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Si è appena ripetuta all’Avana, per la seconda volta, la strana legittimazione di un governo socialista da parte del Vaticano. La visita di papa Ratzinger a Cuba, preceduta nel 1998 da quella di papa Wojtyla, rappresenta infatti l’unico viaggio ufficiale di un capo di Stato non latinoamericano in un Paese che i leader occidentali evitano da molto tempo.

Per il Vaticano, l’isola caraibica è una pedina importantissima nel tentativo di recupero dei fedeli nel suo più grande serbatoio, l’America: del miliardo e cento milioni di cattolici al mondo, oltre 500 milioni vivono nel nuovo continente. È qui, dunque, che si gioca il futuro della chiesa di Roma. Qui ormai si giocano gli equilibri politici di una Chiesa che, secondo molto analisti, non potrà fare a meno di darsi un papa latinoamericano non appena sarà possibile.

Il problema, per il papato, è che in America Latina la Chiesa sta subendo un processo di allontanamento dei fedeli che assomiglia sempre più a una frana. Le varie confessioni cristiane riformate ( come gli evangelisti e i pentecostali) e le “nuove” religioni nate negli Stati Uniti (i mormoni e i testimoni di Geova) stanno erodendo il bacino dei cattolici, e in alcuni Paesi centroamericani sono ormai maggioritarie. Il “gregge” di queste chiese ammonta 200 milioni di fedeli: un numero enorme, tale da contendere al cattolicesimo il primato religioso continentale. Non va sottovalutato il fatto che, in molte realtà, queste chiese hanno assunto un ruolo politico attivo.

La causa di questo cedimento cattolico va cercata nell’azione politica dei due papi che si sono recati a Cuba. Negli anni ’80, proprio Wojtyla e Ratzinger furono infatti i demolitori di quella corrente popolare della Chiesa cattolica conosciuta come la “teologia della liberazione”: una riflessione teologica che aveva portato la Chiesa, storicamente a fianco ai potenti, a immedesimarsi e coinvolgersi nelle lotte dei poveri, dei senza terra, delle minoranze etniche.

I vescovi che aderivano a quella corrente furono rimossi uno a uno durante il papato di Wojtyla, mentre si aprivano di nuovo le gerarchie a esponenti conservatori e all’aggressività dell’Opus Dei. Dopo la morte di Giovanni Paolo II le cose non sono cambiate: in America Latina oggi la Chiesa cattolica è conservatrice e, soprattutto, lontana dai poveri, che però proprio negli anni ’80 si sono moltiplicati. Si è aperto così un terreno di caccia per le altre confessioni cristiane, che si sono insediate nei quartieri più disagiati. Gli stessi dove magari le chiese cattoliche si stavano svuotando.

Il vero senso della visita dei papi a Cuba va quindi interpretato alla luce di questi dati. Nell’isola di Castro la rivoluzione non ha mai perseguitato la Chiesa cattolica e nemmeno la religione afrocubana. L’unico vero divieto ha riguardato le religioni provenienti dagli Stati Uniti. Ecco perché Cuba è oggi, paradossalmente, il Paese più cattolico del continente. Ecco perché proprio da qui il Vaticano conta di ripartire con una nuova evangelizzazione.

Per Fidel, invece, la visita del papa è una garanzia dell’impegno del Vaticano affinché la transizione a Cuba avvenga in modo ordinato e pacifico. Insomma, perché quando per motivi anagrafici ci sarà un’altra dirigenza, il Vaticano agisca come forza di mediazione. Per il leader cubano, dunque, il conservatore papa Ratzinger si configura come un alleato e non come un nemico. Le questioni spirituali rimangono sullo sfondo, molto sullo sfondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi mesi a Parigi è stata allestita una grande mostra per ricordare una pagina cancellata della storia d’Europa, gli zoo umani. Nelle esposizioni universali a cavallo tra Ottocento e Novecento– quelle di Bruxelles, Londra, Milano, Parigi, Barcellona – una delle principali attrattive erano i cosiddetti “giardini di acclimatamento”, nei quali non ci si limitava a presentare la flora e la fauna dei Paesi esotici, all’epoca quasi tutti colonizzati dall’Europa. In questi veri e propri zoo veniva riprodotta anche la vita dei popoli tribali.

Intere famiglie di pigmei, di amerindi della Terra del Fuoco e dell’Amazzonia, di boscimani sudafricani, di karen birmani strappati dai loro villaggi con la forza o con l’inganno dovevano recitare la loro vita quotidiana davanti agli occhi dei borghesi delle metropoli europee. Molti morivano di malattia, altri finivano rovinati dall’alcool, diversi si suicidavano, pochi tornavano a casa.

