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Secondo le cronache dell’epoca, la votazione del Senato statunitense tenutasi il 28 giugno 1902 fu pesantemente influenzata da un francobollo. All’ordine del giorno c’era la legge Spooner, che doveva decidere dove aprire il canale di collegamento tra gli oceani Atlantico e Pacifico.

Il luogo più adatto era il Nicaragua, sfruttando i laghi Managua e Granada (detto anche Lago Nicaragua). In questo Paese esisteva già un servizio misto tra navi e ferrovie che permetteva a merci e viaggiatori di spostarsi da un oceano all’altro. Ma all’inizio del ’900 la tecnologia, e soprattutto la volontà politica degli Stati Uniti, diventati potenza mondiale, consentivano la costruzione di un vero canale. Il Nicaragua era praticamente una colonia a stelle e strisce, e ciò rendeva ancora migliori le condizioni per realizzarlo.

Qui la storia si complica. A Washington, infatti, cominciò a circolare un francobollo emesso da Managua sul quale era riprodotto il porto di Momotombo con lo splendido omonimo vulcano, coronato da un pennacchio di fumo bianco. Porto Momotombo doveva essere il punto di partenza del canale. I lobbisti pro-Panama riuscirono a mettere in piedi a tempo di record un’operazione di propaganda ingannevole, accostando il vulcano immortalato nel francobollo con il Monte Pelée in Martinica, che nel 1902 aveva eruttato provocando 40.000 morti. I consensi per il canale del Nicaragua precipitarono a beneficio di Panama, e il resto è storia nota.

Nel terzo millennio, però, il Nicaragua avrà il suo canale. Il Parlamento di Managua ha infatti appena approvato il progetto di una società di Hong Kong, paravento della Cina, che investirà 40 miliardi di dollari USA per aprire una nuova via d’acqua tra Atlantico e Pacifico. In questo modo la Cina avrà un accesso strategico ai mercati centroamericani e dell’intera America Latina, uno dei principali sbocchi commerciali di Pechino.

Il canale “cinese” avrà anche il compito di scardinare definitivamente i rapporti un tempo privilegiati tra USA e America Latina, oggi già incrinati. Un’ipotesi di commercio navale alternativa a quella panamense consentirebbe di ridurre drasticamente il costo del trasporto di energia fossile e di cereali tra il Sudamerica e la Cina; e offrirà un’alternativa ad altri Paesi dell’area, come il Venezuela, non particolarmente entusiasti di pagare un salato pedaggio al Panama, il che equivale agli USA, ogniqualvolta una loro nave attraversa il canale di Panama.

Il canale del Nicaragua rappresenta una nuova puntata della sfida globale tra USA e Cina per la supremazia sull’economia di domani. Nel mondo multipolare cade così uno degli ultimi punti fermi: il monopolio statunitense sulla navigazione tra i due oceani, fondamentale per il controllo del cosiddetto “cortile di casa” centroamericano. Per la Cina si tratta di un’operazione che darà vantaggi concreti e anche simbolici: nemmeno l’Unione Sovietica aveva mai immaginato di avere un proprio canale. Insomma, grazie al suo potente commercio estero e alla sua “diplomazia degli affari”, la Cina sta riuscendo a spazzare via la geopolitica del ’900.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La visita del primo papa latinoamericano in Brasile doveva per forza richiamare folle oceaniche e risvegliare l’orgoglio di una Chiesa, quella brasiliana, sotto assedio da parte delle altre confessioni cristiane. La visita di Bergoglio apre però altre questioni, anzitutto quella del posizionamento della Chiesa. E non rispetto alle alchimie dei palazzi romani, ma rispetto alla scelta per così dire “di classe”. Papa Francesco, pur non avendo in passato aderito alla teologia della liberazione, ha esplicitato nei suoi discorsi e negli atti simbolici la sua visione di una  Chiesa che prioritariamente deve rivolgersi agli ultimi. Una scelta di campo che in America Latina non si faceva da tempo in ambito ecclesiale, almeno a questi livelli, e che non disdegna la politica, anzi. Il Papa ha incontrato la presidente in carica del Brasile Dilma Roussef e anche il suo predecessore Lula ricordando loro che non basta il consenso elettorale, ma che la gente va sempre ascoltata, che i giovani che protestano fanno bene e che la lotta contro povertà e la corruzione sono prioritarie.

