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In questi ultimi mesi i media che si occupano di economia internazionale hanno dedicato particolare attenzione all’aumento del prezzo dei combustibili e dei cereali. Un fenomeno che riporta prepotentemente sul tavolo dei Grandi il tema della sicurezza alimentare: nonostante in molte zone del pianeta sia sempre stata precaria, da tempo la si dava per acquisita a livello globale.

L’attuale penuria di cereali, alla base della crescita dei prezzi, non può essere ricondotta a una sola causa. Dipende piuttosto da un insieme di situazioni concomitanti che hanno modificato velocemente la mappa della disponibilità di alimenti: cambiamento climatico, aumento dei consumi di carne in Asia, boom della produzione di biocombustibili, variazione dei modelli di consumo, operazioni di speculazione finanziaria…

Da quelle ambientali a quelle economiche, tutte queste concause appaiono legate a doppio filo alla nostra cultura dei consumi. Ecco perché, per interpretare la crisi della disponibilità di alimenti nel mondo, è indispensabile fare riferimento al nostro modello di sviluppo. I danni che stiamo provocando ai millenari equilibri agricoli mondiali sono profondi, in alcuni casi addirittura irreversibili: è il caso della perdita annuale di centinaia di migliaia di ettari di terre fertili, rese sterili o dal cambiamento climatico, o dall’uso intensivo della chimica e dall’erosione da ipersfruttamento.

Come sempre accade in economia, c’è chi da questa situazione ha ricavato un nuovo slancio economico. Grazie all’impennata dei prezzi, diversi Paesi stanno aumentando le loro quote di produzione di alimenti sui mercati internazionali: maggiori entrate permettono infatti di modernizzare le tecniche agricole e quindi di accrescere le rese, oltre a far lievitare i guadagni.  I piccoli e medi agricoltori devono però fare i conti con lo smisurato peso politico ed economico dell’agrobusiness internazionale: lo stesso che negli anni Novanta ha investito ingenti capitali per acquistare o affittare terre produttive che oggi sono orientate in buona parte alla produzione transgenica di cereali (mais e grano) e leguminose (soia) destinati al mercato del foraggio e del biocombustibile.

Questo orientamento della produzione agricola sta determinando il paradosso di Paesi esportatori netti di alimenti che in realtà hanno problemi a rifornirsi di prodotti base per l’alimentazione. Proprio negli ultimi mesi il Paraguay, quarto esportatore mondiale di OGM, ha avuto bisogno dell’aiuto dell’Unione Europea per fare fronte a una carestia originata da un lungo periodo di siccità che ha risparmiato soltanto la soia della Monsanto. Ciò perché nei Paesi agroesportatori le scelte e le tecniche produttive sono dettate dal mercato internazionale anziché dal mercato interno o regionale.

Si vive il paradosso di un’agricoltura sempre più ricca, ma incapace di generare lavoro e di radicare sul territorio le popolazioni rurali, che continuano a migrare verso le città. Il tutto in un contesto di “corsa alla terra” che vede la Cina, i Paesi arabi e le tigri asiatiche competere tra loro per accaparrarsi vaste superfici agricole in Africa e America Latina, necessarie per produrre in proprio alimenti e olii vegetali destinati a diventare biocombustibili.

In questo scenario davvero poco esaltante ci sono diverse esperienze in controtendenza che potrebbero diventare validi esempi per un diverso modello di sviluppo. È il caso dei circuiti a filiera corta e degli orti urbani, che però da soli non bastano a invertire la tendenza generalizzata. La politica, che in buona parte del mondo ha rinunciato al suo storico ruolo di regolamentatore del mercato, deve velocemente tornare a concepire strategie di sviluppo sostenibile per l’agricoltura. Magari prestando orecchio allo slogan scelto dalle associazioni di contadini familiari, “per un’agricoltura con agricoltori”: la banalità è solo apparente, non c’è nulla di scontato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Beppe Grillo ha rilanciato in questi giorni una polemica ormai quasi dimenticata, quella della concessione della cittadinanza italiana ai figli, nati in Italia, di immigrati regolari. Una novità che prevede l’introduzione di un nuovo  principio giuridico nell’ordinamento italiano, cioè lo ius soli (è cittadino chi nasce sul territorio della Repubblica) che andrebbe ad aggiungersi allo storico ius sanguinis (è cittadino chi è figlio di cittadini). Due tipi di principi che hanno una lunga storia e una spiegazione pratica: i  paesi storicamente d’immigrazione (Stati Uniti, Canada, Argentina, Australia, Brasile, ecc.) applicano lo ius soli, mentre quelli storicamente di emigrazione  (Spagna, Italia, Grecia, ecc.) lo ius sanguinis. Negli ultimi decenni, molti paesi europei e americani hanno però cambiato impostazione (Francia, Germania, Argentina) adottando i due principi contemporaneamente.  Ovviamente non si parla di “stranieri” tout court, che in ciascun paese hanno un percorso diverso per l’accesso alla cittadinanza, ma di persone nate fisicamente nel territorio di un determinato paese.

