Nei suoi scarsi 12 anni di vita, Il G20 è ormai diventato il vertice mondiale che rappresenta i nuovi equilibri del potere economico mondiale. Un gruppo di 19 nazioni più l’Unione Europea che ospitano due terzi dell’umanità e l’80% del PIL mondiale, nato per coordinare le politiche macroeconomiche e che ha mandato in soffitta il vecchio club euro-americano del G8. Tra l’altro, se il G8 dovesse tornare in vita, ci sarebbero delle sorprese, con l’esclusione di Italia e Canadasuperati da Cina e Brasile. In questo nuovo scenario, l’ONU si dimostra sempre di più un contenitori svuotato, o mai riempito, di ogni potere decisionale da utilizzare per le cause perdute e per dare diritto di tribuna ai piccoli paesi. Ma tanto vale, anche se il G20, come ancor di più prima il G8, provoca una forzatura delle regole democratiche che vorrebbero che ogni stato abbia voce nel concerto internazionale, i suoi membri rappresentano una platea vastissima e sono infatti i protagonisti dell’economia mondiale. Finita la pessima presidenza francese del gruppo, il ruolo di coordinamento passa al Messico, ed è la prima volta che una responsabilità di questo genere passa a un paese dell’ex Terzo Mondo. Il Messico però non è in grado di incidere sui grandi cambiamenti in corso. E’ un paese che ha deciso negli anni ’90 di consegnare la sua sovranità economica e politica agli Stati Uniti e che vive da 10 anni in uno stato di guerra civile strisciante aggredito dai potenti cartelli della droga. Chi comanderà quindi il G20 nei prossimi messi e quali interessi rappresenterà? Con grandissima probabilità vedremo un G20 sempre più influenzato dall’asse USA-Cina e con il Brasile in posizione preminente. L’Europa è prevedibile che sarà sempre di più, almeno nell’immediato, ripiegata sui propri problemi economici e finanziari diventati ormai un macigno che rischia di affondare l’euroe di conseguenza lo stesso disegno europeista. Il G20 sotto la guida messicana diventerà sempre più “liberista” in diverse materie, ma tutelando, almeno per ora, gli interessi commerciali e le barriere protezionistiche statunitensi. Fino a pochi anni fa le liberalizzazioni erano il cavallo di battaglia dell’Europa e degli USA, che volevano tutelare le loro politiche protezionistiche, ma spingevano il resto del mondo a spalancare i propri mercati. Ora il gioco si è rovesciato e sono Cina, India, Brasile a spingere perché le loro merci possano entrare liberamente sui ricchi mercati del nord. Dal punto di vista politico, i pesi interni saranno determinati dal ruolo che potrà giocare l’Europa nel suo insieme. Senza un’Europa unita, i paesi del vecchio continente rischiano di diventare ininfluenti, mentre per gli Stati Uniti si porrà molto presto il dilemma di allentare gli storici legami con la Vecchia Europa per stringere accordi con la Cina, il suo principale creditore. Il peso specifico economico e demografico della Cina, e prestissimo anche dell’India, sarà determinante negli equilibri futuri e, come afferma il Prof Chanda della Yale University, la globalizzazione che ci aspetta sarà molto diversa di quella che abbiamo finora conosciuto. A partire dal nome, non più globalizzazione ma bensì “asiatizzazione”. Alfredo Somoza per Esteri – Popolare Network
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globalizzare, sinonimo di “asiatizzare”?
Pubblicato: 7 novembre 2011 in MondoTag:asiatizzazione, Cina, g20, G8, globalizzazione, Messico
Dal G8 al G20, ovvero il mondo alla rovescia
Pubblicato: 4 novembre 2011 in MondoTag:FMI, g20, G8, paesi emergenti, sarkozy, Vertice Cannes
Sarà per la crisi, sarà che la crisi colpisce per la prima volta l’Europa, ma quanto sta succedendo a Cannes rimarrà nella storia delle relazioni internazionali. Per la prima volta è chiaro e lampante che il G8 è morto e che il G20 è diventato il nuovo governo del mondo, almeno nelle intenzioni dei partecipanti. Il vecchio G8 aveva un copione fisso: si discuteva delle tensioni monetarie tra i Grandi, si sancivano le politiche che l’FMI avrebbe applicato ai paesi del terzo mondo e poi, all’ora di cena, si faceva sfilare qualche presidente latinoamericano o africano tanto per dare un po’ di colore al cocktail. Un direttorio a tutti gli effetti, un club ristretto dei paesi che detenevano contemporaneamente il potere militare, quello economico e quello finanziario.