Dal bagno di folla carioca Papa Francesco torna rinforzato e se venisse fatto un sondaggio, sicuramente si registrerebbe il salto enorme della sua popolarità e di quello dell’Istituzione che rappresenta. Un Papa dinamico e giovane, malgrado l’età, ma soprattutto un Papa che parla in modo chiaro e netto in modo da essere capito da tutti. Un Papa che ride e fa battute, che allontana l’immagine di una Chiesa troppo simile all’immagine del Venerabile Jorge del Nome della Rosa. In America Latina Papa Francesco è già un mito e c’è da scommettere che le prossime tappe dei suoi viaggi e dei suoi pensieri riguarderanno l’Africa, la vera sfida per la Chiesa.

Papa Francesco, “chi sono io per giudicare”, non smentisce chi vedeva nella sua elezione una svolta storica per la Chiesa. Una Chiesa che sdrammatizza la sua storia , parla il linguaggio della base e che all’improvviso è popolata da “vescovi di Roma” e di “nonni in casa”. Jorge Mario Bergoglio è il primo Papa dell’era BRICS.

Alfredo Somoza per Popolare Network.

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Correva l’anno 1888 e il Brasile aboliva la schiavitù. Era l’ultimo Paese americano a farlo: chiudeva così un capitolo vergognoso della sua storia, lungo più di quattro secoli. Improvvisamente le campagne si svuotarono, gli impianti per la spremitura della canna da zucchero rimasero senza braccia, le piante di caffé senza cure. Gli ex schiavi fuggirono dai luoghi dove avevano conosciuto solo fame e frustate per accalcarsi nelle città, alla ricerca di un lavoro salariato e di nuove possibilità. Speranze che, purtroppo, erano spesso destinate a svanire nel nulla.

Il Brasile di fine Ottocento doveva dunque risolvere il problema della manodopera rurale. La soluzione abitava in Italia, più precisamente in Veneto, dove gli agenti del governo carioca trovarono un popolo cattolico e mansueto disposto a tutto per fuggire dalla fame. Furono un milione e mezzo gli italiani che nei successivi 40 anni si recarono in Brasile, e altri tre milioni navigarono fino alla vicina Argentina. Un esodo biblico si direbbe oggi, da far impallidire qualsiasi sbarco mai avvenuto a Lampedusa. Il resto della storia lo conosciamo: gli oriundi italiani nel mondo sono stati capaci di conquistarsi ruoli di tutto rispetto nelle diverse società che li hanno accolti.

Solo a partire dal 1970 il saldo migratorio italiano è diventato positivo. Fino a quel momento, a partire dall’inizio del secolo, l’Italia era stata terra di emigranti; nel 1970 invece, il numero degli immigrati ha cominciato a superare quello di chi lasciava il Paese per cercare fortuna altrove. L’Italia si era trasformata in una potenza economica, mentre molti degli Stati che un secolo prima avevano ospitato europei in fuga erano diventati a loro volta luoghi dai quali si scappava, per motivi politici o economici.

Altro giro di ruota, e negli anni 2000 i Paesi emergenti cominciano a conquistare un ruolo da protagonisti sulla scena globale. Nel 2011, dopo la Cina, il Brasile entra nel gruppo delle prime potenze mondiali superando il PIL di Italia e Regno Unito. Com’è noto, per capire la situazione economica di uno Stato non bastano i macroindicatori che fotografano il momento, come appunto il dato del prodotto interno lordo. Bisogna osservare anche le tendenze e i fenomeni a lungo termine. Da questo punto di vista il Brasile è un Paese in piena crescita: ha da poco ottenuto un upgrade da Standard & Poor’s e ha un bisogno urgente di figure professionali specializzate.

Per questa ragione il governo di Dilma Roussef sta mettendo a punto una legge che faciliterà l’immigrazione e che dovrebbe consentire a 400mila professionisti stranieri altamente qualificati, preferibilmente europei disoccupati, di lavorare nelle imprese brasiliane. In Italia per ora ne hanno parlato soltanto Esteri e Il Sole 24 ore, ma la notizia è carica di significati. Nel primo semestre 2012 il numero di immigrati approdati nel gigante sudamericano è cresciuto del 52,4%; il motore di ricerca lavoro Monster conta 80mila curricula di professionisti europei che si rivolgono al mercato brasiliano.

