Anche i professori sbagliano

Pubblicato: 26 gennaio 2012 in Senza categoria
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Beppe Grillo ha rilanciato in questi giorni una polemica ormai quasi dimenticata, quella della concessione della cittadinanza italiana ai figli, nati in Italia, di immigrati regolari. Una novità che prevede l’introduzione di un nuovo  principio giuridico nell’ordinamento italiano, cioè lo ius soli (è cittadino chi nasce sul territorio della Repubblica) che andrebbe ad aggiungersi allo storico ius sanguinis (è cittadino chi è figlio di cittadini). Due tipi di principi che hanno una lunga storia e una spiegazione pratica: i  paesi storicamente d’immigrazione (Stati Uniti, Canada, Argentina, Australia, Brasile, ecc.) applicano lo ius soli, mentre quelli storicamente di emigrazione  (Spagna, Italia, Grecia, ecc.) lo ius sanguinis. Negli ultimi decenni, molti paesi europei e americani hanno però cambiato impostazione (Francia, Germania, Argentina) adottando i due principi contemporaneamente.  Ovviamente non si parla di “stranieri” tout court, che in ciascun paese hanno un percorso diverso per l’accesso alla cittadinanza, ma di persone nate fisicamente nel territorio di un determinato paese.

Il presidente Napolitano, l’on. Fini, il PD, SEL, hanno espresso la volontà di, senza cancellare lo ius sanguinis, riconoscere la cittadinanza anche a chi nasce sul territorio italiano da genitori stranieri. Il fronte del rifiuto è noto, ed è capeggiato dalla Lega Nord, al quale si aggiunge ora Beppe Grillo che non ha il coraggio di dire la sua ma scarta la vicenda perché “ci sono altre priorità”. La posizione più inquietante di queste ore è però quella del Prof. Giovanni Sartori che sul Corriere della Sera di oggi firma l’editoriale dal titolo “Una soluzione di buon senso”.  Sartori, politologo di fama internazionale, sostanzialmente dice che tra le due posizioni in campo  esiste una “terza via” che lui qualifica “di buon senso”. La terza via consiste nell’assegnare una residenza a vita e trasmissibile ai figli all’immigrato regolare e integrato, revocabile però a seconda delle politiche sull’immigrazione che si darà in futuro l’Italia. Un permesso “a vita” che nel caso in cui le cose si mettano male o si decide di cambiare linea sulla migrazione, possa permettere comunque la cacciata via dell’immigrato. Seguendo il ragionamento di Sartori, la revocabilità del permesso di soggiorno “a vita” varrebbe anche sui figli e sui nipoti che lo “ereditano”. E qui si pone il grande primo problema: un figlio o nipote di immigrato nato e cresciuto in Italia, dove viene rimandato indietro? Nel paese del padre o del nonno del quale magari nemmeno conosce la lingua?.  E poi quanti paesi accetterebbero il rimpatrio di un apolide, perché nel caso dei paesi dove vige lo ius soli il figlio del proprio cittadino nato all’estero è uno straniero. Ma questa sarebbe una proposta di buon senso?.

In realtà i permessi di soggiorno di lungo termine ma revocabili sono una realtà dolorosa che gli italiani conoscono bene, perché sono quelli ad esempio applicati dalla Svizzera. E’ la politica del “gast” (ospite) che a secondo che diventi “erwünscht” (desiderato) o “unerwünscht” (indesiderato) può rimanere nel paese o deve alzare i tacchi. Il tutto deciso senza possibilità d’appello dal paese ospitante.

La linea di ragionamento del Prof. Sartori smentisce inoltre la linea sostenuta da oltre un secolo da tutte le associazioni di tutela degli emigrati italiani nel mondo. Si è sempre lavorato, spesso con successo, perche gli oriundi italiani potessero mantenere la cittadinanza degli antenati (ius sanguinis) senza perdere l’accesso a quella del paese di nascita (ius soli) e quindi al godimento pieno della cittadinanza del paese ospitante. In questo senso l’Italia ha firmato negli anni diversi trattati per garantire la doppia cittadinanza ai propri cittadini all’estero (Argentina, Brasile, Venezuela, Germania, Canada, ecc.). Una situazione che ha permesso il mantenimento di legami storici e culturali senza però ledere i diritti di cittadinanza effettiva nel paese di nascita e di residenza.

