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Il Chiapas è balzato agli onori della cronaca quando nel 1994 un pugno di insorti zapatisti del Chiapas dichiararono “guerra” agli accordi del NAFTA tra Messico e gli Stati Uniti. Nasceva la lotta di resistenza al neoliberismo in America Latina. Il Chiapas, al confine con il Guatemala, non è soltanto lo stato più povero del Messico e culla della resistenza indigena, è anche uno scrigno di biodiversità naturale e culturale che offre molto al viaggiatore.

 San Cristobal de las Casas, città che porta il nome del suo primo vescovo e grande accusatore delle malefatte della Corona spagnola nei confronti degli indios, è la porta d’ingresso del piccolo Stato messicano del Chiapas nel cuore del mondo dei maya. Una città di montagna dall’inconfondibile sapore coloniale spagnolo, a2.100 metridi altitudine e dal clima temperato tutto l’anno nella quale i colori dei mercati e delle persone infondono un’impronta genuinamente indigena che rendono il Chiapas  più vicino al Guatemala che al Messico. Affacciarsi nei patios delle vecchie case permette di scoprire mondi segreti pensati per garantire la quiete delle famiglie in un contesto protetto, ma all’aperto. Oggi le vecchie corti nascondono negozi di artigianato, bar, piccoli hotel, ristoranti e ancora tante famiglie. Le strade di ciottolato convergono sempre in piccole piazze popolate a tutte le ore da passanti, innamorati e venditori ambulanti. San Cristobal sa di caffè, di cui il Chiapas è uno dei produttori mondiali di più alta qualità, e che qui viene consumato a tutte le ore. Alcuni spunti interessanti per entrare nel sentimento della città sono il Mercato della frutta, dove si possono consumare e ammirare i mille frutti arrivati dalle terre basse tropicali e la Chiesa barocca di Santo Domingo, scelta dagli indigeni maya-tzoltziles come luogo di mercato per il loro splendido artigianato.

A poca distanza di San Cristobal, si trova Chiapa de Corzo, da dove partono le barche che conducono i turisti a percorrere il Cañón del Sumidero, uno spettacolare canyon fluviale dalla storia tragica: qui diverse centinaia di indios si suicidarono, buttandosi dallo strapiombo alto900 metri, prima di arrendersi agli spagnoli nel XVI secolo. Nelle acque del Rio Grijalbo che attraversa il canyon, nuotano gli ultimi esemplari di coccodrillo messicano e si possono osservare pellicani, cormorani, garze e avvoltoi.

La gestione di alcuni dei luoghi più visitati sono in mano degli indigeni che vivono in queste zone, come nel caso di Motebello, un ecosistema di lagune diventato parco nazionale a soltanto60 chilometrida Comitàn de Dominguez, a ridosso dalla frontiera con il Guatemala. Nelle vicinanze, le cascate di Chiflòn formano una consistente barriera d’acqua che precipita sul fiume San Vicente generando una pioggia sottile che si estende per centinaia di metri.

Tornando a San Cristobal, dieci chilometri prima, si trova il paese di San Juan Chamula, uno dei luoghi mistici più noti e interessanti del Messico. Nella chiesa del paese, custodita 24 ore al giorno dai membri di una confraternita indigena, si celebrano riti sincretici di alto valore simbolico. Per gli indigeni chamulas (maya tzotziles), questa Chiesa si trova sull’ombelico del mondo, dentro una “cicatrice” della valle dove gli antichi celebravano i rituali millenari e i sacerdoti cristiani eressero la loro Chiesa sfruttando la sacralità del posto. All’interno del tempio vengono consumati sacrifici ai santi cattolici officiati da curanderos (medici-sacerdoti tradizionali), che però in realtà si rivolgono alle forze della natura che veneravano gli indios. Il pavimento è ricoperto da aghi di pino e i santi sono appoggiati lungo i muri della Chiesa e vengono interpellati per guarire malattie, l’anima di qualcuno, risolvere problemi di lavoro o di coppia. San Giovanni Battista è il santo più venerato qui, più di Gesù, e oltre a offrire cibo e bevande alla sua immagine, si può assistere anche al sacrificio di un gallo. I turisti non sono ben accetti in Chiesa, ma chiedendo con il dovuto rispetto permesso alle guardie della confraternita si può entrare senza assolutamente però scattare fotografie.

Il Chiapas è anche archeologia maya, foreste primarie impervie, dove si sta organizzando un turismo di comunità molto interessante e anche “caracoles”, cioè le zone liberate dai zapatisti nelle quali si sta ricostruendo la vita comunitaria tipica degli indigeni che hanno saputo resistere a 500 anni di violenze e soprusi rimanendo attaccati alle loro tradizioni e alla loro terra.