Il presidente Napolitano, l’on. Fini, il PD, SEL, hanno espresso la volontà di, senza cancellare lo ius sanguinis, riconoscere la cittadinanza anche a chi nasce sul territorio italiano da genitori stranieri. Il fronte del rifiuto è noto, ed è capeggiato dalla Lega Nord, al quale si aggiunge ora Beppe Grillo che non ha il coraggio di dire la sua ma scarta la vicenda perché “ci sono altre priorità”. La posizione più inquietante di queste ore è però quella del Prof. Giovanni Sartori che sul Corriere della Sera di oggi firma l’editoriale dal titolo “Una soluzione di buon senso”.  Sartori, politologo di fama internazionale, sostanzialmente dice che tra le due posizioni in campo  esiste una “terza via” che lui qualifica “di buon senso”. La terza via consiste nell’assegnare una residenza a vita e trasmissibile ai figli all’immigrato regolare e integrato, revocabile però a seconda delle politiche sull’immigrazione che si darà in futuro l’Italia. Un permesso “a vita” che nel caso in cui le cose si mettano male o si decide di cambiare linea sulla migrazione, possa permettere comunque la cacciata via dell’immigrato. Seguendo il ragionamento di Sartori, la revocabilità del permesso di soggiorno “a vita” varrebbe anche sui figli e sui nipoti che lo “ereditano”. E qui si pone il grande primo problema: un figlio o nipote di immigrato nato e cresciuto in Italia, dove viene rimandato indietro? Nel paese del padre o del nonno del quale magari nemmeno conosce la lingua?.  E poi quanti paesi accetterebbero il rimpatrio di un apolide, perché nel caso dei paesi dove vige lo ius soli il figlio del proprio cittadino nato all’estero è uno straniero. Ma questa sarebbe una proposta di buon senso?.

In realtà i permessi di soggiorno di lungo termine ma revocabili sono una realtà dolorosa che gli italiani conoscono bene, perché sono quelli ad esempio applicati dalla Svizzera. E’ la politica del “gast” (ospite) che a secondo che diventi “erwünscht” (desiderato) o “unerwünscht” (indesiderato) può rimanere nel paese o deve alzare i tacchi. Il tutto deciso senza possibilità d’appello dal paese ospitante.

La linea di ragionamento del Prof. Sartori smentisce inoltre la linea sostenuta da oltre un secolo da tutte le associazioni di tutela degli emigrati italiani nel mondo. Si è sempre lavorato, spesso con successo, perche gli oriundi italiani potessero mantenere la cittadinanza degli antenati (ius sanguinis) senza perdere l’accesso a quella del paese di nascita (ius soli) e quindi al godimento pieno della cittadinanza del paese ospitante. In questo senso l’Italia ha firmato negli anni diversi trattati per garantire la doppia cittadinanza ai propri cittadini all’estero (Argentina, Brasile, Venezuela, Germania, Canada, ecc.). Una situazione che ha permesso il mantenimento di legami storici e culturali senza però ledere i diritti di cittadinanza effettiva nel paese di nascita e di residenza.

In realtà, ciò che traspare dall’articolo di Sartori è la paura del “pericolo islamico” che secondo Sartori è la triste realtà tra i discendenti degli immigrati degli anni ’50 in Francia e in Gran Bretagna. Una lettura riduttiva e lesiva del diritto a professare liberamente una religione che confonde il diritto  di professare appunto una fede religiosa non cristiana con isolati gruppetti terroristici di matrice islamica. Secondo il prof. Sartori, se un figlio o nipote di immigrato “diventa” mussulmano”, ovviamente nel rispetto della convivenza e del rispetto per gli altri, sarebbe punibile di “revoca” del permesso di soggiorno vitalizio e rispedito al paese del padre o del nonno? E’ questo il modello di civiltà occidentale?

Il punto più delicato e discutibile del ragionamenti del Prof  Sartori si trova nella sua ultima affermazione: “L’unica privazione di questo status (residente a vita revocabile) è il diritto di voto; il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro). Se così fosse, è proprio quel che io raccomanderei di impedire.” Da lei non ci aspettavamo affermazioni di questo tono Professore. Si può sospendere il diritto al voto, e quindi la base della propria appartenenza a una comunità democratica, per prevenire il sorgere di partiti islamici? Va bene che cresca una società con due categorie di cittadini, e di diritti, non in base alla nascita ma all’origine? Non ci ricorda nulla questo modello ?

Si può concludere che secondo la proposta di “buon senso” del Prof. Sartori, i figli di immigrati nati in Italia (“G2”), quando chiedono diritti, a partire di quello di cittadinanza che ne comprende tutti, potrebbero essere sospettati di volere, sotto sotto,  fondare un partito islamico integralista. Un’affermazione buona per la Lega o per Libero, ma non per lei caro professore.