Per quanto riguarda l’Italia, a spingere molti a guardare nuovamente verso l’America Latina non sono soltanto i legami migratori storici con il Brasile, ma anche la crisi economica e le scarse prospettive di impiego. Certo oggi non è facile pensare di tornare a navigare le vecchie rotte dell’emigrazione; eppure la veloce industrializzazione di zone fino a ieri poverissime (come il Pernambuco, dove la Fiat sta aprendo la sua quarta fabbrica brasiliana) genera una domanda di manodopera qualificata e di tecnici di alto livello che in quelle terre non è disponibile, mentre in Italia la stessa manodopera viene lasciata per strada dalle aziende in crisi.

Se gli italiani torneranno davvero a emigrare in Brasile si ripeterà un ciclo storico che sembrava chiuso per sempre. La crisi economica che sta riscrivendo il nostro futuro si prepara a regalarci un’altra grande sorpresa.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Il tour americano del presidente cinese Xi Jinping, il primo del suo mandato, è iniziato in modo irrituale. O forse no. Prima di sbarcare a Washington per incontrare Obama, infatti, Xi Jinping ha fatto tappa a Trinidad e Tobago, piccola enclave petrolifera al largo del Venezuela, e poi in Costa Rica e Messico. Particolare rilievo ha l’incontro con le autorità del Costa Rica, il Paese centroamericano che più a lungo rifiutò i rapporti con Pechino favorendo quelli con la rivale Taiwan.

Con questi incontri, la Cina ribadisce che a Pechino “America” non è sinonimo di Stati Uniti, nonostante gli USA siano abituati ad autodefinirsi in questo modo. L’America è un continente, e con questo continente la Cina ha ormai stabilito rapporti economici e politici duraturi. Lo ha fatto senza mai interferire nella politica interna dei vari Paesi, abituati dalla storia dell’800 e del ’900 a continue e pesanti ingerenze delle potenze estere.

Pechino è già il nuovo partner globale dei Paesi emergenti dell’area, in passato “obbligati” ad avere rapporti con una sola potenza: quella del Nord. Sullo sfondo, l’inizio di una reciprocità geopolitica tra Cina e USA alla quale Washington dovrà abituarsi: non saranno solo gli Stati Uniti a “giocare” nel cortile di casa cinese, ma accadrà anche il contrario. In questo senso la visita in America Latina del presidente cinese è simmetrica al viaggio negli USA, per firmare diversi accordi commerciali, del presidente birmano Thein Seinn, a capo di un Paese che finora  aveva rapporti internazionali solo con la Cina.

La forza di Pechino rimane però il suo gigantesco commercio estero, che si estende a diverse aree del mondo. Nel 2012 la Cina ha scambiato con l’America Latina 260 miliardi di dollari USA in merci e servizi; è il primo partner commerciale di Brasile e Cile e il secondo di Perú, Cuba e Costa Rica. Gli Stati Uniti rispondono sottolineando che i loro rapporti con i vicini del Sud hanno una qualità istituzionale superiore rispetto a quelli che il resto del continente intrattiene con Pechino: includono infatti anche i temi della sicurezza, del narcotraffico e della difesa. Tutte questioni indubbiamente importanti ma che, in base alla storia, i latinoamericani gradirebbero gestire senza il coinvolgimento del Pentagono.

Il grande “gioco” tra Cina e USA si svolge però nell’area del Pacifico. I riflettori sul futuro dell’economia globale si sono infatti spostati dall’Atlantico all’altro grande oceano. Non a caso gli USA stanno promuovendo con grande forza la TPP (Trans-Pacific Partnership), una grande area di libero commercio sulle due sponde dell’oceano che esclude però la Cina. E anche l’America Latina, che ha le sue storiche potenze sull’Atlantico (Brasile, Venezuela e Argentina), ha carte da giocare con i Paesi emergenti del Pacifico: Cile, Perù, Colombia e Messico. Cina e USA sono i due grandi poli di attrazione e di aggregazione, tra loro in competizione soft, per ora.