Alfredo Somoza

Il PRI, Partito Rivoluzionario Istituzionale del Messico è stato più che un partito lungo il ‘900, è stata la monolitica colonna portante di un paese che in quel periodo si affermava come potenza regionale. Nato nel 1929 per trovare un posto nelle istituzioni ai rivoluzionari, secondo le malelingue da qui deriva il “rivoluzionario istituzionale”, oppure per garantire la continuità dei principi della rivoluzione messicana, secondo la retorica ufficiale, il PRI è stato il partito-stato dalle mille contraddizioni lungo 70 anni ininterrotti di potere. Solo il PCUS sovietico ha avuto una così lunga storia, con la differenza che però il PCUS è scomparso nel 1991, mentre il PRI sta per tornare al potere tra poche ore.

Il PRI è stato a lungo un partito nazionalista, fortemente statalista, schierato internazionalmente contro gli Stati Uniti e terra di rifugio per i profughi politici del Sud America. E’ stato anche repressore sanguinario delle rivolte studentesche del ’68, casa di tutte le corruzioni, neoliberista e populista. La somma dei vizi e delle virtù dei messicani per decenni. La migliore definizione sul Messico governato dal PRI è stata data dal Nobel Mario Vargas Llosa che lo definiva la “dittatura perfetta”.

Quanto il PRI ha dovuto cedere la mano al conservatore PAN nel 2000 lo fece con lo spirito di prendersi del tempo per riorganizzarsi  in attesa di tornare al potere. Dopo 12 anni, la parentesi si sta chiudendo questo weekend. Nel frattempo il PRI si è rinnovato, almeno generazionalmente, è entrato nell’Internazionale Socialista, e ha ripreso un linguaggio più consono alla tradizione progressista delle origini. Per i messicani, si tratterà di un ritorno a un passato ricordato oggi quasi con nostalgia. Da quando il PRI è all’opposizione il paese è precipitato nella crisi economica e soprattutto ha imboccato una strada di scontro frontale con i cartelli della droga sfociato in una vera e propria guerra civile. I messicani sono oggi sfiancati da uno scontro armato che è costato 5000 vittime negli ultimi 3 anni e stanno perdendo la speranza in un futuro migliore, a differenza della maggioranza dei latinoamericani. Nessuno si sogna che il ritorno al potere del vecchio dinosauro del PRI possa porre rimedio a questa situazione, ma anche senza dirlo, molti voteranno perché “in passato si stava meglio”. Nostalgie di uno stato forte, padrone dell’economia e del lavoro, che ridistribuiva i proventi del petrolio e che rendeva orgogliosi i messicani nel mondo. Una tendenza che non solo in Messico si fa avanti, e grazie alla quale gli avanzi della vecchia politica riescono a riciclarsi. Se a questo aggiungiamo il folklore e le bandiere sventolate di Pancho villa ed Emiliano Zapata, la frittata è fatta. Il PRI che torna al potere è una speranza per tanta parte della vecchia politica, purtroppo difficilmente cambierà in meglio la situazione dei messicani.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Nel 1988 l’economista egiziano Samir Amin formulava la “teoria dello sganciamento”, ipotizzando la creazione di flussi commerciali e politici sud-sud come unica via per il superamento dei rapporti iniqui tra il Nord e il Sud del mondo. In sostanza, Amin considerava questa come l’arma risolutiva in mano ai Paesi del “Terzo Mondo” per porre fine alla loro dipendenza dagli storici rapporti coloniali e neocoloniali con l’Occidente.

Molto tempo è passato e alcuni timidi tentativi sono stati fatti, a partire dalla creazione del Mercosur, primo blocco economico interamente formato da Paesi sudamericani. Ma la svolta, e la materializzazione delle teorie di Amin, si è avuta solo in questi ultimi anni. Anzi, sta ancora avvenendo in questa seconda fase della globalizzazione, nella quale non ci sono padroni indiscussi della scena internazionale (come gli appartenenti al G8), ma si sono affermati anche nuovi protagonisti. È il caso dei Paesi BRICS. India, Cina, Brasile, Russia stanno infatti consolidando nuove geometrie economiche e politiche in un mondo nel quale nessuna potenza riesce più a esercitare una leadership globale, ma anzi, molte potenze del passato tentano disperatamente di non essere espulse dal nuovo ordine multipolare.