Alfredo Somoza

(cittadino italiano ius sanguinis nato a Buenos Aires)

La settimana prossima si aprirà ad Addis Abeba, Etiopia, il vertice dell’Unione Africana dedicato al commercio tra i vari Paesi del continente. In un’area che finora è stata risparmiata dalla crisi economica mondiale, e che anzi durante il 2011 è cresciuta, la grande novità è l’accelerazione degli accordi per la creazione di un’area di libero commercio di dimensioni continentali. Da dieci anni si sta tentando di armonizzare le tariffe che gravano sulle esportazioni tra i Paesi africani, ormai attestate in media all’8,7%. Ora si vorrebbe fare di più, eliminando ogni carico fiscale sulla movimentazione di merci e servizi tra Stati.

Anche l’Africa prova quindi ad affidarsi a quella che è stata la chiave di volta per i Paesi del Sudest asiatico e dell’America Latina: la creazione di un mercato regionale sempre più sganciato dai legami storici con le potenze occidentali. Per la prima volta l’Africa si immagina non soltanto come un serbatoio di materie prime da esportare, ma come un mercato produttore e consumatore. In questo cambiamento di rotta gioca un ruolo significativo la presenza massiccia dell’imprenditoria cinese in ogni angolo del Continente Nero.

Una presenza stigmatizzata, che desta inquietudine sul piano dei diritti umani e del rispetto dell’ambiente, e che viene vista con sospetto da parte delle ex potenze coloniali che hanno dettato legge negli ultimi due secoli in Africa. In realtà il modello seguito da Pechino per penetrare i mercati africani è molto originale. La Cina, infatti, ha ridefinito l’approccio allo sviluppo del continente mixando sapientemente i tradizionali aiuti a fondo perduto, il potenziamento del commercio e gli investimenti produttivi e infrastrutturali.

Si tratta di qualcosa che finora non si era mai visto, e che potrebbe essere definito come un nuovo modello di cooperazione basato sul partenariato economico e non sull’assistenzialismo. I nostri media si sono concentrati su uno solo degli aspetti del fenomeno, e forse nemmeno su quello più importante, per definire “predatoria” la presenza cinese in Africa: la costruzione di infrastrutture in cambio di risorse naturali. Un meccanismo che, per quanto possa apparire pericoloso, comincia a dare a molti Paesi la possibilità di contare su reti ferroviarie, strade, ospedali e centri di formazione indispensabili per sviluppare il commercio e garantire collegamenti alle regioni dimenticate.

Tuttavia la parte più consistente della presenza cinese in Africa è costituita dai crediti agevolati che le banche commerciali di Pechino erogano agli imprenditori, anche piccoli, e dagli investimenti diretti nel settore delle infrastrutture. La Cina indubbiamente è arrivata in Africa per restarci. Per questo motivo, tra i suoi interessi strategici, sono prioritari la crescita del commercio, lo sviluppo della produzione e l’aumento dei consumi nei mercati regionali.

Il modello di cooperazione cinese è riuscito a ottenere grandi risultati in pochissimo tempo, trainando la crescita economica dell’Africa subsahariana e dimostrandosi più vantaggioso per i Paesi africani rispetto all’obsoleta cooperazione allo sviluppo francese o britannica. Agli africani spetta ora il compito di accompagnare il buon andamento economico con un miglioramento della qualità della vita, con la democratizzazione della società e della politica, con la crescita di una capacità autonoma di mediazione che appare indispensabile per porre fine ai tanti conflitti ancora aperti.

Su questi punti dovranno fare da soli: difficilmente la Cina vorrà o potrà aiutarli, così come non li ha mai aiutati l’Europa. Ancora e sempre, con la Cina o senza, il destino dell’Africa rimane in mano agli africani. Somoza per

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Il 2012 si apre sotto i peggiori auspici. Le notizie dall’Europa e dagli Stati Uniti confermano che si tratterà, se va bene, di un anno di recessione per l’Occidente e di rallentamento della crescita per i Paesi emergenti. Se invece va male, il fallimento dell’euro porterà a una serie di default di Stati nazionali con pesanti conseguenze per il progetto di unificazione continentale.

Un’Europa ulteriormente divisa e indebolita, proprio mentre gli Stati Uniti provano a gestire la fine del loro ruolo di potenza mondiale, determinerebbe sicuramente l’aggravarsi dei conflitti in corso e favorirebbe l’insorgere di nuovi scontri dettati da ragioni economiche e geopolitiche. Si delineerebbe un orizzonte di dissoluzione dello scenario internazionale, con il ritorno ai protezionismi e alle autarchie, in un contesto nel quale la democrazia diventerebbe un optional e i diritti umani una variabile secondaria.

Eppure c’era da aspettarsi che la fine del predominio economico secolare delle nazioni occidentali avrebbe prodotto gravi scompensi. È il conto salato che ci lascia in eredità il ventennio liberista: un periodo durante il quale si è pensato di fare a meno della politica per governare i conflitti, per sedare gli estremismi, per ripianare le disuguaglianze. Le stesse medicine che si sono somministrate per decenni ai Paesi periferici vengono ora riproposte ai grandi Stati, e i media scoprono quanto siano amare e soprattutto pericolose.

Debito, deficit pubblico, interessi, default, disoccupazione, precarietà: fino a 10 anni fa erano concetti e parametri utilizzati per l’analisi dei Paesi del Sud del mondo, mentre oggi diventano l’incubo di Spagna, Italia, Stati Uniti, Francia. Troppo grandi per fallire, si dice di questi Paesi. Ma ne siamo sicuri?