Nel XXI secolo gli zoo umani non sono più ammissibili. In compenso si praticano tranquillamente i safari umani.Quelli che si celano dietro il cartello politicamente corretto di “etnoturismo”, una tipologia di viaggio costosa, che porta il turista a contatto con popoli indigeni sui loro territori ancestrali. Le etnie oggetto di questo turismo sono le stesse che un tempo venivano esposte nei giardini di acclimatamento. Tranne quelle nel frattempo scomparse, è ovvio.

La più grande ONG che si batte per i diritti dei popoli tribali, Survival International, chiede da anni il bando del turismo cosiddetto etnico, perché fatto sulla pelle degli indigeni senza che essi ne ricavino alcun vantaggio. Anzi, molti di questi popoli a contatto con il turismo si sono ridotti a recitare, a banalizzare la loro cultura tradizionale a vantaggio degli spettatori di turno. Basta pensare a ciò che è accaduto ai masai del Kenya, alle finte cerimonie induiste a Bali, alla cremazione dei corpi in India o ai rituali del vudù haitiano.

Spesso chi assiste a queste esibizioni non ha coscienza del fatto che la mercificazione di riti e tradizioni è causa di gravi danni culturali. Quando però il turista sceglie di addentrarsi nei territori tribali, oltrepassa consapevolmente un limite che in molti Paesi è invalicabile anche dal punto di vista legale. In tutto il mondo, gran parte delle popolazioni indigene vive in zone che suscitano grandi appetiti economici, spesso scenario di violenze e conflitti armati. La cronaca riporta con regolarità notizie di turisti “avventurosi” che vengono derubati, sequestrati o uccisi: ma, evidentemente,questo non basta per far riflettere sull’inopportunità di recarsi in posti nei quali non si è voluti. E nemmeno a mettere in guardia sui rischi che, andandoci, si potrebbero correre.

Esistono piccole esperienze di turismo responsabile pensate insieme a popoli indigeni, in America Latina e in Asia. Sono viaggi ideati e realizzati con alcune comunità locali che hanno deciso di ricevere turisti e pongono limiti e vincoli alla loro presenza. Da questi visitatori ricavano un vantaggio economico che verrà utilizzato per progetti comunitari;per di più gli uomini e le donne accolti nelle comunità diventano spesso sostenitori delle loro cause. Il resto è un triste teatrino, molto spesso allestito con la complicità di regimi totalitari che utilizzano le etnie autoctone per attirare turisti: un’ulteriore umiliazione per popoli che hanno già subito troppo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi ultimi anni abbiamo imparato che le materie prime alimentari, energetiche e minerarie non servono solo per mangiare, viaggiare, scaldarsi, produrre oggetti, ma anche per fare soldi. Tanti soldi. Perché quelle risorse essenziali che la gente comune chiama grano e soia, nichel e petrolio, cacao e caffè, carne di manzo o di maiale, per gli agenti di borsa hanno un altro nome. Le chiamano commodities e le quotano sui mercati: non quelli di quartiere, ma quelli finanziari, che hanno un orizzonte internazionale.

Oggi i  prezzi e la disponibilità di queste materie prime sono controllati da 12 giganti. Tra essi, cinque sono svizzeri e quattro statunitensi: insieme fatturano circa mille miliardi di dollari USA all’anno. Sono le cosiddette trading houses, misteriosi manovratori dei prezzi della benzina e del pane, che dispongono di ingenti capitali per speculare, acquistare, stoccare e vendere beni di questo tipo. E che decidono gli investimenti sulla base di approfondite ricerche di economia e geopolitica anziché dopo aver studiato le stagioni agricole e i cambiamenti climatici. Possono permettersi di immagazzinare enormi quantità di materie prime se il momento non è quello giusto per vendere, e sono in grado di determinare che cosa semineranno gli agricoltori di mezzo mondo in base ai prezzi promessi.

Le trading houses incidono pesantemente sulle quotazioni delle materie prime sui mercati e sul prezzo dei futures, cioè dei titoli che scommettono sul prezzo che una certa risorsa raggiungerà in un determinato momento. In poche parole non producono nulla ma, speculando, decidono che cosa produrranno gli altri e stabiliscono il valore della loro produzione. L’agricoltura globale è oggi nelle mani di queste realtà che controllano infatti tra il 70 e l’85% del mercato dei cereali, e che determinano anche i prezzi dei metalli: nelle loro mani ci sono il 60% del mercato dello zinco e il 40% di quello del rame. E commercializzano più petrolio dell’Arabia Saudita.

In questo mondo di poteri fortissimi che preferiscono non farsi notare è in atto un processo di ulteriore concentrazione, con l’annunciata fusione tra le svizzere Glencore e Xtrata. Nascerebbe un colosso da 90 miliardi di dollari all’anno, ma è solo una stima, perché questi gruppi non amano quotarsi in Borsa. La statunitense Cargill, per esempio, fattura 108 miliardi di dollari con il trading di materie prime e non ha bisogno di Wall Street. In borsa poi ci sono regole sulla trasparenza e sui movimenti delle aziende quotate che non si addicono esattamente al modus operandi delle trading house. Com’è immaginabile, questo business attira il più grande divoratore di materie prime emergente: la Cina, che sta già entrando nel club attraverso la Noble con sede a Hong Kong.

