I poteri forti dietro le quinte

Pubblicato: 15 marzo 2012 in Mondo
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In questi ultimi anni abbiamo imparato che le materie prime alimentari, energetiche e minerarie non servono solo per mangiare, viaggiare, scaldarsi, produrre oggetti, ma anche per fare soldi. Tanti soldi. Perché quelle risorse essenziali che la gente comune chiama grano e soia, nichel e petrolio, cacao e caffè, carne di manzo o di maiale, per gli agenti di borsa hanno un altro nome. Le chiamano commodities e le quotano sui mercati: non quelli di quartiere, ma quelli finanziari, che hanno un orizzonte internazionale.

Oggi i  prezzi e la disponibilità di queste materie prime sono controllati da 12 giganti. Tra essi, cinque sono svizzeri e quattro statunitensi: insieme fatturano circa mille miliardi di dollari USA all’anno. Sono le cosiddette trading houses, misteriosi manovratori dei prezzi della benzina e del pane, che dispongono di ingenti capitali per speculare, acquistare, stoccare e vendere beni di questo tipo. E che decidono gli investimenti sulla base di approfondite ricerche di economia e geopolitica anziché dopo aver studiato le stagioni agricole e i cambiamenti climatici. Possono permettersi di immagazzinare enormi quantità di materie prime se il momento non è quello giusto per vendere, e sono in grado di determinare che cosa semineranno gli agricoltori di mezzo mondo in base ai prezzi promessi.

Le trading houses incidono pesantemente sulle quotazioni delle materie prime sui mercati e sul prezzo dei futures, cioè dei titoli che scommettono sul prezzo che una certa risorsa raggiungerà in un determinato momento. In poche parole non producono nulla ma, speculando, decidono che cosa produrranno gli altri e stabiliscono il valore della loro produzione. L’agricoltura globale è oggi nelle mani di queste realtà che controllano infatti tra il 70 e l’85% del mercato dei cereali, e che determinano anche i prezzi dei metalli: nelle loro mani ci sono il 60% del mercato dello zinco e il 40% di quello del rame. E commercializzano più petrolio dell’Arabia Saudita.

In questo mondo di poteri fortissimi che preferiscono non farsi notare è in atto un processo di ulteriore concentrazione, con l’annunciata fusione tra le svizzere Glencore e Xtrata. Nascerebbe un colosso da 90 miliardi di dollari all’anno, ma è solo una stima, perché questi gruppi non amano quotarsi in Borsa. La statunitense Cargill, per esempio, fattura 108 miliardi di dollari con il trading di materie prime e non ha bisogno di Wall Street. In borsa poi ci sono regole sulla trasparenza e sui movimenti delle aziende quotate che non si addicono esattamente al modus operandi delle trading house. Com’è immaginabile, questo business attira il più grande divoratore di materie prime emergente: la Cina, che sta già entrando nel club attraverso la Noble con sede a Hong Kong.

Se appena si solleva il velo di segretezza che caratterizza questo settore dedito alla grande speculazione e a operazioni al limite della legalità, si intravede la fragilità dell’odierno mondo globalizzato, nel quale un numero sempre più ridotto di soggetti riesce a imporre a miliardi di persone i consumi, i prezzi, perfino i modelli di sviluppo. Soggetti che si schermano dietro società offshore non quotate in borsa, con capacità di sviluppare business in decine di Paesi.

Anche la Tobin Tax oggi in discussione, che dovrebbe tassare i profitti della speculazione finanziaria, sarebbe uno strumento insufficiente per intervenire su queste logiche. Ci vorrebbe il coraggio di separare nettamente la produzione di beni essenziali dalla speculazione, vietando strumenti finanziari come i futures e restringendo il campo d’azione delle trading houses.

Ma di questi tempi, chi ha il potere di ridimensionare gli speculatori?

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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