I ritardi nello sviluppare un pensiero economico alternativo ai dogmi degli anni Novanta sono notevoli. Nazionalizzare l’economia è oggi fuori discussione e i pochi palliativi che si possono mettere in campo, come la Tobin Tax, trovano più ostacoli che sostenitori.

Dalla crisi dei subprime in poi, nulla di nuovo è stato fatto se non trasferire quote miliardarie di capitali pubblici verso il settore bancario, aumentando il debito che i cittadini, magari precari o disoccupati, dovranno onorare. È come se non ci fosse una via di uscita allo schema tradizionale dell’economia di mercato che considera come unica molla dello sviluppo la crescita infinita della produzione e del consumo di beni. I cittadini assistono in silenzio, per ora, alle conseguenze delle decisioni prese in luoghi senza legittimità democratica.

È un meccanismo inceppato, quello della crescita infinita: l’unica riflessione possibile deve svilupparsi attorno al concetto di decrescita, cioè di ripensamento del modello produttivo e dei consumi. Esiste infatti un sistema di pensiero che teorizza una ridistribuzione delle risorse in base ai bisogni reali e non a quelli indotti, considera la socializzazione e la partecipazione come risorse strategiche, prende in considerazione il riciclo e riutilizzo dei beni manufatti e la transizione energetica. Un pensiero che in questa crisi ogni tanto affiora, ma alla fine non viene mai presso in considerazione dagli economisti “seri”: quegli stessi che non solo non hanno previsto il rischio di default, ma non hanno neppure la minima idea di come uscirne.

Oggi l’unica rivoluzione possibile è quella del coraggio. Il coraggio di fare e non più di subire; di uscire dai dogmi ideologici in materia economica e di incentivare e sostenere la sperimentazione di nuovi modelli di consumo e produzione. Se il mondo troverà questo coraggio, il 2012 potrebbe essere l’anno della svolta. Se invece continuerà la navigazione a vista, forse la profezia dei Maya si avvererà, non perché il pianeta sarà distrutto da un gigantesco meteorite, ma perché finirà il mondo che abbiamo conosciuto finora.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi mesi stiamo vivendo una situazione che rasenta la fantapolitica. Il debito degli Stati Uniti declassato, la Grecia tecnicamente fallita che cede la propria sovranità politica all’UE, i cinesi che diramano comunicati stampa di fuoco dando lezioni di economia di mercato e fanno pesare, per la prima volta pubblicamente, la loro posizione privilegiata in quanto “fabbrica del mondo” e principali creditori dell’Occidente. Paesi di calibro medio-grande, come la Spagna e l’Italia, “commissariati” di fatto dal nuovo-vecchio asse europeo formato da Francia e Germania.

Siamo di fronte a un capovolgimento delle certezze che si erano consolidate nei decenni precedenti, e in qualche caso, nei secoli: i paesi “centrali” non possono fallire a differenza dei paesi “periferici”; gli organismi finanziari (FMI, Banca Mondiale, BCE) possono elaborare (e imporre) ricette per i paesi periferici indebitati ma mai azzardarsi a dare consigli ai “Grandi”; le agenzie di rating non mordono la mano del padrone. Il contrario di tutto questo è successo in queste settimane di follie finanziarie e ancora di più. Negli USA, il leghismo dei tea party è quasi riuscito a fare andare il paese in default, mentre il leghismo di casa nostra, dimenticando per un momento i “grandi temi” della lotta alle donne velate e ai chioschi di kebab, ora diventa forza dell’antipolitica che a differenza del grilliamo, è ben rappresentata nelle istituzioni. I media continuano nella loro incessante campagna per fare passare il concetto che i veri guai dell’Italia sono gli stipendi dei deputati e i possessori di SUV di lusso.

Ma si poteva prevedere questa tempesta perfetta? Nei dettagli forse no, soprattutto perché molte di queste cose erano inimmaginabili, ma se allarghiamo lo sguardo sì. La radice più profonda della crisi odierna va cercata nella progressiva ritirata della politica a favore dell’economia. L’ubriacatura post Muro di Berlino che, secondo tanti, confermava l’inutilità dello Stato incapace, predone, antieconomico. Il paradosso è che oggi l’unico Stato in grado di fare la voce grossa e richiamare all’ordine gli occidentali è la Cina, paese nel quale il partito unico ha sì liberalizzato l’economia, ma tenendo saldamente le redini del controllo sul mercato e agendo su disegni decennali senza mai contraddirsi. In secondo piano, altri paesi emergenti oggi si sentono più forti. Il Brasile che durante gli otto anni di Governo Lula ha dato una nuova centralità allo Stato, rendendolo protagonista del rilancio industriale e strategico del paese. Oppure l’India, che malgrado i suoi mille problemi e complessità, non ha mai licenziato lo Stato quale regolatore del mercato.