I dati appena pubblicati dall’ufficio statistico cinese confermano che sono in corso cambiamenti molto profondi. Nell’ultimo anno, l’export di Pechino verso i Paesi fuori dall’area euro, dollaro e yen è cresciuto del 17%, mentre verso l’Europa si è registrato un calo dell’1%. Ciò che era già successo con gli Stati Uniti, cioè il calo drastico delle esportazioni cinesi, comincia a verificarsi dunque anche con l’Europa. I cinesi guardano altrove. Solo in Russia il boom degli elettrodomestici ha fatto lievitare l’export di Pechino del 50%. Guardando i dati nel loro complesso, si comprende che oggi per la Cina il mercato in maggiore espansione è l’America Latina, che nel 2017 dovrebbe equivalere all’Europa o addirittura superarla. Ma anche l’Africa, dimenticata da tutti gli altri, per i cinesi è un mercato a tutti gli effetti. La sua quota nell’export di Pechino aumenta con un ritmo da capogiro: entro 10 anni il Continente Nero potrebbe diventare il secondo mercato estero per la Cina.

Il peso che gli scambi commerciali con il gigante asiatico hanno assunto nelle diverse aree del pianeta determina anche differenti valutazioni e reazioni nei confronti della crisi. Non c’è dubbio che la buona risposta alle difficoltà planetarie offerta dall’America Latina e dall’Africa sia fondamentalmente legata all’aggancio tra questi mercati e la Cina (e, più in generale, ai rapporti sempre più stretti con l’area del Pacifico). Per il 2012, mentre tutti i numeri che riguardano la crescita del PIL sono in negativo in Europa, con la sola eccezione della Germania, i cinesi si aspettano ancora un +7,5% e i brasiliani un +3%.

Si tratta di incrementi minori di quelli del passato, ma pur sempre rilevanti. Per ora la crisi sta solo rallentando la crescita dei BRICS. La domanda è quanto resisteranno questi Paesi se la crisi andrà avanti. Oppure, se la crisi peggiorerà, quanto potranno resistere al contagio. C’è chi dice che in questo caso potrebbero addirittura guadagnarci: teoria tutta da dimostrare, ma ciò che è indubbio è che USA e Europa, quando usciranno dalla crisi, non troveranno più lo stesso mondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In tempi di crisi economica globale, mentre molti Stati cominciano ad arroccarsi e a ricreare barriere protezionistiche, e molti migranti tornano nei Paesi di origine, anche per il panino globale pare sia suonato l’allarme. La catena di fast food McDonald’s, società-simbolo della globalizzazione alimentare, ha imboccato la strada della regionalizzazione dei suoi menu.

In Italia e in Francia si erano già percepite le avvisaglie di quella che ormai è diventata una politica aziendale: i panini con lo speck dell’Alto Adige o gli hamburger con il camembert  erano già stati introdotti nel menu da un paio d’anni per arricchire l’offerta, insieme alle verdure e alle insalate per rendere il pasto più sano. La spiegazione ufficiale di questi cambiamenti fa riferimento alla volontà di rispondere all’atteggiamento negativo di una fetta crescente di mercato, che rimprovera la multinazionale  di omogeneizzare i gusti e imporre i suoi hamburger in stile americano a spese delle tradizioni gastronomiche locali e della salute dei clienti. Ma questa versione non dice tutto.

La costruzione del brand McDonald’s, come quella di tanti altri marchi multinazionali, si è basata, più che sulla qualità del prodotto, sul messaggio che questo trasmetteva: mangia globale, diventa globale. Un concetto vincente soprattutto nel decennio dorato della globalizzazione, gli anni ’90, quando tutto il mondo era convinto che l’apertura dell’economia mondiale fosse la risposta alla povertà, all’oppressione, al provincialismo. Scarpe firmate, vestiti firmati, cibi firmati, uguali e riconoscibili in qualsiasi Paese del pianeta, che contenevano anche un messaggio di grande fede nell’avvenire.

Poi, piano piano, si è cominciato a capire che cosa c’era dietro la promessa delle multinazionali. Siamo già nel nuovo secolo e si comincia a parlare di delocalizzazione, precariato, sfruttamento minorile, distruzione ambientale. Oggi, a distanza di 4 anni dall’inizio di una crisi economica che sta mettendo in discussione la natura stessa del capitalismo, i marchi globali, i consumi globali, non sono più un must da esibire, ma stanno scivolando velocemente, nell’immaginario collettivo, verso la categoria della paccottiglia.

Così com’era liberatorio per i giovani di Mosca, Pechino o Milano mangiare un hamburger sotto gli archi dorati del re dei fast food, oggi lo diventa il ritorno ai tacos messicani, alla pizza o al kebab. Alimenti poveri che raccontano però storie nelle quali la gente può continuare a identificarsi. Cibo che è cultura e non solo nutrimento. Cultura perché il cibo è frutto di millenni di sperimentazioni, di incroci, di trasformazioni, di storie familiari e collettive. Un cibo senza cultura, o anzi, appartenente a una cultura ben precisa che però si è voluta vendere come universale, non poteva che essere effimero, legato a un determinato momento politico e a una moda.