Nei rapporti tra Paesi dell’ex terzo mondo e potenze mondiali la retorica ormai lascia il tempo che trova. Contano invece le possibilità economiche, la capacità di gestire i partner in modo più paritetico. E soprattutto diventa importante capire quanto queste relazioni rinforzino la sovranità degli Stati anziché ribadirne la dipendenza. È questa per ora è la principale forza della Cina.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Lunedì scorso, Sergio Marchionne ha presentato alla Presidente  Dilma Rousseff il piano di investimenti dell Fiat in Brasile per il periodo 2013-2016. Una cifra che equivale a mezza manovrina in Italia, ben 5,6 miliardi di euro per metà destinati alla costruzione del nuovo impianto di Goiana (Pernambuco) e per il resto per l’ampliamento della capacità produttiva dello storico stabilimento di Betim. L’obiettivo della Fiat è quello di raggiungere il milione di autovettura all’anno made in Brasile.  Un quarto di questa cifra sarà prodotta dalla nuova gigantesca fabbrica del Pernambuco, che darà lavoro a 7.000 operai in modo diretto a altri 12.000 dell’indotto.  Questi i piani di Fiat per il Brasile, che nel primo trimestre 2013 si è dimostrato il secondo mercato al mondo per le vendite, dopo gli USA ma in quota Chrysler, con 143.000 auto, solo 8.000 in meno dell’intera UE. Il giorno dopo, Marchionne si è spostato a Cordoba, in Argentina,  per visitare insieme alla Presidente Kirchner il nuovo impianto per la produzioni di trattori sul quale Fiat ha investito 200 milioni di dollari. Fin qui la notizia in controtendenza, di fabbriche che aprono, investimenti miliardari, nuovi posti di lavoro. Ma tra le pieghe di questa notizia si legge il risultato delle politiche di stimolo all’industria messe in campo in modo deciso in Sud America , soprattutto dal Brasile. Il nuovo impianto del Pernanbuco, che costerà 2,3 miliardi di euro, sarà finanziato al 85%,  tramite sovvenzioni e sgravi fiscali, dallo Stato brasiliano e dallo Stato del Pernambuco. La politica di industrializzazione del Nordest del paese, storica terra di contadini poveri, di emigrazione e di fame, sta dando risultati incredibili: la richiesta di personale qualificato è più veloce della capacità gestionale di formarli innescando flussi di immigrazione dall’Europa (Portogallo in primis). Gli incentivi fiscali sono stati pensati per attirare nella regione investimenti, ma anche per distribuirli internamente. Quanto più lontano dalla costa si aprono le fabbriche, più alto è l’incentivo, per creare opportunità nei centri più lontani dell’interno. Queste politiche attive dello stato brasiliano, dai tempi del primo governo Lula, hanno duplicato la capacità produttiva del paese, creato centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, sviluppato eccellenze (ad esempio l’industria aeronautica) e rilanciato la presenza del commercio estero brasiliano spezzando il monopolio delle materie prime. Queste politiche, seguite anche in Uruguay, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Argentina sono state il simbolo dell’inversione di rotta rispetto al neoliberismo che aveva deindustrializzato interi comparti e interi paesi che tornavano a dipendere dall’import di beni manufatti e perdevano posti di lavoro. In America Latina le politiche industriali attive da parte dello Stato sono il cuore del “progressismo” insieme all’allargamento dei diritti sociali nel quale si identificano personaggi di diversa storia e cultura ma che su questi punti non transigono. Le destre la pensano diversamente, lasciano regolare al mercato la società attraverso la sua  “mano invisibile”,    pensano che lo Stato non deva ridistribuire il reddito attraverso il welfare né tassare la ricchezza, non considerano prioritario definire e sostenere un profilo produttivo autonomo. Destra e sinistra oggi si riconoscono per le politiche che propongono, non più per vecchie appartenenze ormai sfumate.  La retorica lascia il campo al pragmatismo e i campi sono ben definiti,  senza paure e ambedue legittimi.  Sono gli elettori che decidono, e anche qui, non in base a un’appartenenza, ma in base a cosa ritengono più conveniente. In poche parole, politiche e non chiacchiere e compromessi. Alla prova dei fatti, per gli elettori latinoamericani oggi è più conveniente votare candidati di centrosinistra e per la prima volta la democrazia è stato lo strumento del cambiamento. Un grande risultato conquistato attraverso parole chiare, priorità irrinunciabili, compromessi solo con gli elettori, ricostruzione di un’egemonia culturale, aggiornamento dei principi in base a una moderna lettura della globalizzazione.