Noi paghiamo invece lo stop sulla via della costruzione europea. Abbiamo una moneta senza Stato, caso unico nella storia, e 27 Stati senza potere di controllo effettivo sulla propria moneta. Un’entità monetaria, l’euro, che non ha dietro di sé un governo che possa decidere, ma una miriade di stati con le proprie politiche, logiche e situazioni debitorie. Una moneta senza un Ministero delle Finanze e una politica fiscale unica dietro è un rischio gigantesco, che in questa ore si sta materializzando con caratteristiche esplosive: il “commissariamento” di interi paesi. Ma chi sono i “commissari”? Anzitutto sono politici che hanno una legittimità  nei paesi (Francia, Germania) in cui sono stati eletti, ergo, non hanno nessuna legittimità democratica nei paesi “commissariati”. Sono commissari autoproclamati in base alla consistenza delle loro economie, ma soprattutto alla consistenza dell’esposizione del proprio sistema bancario nei confronti dei paesi commissariati. Sono quindi interessati soltanto al rientro dei capitali esposti senza fare distinguo sulle modalità che verranno utilizzate dai commissariati per trovare i soldi. In sostanza, così come il FMI per decenni ha imposto le sue “ricette” ai paesi indebitati del Sud del Mondo, per tutelare i capitali dei creditori e senza fare caso a come si raggiungeva la stabilità, lo stesso fa oggi la BCE, l’arma dei commissari nei confronti dei paesi dell’Europa mediterranea. In questo caso però vengono intaccati alcuni principi sacrosanti del processo europeo, come la creazione di uno spazio sociale e la parità dei diritti tra i cittadini della comunità. Tutto ciò viene a cadere davanti agli interessi dei commissari e delle banche dei loro paesi.

Questa situazione rende il ben servito definitivo alla politica tremontiana delle piccole furbizie, dei condoni, degli scudi fiscali e infrange il mito del bravo Ministro che “sa tenere i conti in ordini”. All’Italia non serve un ragioniere, non serve semplicemente tenere i conti in ordine. L’Italia deve ripensare il proprio profilo produttivo, capire cosa tagliare e in cosa investire, immaginare come ricollocarsi nella globalizzazione e come avvicinare all’Europa, per quanto riguarda opportunità e diritti. Tutto questo manca da anni e oggi viene presentato il salato conto. Il Governo “tecnico” si presenta come grande fustigatore di evasori e caste mediovali, peccato che sulla crescita ancora nulla si ipotizza, che i giovani laureati emigrino, che le imprese scappino mentre le multinazionali di altr paesi europei continuino a fare shopping in Italia, che l’evasione fiscale continua a togliere risorse, che la criminalità continui a occupare vaste fette di territorio.

Ora siamo “in sicurezza” ci dicono, ma di vera patrimoniale non si vuole parlare, almeno a “Palazzo Merkel”, e si cominciano a scontare i “inevitabili” all’assistenza, alle pensioni, al mondo del lavoro. La cosa più preoccupante è che in questo si salvi chi può, non c’è nemmeno l’ombra di idee per andare oltre lo tsunami. Il mondo, che non è mai fermo, non aspetta.

Alfredo Somoza

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Il settimanale statunitense Time ha scelto la sua persona dell’anno 2011. Per la prima volta questa persona non ha un volto preciso: è, semplicemente, “The Protester”, il manifestante. Dopo aver eletto nel 2010 l’ideatore di Facebook, Mark Zuckerberg, la rivista ha dunque deciso di dedicare la sua copertina più importante alle folle che sono scese nelle strade e nelle piazze di mezzo mondo, dai Paesi arabi all’Europa, fino agli Stati Uniti in piena crisi economica.

«Sembra il 1989», ha scritto Time, «ma oggi è tutto più spettacolare, più democratico, più globale». Una tesi riduttiva, perché non si tratta soltanto di spettacolarità: la riscoperta della piazza come luogo della politica ha motivazioni profonde e chiama in causa la democrazia rappresentativa. Nel mondo arabo la piazza è stata la valvola di sfogo per cittadini che in passato non si potevano esprimere senza essere repressi. Ora è il ricorso alle urne che riserva nuove sorprese, perché a ottenere chiari vantaggi elettorali non sono quei movimenti laici e democratici che hanno promosso attivamente la caduta dei regimi, ma discutibili forze politiche che potrebbero risultare ancora più repressive di quelle crollate. Sulla sponda Sud del Mediterraneo la distanza tra la grande piazza e le campagne, o le periferie delle città, è ancora molto marcata.

Le piazze statunitensi ed europee esprimono invece una nuova modalità dell’azione diretta dei cittadini, che anche in questo caso non si tradurranno automaticamente in cambiamenti “positivi” al momento del voto. L’avanzata dei repubblicani e del Tea Party negli USA interroga tutti sul significato e sull’efficacia della protesta, e lo stesso fanno in Europa le vittorie elettorali o “di palazzo” delle forze ideologicamente più vicine all’armamentario neoliberale.

Il grande circo mediatico di questi mesi, e la copertina di Time lo conferma, sta provando a far passare l’idea che un movimento possa incidere realmente sugli equilibri politici soltanto perché riesce a bucare il video, o a conquistare visibilità su Twitter.