In realtà, ciò che traspare dall’articolo di Sartori è la paura del “pericolo islamico” che secondo Sartori è la triste realtà tra i discendenti degli immigrati degli anni ’50 in Francia e in Gran Bretagna. Una lettura riduttiva e lesiva del diritto a professare liberamente una religione che confonde il diritto  di professare appunto una fede religiosa non cristiana con isolati gruppetti terroristici di matrice islamica. Secondo il prof. Sartori, se un figlio o nipote di immigrato “diventa” mussulmano”, ovviamente nel rispetto della convivenza e del rispetto per gli altri, sarebbe punibile di “revoca” del permesso di soggiorno vitalizio e rispedito al paese del padre o del nonno? E’ questo il modello di civiltà occidentale?

Il punto più delicato e discutibile del ragionamenti del Prof  Sartori si trova nella sua ultima affermazione: “L’unica privazione di questo status (residente a vita revocabile) è il diritto di voto; il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro). Se così fosse, è proprio quel che io raccomanderei di impedire.” Da lei non ci aspettavamo affermazioni di questo tono Professore. Si può sospendere il diritto al voto, e quindi la base della propria appartenenza a una comunità democratica, per prevenire il sorgere di partiti islamici? Va bene che cresca una società con due categorie di cittadini, e di diritti, non in base alla nascita ma all’origine? Non ci ricorda nulla questo modello ?

Si può concludere che secondo la proposta di “buon senso” del Prof. Sartori, i figli di immigrati nati in Italia (“G2”), quando chiedono diritti, a partire di quello di cittadinanza che ne comprende tutti, potrebbero essere sospettati di volere, sotto sotto,  fondare un partito islamico integralista. Un’affermazione buona per la Lega o per Libero, ma non per lei caro professore.

Alfredo Somoza

(cittadino italiano ius sanguinis nato a Buenos Aires)

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commenti
  1. Anonimo ha detto:

    Legittima obiezione: incisiva e chiara.
    bell’articolo Alfredo, sempre un piacere leggerti.
    M.R.

  2. Anonimo ha detto:

    assolutamente d’accordo con chi scrive. assolutamente inconcepibili le dichiarazioni di sartori, a volte invecchiare non produce saggezza

  3. Giorgio Crosetti ha detto:

    Vale la pena di ricordare che in Brasile, paese noto per la sua accoglienza e che applica lo ius soli, lo straniero può ottenere la residenza permanente solo in caso di matrimonio con cittadino(a) brasiliano(a) o se diventa genitore di un bimbo nato qui, e solo dopo 10 anni di residenza può richiedere la “naturalizzazione”, che gli conferisce gli stessi diritti di un brasiliano, meno la possibilità di diventare senatore o presidente della Repubblica.
    FIn quando è solo residente permanente non ha diritto al voto, non può fare politica, non può lavorare nel pubblico impiego e non può dirigere mezzi di comunicazione.
    Mi sembra più che giusto che uno straniero non naturalizzato non possa interferire sulle decisioni del paese che lo ospita, visto che la sua presenza può essere temporanea.
    Ricordo inoltre, che per ottenere la naturalizzazione è necessario superare un esame scritto e orale sulla storia e sulla cultura brasiliana, sull’ordinamento statale e sulla Costituzione, il tutto naturalmente in lingua portoghese, cosa che purtroppo l’Italia non fa, dando la cittadinanza a chiunque, anche se non parla una parola d’italiano e non conosce niente dell’Italia.
    I figli di italiani nati in Brasile, acquistano automaticamente la cittadinanza brasiliana e, se iscritti all’AIRE, anche quella italiana.

    • Alfredo Somoza ha detto:

      Il Brasile applica infatti un mix di ius soli e di ius sanguinis. Nella vicina Argentina, che applica da poco lo stesso tipo di diritto, gli stranieri residenti regolarmente per almeno 5 anni, oltre a potere chiedere la cittadinanza, possono anche votare alle amministrative, il livello sul quale si stanno raccogliendo firme in Italia. Sull’esame di lingua e cultura italiana le ultime modifiche alla Bossi-Fini le hanno introdotto anche in Italia. rimane totalmente incerto il tempo richiesto per accedere alla cittadinanza (teoricamente 10 anni, ma discrezionale) e la situazione dei bambini natiin talia, nel “limbo” fino ai 18 anni e anche qui, senza certezze sulla possibilità di diventare italiani.

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