Se appena si solleva il velo di segretezza che caratterizza questo settore dedito alla grande speculazione e a operazioni al limite della legalità, si intravede la fragilità dell’odierno mondo globalizzato, nel quale un numero sempre più ridotto di soggetti riesce a imporre a miliardi di persone i consumi, i prezzi, perfino i modelli di sviluppo. Soggetti che si schermano dietro società offshore non quotate in borsa, con capacità di sviluppare business in decine di Paesi.

Anche la Tobin Tax oggi in discussione, che dovrebbe tassare i profitti della speculazione finanziaria, sarebbe uno strumento insufficiente per intervenire su queste logiche. Ci vorrebbe il coraggio di separare nettamente la produzione di beni essenziali dalla speculazione, vietando strumenti finanziari come i futures e restringendo il campo d’azione delle trading houses.

Ma di questi tempi, chi ha il potere di ridimensionare gli speculatori?

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

A me sembra un sogno che Buenos Aires sia nata.

La ritengo tanto eterna quanto l’acqua e l’aria.

J.L. Borges

Buenos Aires, porto dell’estrema Europa,

capitale di un impero mai esistito.

A. Malraux

La città di Santa María de los Buenos Aires non solo è la porta d’ingresso del paese, tappa inevitabile per chi voglia visitarlo. È anche una città-stato, uno spazio metropolitano sconfinato che nell’immaginario dei suoi abitanti, i porteños, rappresenta da solo uno dei due paesi in cui si divide l’Argentina: la capital, contrapposta a el interior, tutto il resto del paese.

Fondata due volte dagli spagnoli che girovagavano alla ricerca dell’Eldorado, Buenos Aires divenne ricca e potente grazie ai capricci della natura e dell’economia mondiale: bovini, ovini e cavalli, che nelle Pampas trovarono un habitat miracolosamente favorevole dove moltiplicarsi, grazie alle innovazioni tecnologiche della seconda metà dell’Ottocento, si trasformarono in una fiorente esportazione di carne fresca, basilare per l’alimentazione dell’Europa occidentale fino agli anni Sessanta. La piccola e marginale Buenos Aires divenne così, alla fine dell’Ottocento, uno dei più importanti porti mondiali per l’esportazione di cuoio, cereali, frutta, vino e carne.

Il processo di concentrazione delle attività produttive, culturali e politiche attorno alla capitale fu inarrestabile: Buenos Aires divenne metropoli alla fine del XIX sec., e una grande area metropolitana negli anni Sessanta (Grande Buenos Aires). Nei suoi 1200 kmq di estensione hanno sede il 75% delle attività industriali del paese e l’80% di quelle terziarie.

Non stupisce quindi che qui sia concentrato anche un terzo della popolazione del paese (11.000.000 ab.). Già nel 1943 il medico-scrittore Florencio Escardó trovò una spiegazione intelligente a tale gigantismo: “le province hanno creduto che Buenos Aires, in quanto sede delle autorità nazionali, fosse il punto supremo delle aspirazioni di tutti. Buenos Aires ha invece avuto un criterio fortemente accentratore. Si è ingrandita, è diventata bella, si è fortificata, con una logica propria che non era quella di capitale di una federazione. La città vive per se stessa, la repubblica viene percepita come un sipario sullo sfondo” (Geografía de Buenos Aires).

Nel triangolo delimitato dalla Casa Rosada, dal Parlamento e dalla City si definiscono le strategie economiche nazionali, si concretizzano alleanze e divisioni politiche, si preparano i golpe, si lanciano le mode e si diffondono i modelli culturali. Qui hanno sede tutte le televisioni, le radio e le testate giornalistiche nazionali. Buenos Aires è lo specchio di quanto di meglio e di peggio abbiano realizzato gli argentini negli ultimi 450 anni, il palcoscenico dove si sono consumati i drammi e i momenti gioiosi di un popolo eterogeneo che contribuì a costruire una metropoli laica dotata di chiese, moschee, sinagoghe e templi massonici.

Buenos Aires non è né bella né brutta: è un caso abbastanza raro di grande metropoli in cui non esiste un comune denominatore, e quindi ognuno può cercare (e non di rado incontrare), o inventarsi, ciò che più ama.