Il G20 è quindi un primo e importante superamento di questa logica post coloniale. In esso sono rappresentate tutte le potenze emergenti e alcune che in futuro lo saranno. Sono rappresentati i vari continenti e non c’è da pagare il prezzo dell’adesione al pensiero unico in materia economica per avere il biglietto d’ingresso. Il G20 è soprattutto un gruppo di paesi che rappresenta ben oltre metà dell’umanità e quindi infinitamente più democratico del G8, un forum plurale nel quale non esiste l’unanimismo neoliberale.
A Cannes si sta consumando da una parte una sorta di riparazione storica e dall’altra, per la prima volta in un vertice di questo tipo, risuonano idee progressiste non lontane dalle parole d’ordine dei movimenti. Riparazione storica perché, ora che tocca all’Europa, tornano in campo ipotesi di riforma delle politiche del FMI, di solito recessive e punitive, e dei pesi politici all’interno dell’organismo multilaterale. E’ anche un momento di protagonismo per i latinoamericani, forti dell’esperienza di passati default e crisi economiche. Dilma Roussef, presidente del Brasile, ha affermato che se si pensa di uscire dalla crisi licenziando lavoratori e massacrando la spesa sociale non si è capito nulla. L’argentina Cristina Kirchner, che per prima cosa ha voluto incontrare i sindacati europei, fa oggi appello a “un capitalismo serio” per cambiare questo “anarcocapitalismo finanziario dove nessuno controlla nulla”, mentre il presidente messicano sostiene l’idea di introdurre la tobin tax, ma solo se insieme alla chiusura dei paradisi fiscali che per la maggior parte battono bandiera britannica.
Basta guardare in video il volto di Sarkozy ieri sera mentre aspettava infastidito il premier cinese in ritardo, forse voluto, per capire che il club non è quello di prima. Chi era ricco ora chiede aiuto e chi era povero non solo lo offre, ma ha anche delle ricette da proporre e dei consigli da dare. Una volta si sarebbe detto “il mondo alla rovescia”, ma invece dovremo abituarci in Europa al fatto che questo è già ormai il mondo in cui viviamo.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
C’è vita dopo il default
Pubblicato: 21 ottobre 2011 in America LatinaTag:Argentina, Cristina Fernandez, default Argentina, Elezioni Argentina 2011, Kirchner, Presidenziali argentina 2011
In Argentina domenica prossima si terranno le elezioni presidenziali, le terze dopo il default del 2001. Il risultato appare scontato: la presidente in carica Cristina Fernandez Kirchner domina i sondaggi con uno schiacciante 52%, seguita da lontano dal primo dei tre candidati espressi da un’opposizione che non ha saputo costruire un’alternativa credibile e unitaria.
Con questo risultato si confermerà il regno indisturbato della coppia Kirchner-Fernandez, che si insediò alla Casa Rosada sulle rovine di un Paese ridotto ai minimi termini dal fallimento economico, un’Argentina in preda a un incendio sociale determinato dal precipitare nella povertà di oltre il 50% della popolazione. Nei primi tempi la politica perseguita dal defunto presidente Nestor Kirchner fu molto coraggiosa, con il ritorno della politica alla guida dell’economia, l’avvio di piani di welfare che si fecero carico dei settori più impoveriti della società e la riapertura di questioni dall’alto valore simbolico, come quelle dei diritti umani e dei processi ai militari che negli anni ’70 si erano resi responsabili di efferati crimini, e che erano stati successivamente amnistiati.
La chiave del successo economico delle presidenze Kirchner-Fernandez va cercata però nella determinazione nel non volere, se non parzialmente, farsi carico del debito generatosi nei decenni precedenti con modalità aberranti, tra scandali di corruzione e complicità di avvoltoi finanziari di ogni genere e nazionalità, che per anni ebbero nell’Argentina una base sicura. La seconda leva del successo economico argentino del dopo-default fu la ripartenza dell’industria (precedentemente smantellata dalle politiche neoliberiste), unita al consolidamento dei legami economici con il Brasile e all’apertura a nuovi mercati dell’America Latina, dell’Africa e soprattutto della Cina. Quest’ultima oggi è il secondo “cliente” dell’export argentino.