Le catene di fast food questo lo sanno e oggi, in nome della regionalizzazione dell’offerta, fanno marcia indietro, proponendo ingredienti che renderanno il loro cibo molto meno globale e molto più locale. Un cibo con cultura appunto, la fine della fiaba che raccontava che l’hamburger era sinonimo di libertà, il ritorno alla valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti. Nel clima di negatività nel quale oggi siamo immersi, sicuramente una notizia positiva.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Forse per scaramanzia, in questi lunghissimi 4 anni, da quando cioè è scoppiata la crisi economica, nemmeno negli scenari più neri si è presa in considerazione l’eventualità che la Cina potesse fermarsi. Che la sua performance, il più forte traino per la crescita dell’economia globale dell’ultimo decennio, potesse scendere sotto l’8% annuo di aumento del PIL. Questo non solo perché il gigante asiatico  garantisce ogni anno l’entrata di milioni di nuovi soggetti sul mercato dei consumi, a casa sua e nei Paesi poveri. Ma anche perché il grandioso surplus commerciale di Pechino foraggia il debito occidentale, a partire da quello statunitense.

Infatti la Cina, ultimo grande Paese al mondo nominalmente comunista, non è solo la “fabbrica del mondo”, ma anche la sua banca. E una banca molto ambita, come testimoniano i big dell’Unione Europea che premono perché, dopo avere comprato per anni bond del tesoro USA, i cinesi comprino titoli dei Paesi semi-falliti del Mediterraneo. Tuttavia anche per la Cina c’è un limite, e i 1200 miliardi di dollari di debito americano, sommati ai 400 miliardi in bond degli Stati europei che già si trovano nei loro forzieri, pare siano un tetto che Pechino non vuole superare. Il timore degli economisti cinesi riguarda i tentennamenti occidentali rispetto alle urgenti riforme da introdurre nei mercati finanziari: si sospetta che molti Paesi non andranno fino in fondo con i pesanti sacrifici che hanno annunciato. In questo caso, la Cina si ritroverebbe con giganteschi crediti inesigibili.

Certo, parliamo di uno scenario apocalittico, ma ormai è lecito prendere in considerazione situazioni estreme per ragionare anche circa rimedi estremi. Le sole banche USA hanno in deposito i famigerati derivati per un controvalore di 231mila miliardi di dollari (su un totale mondiale stimato in 650 mila miliardi). Una cifra che equivale a 14 volte la capitalizzazione di tutti i listini di borsa mondiali e a 9 volte il PIL del mondo intero. La galassia dei derivati, che il presidente della Consob italiana definisce simpaticamente “innovazione finanziaria”, è formata da diversi strumenti, come quelli che dovrebbero assicurare un investitore dal fallimento di una società o di uno Stato, ma spesso sono acquistati da chi nulla rischia da quell’evento, ma vuole solo speculare sul fallimento. O i future che scommettono, come se fosse un gioco, sul prezzo che avranno il petrolio o il mais dopo un periodo di tempo.

La Cina, che pure non è sicuramente estranea a questi giochi di prestigio della finanza, rimane un Paese che i soldi se li guadagna producendo beni tangibili: comprando materie prime, trasformandole e vendendole. Rimane cioè un Paese a forte vocazione industriale, come si sarebbe detto una volta. Il denaro che investe in titoli americani o greci nasce dal lavoro, non dalla speculazione. Ma si vede condannata a sostenere coloro che sono i suoi principali clienti, riversando nelle loro casse quanto ha guadagnato un minuto prima vendendo loro televisori, auto o telefonini.

Questo perché il “resto del mondo”, quello che con la bolla speculativa non c’entra nulla, non è ancora in grado di sostituire i mercati occidentali. Ma è solo questione di tempo: la storica scelta cinese di fare diventare l’Africa un mercato consumatore, allargando la platea dei suoi clienti del futuro, è solo una delle prime mosse. Oggi la Cina  non può permettersi la fine della globalizzazione, che traina la crescita economica e ridistribuisce il suo lavoro e i suoi capitali, ma a Pechino, da 4000 anni, sono abituati a ragionare e lavorare sul lungo periodo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Molti pensavano che avrebbero chiuso dopo poco tempo, invece sono ancora aperte. Le fabbriche recuperate, ormai quasi un marchio di qualità sociale, sono state la risposta alla fuga di imprenditori con pochi scrupoli. Quelli che avevano preferito la speculazione alla produzione. Quelli che erano scappati con il malloppo a cavallo della grande crisi che colpì l’Argentina nel 2001. Gli operai che si sono trovati all’improvviso senza più il “padrone”, con mesi e mesi di stipendi non incassati e con il fantasma della disoccupazione a vita appena fuori dalla porta, si sono dovuti improvvisare imprenditori, garantendo la continuità della produzione.