 

Alfredo Somoza

 

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Nel cuore della foresta amazzonica c’è un popolo che si considera “figlio del guaraná”. È il popolo dei Sateré-Mawé, una delle centinaia di etnie indigene che vivono nella più grande foresta primaria del mondo. I Sateré sono circa 10.000 e sono distribuiti lungo i fiumi Andirá e Marau: il loro territorio ancestrale, vasto quanto l’Abruzzo, è stato riconosciuto dallo Stato brasiliano con la Costituzione del 1988.

Ma i Sateré nell’ultimo secolo hanno sofferto la “vicinanza” di Manaus, la capitale dell’Amazzonia brasiliana, che ha attirato i giovani indigeni alla ricerca di opportunità economiche e ha irradiato una cultura dei consumi impossibile da soddisfare nei villaggi della foresta. A Manaus si è così creata una folta comunità di indios amazzonici che svolgono lavori umili e vivono nelle baraccopoli delle periferie, senza futuro e culturalmente sradicati.

Il popolo Sateré lentamente e inesorabilmente si stava estinguendo, con la conseguenza che le sue terre, una volta svuotate, sarebbero rimaste una riserva indigena solo sulla carta, finendo con l’essere spartite.  Quindici anni fa alcune figure guida della comunità Sateré decisero di provare a fermare questo lento declino a partire da una lettura molto peculiare della globalizzazione. L’ipotesi di partenza era che quanto il loro popolo aveva di più sacro, cioè il prodotto energizzante della liana di guaraná, potesse diventare il simbolo di una rinascita culturale e allo stesso tempo una fonte di reddito per gli indigeni che continuavano a vivere nella foresta.

Iniziò così un lungo percorso di formazione, ripristino dei guaraneti e tessitura di alleanze commerciali che ha portato, dopo pochi anni, il sacro guaraná dei Sateré-Mawé sugli scaffali dei supermercati italiani con il marchio Guaranito. Un prodotto tradizionale di una tribù amazzonica è diventato prodotto di nicchia globale. Una materia prima della foresta, raccolta in modo sostenibile, è diventata presidio Slow Food, prodotto del commercio equo e solidale e ora anche opportunità di turismo responsabile. Alla prova dei fatti, il progetto guaraná ha segnato un cambio di rotta e di vita per gli abitanti dei territori ancestrali Sateré. Un punto di orgoglio e una fonte di entrate per le famiglie, favorite anche dalle politiche di lotta alla povertà introdotte dal governo Lula.

Oggi i giovani indios non devono più emigrare obbligatoriamente nella città, possono scegliere. Per la prima volta, nell’Università di Manaus ci sono studenti provenienti dalla riserva indigena che studiano per difendere i diritti della loro gente e per gestire l’immenso patrimonio naturale della foresta. Il progetto-guaraná è una delle tante piccole, grandi storie di successo rese possibile dalle potenzialità, in questo caso positive, offerte dalla globalizzazione e dal superamento del rapporto centro-periferia su scala planetaria. Ciò che non è cambiato, almeno per ora, è il rapporto tra noi urbanizzati e coloro che vivono a contatto con la natura.

Per festeggiare il successo avuto dalla loro intuizione, i Sateré-Mawé hanno liberato nel fiume centinaia di tartarughe acquatiche allevate dai bambini della foresta. Si tratta di esemplari di una specie che, negli anni passati, aveva rischiato di scomparire, in quanto queste tartarughe erano diventate parte integrante della povera dieta quotidiana degli indios. L’economia solidale ha dimostrato ancora una volta che non solo si può rendere giustizia a popoli e persone relegate ai margini della storia, ma si possono anche ripristinare equilibri millenari. Nella foresta dei Sateré-Mawé, il guaraná equo e solidale fa bene anche alle tartarughe.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Nel folklore brasiliano, dal Nord al Sud del Paese, la figura del toro ha un ruolo centrale. Era un simbolo carico di significati sia per gli schiavi africani sia per i portoghesi: nelle storie e nei rituali che hanno come oggetto i tori o i buoi, si racconta il ciclo dell’agricoltura attraverso la morte e la resurrezione di questi animali. Una tradizione che, per quanto sia originaria del Nordest del Paese, getta le sue radici anche nelle profondità dell’Amazzonia.