 

Milioni di uomini, di donne, di bambini, di operai, di impiegati. Come parlare di tutti? Come rappresentare quella realtà innumerabile in cento pagine, in mille, in un milione di pagine? Sei milioni di argentini, spagnoli, italiani, baschi, tedeschi, ungheresi, russi, polacchi, iugoslavi, siriani, libanesi, lituani, greci, ucraini. Oh, Babilonia! La città galiziana più grande al mondo. La città italiana più grande al mondo. Più pizzerie che a Napoli e Roma insieme. Oh, Babilonia! (Ernesto Sábato, Sopra eroi e tombe)

Alfredo Somoza

L’agricoltura mondiale è sempre più OGM e anche in Europa il vento comincia a soffiare nella stessa direzione. Secondo i dati recentemente pubblicati nel rapporto annuale dell’ISAAA, l’associazione che fa capo alla lobby del transgenico, nel 2011 la superficie mondiale coltivata a OGM è aumentata di 12 milioni di ettari, raggiungendo i 160 milioni di ettari coltivati da 17milioni di agricoltori in 29 Paesi, 19 dei quali in via di sviluppo.

L’Europa è sempre stata una diga nei confronti delle colture biotech, grazie all’applicazione del cosiddetto principio di precauzione: finché non si dimostra l’innocuità di un prodotto agricolo, non ne può essere permessa la coltivazione né il consumo. Nei fatti, però, la diga sta cedendo. Oggi da un lato il foraggio destinato ai capi di bestiame europei è abbondantemente composto da soia OGM; dall’altro, l’approvazione della varietà di mais transgenico numero 810 della Monsanto, avvenuta nel 2010, ha permesso a Spagna, Portogallo, Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia di raggiungere i 115.000 ettari coltivati a mais geneticamente modificato, con un ritmo di crescita del 25% all’anno.

A livello globale, gli Stati Uniti continuano a essere il produttore leader delle colture biotech, con 69 milioni di ettari. Alle loro spalle il Brasile si sta affermando come il nuovo protagonista globale del settore, con 30,3 milioni di ettari coltivati. Seguono l’Argentina (con 24 milioni di ettari) e poi i giganti asiatici India e Cina, specializzati in cotone geneticamente modificato. Nel business è entrata anche l’Africa, a causa delle terre che diversi governi del Continente Nero hanno ceduto a Paesi arabi e asiatici, bisognosi di alimenti o biocombustibili.

Tutto ciò ha fatto crescere il comparto dell’11% nei Paesi in via di sviluppo e del 5% in quelli industrializzati. Intanto la scienza continua a non chiarire se i prodotti transgenici possano avere conseguenze negative sulla salute umana né, tantomeno, spiega quali siano gli eventuali effetti che essi potrebbero sviluppare.

In questo contesto, l’affermazione definitiva dell’agricoltura OGM dipende fondamentalmente dalla posizione che l’Europa assumerà in futuro. Un’Europa che fatica a mantenere la storica posizione di sostanziale chiusura al biotech, preoccupata dal fatto che, se tenesse ferma la rotta, toglierebbe ai propri agricoltori l’opportunità di fare più profitti. Una delle vie di uscita a disposizione della Commissione Europea, forse la peggiore ma purtroppo già in discussione, consiste nell’autorizzare la libera scelta dei singoli Paesi. Il rompete le righe avrebbe come conseguenza la fine della diversità europea: una diversità costruita negli anni malgrado il peso delle lobby, soprattutto grazie al successo dei movimenti  che si battono contro la cosiddetta agricoltura Frankenstein.

I Paesi emergenti e quelli più poveri, invece, ripongono molta fiducia nell’aumento della produzione che gli OGM sembrano garantire. Tuttavia questo convincimento contrasta con i risultati di una recente indagine della FAO sulla sicurezza alimentare: pur escludendo gli organismi geneticamente modificati, lo studio conclude che la produzione alimentare continuerà a crescere nei prossimi trent’anni e supererà la crescita demografica. Ciò nonostante, sempre secondo l’indagine della FAO, non si riuscirà a soddisfare il fabbisogno umano, perché le vere cause della fame e della malnutrizione sono la povertà e la mancanza di accesso alle risorse alimentari: due questioni che i sostenitori degli alimenti transgenici non affrontano, due situazioni critiche che il modello dell’agrobusiness OGM tende a peggiorare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La crociera turistica è un fenomeno relativamente moderno. È nata infatti nei Caraibi negli anni ’70, quando i transatlantici per il trasporto passeggeri sono stati superati dall’aereo. Solo allora gli armatori hanno creato questo nuovo mercato, caratterizzato sin dagli esordi da alti livelli di redditività.

Dagli anni ’70 a oggi i crocieristi nel mondo sono passati da circa 500.000 a quasi 16 milioni. Offerta e domanda sono cresciute in parallelo, con una capacità ricettiva che nel 2010 aveva già superato i 500.000 letti (pari alla metà circa dell’intera capacità ricettiva del Sudest Asiatico). Il settore si caratterizza per il notevole dinamismo, con una clientela che cresce, a livello globale, con un ritmo medio che sfiora il 30% all’anno.