Le fabbriche recuperate hanno ispirato la promulgazione di leggi favorevoli, che permettevano allo Stato di espropriare le aziende (per esempio in seguito al mancato versamento delle tasse) per poi consegnarle ai lavoratori costituitisi in cooperative. Tra mille difficoltà, un movimento improvvisato si è articolato consolidandosi con il passare degli anni. Oggi il Movimento Nazionale delle Fabbriche Recuperate è forte di 250 stabilimenti associati nei quali si produce di tutto, dalle piastrelle alle divise scolastiche, dai libri ai grissini. A questo movimento si affianca quello delle imprese recuperate, che include anche attività del terziario, come ad esempio l’Hotel Bauen, un 5 stelle nel cuore di Buenos Aires che era stato costruito per i campionati mondiali di calcio del 1978 e che oggi è gestito da una cooperativa di lavoratori che lo hanno salvato dal fallimento.

Il movimento sudamericano delle fabbriche recuperate è stato riscoperto in questi mesi. C’è chi pensa che sia un esempio che prima o poi si rivelerà utile all’Europa in crisi profonda. In Argentina questo movimento ha avuto un’incidenza molto modesta sulla ripresa economica, ma il suo peso simbolico e politico è stato notevolissimo. I lavoratori delle imprese recuperate sono stati il simbolo di una società che ha ritrovato le sue priorità politiche dopo decenni drogati dai consumi facili, a discapito di una cultura della produzione e del lavoro. C’è voluto il default, ma la lezione degli operai che non hanno voluto abbandonare i loro posti di lavoro quando tutto il mondo crollava loro addosso è servita a iniettare speranza: ce la si poteva fare a uscire dalla crisi e dall’improvvisa miseria.

Anche la classe politica del dopo-default è stata fortemente influenzata dall’esperienza delle fabbriche recuperate. La politica di sostegno e di protezione dell’industria nazionale non è oggi negoziabile, anche a costo di subire le frequenti critiche degli organismi internazionali, che continuano imperterriti a sostenere posizioni nelle quali sempre meno Paesi credono. L’Argentina non è più sicuramente uno Stato campione del liberismo come negli anni Novanta, eppure la produzione industriale continua a crescere da quasi dieci anni a un ritmo orientale. Non è industria di avanguardia, come quella tedesca o anche brasiliana, non ci sono stati grandi investimenti infrastrutturali, si produce quasi esclusivamente per il mercato interno, ma le fabbriche sono attive.

Sono quelle stesse fabbriche che furono create dagli immigrati italiani, spagnoli, tedeschi agli inizi del Novecento e nelle quali si formò una classe operaia che fu la protagonista delle grandi trasformazioni del Paese, e anche della sua ricchezza. Nel 2001, quando in Argentina non si produceva nulla e si comprava tutto all’estero, un Paese nel quale l’unica occupazione giovanile era lavorare nel delivery di pizze a domicilio, gli ultimi operai veri, quelli delle catene di montaggio e della meccanica, hanno lanciato la loro sfida. Si sono riappropriati della loro fonte di lavoro e l’hanno difesa con le unghie e con i denti. È stato l’inizio di un’altra storia, e oggi nessuno tornerebbe più indietro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

L’attuale crisi finanziaria ci tiene compagnia, si fa per dire, da ormai quattro lunghi anni. Nel 2008 si pensava che sarebbe stata relativamente passeggera, e focalizzata in gran parte sui problemi dell’economia statunitense. La realtà ha purtroppo smentito quest’analisi. Erano stati sottovalutati due aspetti fondamentali del momento economico. Il primo era la profondità della crisi, che andava a intaccare la struttura portante del capitalismo finanziario in quanto “sistema”; un indizio che lasciava intuire come, dopo gli USA, l’uragano avrebbe colpito in pieno l’Europa. Il secondo era il fatto che la crisi si stava ponendo come spartiacque tra due periodi della geopolitica e dell’economia mondiale. Non a caso, in questi anni, i cinque Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) hanno praticamente raggiunto il 20% del PIL mondiale, accumulando nelle loro casse un terzo delle riserve valutarie globali. L’economia cinese e quella brasiliana sono diventate rispettivamente la terza e la sesta del pianeta.

Un altro dato che rende l’idea dei mutamenti in corso è il fatto che oggi i 26 Stati più industrializzati realizzano il 48% del PIL mondiale: per la prima volta in due secoli, meno della metà del totale. E mentre l’Europa taglia diritti e welfare in modo ragionato (Francia, Germania) o in modo selvaggio (Grecia, Portogallo), nei Paesi emergenti i diritti aumentano e migliorano anche le condizioni di vita. In Brasile, in pochi anni sono usciti dalla povertà 40 milioni di cittadini; la Cina ormai delocalizza alcune produzioni in Vietnam per via dell’aumento del costo della manodopera locale.