In questo decennio la crescita del Paese sudamericano è stata vertiginosa, con una media del 7% annuo tra il 2003 e il 2010. L’Argentina ha di nuovo consistenti riserve monetarie, è caratterizzata da un indice di rischio-Paese accettabile ed è tornata ad accogliere capitali internazionali… che però questa volta vengono investiti in settori produttivi. Come i 500 milioni di dollari USA appena annunciati dalla Pirelli, che aprirà uno stabilimento specializzato in pneumatici di fascia alta. I punti dolenti riguardano l’inflazione, che lentamente sta rialzando la testa, e la difficoltà, superati i primi anni di crescita, di riuscire riportare indietro l’orologio sociale ai tempi in cui l’Argentina era un Paese con un vastissimo ceto medio. La povertà non è più estrema, ma colpisce ancora il 30% della popolazione; inoltre i guasti provocati dallo smantellamento dell’educazione e della salute pubblica, avvenuto negli anni ’90, si sentono ancora forti.
Eppure gli argentini scommetteranno sulla continuità, perché, dopo avere toccato sul serio il fondo del barile, in questi anni si sono abituati a stipendi e pensioni non più congelati, a investimenti sull’educazione e la cultura, a indossare di nuovo la tuta da operaio dopo avere spinto a lungo il carretto da cartonero.
Possono sembrare cose ovvie, anche se in questo mondo in crisi nulla si può più dare per scontato: gli argentini, sopravvissuti al maggiore dissesto economico degli ultimi decenni, vogliono continuare a credere che c’è vita dopo il default. C’è vita purché questo evento traumatico serva a porre il punto finale all’orrore economico, e a patto che si riparta decisi a non dimenticare la lezione.
Il cuore verde di Euskadi
Pubblicato: 9 ottobre 2011 in Turismo, turismiTag:Euskadi, Euskera, Gernika, Paesi Baschi
I baschi, definiti da Voltaire come un “pétit peuple” che salta e balla a cavallo tra la Spagna e la Francia, sono da sempre un caso da manuale per gli etnologi. La loro diversità culturale e linguistica rispetto ai popoli vicini, si trova alla base delle rivendicazioni indipendentiste che hanno assunto anche modalità di lotta armata. Diverse zone del Paese Basco spagnolo (Euskadi) sono state riscoperte di recente grazie allo sviluppo dell’agriturismo presso famiglie contadine che, con i contributi dell’Unione Europea e del Governo Autonomo, hanno cominciato ad accogliere eco-turisti nelle fattorie.
La regione basca che presenta il più interessante connubio tra storia e natura si snoda lungo il fiume Oska, nato alle pendici del Monte Oiz e colonna vertebrale della Valle di Urdabai. A partire da Gernika il fiume da vita ad una “ria”, un estuario lungo 12 chilometri dove acqua dolce e salata si mescolano fino a sfociare, formando vaste zone sabbiose, nel Mar Cantabrico.
Il valore naturalistico di questa zona è stato riconosciuto internazionalmente dall’UNESCO che ha incluso l’Urdabai nell’elenco delle “Riserve della Biosfera”, una delle prime individuate in Europa. Nella ventina di municipi di piccoli e medie dimensioni inclusi nella Riserva, si vive una dimensione rurale segnata dall’isolamento secolare che ha permesso il mantenimento di tradizioni gastronomiche, culturali e linguistiche, anche se ci troviamo soltanto a 80 km, o a 45 minuti, dalla cosmopolita San Sebastián, sede tra l’altro di uno tra i più importanti Festival del Cinema mondiale.
Per le sue dimensioni e per il grado di conservazione, la rìa de Gernika-Mundaka è la zona umida più importante del paese Basco ed è molto frequentata da diverse specie di uccelli. La situazione geografica del Golfo di Vizcaya la rende una tappa intermedia privilegiata per i volatili che dall’Europa del Nord migrano verso il Nord Africa alla ricerca di climi temperati, e l’Urdabai viene scelto ogni anno da migliaia di uccelli in transito come “albergo temporaneo”. Qui si possono osservare facilmente sono barnaclas, eider, garze reali, anatre, spatole, gabbiani e molte altre specie ancora, che trovano abbondante cibo negli insetti che vivono nel fango e nella sabbia (zarapito real, correlimos, agujas, archibebes). Nell’isola di Izaro, dove si erge un monastero di frati francescani, e lungo i faraglioni di Ogoño, costruiscono il loro nido grandi colonie di gabbiani, cormorani e falchi pellegrini.