È proprio nella piccola città di Parintins, nel cuore della foresta, che si celebra ogni anno la sfida, a suon di danze, canzoni e sfilate carnevalesche, tra il bue Garantido e quello Caprichoso. Il tifo divide in due la città, come e più del calcio. La storia che si racconta ogni anno è molto semplice: la schiava Catirina ha una “voglia” e chiede a suo marito Francisco di procurarle da mangiare la lingua del migliore tra i buoi del padrone. Lo schiavo ammazza un bue e procura la lingua alla sua amata, ma viene scoperto e imprigionato. Con l’aiuto di un pajè, cioè di uno sciamano indio, la figlia del padrone riesce a fare resuscitare il bue e il tutto si ricompone: alla fine si festeggia ballando e cantando. Questa storia viene rivisitata ogni anno e i seguaci di ciascuno dei due buoi di Parintins competono per dimostrare che il loro è l’animale migliore, quello degno di resuscitare. Ad assegnare il titolo e il relativo premio è una giuria.

È il Carnevale amazzonico che, a differenza di quello di Rio de Janeiro, include moltissimi elementi culturali indigeni e non solo africani. Il bue Garantido viene rappresentato con un cuore tra le corna e il colore rosso. La sua forza viene dal coraggio e dalla integrità morale. Il bue Caprichoso, invece, ha come simbolo una stella azzurra e i suoi colori sono l’azzurro e il bianco. La sua forza deriva dalla saggezza, e cioè dalla conoscenza della foresta e dei suoi segreti.

La festa che ogni anno si celebra nel bumbodromo, uno stadio costruito appositamente per questo evento, a forma di testa di bue, attira pubblico e personalità da molto lontano ed è una manifestazione culturale tra le più autentiche del Brasile. Così autentica e radicata che anche le multinazionali hanno dovuto fare i conti con la sensibilità di chi vi prende parte. La Coca Cola, massimo sponsor della manifestazione, per poter partecipare ha fatto un’eccezione, caso unico al mondo, rispetto al suo rigido codice commerciale. Il problema che si presentava al colosso di Atlanta è che, come tutti sanno, il rosso è l’unico colore della sua bibita di punta. Ma in Amazzonia il rosso è il simbolo del toro Garantido, e la Coca Cola non poteva offendere i tifosi del toro Caprichoso. Per quanto assetati, questi ultimi non avrebbero mai comprato una bibita con i colori dei loro storici rivali.

Per questo motivo, se passate da Parintins, potrete vedere le uniche lattine di Coca Cola al mondo non di colore rosso ma azzurro. Un omaggio al toro Caprichoso e una dimostrazione di come la cultura popolare, quando è fortemente radicata, possa arginare anche l’omologazione consumistica. Finora però, a quanto ci risulta, l’unico essere vivente che sia riuscito a piegare la Coca Cola è il toro amazzonico. Quello saggio perché conosce i segreti della foresta.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il colonnello Chávez divenne un protagonista della scena politica nel momento peggiore della storia venezuelana. Era il febbraio 1989 e il paese stava precipitando nel caos. Il governo socialdemocratico di Carlos Andrés Pérez firmava l’accordo con il FMI per negoziare il debito estero accettando un memorandum che, secondo la logica neoliberista dell’ente internazionale, andava a incidere fortemente su pensioni, tariffe del trasporto pubblico e prezzi degli alimenti di base. La risposta fu il caracazo, 24 ore di violenze e saccheggi inscenati dalle popolazioni delle baraccopoli di Caracas. Il saldo ufficiale parlò di 300 morti, quello ufficioso di 3000 cittadini uccisi dai militari usciti dalle caserme per domare la ribellione.

Tra le macerie di un Venezuela fallito e in pieno incendio sociale, con la popolazione che chiedeva che tutti i politici scomparissero urlando lo slogan “que se vayan todos!”, il giovane colonnello Chávez tentò un colpo di Stato con altri colleghi nazionalisti e finì in galera. Ma rimase impresso nella memoria della popolazione, alla ricerca di un leader non compromesso con la vecchia politica, e alla prima opportunità fu eletto presidente. Diventò così il primo presidente della Seconda repubblica, dopo che i partiti tradizionali, socialcristiano e socialdemocratico, erano stati spazzati via.