La crisi ci sta lasciando un mondo nel quale le distanze tra gli Stati, fino a ieri abissali, si sono accorciate. Un pianeta che va re-interpretato, perché la chiave di lettura “Nord-Sud” non è più sufficiente. Dal club ristretto dei G8 si è passati in modo indolore ai G20. Senza dubbio è stato un passo avanti verso la democratizzazione della politica internazionale, ma fuori dalla porta del salotto buono continuano a esserci decine e decine di Paesi. Siamo visibilmente tornati ai tempi delle potenze, con la differenza che rispetto al passato le potenze si sono moltiplicate.

Insomma, viviamo in un mondo in confusione, che non ha ancora trovato un nuovo equilibrio e nel quale non ci sono uno o due baricentri in grado di reggere l’ordine internazionale, come nello schema della Guerra Fredda. Il rischio è il ritorno di fiamma della microconflittualità, come in effetti sta avvenendo; guerre che magari non creano grandi sconvolgimenti geopolitici, ma rendono comunque un inferno la vita delle persone coinvolte.

C’è però anche un aspetto positivo, ed è che oggi tanti soggetti nuovi trovano spazio per “fare politica” e per incidere davvero sulla vita comune. Le realtà con voce in capitolo sugli equilibri politici ed economici si sono infatti moltiplicate: i movimenti, le ONG, le “piazze”, il popolo di Internet, la cittadinanza attiva, tutte modalità di una nuova politica che in questo quadro di incertezze trova maggiori margini d’azione. Forse un cambiamento in positivo è possibile, se non sprecheremo questa opportunità per ripensare noi stessi.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Il dibattito sull’antiproibizionismo nel campo delle sostanze stupefacenti è sempre stato rifiutato dalla politica. Negli ultimi anni, in particolare, le liberalizzazioni sperimentali delle droghe sono state davvero poche, e sempre limitate a quelle cosiddette leggere. Solo partiti molto piccoli si sono battuti per la liberalizzazione, scontrandosi con un muro tanto solido da rifiutare anche il dialogo. Gli antiproibizionisti maggiormente attivi sono stati intellettuali, magistrati ed economisti, più che politici; personalità di tendenze neoliberali, come il noto Milton Friedman, più che veri progressisti.

Sulla guerra alla droga (e su quella per la droga) si sono costruiti momenti importanti della politica estera delle potenze occidentali. A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna mosse due guerre d’aggressione alla Cina per riuscire a importarvi l’oppio che gli inglesi producevano nella colonia indiana: Hong Kong fu uno dei trofei di quelle guerre combattute per tutelare la libera circolazione della più antica droga pesante. Proprio dall’oppio, nel 1827, la scienza tedesca era già riuscita a sintetizzare la morfina, e nel 1899 ne avrebbe ricavato anche l’eroina. Ai chimici tedeschi si deve anche la terza droga pesante, la cocaina, sintetizzata nel 1860 dalla millenaria foglia di coca. I laboratori che si erano inventati queste droghe, Merck e Bayer, sarebbero diventati multinazionali di primissimo livello.

Il mondo a cavallo tra l’800 e il 900 ci rimanda una fotografia in negativo della realtà di oggi. Negli Stati Uniti tra il 1919 e il 1933 era vietato consumare alcool, ma le droghe che oggi chiamiamo pesanti si vendevano liberamente in farmacia. La criminalità organizzata si occupava di whisky, non di eroina. Il contrario di ciò che accade ai nostri giorni. Una regola basilare dell’economia di mercato veniva così confermata: un qualsiasi prodotto vietato per il quale c’è richiesta aumenta il suo prezzo e alimenta una rete illegale di fornitori. Quel fornitore illegale, nella Chicago di Al Capone, era la mafia. E fu soprattutto per questo che le autorità decisero di far tornare legale l’alcol.

Parallelamente le pressioni proibizioniste si spostarono sul fronte degli stupefacenti, che a partire dalla Convenzione internazionale del 1961 divennero tutti illegali. Negli anni ‘80 il proibizionismo sulle droghe divenne il cavallo di battaglia della politica estera statunitense nei confronti dell’America Latina e, a guerra fredda finita, fu l’alibi per mantenere una discreta ingerenza nei singoli Paesi del continente. Nel frattempo il mercato globale della droga cresceva a dismisura, arrivando a un giro d’affari stimato in 300 miliardi di dollari annui, metà dei quali prodotti negli USA.

