Si è appena ripetuta all’Avana, per la seconda volta, la strana legittimazione di un governo socialista da parte del Vaticano. La visita di papa Ratzinger a Cuba, preceduta nel 1998 da quella di papa Wojtyla, rappresenta infatti l’unico viaggio ufficiale di un capo di Stato non latinoamericano in un Paese che i leader occidentali evitano da molto tempo.

Per il Vaticano, l’isola caraibica è una pedina importantissima nel tentativo di recupero dei fedeli nel suo più grande serbatoio, l’America: del miliardo e cento milioni di cattolici al mondo, oltre 500 milioni vivono nel nuovo continente. È qui, dunque, che si gioca il futuro della chiesa di Roma. Qui ormai si giocano gli equilibri politici di una Chiesa che, secondo molto analisti, non potrà fare a meno di darsi un papa latinoamericano non appena sarà possibile.

Il problema, per il papato, è che in America Latina la Chiesa sta subendo un processo di allontanamento dei fedeli che assomiglia sempre più a una frana. Le varie confessioni cristiane riformate ( come gli evangelisti e i pentecostali) e le “nuove” religioni nate negli Stati Uniti (i mormoni e i testimoni di Geova) stanno erodendo il bacino dei cattolici, e in alcuni Paesi centroamericani sono ormai maggioritarie. Il “gregge” di queste chiese ammonta 200 milioni di fedeli: un numero enorme, tale da contendere al cattolicesimo il primato religioso continentale. Non va sottovalutato il fatto che, in molte realtà, queste chiese hanno assunto un ruolo politico attivo.

La causa di questo cedimento cattolico va cercata nell’azione politica dei due papi che si sono recati a Cuba. Negli anni ’80, proprio Wojtyla e Ratzinger furono infatti i demolitori di quella corrente popolare della Chiesa cattolica conosciuta come la “teologia della liberazione”: una riflessione teologica che aveva portato la Chiesa, storicamente a fianco ai potenti, a immedesimarsi e coinvolgersi nelle lotte dei poveri, dei senza terra, delle minoranze etniche.

I vescovi che aderivano a quella corrente furono rimossi uno a uno durante il papato di Wojtyla, mentre si aprivano di nuovo le gerarchie a esponenti conservatori e all’aggressività dell’Opus Dei. Dopo la morte di Giovanni Paolo II le cose non sono cambiate: in America Latina oggi la Chiesa cattolica è conservatrice e, soprattutto, lontana dai poveri, che però proprio negli anni ’80 si sono moltiplicati. Si è aperto così un terreno di caccia per le altre confessioni cristiane, che si sono insediate nei quartieri più disagiati. Gli stessi dove magari le chiese cattoliche si stavano svuotando.

Il vero senso della visita dei papi a Cuba va quindi interpretato alla luce di questi dati. Nell’isola di Castro la rivoluzione non ha mai perseguitato la Chiesa cattolica e nemmeno la religione afrocubana. L’unico vero divieto ha riguardato le religioni provenienti dagli Stati Uniti. Ecco perché Cuba è oggi, paradossalmente, il Paese più cattolico del continente. Ecco perché proprio da qui il Vaticano conta di ripartire con una nuova evangelizzazione.

Per Fidel, invece, la visita del papa è una garanzia dell’impegno del Vaticano affinché la transizione a Cuba avvenga in modo ordinato e pacifico. Insomma, perché quando per motivi anagrafici ci sarà un’altra dirigenza, il Vaticano agisca come forza di mediazione. Per il leader cubano, dunque, il conservatore papa Ratzinger si configura come un alleato e non come un nemico. Le questioni spirituali rimangono sullo sfondo, molto sullo sfondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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commenti
  1. Ugo Apruzzese ha detto:

    Egregio sig. Somoza, la sua analisi, a mio avviso, è troppo incentrata sull’aspetto politico dei rapporti tra Chiesa e governo cubano e sembra da un lato attribuire un’importanza strategica eccessiva al ruolo di Cuba nello scenario e nei progetti della Chiesa Cattolica e dall’altro lato dimentica completamente gli aspetti più strettamente spirituali e religiosi della missione della Chiesa.
    Ma l’aspetto che più mi ha colpito del suo articolo è quando Lei afferma che: “Nell’isola di Castro la rivoluzione non ha mai perseguitato la Chiesa cattolica”.
    Questo è falso. Non so proprio, infatti, in quale altro modo si possano definire l’espulsione di centinaia di sacerdoti dopo la vittoria della rivoluzione e l’assegnazione di moltissimi altri alle Umap (unità militari di aiuto alla produzione), in pratica i gulag in salsa cubana. Anche l’attuale cardinale Ortega, tra gli altri, fu internato in uno di questi gulag, tra il 1966 e il 1967.
    Aggiungiamo l’abolizione della festività del Natale (ripristinata solo nel 1998 dopo il viaggio di Giovanni Paolo II), il divieto per i credenti di iscriversi al partito comunista e diventare deputati dell’Assemblea Nazionale, abolito solo nel 1991, il divieto di esprimere pubblicamente la propria fede, relegata esclusivamente all’interno delle (poche) parrocchie rimaste.
    Fortunatamente non si sono mai raggiunti i livelli feroci di persecuzione di altri paesi comunisti, in primis l’Unione Sovietica, o fortemente ispirati a una visione anticlericale, come il Messico. Fidel Castro, che ha studiato dai gesuiti, ha mantenuto una sua personalissima forma di rispetto nei confronti della Chiesa, ma ciò non toglie che persecuzioni ci siano state, eccome.
    Certo, ora molto è cambiato, grazie soprattutto alla visita di Giovanni Paolo II nel 1998 e alla necessità obbligata per Fidel Castro, dopo la cessazione degli aiuti sovietici, di aprirsi al mondo e quindi anche alla Chiesa Cattolica. Però non si può negare così clamorosamente ciò che è accaduto nei decenni passati e nemmeno si può passare sopra il fatto che ancora oggi la libertà religiosa a Cuba fa molta fatica ad affermarsi.
    Cordialmente,

    • Alfredo Somoza ha detto:

      Egregio sig. Apruzzese, la ringrazio per il documentato commento al mio articolo. Una buona parte di quanto penso sul rapporto Chiesa-Cuba lei stesso lo conferma nelle sue stesse parole. A cuba la religione o la chiesa in quanto istituzione non è mai stata perseguitata agi albori della Rivoluzione (poi lei stesso conferma che non vi è persecuzione), ma in quanto singole persone, o settori della chiesa, ostili alla Rivoluzione. Non bisogna mai dimenticare che durante il governo fantoccio di Batista contro il quale venne fatta la Rivoluzione, mai la Chiesa si era contraddistinto nella critica a quel regime sostenuto a spada tratta dall’alta borghesia cubana che poi riparò a Miami. Non solo stati diversi sacerdoti a finire in “gulag” o in campi di detenzione, ma tanti altri che con la Chiesa non c’entravano e sempre e comunque per le loro posizioni compromesse con il regime Batista-USA. Mai è stata perseguitata la “categoria religiosa” in quanto tale. Aggiungo altre due “anomalie” per un paese socialista: non è mai stata perseguitata la Santeria (la religione afrocubana) e nemmeno la religione laica, la Massoneria (caso unico al mondo di logge massoniche funzionanti apertamente sotto un regime socialista. La ringrazio per il suo tempo e per le sue parole, ma rimango dell’idea che a Castro si possono dare colpe sulla persecuzione degli oppositori, ma non in quanto “cattolici”. Cordialmente. Alfredo Somoza

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