Il sistema, che coinvolge un ampio ventaglio di settori economici, riconosce all’Italia un ruolo di primo piano: tra gli Stati industrializzati il nostro Paese possiede infatti la principale flotta di navi da crociera per stazza, e occupa il quarto posto assoluto a livello mondiale dietro Bahamas, Panama e Bermuda. Le crociere sono tra le fonti che contribuiscono in modo più significativo al movimento turistico nel Mediterraneo, con un impatto rilevante anche in termini economici: ogni passeggero spende in media 100 euro nelle città d’imbarco e 50 euro in ogni località visitata durante la crociera, cifre alle quali va aggiunto il costo della crociera stessa.

Le navi, comunemente definite città galleggianti, sono in realtà villaggi turistici in movimento: rispetto ai resort “tradizionali” hanno il vantaggio di potersi spostare, di variare la propria offerta, destagionalizzarla inseguendo il caldo. Il decollo definitivo del turismo da crociera è avvenuto in un preciso momento storico: dicembre 2004, il mese del terribile tsunami abbattutosi su parte dell’Asia. Le macerie lasciate dalla grande onda segnavano l’inizio del declino dei tipici beach resort, le strutture ricettive all-inclusive grazie alle quali gli europei avevano cominciato a fare turismo balneare dall’altra parte del mondo.

Peraltro il modello del resort, struttura che spesso assomiglia a un’astronave aliena e luccicante atterrata in un contesto di degrado e miseria, stava cominciando a fare i conti pure con l’accusa di avere un impatto negativo sul territorio, anziché essere un’opportunità di sviluppo per il Paese ospite. E aveva già dimostrato di  non essere immune alla criminalità.

Il resort tropicale, insomma, nel 2004 ha cominciato a passare di moda. Il naturale sostituto era già pronto: la nave da crociera, che offre gli stessi comfort e in più garantisce la possibilità di andarsi a cercare il bel tempo. Per non parlare del massimo immaginabile in termini di sicurezza: il passeggero che teme i luoghi ignoti non è nemmeno tenuto a scendere a terra durante le sue vacanze.

Anche la nave da crociera è un paradiso d’abbondanza alieno. Viaggia troppo al largo dalle umane miserie dei tropici per offendere i sentimenti dei turisti: occhio non vede (la povertà), cuore non duole. E le ferie scivolano via più serene. Però c’è un però. L’aumento vertiginoso della domanda sta giocando un brutto scherzo alle compagnie armatrici. La maggiore capacità ricettiva porta all’obbligo di garantire un’occupazione dei posti letto costante durante l’anno. Per questo anche qui, come nei resort, è scattata l’ora del viaggio low cost, nel quale l’importante è il numero e non la qualità. Troppa gente imbarcata, troppo grandi le navi, troppa manodopera sottopagata e demotivata.

Non sono questi i motivi che hanno portato alla tragedia dell’isola del Giglio, ma l’industria turistica deve ancora una volta riflettere sul modello che continua a riproporre, a terra come sul mare. Un modello ispirato al più bieco consumismo, insostenibile sotto il profilo ambientale, basato sull’isolamento del turista dal contesto culturale e sociale del Paese visitato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Lo Stato alla riscossa

Pubblicato: 23 febbraio 2012 in Mondo
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Dalle pieghe della crisi sta emergendo un dato inaspettato: dopo anni e anni di disquisizioni sulla liquefazione delle identità e delle economie locali, destinate a fondersi nell’immenso pentolone della globalizzazione, ecco che rispuntano con forza gli Stati nazionali. La vecchia, solida struttura politico-amministrativa sulla quale, dal Trecento in poi, si è basata la costruzione degli odierni Stati ha riacquisito la sua centralità per una ragione semplice: nella tempesta finanziaria è proprio dagli Stati che sono arrivate, buone o cattive, le uniche risposte concrete. Gli organi transnazionali invece tacciono.

La retorica della globalizzazione ci spiegava che quella nazionale era una dimensione superata, sia dalle aggregazioni regionali sia dagli organismi multi-bilaterali. Fino al 2010 la cronaca internazionale descriveva il FMI, il WTO, l’Unione Europea e il G20 (per non parlare di Internet) come i nuovi detentori del potere. Che non sarebbe stato più nazionale bensì, appunto, globale. Oggi, invece, i giornali riportano quotidianamente solo le dichiarazioni dei presidenti o dei primi ministri di Francia, Germania, Stati Uniti e Cina. Si dibatte sul ruolo della Germania in Europa, sul peso dell’asse franco-tedesco e sulla validità delle risposte americane alla crisi.