Le cose non stanno così, e non stavano così nemmeno in passato, ai tempi delle guerriglie in America Latina, dei vari movimenti riformatori dell’Europa post-comunista o dei leader dell’Africa usciti dalle guerre di liberazione. Si trattava quasi sempre di avanguardie (più o meno illuminate) che proponevano vie politiche. E queste vie politiche, alla fine, si sono regolarmente scontrate con la volontà libera o condizionata di elettori disinformati, culturalmente succubi dell’oppressione, impauriti dal cambiamento.

L’abusato concetto del “lavorare dal basso” per riuscire a capovolgere gli equilibri è sempre attuale. Per questo, più che addentrarci nei meandri delle risposte tecniche alla crisi, senz’altro importanti, dovremmo ragionare sul come rivoluzionare una democrazia stanca, spesso malandata, ma che rimane pur sempre la migliore forma di governo possibile.

Non saranno Facebook o You Tube a cambiare le cose finché non si chiarirà che si tratta soltanto di mezzi che non raggiungono, o comunque non spostano, le opinioni della maggioranza delle persone. Quando i movimenti, dopo la sbandata virtuale, torneranno al reale, i compiti in sospeso che troveranno saranno moltissimi. Nel mondo virtuale può bastare un clic per cancellare un debito pubblico, per tutelare il welfare, per rovesciare un regime. Nel mondo reale, il “mi piace” che si traduce in voto e quindi in cambiamento reale arriverà solo dopo un lungo lavoro di condivisione e di partecipazione. Sempre che, nel frattempo, non ci saremo fatti distrarre dai cinguettii della rete.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

L’unione fa ancora la forza

Pubblicato: 15 dicembre 2011 in America Latina
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L’incrinatura che si è prodotta all’interno dell’Unione Europea tra Gran Bretagna da un lato e Francia e Germania dall’altro è l’indicatore di un più vasto sentimento anti-europeistico, cavalcato dai conservatori, che tradotto in volgare si potrebbe leggere come il più classico “si salvi chi può”.

Dal Belgio ormai di fatto diviso tra fiamminghi e valloni, ai nazionalismi spagnoli in forte crescita, fino ai deliri padani, in Europa avanza un sentimento isolazionista che in passato è stato foriero di terribili sciagure belliche. Nel resto del mondo, però, c’è chi crede ancora che l’unione faccia la forza. Dopo il vertice APEC alle Hawaii, nel quale si sono fatti importanti passi avanti sulla via della creazione di un’area di libero scambio tra i Paesi affacciati sull’Oceano Pacifico, la settimana scorsa a Caracas è nato il CELAC, la Comunità di Stati dell’America Latina e dei Caraibi.

Il CELAC è figlio della volontà di 24 Paesi della regione che, per la prima volta, hanno creato un organismo panamericano che esclude Stati Uniti e Canada. Il disegno politico è chiaro, mandare in soffitta l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), il club creato dagli Stati Uniti nel 1890 con sede a Washington. Storicamente l’OSA ha legittimato interventi armati e colpi di Stato, facendo sempre e solo gli interessi di Washington, come quando, nel 1962,  espulse Cuba. Non a caso è stato ribattezzato “dipartimento per le colonie” degli Stati Uniti.

Il nuovo Forum dovrebbe invece diventare il garante delle regole democratiche, intervenendo a sostegno dei governi legittimamente eletti qualora siano in pericolo. Ma il CELAC si pone anche l’obiettivo di diventare un forum regionale nel quale discutere su problemi comuni in materia economica: questo ha subito interessato la Cina, che si è congratulata per la nascita del nuovo soggetto politico.

Il CELAC arriva dopo oltre 10 anni di latitanza politica degli Stati Uniti, che hanno spostato tutte le loro priorità internazionali in Medio Oriente. E arriva dopo un periodo di crescita economica dell’America Latina che, per la prima volta, è stato accompagnato da una ridistribuzione del reddito. I dati rilevati dall’autorevole rapporto 2011 del CEPAL (la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi) certificano che i poveri, nonostante la crisi mondiale, hanno raggiunto la soglia più bassa degli ultimi 20 anni, e che nel 2012 il loro numero continuerà a ridursi. Nell’ultimo decennio sono scesi dal 31 al 17% della popolazione totale, mentre la fascia di estrema povertà è precipitata dal 22 al 12%.

Si tratta di risultati dovuti in buona misura al positivo ciclo economico delle materie prime e al risveglio del gigante brasiliano. Ma bisogna aggiungere che tutto ciò non si sarebbe mai verificato senza i governi progressisti che, nell’ultimo periodo, hanno governato praticamente tutta la regione.

La ricetta della nuova America Latina in questi anni è stata semplice: sostegno convinto alla crescita economica, contenimento della spesa statale parassitaria, investimento sull’educazione, apertura al mondo, alleanze con le altre zone del Sud del pianeta, ripristino o invenzione del welfare, ridistribuzione della ricchezza attraverso la fiscalità. Tutte misure dettate con urgenza dall’implosione del modello neoliberista alla fine degli anni ’90 e dal suo seguito di iniquità sociale, di precarietà, di economia a favore dei poteri forti, di privatizzazioni contro i cittadini.