Al potere, il colonnello ha fondato la Repubblica bolivariana, riprendendo il vecchio sogno del Libertador intenzionato a lottare per un’America Latina unita. Ha fatto tornare il suo Paese tra i protagonisti della scena internazionale inventandosi nuove alleanze in chiave strategica, come l’accordo con l’Iran, diventato partner politico tra i Paesi petroliferi. Con gli Stati Uniti ha recitato il vecchio e collaudato ruolo del caudillo antiamericano, ma non ha smesso di vendere il “suo” greggio a Washington. In Venezuela, lo Stato è diventato onnipresente attraverso le misiones, cioè gli interventi sanitari e scolastici a favore dei poveri e gestiti dai cubani.

Chávez ha continuato a dialogare quotidianamente con il suo popolo “a tu per tu”, attraverso ore e ore di trasmissioni televisive con domande e risposte in diretta. Una relazione tra capo e popolo nel più puro stile peronista, caratterizzata in questo caso dal rispetto delle forme democratiche e dall’uso della televisione. L’opposizione, che controlla l’intero settore dell’informazione privata, è stata più volte minacciata ma mai toccata sul serio. Nelle cinque elezioni dell’era chavista (quattro vinte e una persa), nessuno ha avanzato infatti il benché minimo dubbio sulla regolarità delle consultazioni. In questi lunghi anni, l’opposizione a Chávez si è rivelata rissosa, frammentaria e soprattutto popolata da personaggi poco presentabili.

Il potere chavista è stato costruito sia dall’alto verso il basso sia viceversa. Con alla testa un leader carismatico dalle spiccate doti da predicatore, ma anche con una miriade di organizzazioni di base cresciute modellandosi sugli schemi di partecipazione cittadina maturati a Porto Alegre. Il programma economico di questi anni, fortemente statalista e nazionalista, non è stato molto dissimile da quelli di molte forze antisistema del Vecchio continente. La differenza è che Chávez ha saputo costruire un blocco di potere per governare, basato sull’esercito e sul popolo organizzato.

Il Venezuela che verrà non potrà mai cancellare alcuni punti introdotti da Chávez nella sua Costituzione; soprattutto non potrà tornare indietro sulle scelte economiche che, per quanto si possa essere critici, hanno permesso a un paese fallito di uscire dalle macerie e di diventare protagonista in uno dei cambiamenti geopolitici più importanti dell’ultimo decennio: la rottura dei legami di dipendenza tra l’America del Sud e le vecchie potenze industrializzate.

Alfredo Somoza per Popolare Network

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Con la morte del colonnello Chavez si chiude una tappa significativa della storia dell’America Latina degli ultimi anni. Chavez è stato un primo attore tra le personalità emergenti della politica del subcontinente del dopo guerra fredda. Un personaggio che è riuscito paradossalmente a cambiare il suo paese attraverso le urne, dopo avere fallito con un colpo di stato. Un istrione in grado di parlare e di intrattenere per ore il popolo con il suo programma televisivo Alò Presidente.

Le radici culturali e politiche di Chavez, primo mulatto a presiedere il Venezuela, sono variegate e contraddittorie: da Salvador Allende a Madre Teresa di Calcutta, da Che Guevara a Simòn Bolivar senza dimenticare neppure Garibaldi. La furbizia politica del personaggio non dovrà però fare dimenticare alcuni capisaldi della sua gestione. Per la prima volta con Chavez i venezuelani hanno usufruito del ricavato della ricchezza petrolifera del paese. Con Chavez sono migliorate la sanità e l’educazione, per la prima volta erogate nei quartieri poveri. Il Venezuela di Chavez, da paese fallito è diventato protagonista sulla scena internazionale. Con Chavez Caracas è diventata una potenza regionale in grado di influenzare diversi paesi latinoamericani e l’OPEC, il cartello dei produttori di petrolio. Molto si potrà discutere sul colonnello, ma nessuno potrà mai mettere in discussione la sua correttezza democratica al momento del voto anche se lo stesso non si possa dire rispetto al trattamento riservato alla stampa a lui ostile. Ma soprattutto, nessuno potrà mai cancellarlo dalla storica foto insieme al brasiliano Lula e al argentino Kirchner quando decisero di andare avanti, uniti per la prima volta, per dire no agli Stati Uniti che volevano imporre l’accordo economico ALCA a tutta l’America Latina. Il non allineamento con le potenze occidentali, la ricerca di nuove sponde commerciali nei paesi arabi e africani, la costruzione di solidi legami con la Cina e le diverse intese regionali, hanno visto sempre tra i protagonisti Hugo Chavez, un personaggio amato e odiato, ma mai ignorato.