È innegabile che siano state le singole nazioni a salvare le banche e a pompare liquidità nel sistema, a stimolare l’economia e a preoccuparsi dei disoccupati. Del resto il lavoratore, la banca o l’azienda in crisi non chiedono certo aiuto alla Banca Mondiale, ma si rivolgono alle istituzioni dei rispettivi Paesi: si aspettano che siano i governi a risolvere i problemi, anche perché li ritengono responsabili di ciò che sta accadendo. Al contrario, gli organismi internazionali non vengono percepiti, se non da minoranze intellettuali, come i responsabili dei grandi disastri politico-economici, anche se spesso ne sono i primi colpevoli.

In un recente saggio il professor Dani Rodrik, docente di Economia ad Harvard, ha criticato pesantemente Amartya Sen per aver parlato dell’esistenza di una nuova “identità multipla” che oltrepasserebbe i confini nazionali: recenti ricerche condotte tra la popolazione degli Stati Uniti rilevano invece che oggi l’attaccamento all’identità nazionale è altissimo, tanto da mettere in ombra perfino le identità locali. È facile ipotizzare che, se la ricerca venisse riproposta in Europa, i risultati sarebbero simili.

Molto probabilmente, in questi anni, media e sociologi hanno confuso l’omologazione dei cittadini al modello di consumo proposto dalle grandi multinazionali con un effettivo cambiamento di percezione delle persone rispetto al loro Paese e al resto mondo. Invece lo Stato di appartenenza rimane la “mamma”, amata e odiata, dalla quale il cittadino vorrebbe emanciparsi  quando le cose vanno bene, ma alla quale si attacca quando le difficoltà prevalgono, aspettandosi protezione e cure. Al contrario le istituzioni sopranazionali appaiono incomprensibili, evanescenti, lontane dalla percezione del cittadino comune alle prese con problemi concreti. Per giunta esse hanno pochi poteri, perché gli Stati non hanno mai voluto trasferire loro consistenti quote di sovranità.

Secondo Rodrik, insomma, gli Stati nazionali saranno pure un relitto ereditato dalla storia, ma alla fine sono tutto ciò che abbiamo.  C’è da dargli ragione.

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)

Ormai sono pochi lembi di territorio quasi dimenticati, ma i loro nomi riportano ai secoli di splendore della più grande potenza marinara di tutti i tempi, la Gran Bretagna del XVI secolo, quella di Elisabetta I e sir Francis Drake. Isolette sperdute negli oceani, in sé di scarsissimo interesse economico, che però erano fondamentali per garantire il totale dominio dei mari ai velieri di Sua Maestà. Londra divenne grande quando riuscì ad assicurare ovunque la libera circolazione delle proprie navi: le isolette caraibiche, Hong Kong, la rocca di Gibilterra, Sant’Elena, le Pitcairn dovevano essere difese con le unghie e con i denti perché si trovavano esattamente negli spartiacque oceanici o a difesa di mari interni ricchi di opportunità per le merci inglesi.

Oggi alcuni di questi territori sono stati riconsegnati ai legittimi proprietari, come Hong Kong; altri sono stati incorporati d’ufficio nell’elenco dei possedimenti d’oltremare dell’ex impero. Rimangono però alcune “colonie” che continuano a generare conflitti. Gibilterra è sempre in cima ai pensieri di ogni governo spagnolo: non si capisce infatti quale senso possa avere oggi per la Gran Bretagna mantenere una base navale dentro un Paese, la Spagna, che appartiene allo stesso spazio politico, l’Unione Europea. Nei Caraibi la disputa riguarda i tentativi di mettere sotto controllo i paradisi fiscali, ma sulle isole Cayman il Regno Unito non vuole ascoltare ragioni.

In fondo all’Atlantico meridionale si trova invece l’arcipelago più costoso per Londra, quelle isole strappate all’Argentina nel 1833 e che portano due nomi, Falklands e Malvinas, a seconda di chi le nomina. Per la loro sovranità nel 1982 Argentina e Gran Bretagna combatterono una guerra che si chiuse con la vittoria inglese e un bilancio totale di un migliaio di morti. La dittatura argentina crollò dopo la sconfitta militare, mentre dall’altra parte dell’oceano la signora Thatcher si assicurò un regno lungo e stabile.

A 30 anni di distanza, di Falklands-Malvinas si torna a parlare: questione di diritti di pesca e di estrazione del petrolio che, ormai si sa, sotto quei fondali riposa in abbondanza. Insomma, le isole sono tornate strategiche, per fortuna senza che si possa ipotizzare seriamente un conflitto armato.

Questa volta i ruoli sono invertiti: Buenos Aires, in base alle risoluzione ONU, chiede un tavolo per discutere di sovranità e soprattutto di affari; Londra invece reagisce con toni militareschi e spedisce navi e uomini in capo al mondo.