Oggi l’America Latina, che pure continua ad avere grandi problemi, può fare un primo e sostanzialmente positivo bilancio di un decennio di politiche che hanno saputo tenere in buona salute i dati macroeconomici, introducendo però una dimensione sociale sconosciuta agli economisti di Chicago. L’esatto contrario di quanto si vuole fare in Europa. Peccato, non sempre la storia insegna.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

Autorizzato il trasferimento in patria dopo oltre vent’anni. Lo attende una sentenza in contumacia a oltre 60 di carcere per tre omicidi. Dagli Usa era stato consegnato a Parigi per scontare una condanna per riciclaggio

 

Il generale Manuel Noriega, sopranominato faccia d’ananas per il viso butterato, è stato l’uomo forte del Panama tra il 1983 e il 1989 in virtù dei suoi rapporti stretti con gli Stati Uniti. Uno dei tanti dittatori di quelle che una volta si definivano le repubbliche delle banane, sostenuto da Washington che lo aveva sul libro paga della CIA. Noriega, prima ancora di diventare dittatore del Panama, era stato uno dei personaggi centrali dell’affaire Iran-contras-gate che consisteva nella triangolazione tra fondi riservati della CIA, cocaina e armi per i controrivoluzionari nicaraguensi e per l’opposizione iraniana. Tutte operazioni vietate dal Parlamento di Washington ai tempi di Ronald Reagan, ma gestite addirittura dal colonnello Oliver North dell’esercito.

Come presidente, Noriega si è contraddistinto per la crudeltà e la corruzione, ma dalla sua rottura con gli Stati Uniti, anche per le posizioni fortemente nazionaliste e antiamericane. Una macchietta triste di quel periodo della storia latinoamericana che pare ormai sia alle spalle. La sua caduta, dovuta al fatto che Noriega si era convinto di avere acquisito un’immunità omnicomprensiva dopo anni di servizio agli Stati Uniti, coincide con l’ultimo intervento militare armato dei marines in Centro America. Nel 1989, con l’Operazione Giusta Causa, uno dei tanti nomi grotteschi utilizzati dal Pentagono quando è obbligato a rimuovere una scheggia impazzita, Noriega passò velocemente da risorsa strategica a scoria, e venne trattato di seguito come tale.

Alfredo Somoza per Popolare Network

L’annuncio dell’arrivo in Australia di 2500 marines statunitensi entro il 2017, e quindi del crescente interesse strategico americano per l’Asia, è il segnale di un’altra pagina di geopolitica che si sta definitivamente voltando.

Dal 7 al 13 novembre si è tenuta alle Hawaii la riunione dell’APEC, l’associazione dei Paesi del Pacifico, un grande evento oscurato dalla crisi del debito sovrano degli Stati europei. Il padrone di casa Barack Obama ha dichiarato che quest’area, che diventerà a breve di libero scambio, è cruciale per la crescita degli Stati Uniti; Hillary Clinton ha rincarato la dose affermando che nei prossimi 10 anni lo scenario del Pacifico sarà prioritario per la politica estera di Washington.

I numeri confermano l’importanza di questo nuovo blocco: 21 Paesi che producono il 60% del PIL globale e sono abitati dal 40% della popolazione mondiale. Circa 3 miliardi di persone che conoscono soltanto marginalmente la disoccupazione e che stanno diventando velocemente consumatori, grazie agli altissimi tassi di crescita economica.

Per gli USA, ormai da tre anni gli scambi di beni e servizi con i Paesi APEC hanno superato i flussi con l’Europa. In questo raggruppamento la potenza finanziaria e produttiva di Stati Uniti, Cina e Russia convive con la vitalità di alcuni Paesi emergenti dell’America Latina (Cile, Perù e Messico), senza trascurare le potenze agricole come Australia e Nuova Zelanda. Nelle intenzioni c’è l’allargamento dell’organismo a tutti i Paesi latinoamericani e all’India: un’evoluzione che conferma come l’Oceano Pacifico sia un alibi per gli Stati Uniti, che hanno fortemente caldeggiato la nascita dell’APEC per sancire una loro leadership tra i Paesi emergenti.

Questo significa che lo storico legame atlantico tra l’America Settentrionale e il Vecchio Continente sarà molto ridimensionato, e che per l’Europa, incapace di firmare accordi commerciali internazionali perché paralizzata dai veti incrociati, sarà sempre più difficile relazionarsi con il resto del mondo.

L’operazione “APEC allargata” rilancia gli Stati Uniti come potenza globale dinamica ed è un grande punto a favore della politica estera dell’amministrazione Obama. La stessa amministrazione che, per essere rieletta, ha un disperato bisogno di far uscire il Paese dalla crisi rilanciando la crescita. Obama ha dunque capito che la crescita può essere trainata soltanto dal polo asiatico, lo stesso che ha impedito che la crisi colpisse Africa e America Latina; nel frattempo, per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa è diventata un problema.