Intere regioni e Paesi latinoamericani sono in guerra aperta contro i cartelli della droga, che però dispongono di risorse inesauribili. In Messico, Guatemala, Honduras si parla addirittura di guerra civile. In Europa, la ’ndrangheta gestisce il fiorente mercato della cocaina grazie ai suoi terminali in diversi Stati americani ed europei. In Oriente, le triadi cinesi curano il mercato dell’eroina dalla coltivazione del papavero da oppio allo smercio delle dosi, rifornendosi nell’Afghanistan in guerra e nella Birmania oppressa dai generali.

La droga disegna una geopolitica mondiale rovesciata: i Paesi produttori di un bene così prezioso sul mercato sono infatti vittime di conflitti, povertà e violenze quotidiane. Più una maledizione che una risorsa. Per questo il presidente del Guatemala, seguito da quelli di El Salvador, Bolivia e Colombia, ha voluto porre la questione della liberalizzazione all’ordine del giorno del fallimentare Vertice delle Americhe che si è tenuto il 14-15 aprile a Cartagena. Perché i governi non ce la fanno più a contrastare lo strapotere dei cartelli, e perché vorrebbero guadagnare qualcosa da questo business globale che esclude i produttori.

La risposta statunitense è stata ovviamente negativa, ma per la prima volta è stato dichiarato che si tratta di un tema sul quale almeno si può discutere. La notizia è dunque che, dopo decenni di chiusura, la politica è disposta a riaprire il dossier sul proibizionismo, che con tutta evidenza è stato uno dei grandi fallimenti del XX secolo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La presidente del Brasile Dilma Rousseff ha appena ratificato la Strategia Nazionale per la Difesa (END) elaborata nel 2008 dal suo predecessore, Lula da Silva, e ha annunciato la disponibilità di circa 35 miliardi di dollari da investire per far diventare il Paese una potenza regionale anche sotto il profilo militare, e non solo economico.
Il piano non si limita a prevedere i “tradizionali” acquisti di armi dall’estero (una scelta fatta per esempio dal vicino Venezuela), ma punta a dotare il Brasile di un vero e proprio complesso industriale militare. La differenza sostanziale con le vecchie e nuove potenze occidentali è che il Paese sudamericano non intende sviluppare un apparato militare finalizzato a ipotesi di intervento all’estero, ma lavora in chiave essenzialmente difensiva.

Un Paese che per superficie è il quinto al mondo (e tra pochi anni occuperà la stessa posizione anche per consistenza economica) è per natura assai impegnativo da proteggere. Ciò che i brasiliani temono veramente sono i futuri appetiti di altri Paesi sulle loro due frontiere economiche più strategiche: la foresta amazzonica e i giganteschi giacimenti di petrolio off-shore al largo delle coste atlantiche.
Le riserve di petrolio della cosiddetta “Amazzonia blu”, nella piattaforma oceanica continentale del Brasile, 200 km al largo delle coste tra Rio de Janeiro e San Paolo, sono infatti stimate in 100 miliardi di barili. Il loro sfruttamento tra qualche anno porterà il Brasile nel plotone di testa delle potenze petrolifere: in uno scenario futuribile caratterizzato dalla “carestia di combustibili”, sarebbe difficile difenderlo senza un’adeguata forza navale.

L’Amazzonia è l’altro focus della visione geopolitica brasiliana, un tema che quasi ossessiona le autorità del gigante sudamericano. Si tratta di un ecosistema che, solo nella sua parte brasiliana, è grande quanto l’Europa e racchiude buona parte della biodiversità naturale terrestre, oltre a importanti riserve di metalli, legname e a tantissima acqua dolce. Questa gigantesca foresta primaria, divisa tra 8 Stati indipendenti e una colonia francese, oggi da un lato è al centro del traffico di cocaina, e dall’altro è meta dei viaggi di consiglieri militari USA (e di dubbi scienziati che catalogano le specie naturali, non sempre solo per studiarle). Da decenni il Brasile teme che l’Amazzonia possa essere dichiarata “bene dell’umanità” e sottratta alla sovranità dei Paesi sudamericani. Per scongiurare questo scenario si sta dotando di una rete di videosorveglianza satellitare del territorio e presto costruirà sommergibili nucleari di piccole dimensioni in grado di pattugliare il Rio delle Amazzoni.

La nuova dottrina strategica brasiliana rappresenta la prima ricaduta militare dei cambiamenti nei rapporti internazionali. Anticipa scenari di conflitti futuri aventi come oggetto il controllo delle materie prime energetiche, della biodiversità, dell’acqua dolce: risorse che la cecità del nostro modello di consumo sta esaurendo inesorabilmente. La congiuntura internazionale, per la prima volta in molti secoli, ricomincia infatti a premiare chi dispone di vaste risorse naturali. Ai tempi del colonialismo, per il Sud del mondo questa fu una maledizione, e per buona parte dell’Africa lo è ancora adesso. Ma oggi per il Brasile è un momento magico.