L’andamento della crisi delle Falklands-Malvinas potrà essere un interessante indicatore dello stato attuale dei rapporti di forza sullo scacchiere planetario. Anche perché questa volta i Paesi latinoamericani sono solidali tra loro, nel G20 hanno un peso non irrilevante e anche gli Stati Uniti sono per il dialogo. Forse in questo mondo post-bipolare sono maturi i tempi per chiudere definitivamente le ferite del passato coloniale e per ipotizzare nuovi partenariati tra ex-rivali. Questa volta, però, tocca al Regno Unito essere all’altezza della sfida.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In Africa, dopo la Cina, è arrivato il turno dell’India, un altro Paese BRIC in veloce crescita demografica ed economica, in progressivo avvicinamento al plotone delle potenze mondiali. La presenza indiana nel Continente Nero è caratterizzata dalla discrezione, dalla politica dei piccoli passi e del consolidamento progressivo delle posizioni conquistate. Niente a che vedere con la spettacolarità del drago cinese, anche se gli obiettivi non sono molto dissimili.

Per gli analisti, l’intensificarsi degli scambi commerciali tra India e Africa è frutto anche di una scelta strategica di New Delhi, che punta a “farsi notare” dall’ONU e a ottenere un posto fisso nel Consiglio di sicurezza. La progressione dello scambio economico è stata infatti impressionante, dagli 8 miliardi di dollari del 2004 ai 22 del 2012, e le previsioni dicono che fra 3 anni si arriverà a 100 miliardi. Nonostante le differenze di stile, la tipologia delle relazioni commerciali ed economiche è sorprendentemente sovrapponibile a quella cinese: anche per l’India si tratta di realizzare una diversificazione delle fonti energetiche su scala mondiale, di garantirsi forniture certe di materie prime e prodotti alimentari, e di aprire nuovi mercati.

A un primo sguardo l’iter parrebbe ricalcare quello seguito dalle potenze coloniali di 150 anni fa. In realtà il fenomeno è diverso. I colonizzatori di un tempo, infatti, non puntavano a procurarsi alimenti per soddisfare il loro consumo interno, né andavano esplicitamente in cerca di fonti energetiche, ma solo di materie prime strategiche. All’epoca gli obiettivi primari erano lo sfruttamento della forza lavoro locale e la conquista di posizioni geopolitiche di rendita.

Oggi le imprese indiane sono presenti nell’industria automobilistica in Africa del Sud così come in Marocco, nel comparto farmaceutico in Africa australe e in ambiti d’eccellenza in Senegal e Costa d’Avorio. È interessante notare che soprattutto i settori più evoluti sono destinati a beneficiare di un forte impulso tecnologico, grazie al fatto che l’India è tra le massime potenze al mondo nel ramo dell’informatica.

La nuova frontiera della diplomazia commerciale indiana è la leva finanziaria. Sono state aperte nuove linee di credito verso i Paesi africani per circa 5 miliardi e mezzo di dollari USA, destinate alle imprese locali con l’obiettivo di spingerle a investire nelle tecnologie indiane. Anche qui, nulla di diverso rispetto alla strategia cinese, ma agli occhi dell’Africa i due Paesi/continenti non hanno lo stesso appeal. L’India appare infatti più debole, incompiuta, con un’economia ancora fortemente basata sull’agricoltura. Insomma, uno Stato più vicino al “vissuto” africano, capace però di dimostrare che anche con questi handicap si può diventare concorrenziali in molti ambiti, si può raggiungere l’eccellenza in diversi settori di punta.

C’è poi da aggiungere che, al contrario di quella cinese, la presenza indiana in Africa è molto antica e ha una consistenza rilevante soprattutto nell’Est e nel Sud del continente.  In molti Paesi le comunità indiane hanno il controllo dei piccoli commerci, delle attività produttive su piccola scala, dei mercati locali.

La politica di New Delhi può quindi contare sulla diaspora e sul fatto che in diversi Stati africani ci sono dirigenti della società civile e politica di origine indiana. Ha un peso notevole anche il fatto che l’India è stata a lungo un Paese non allineato, e oggi è considerata una grande democrazia: sotto questo profilo desta meno preoccupazioni della Cina.

Per l’Africa si tratta di una nuova finestra di opportunità. La presenza combinata sino-indiana (e anche quella brasiliana, che si sta affacciando nei Paesi di lingua portoghese), offre opportunità irripetibili. Non essere più considerati esclusivamente produttori di materie prime, poter investire nella creazione di un mercato locale e regionale, spezzare i legami di monopolio con le ex potenze coloniali, immaginare di non essere più soltanto braccia ma anche consumatori: per gli africani sono tutte prospettive nuove. Resta da capire se tutto questo funzionerà, ma l’Africa, dopo secoli di oppressione e di saccheggio, stavolta può almeno provarci.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare network)

La capitale della Catalunya, Barcellona, è nota internazionalmente per il tocco architettonico regalato a questa città dal suo più grande architetto e artista, Antonì Gaudì (1852-1926). I turisti appena sbarcati a Barcellona iniziano ogni percorso della città con la vista notturna delle guglie illuminate della Sagrada Famiglia. E non mancano motivi per giustificare questo “pellegrinaggio”: la chiesa è senza ombra di dubbio uno dei capolavori della storia universale dell’arte, un’insieme di gotico e moderno che da solo giustifica il viaggio.