Paradossalmente, proprio il problema-Europa sta diventando un ulteriore elemento di rilancio per Washington: poiché la crisi potrebbe addirittura mettere in discussione l’euro, il dollaro rimane (per ora) la moneta di riferimento internazionale. Gli Stati Uniti hanno quindi trovato una nuova chance per rimanere a galla in questo nuovo mondo dai tanti protagonismi, una possibilità che per il nostro continente in affanno al momento non si intravede.

Nel secolo scorso eravamo abituati a individuare i momenti risolutivi dei grandi cambiamenti nei conflitti bellici e nelle rivoluzioni. Il XXI secolo ci offre invece la novità di una geopolitica che non si muove se non marginalmente grazie agli eserciti, ma si costruisce attraverso geometrie commerciali, associazioni tra Stati, guerre tra monete, policentrismi, multipolarismi.

Un mondo nel quale il Ministero degli Esteri non è più “l’ufficio di rappresentanza” di un Paese all’estero, ma una competenza uguale o più importante di quella economica. Gli Stati che continuano a ignorare questa realtà, e che invocano ancora il protezionismo a prescindere, pagano e pagheranno un caro prezzo.

Alfredo Somoza

40 minuti di dignità

Pubblicato: 16 novembre 2011 in Mondo
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40 minuti non sono molti, sono meno di un tempo di una partita di calcio. Ma nel mondo in tempesta che stiamo vivendo, 40 minuti potrebbero cambiare la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 30 anni. Dallo scorso 17 ottobre, 1300 operai cinesi dell’impianto di Shenzhen della multinazionale nipponica Citizen, la stessa azienda che da mesi riempie i giornali italiani spiegando come i suoi orologi siano ecologici, sono in sciopero.

Uno sciopero che formalmente non esiste, perché in Cina, da quando è entrata in vigore la costituzione del 1982, l’astensione dal lavoro per protesta non è più un diritto riconosciuto: se i lavoratori decidono di incrociare le braccia, c’è addirittura un regolamento interno del Partito comunista che sanziona i funzionari responsabili della giurisdizione. In realtà quando sono coinvolte aziende private si tende a chiudere un occhio, ed è per questo che negli ultimi anni si sono succeduti diversi scioperi che hanno coinvolto imprese straniere, spesso conclusisi con la vittoria degli operai.

La negazione del diritto allo sciopero è stata una delle misure grazie alle quali la Cina si è “aperta” con successo all’investimento straniero, mettendo sul piatto il basso costo della manodopera, le esenzioni fiscali e, appunto, una classe operaia “mansueta”. Un pacchetto di durata decennale, quindi ormai scaduto per le numerose multinazionali che hanno aperto i propri impianti nel periodo d’oro delle delocalizzazioni.

La Citizen, per esempio, era nel mirino dei suoi operai da anni, perché sospettata di non versare quanto dovuto al fondo pensionistico aziendale. A ciò si è aggiunta, fin dal 2005, la decurtazione dal salario dei dipendenti dell’equivalente di 40 minuti giornalieri per “compensare” le pause trascorse nei bagni. Questa logica, che in Cina non stupiva negli anni in cui l’obiettivo primario era attirare capitali, ora non può più essere tollerata: per gli operai, con la decurtazione dei 40 minuti si è passato il limite. Alla fine l’azienda degli eco-orologi che si caricano con la luce ha dovuto riconoscere il diritto al bisogno fisiologico, ma non è riuscita a riconquistare i suoi operai, che chiedono anche un aumento degli stipendi (vicini alla soglia della sopravvivenza).

Quella dell’impianto della Citizen a Shenzhen è soltanto l’ultima della lunga serie di proteste che quest’anno si sono scatenate nelle province più industrializzate del Paese, quelle del Sudest: motivi del malcontento, i bassi salari e le pesanti condizioni di lavoro. In questi mesi hanno dovuto fronteggiare gli scioperi anche imprese che lavorano per Honda, Kentucky Fried Chicken, Adidas e Apple.

L’atteggiamento tenuto dal governo oscilla generalmente tra il tentativo di trovare una composizione e “mantenere l’armonia”, una certa enfasi data alle proteste che coinvolgono società straniere, e l’adozione di misure repressive in altri casi. La causa scatenante della protesta è l’inflazione (attorno al 6%), che ha effetti pesanti su chi percepisce stipendi modesti. È interessante notare, però, che le rivendicazioni non mirano soltanto all’aumento della busta paga, ma mettono in discussione l’organizzazione e i ritmi di lavoro.

Una classe operaia cinese che diventa protagonista di una nuova stagione dei diritti sindacali non era stata messa nel copione della globalizzazione, e gli effetti potrebbero essere travolgenti. A lungo si è teorizzato che la globalizzazione avrebbe inesorabilmente spinto al ribasso i diritti di tutti: in ogni Paese sono stati modificate le condizione di lavoro, precarizzando e deregolamentando, per fare fronte ai famosi bassi costi della manodopera del gigante asiatico. Forse non è fantapolitica immaginare che alla guida della lotta contro la precarietà e per la dignità del lavoro presto ci saranno gli operai cinesi, quelli che oggi cominciano a dire basta. Se così sarà, la lotta dei dipendenti della Citizen sarà ricordata a lungo, per molto più di 40 minuti.  Alfredo Somoza