta parlando della possibilità di evadere legalmente le tasse di cui godono le imprese multinazionali. Il gioco è molto semplice, addirittura banale. Si è creato in questi anni un particolare “reddito senza Stato”, cioè un’imponibile prodotto in Paesi a fiscalità normale, come l’Italia, ma sul quale si pagano le tasse nei paradisi offshore in cui risultano registrate le aziende multinazionali. Non solo. Si tende anche a spostare parte del guadagno ottenuto in un Paese ad alta tassazione verso altri a bassa o nulla tassazione con operazioni interaziendali sull’orlo della truffa.  Con uno slogan: “guadagno i soldi qui, ma pago le tasse dove voglio”. Un giochino che per la sola Italia vale, secondo le stime della Guardia di Finanza, oltre tre miliardi di imposte non versate, una cifra molta vicina – per esempio – a quanto costerebbe risolvere la vicenda degli esodati.

Le aziende più lungimiranti, come Google, Amazon o Apple, stanno cercando di raggiungere concordati fiscali nei vari Paesi prima che cali la mannaia dell’imposizione. Ma la situazione creata da questa fiscalità virtuale non riguarda solo il mancato versamento delle tasse, si configura anche come concorrenza sleale: mentre una software house italiana o francese paga in media il 30% di tasse, la Microsoft sui prodotti venduti in Francia o Italia se la cava con il 5%. Questo spiega anche la politica di prezzi di alcune di queste multinazionali, che possono offrire ai consumatori proposte economicamente imbattibili sì per i quantitativi che raggiungono, ma anche per i vantaggi fiscali di cui godono.

I colossi dell’economia globale diventano oggi appetibili per gli Stati in affanno perché le loro potenzialità in materia fiscale sono enormi. C’è da capire se il loro modello di impresa reggerà a un cambiamento in questo senso, ma al di là delle singole valutazioni, si tratta innanzitutto di sanare un’ingiustizia nei confronti delle imprese di dimensioni nazionali che non possono eludere i loro obblighi fiscali nei confronti del Paese nel quale operano. Ora sarà l’OCSE, con l’avallo del G20, a stilare entro luglio un piano d’azione che consenta di agire tutti insieme e contemporaneamente, così da evitare fughe verso i paradisi fiscali.

In sintesi, i Paesi del G20, quasi tutti alle prese con le difficoltà di risanamento dei conti pubblici, potrebbero ottenere una boccata di ossigeno da una riforma della fiscalità delle multinazionali. Per scelta o per disperazione, si sta per compiere un altro passo verso la fine della globalizzazione senza regole, fino a ieri intesa come mito, come toccasana per il progresso dell’Umanità. Si apre un nuovo capitolo nella conflittualità crescente tra l’economia che vuole continuare a operare senza regole e la politica, che deve rendere conto e fornire servizi a cittadini-elettori sempre più indignati.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

multinazional-company