Altro monumento al genio di Gaudì è la Casa Vicens –costruita nel quartiere di Gracia per l’agente di borsa Manuel Vicens– e che fu il primo incarico importante affidato al giovane Gaudì neolaureato in architettura all’Università di Barcellona. Un gesto di fiducia, sentita la frase del Rettore dell’università che quando consegnò la laurea all’artista disse: “ abbiamo dato la laurea o a un pazzo o a un genio, con il tempo lo sapremo”.

La Casa Vicens si ispira all’arte orientale –mudéjar, persiano e bizantino– richiamato nella decorazione di azulejos di ceramica multicolore, dalle torri a forma di tempietto e alla cupola a forma di arco parabolico. Verso la fine del XIX secolo, Gaudì si lasciò influenzare dalla rivalutazione del gotico che diventava di moda in Europa. Sarà questo lo stile che di più influenzerà il creatore, secondo lui “uno stile imperfetto e eternamente inconcluso”. In qualche modo la Sagrada Famiglia, ancora incompleta, trova parte della sua bellezza proprio dalle parti immaginate e mai costruite.

Altro edificio chiave a Barcellona per conoscere l’opera del grande architetto è conosciuto popolarmente come La Pedrera, ma il cui vero nome è Casa Milá. Costruita tra il 1906 e 1910 con una facciata di pietra ondeggianti come il mare, riflette a pieno il trattamento rivoluzionario del ferro adoperato da Gaudì e utilizzato artisticamente nei balconi per richiamare le alghe marine.

A inizi del novecento, la ricca borghesia di Barcellona si contendeva l’artista che verrà contrattato per costruire la Casa Batlló. L’esterno della casa rimanda ancora una volta alla natura, con le sue colonne che ricordano ossa umane articolate e un tetto coperto dalla coda squamata di un drago gigante che si trascina sulla superficie.

Tra le grande utopie inconcluse del creatore, si contano oltre la famosissima Sagrada Familia, il Parque Güell, zona industriale con annesso quartiere operaio che voleva costruire l’industriale Eusebi Güell nella periferia della città e che rimase praticamente sulla carta per via del fallimento del mecenate, anche dovuto al megaprogetto urbanistico uscito dalla fantasia di Gaudì. Il quartiere, che avrebbe dovuto estendersi su 15 ettari, prevedeva una città-giardino di lusso, con sessanta case che comunicavano attraverso complicati ponti elevati sorretti da colonne a forma di tronchi, gallerie per passeggiare dentro i boschi, sinuose panche di mosaici spezzettati e un grande teatro greco al centro. Dal fallimento si sono salvate due case, una delle quali ospita il Museo Gaudì.

Sulla Sagrada Familia, opera massima e postuma dell’architetto catalano, si sono scritti decine di libri, ma uno dei punti salienti dell’opera, studiata scientificamente per la prima volta, è stato l’utilizzo della luce solare attraverso le vetrate per creare atmosfere variabili e uniche dentro il tempio. Gaudì, morto povero e dimenticato, riposa nella cripta del suo capolavoro diventato il suo mausoleo.

 Focus: Un genio in 3D

Gaudí ha sviluppato agli inizi del XX secolo un concetto vivo dell’architettura ispirato alla natura dalla quale raccoglieva le suggestioni che annotava sui diari dai quali poi improvvisava i lavori. Di fatto, poche volte si è avvalso di piani dettagliati, piuttosto preferiva plasmare le sue idee in plastici architettonici tridimensionali. Questa capacità di pensare in 3D era una qualità che Gaudì aveva imparato da bambino osservando gli alambicchi che costruiva suo padre. Per questo motivo la Sagrada Famiglia, che è ancora in fase di costruzione, genera accessi dibattiti tra gli architetti perchè le istruzioni lasciate da Gaudì sono piuttosto ambigue.

 Alfredo Somoza 

Informazioni utili

Documenti: dall’Italia basta la carta d’identità.

Per arrivare: In aereo, treno o in macchina, voli low cost.

 Costo della vita: Barcellona è leggermente più economica delle città del nord Italia, ma ancora per poco. Con 60-70 euro al giorno si riesce a vivere degnamente.

 Per dormire: Barcellona, come qualsiasi capitale europea, offre sistemazioni per quasi tutte le tasche.

Barcellona on line

http://www.gaudiallgaudi.com/AA002.htm Tutto sull’artista catalano

http://www.barcelonaturisme.com/ Portale cittadino del turismo

http://www.sagradafamilia.cat/ Il sito della Sagrada Familia