Alfredo Somoza per Popolare Network

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Ci sono grandi somiglianze tra il Generale nel suo labirinto di García Márquez e Hugo Chávez Frías. Nel romanzo del grande scrittore colombiano, il generale Simón Bolívar si avvia verso la fine dei suoi giorni da vincitore e al tempo stesso da vinto: proprio come il colonnello dei parà venezuelano che battendosi contro vento e maree, e soprattutto lottando contro una malattia devastante, si avvia a vincere ancora una volta, vedendo però all’orizzonte la sconfitta postuma.

Quando la sua avventura politica ebbe inizio, il giorno in cui entrò in carcere per un tentativo di colpo di Stato nel lontano 1992, il Venezuela annaspava nella crisi più nera della sua storia, indotta da decenni di incapacità politica e di corruzione generalizzata. In un Paese che siede letteralmente sul petrolio, quando il popolo si ribellò a quella situazione il sangue scorse a fiotti. Dalle macerie di una democrazia bipolare che fino ad allora era stata piuttosto stabile uscì la figura del nuovo condottiero: un uomo che si poneva come obiettivo rifondare il Paese su basi socialiste.

Chávez è stato eletto presidente per la prima volta nel 1998. Da allora ha cambiato un paio di volte la Costituzione (oltre che il nome stesso del Venezuela, diventato “Repubblica Bolivariana”) sempre in modo pulito, senza che mai sia stato contestato un solo voto. Si è dimostrato un caudillo populista davvero sostenuto dal popolo. Come sempre accade in questi casi, Chávez è anche un concentrato di contraddizioni. Un grande cattolico, ma mangiapreti; l’amico di Castro e pure di Berlusconi; il difensore dei poveri che fa affari con i petrolieri; il rivoluzionario che piazza tutta la famiglia nei gangli dello Stato; il macho sessista che però promuove i diritti delle donne.

Il colonnello è un uomo del popolo, un uomo come piace al popolo, tanto che lo hanno spesso definito un caudillo pop. Un consenso così alto è dovuto alla centralità che ha attribuito (nella vita pubblica e nelle priorità dello Stato) a quel 60% della popolazione che è considerata povera. Le risorse per fornire una risposta ai dimenticati di sempre, a cavallo tra l’assistenza spicciola e l’investimento sociale, erano già pronte: i ricavi del petrolio in mano allo Stato. Anche i governi di prima avrebbero potuto intervenire, garantendo educazione, sanità, sovvenzioni per l’acquisto degli alimenti di base. Ma non lo avevano mai fatto. Chávez sì.

L’altro grande merito del colonnello è stata la sua politica estera, aggressiva nei confronti degli USA e di amicizia verso la Cina, il mondo arabo e il resto dell’America Latina. Oggi il Venezuela conta molto negli equilibri dell’OPEP, il cartello dei Paesi esportatori di petrolio. E anche nel suo continente Chávez, insieme a Lula e a Néstor Kirchner, è riuscito a spostare l’asse politico verso una stagione di governi progressisti e a ridimensionare la storica ingerenza degli Stati Uniti.

Ora Chávez sta sicuramente tirando le somme di questi anni, alla vigilia di una vittoria che sarà probabilmente l’ultima, se non altro per motivi di salute. Quello che manca perché possa considerarsi soddisfatto è ciò che sempre è mancato e sempre mancherà ai populisti: un successore, un partito, un movimento in grado di sopravvivere al leader. La stella di Chávez ha brillato luminosa per tutti questi anni, ma nel cielo della Repubblica Bolivariana non se ne sono accese altre. Qualsiasi cambiamento ci sarà in futuro in Venezuela non potrà prescindere però dall’eredità positiva del colonnello: la centralità della lotta all’ingiustizia sociale e la tessitura di rapporti Sud-Sud in materia di relazioni internazionali. Una vera rivoluzione per l’America Latina.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)