Perché la popolazione possa trarre stabili benefici da questa situazione, secondo i brasiliani è indispensabile avviare una massiccia politica di modernizzazione dell’esercito in chiave difensiva. Opinabile o meno che sia questa scelta, a Brasilia procedono spediti: c’è già chi ipotizza che la forza militare che si metterà in piedi nei prossimi anni servirà anche per tutelare la sovranità degli altri Paesi sudamericani. USA, Francia e Regno Unito sono avvertiti.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La crisi finanziaria, che qualcuno frettolosamente aveva liquidato come superata prima ancora che se ne fosse compresa la reale portata, si sta abbattendo implacabile sull’Europa. Ci sono diverse letture possibili, con il risultato di creare una grande “bolla informativa” che alla fine genera più confusione che chiarezza. Quali sono state le cause e quali i colpevoli della crisi?

A scelta, l’elevato tasso di indebitamento dei Paesi dell’Europa mediterranea, il crescente deficit dei conti pubblici, il differenziale tra euro e dollaro che in questi anni ha intaccato l’export europeo, il costo del lavoro che toglierebbe competitività. Sono tutte concause più o meni reali, ma sarebbe davvero riduttivo dare una lettura in termini esclusivamente monetari o di bilancio a una crisi che, in Europa, sta mutando i rapporti di forza tra gli Stati e nella società.

Il welfare, fiore all’occhiello di Eurolandia, pensato in una situazione economica e demografica radicalmente diversa rispetto a quella odierna, è ormai oggetto di un bombardamento quotidiano. La cecità, oppure l’impossibilità politica di aggiornare per tempo questo sistema, porta ora in Europa, in tempi di emergenza, ai primi piani di aggiustamento strutturale di netto stampo liberista. Piani che discriminano in base al reddito: chi avrà risorse per pagarsi i servizi che verranno tagliati continuerà a vivere normalmente, mentre chi non potrà affrontare i costi dovrà adattarsi a una situazione nuova e non certo positiva.

Con le riforme che già si annunciano, il sistema economico europeo, basato sui livelli di omogeneità sociale più alti del mondo, subirà un trasferimento di risorse dalla base della piramide sociale verso l’alto, cioè verso quei settori più direttamente responsabili della crisi finanziaria. Nelle passate settimane sono riecheggiate per la prima volta in Europa le voci di economisti, molti dei quali statunitensi, che hanno riproposto il solito credo con il quale in passato si è tentato, fallendo, di soccorrere Paesi in difficoltà: tagli alla spesa pubblica e al reddito dei settori socialmente più deboli.

Niente di nuovo allora, anche se questa sarebbe l’opportunità migliore per fare almeno quattro cose imprescindibili per il dopo-crisi.
Innazitutto chiudere una volta per tutte il dibattito sulla Tobin Tax e introdurla davvero, per raffreddare la speculazione finanziaria. Gli 800 miliardi che verranno accantonati per il salvataggio dell’euro potrebbero essere garantiti proprio da questa tassa, almeno in parte.
La seconda idea finora lasciata cadere è quella di incentivare la nascita di un’agenzia di rating europea. La sudditanza dei Paesi dell’euro nei confronti delle agenzie d’oltreoceano, coinvolte direttamente in operazione speculative e comunque appartenenti all’area del dollaro, è ormai inspiegabile.

La terza questione riguarda il ripensamento del welfare. Come renderlo più snello alla luce dei nuovi equilibri sociali e demografici, combattendo sprechi e garantendo allo stesso tempo l’assistenza di base e l’educazione comune. Efficienza e solidarietà, giustizia fiscale e sussidiarietà: tutti elementi che vanno di nuovo coniugati affinché il welfare abbia un futuro.

La quarta e ultima questione in sospeso riguarda i piani di uscita dalla crisi. Quelli annunciati sono un mix tra tagli alle spese correnti e infrastrutturali, un po’ di macelleria sociale e quadrature di bilancio forzate. Nulla invece sullo sviluppo, sul gettito fiscale produttivo, sul lavoro, sui settori economici strategici. Così ci si infila dritti dritti nel tunnel della recessione.

Se non vengono ora affrontate le cause strutturali di questa crisi, in futuro sarà sempre più difficile immaginare salvataggi e si registrerà probabilmente la fine dell’euro. Per alcuni significherà avviarsi verso il default, per altri addirittura vedere intaccata la propria integrità nazionale; soprattutto sarà la morte di un sogno, quello di un gruppo di Paesi che ebbero la forza di chiudere con un passato di diffidenze, conflitti e drammi, ma che non hanno poi trovato il coraggio di guardare insieme al futuro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)