Tra le specie vegetali caratteristiche, risaltano le quercie cantabriche e i modroños, che formano boschi densi dove trovano rifugio volpi, ricci e scoiattoli. I sentieri principali della riserva della biosfera di Urdabai scorrono lungo le due rive della ria e dispongono di frequenti belvederi.
L’interesse storico di questo itinerario nei Paesi Baschi si concentra a Gernika e dintorni. Nella simbolica cittadina delle autonomie basche (15.000 abitanti), interamente ricostruita dopo il bombardamento del 1937, i possono visitare i resti pietrificati del “árbol de Gernika” accanto al quale nel 1870 è stato piantato un successore più giovane, e la “Casa de Juntas” dove dal 1979, anno nel quale il Paese Basco ha riottenuto uno Statuto di autonomia, si riunisce la Giunta Locale. Nel Parco dei Popoli d’Europa sono esposti gruppi scultorici di Henry Moore e di Eduardo Chillida. Ma la grande protagonista di Gernika è l’antichissima ed ermetica cultura basca, fatta di una lingua unica nel suo genere (l’euzkera), di sport arcaici come il lancio dei massi e la pelota e di una tradizione gastronomica che ha sfruttato al meglio i frutti del mare e quelli della campagna.
Nei dintorni di Gernika, a 5 chilometri a nordest nel 1917sono state scoperte nelle Grotte di Santimamiñe pitture rupestri che raffigurano bisonti e altri animali dipinti da cavernicoli del periodo Cro-Magnon risalente all’11.000 a.C. La grotta si visita con una guida che conduce i visitatori lungo la “Galería Larga”, un tunnel sotterraneo ricco di stalattiti e stalagmiti dalle forme bizzarre e dai colori brillanti. Per motivi di conservazione, questa è l’unica grotta della zona che si può visitare. Ad Arteaga si trova un castello medioevale ricostruito nel XIX secolo dall’Imperatrice Maria Eugenia. Interessante anche la salita all’eremo di San Pedro (311 mt.), raggiungibile solo a piedi e dal quale si ha un’ottima visione della ria.
Per gli amanti degli sport nautici le spiagge di Laida e Laga (con possibilità di campeggio) sono le più importanti della zona.
Inizia la lunga notte a Guernica
Il giorno 26 aprile del 1937 era giorno di mercato a Gernika. I contadini avevano portato in paese le loro bestie e i prodotti duramente strappati alla terra. La Guerra Civile, che opponeva l’esercito legittimo della neonata Repubblica Spagnola ai militari golpisti capeggiati dal generale Francisco Franco e appoggiati dalla potente chiesa Cattolica spagnola, dai latifondisti e da Hitler e Mussolini, si avvicinava al Paese Basco. La ”cintura di ferro” che difendeva la capitale Bilbao teneva e i baschi erano impegnati a salvaguardare con le armi la maggiore autonomia ottenuta dalle nuove autorità del Frente Popular. Gernika non era strategica per le sorti della Guerra, ma venne scelta a tavolino da Hitler e da Franco come bersaglio proprio perché simbolo delle autonomie di un popolo. A Gernika si trovavano da secoli i capi delle comunità basche a discutere sull’amministrazione dei villaggi sotto un centenario rovere diventato simbolo della loro autonomia culturale e politica. Addirittura era venuto qui nel lontanissimo 1333 Re Alfonso XI a giurare rispetto alle istanze di autogoverno espresse dai baschi sotto “el Gernikako Arbola” (l’albero di Gernika). Alle ore 11.35 sopra il cielo della cittadina basca arrivavano i caccia della “Legione Condor” tedesca che, senza preavviso, rasero al suolo la cittadina dando luogo al primo bombardamento a tappeto contro una popolazione civile nella storia dell’umanità. I morti si contarono a centinaia, l’orgoglio basco fu ferito ma non sconfitto, la Repubblica iniziava a soccombere. In Europa calava il buio della lunga notte del terrore e un giovane pittore catalano, Pablo Picasso, aveva deciso di dipingere emozionato una monumentale opera, oggi al Museo Reina Sofía di Madrid, che ha tramandato a intere generazioni l’orrore del fascismo. Per non dimenticare.
Il rebus dell’euskera
Le origini della lingua basca si perdono nella notte dei tempi quando popoli provenienti dagli Urali in periodo paleolitico si insediarono nelle Valli pireneiche fuggendo da una catastrofe naturale. La loro lingua è oggi quella più antica ancora parlata nella Penisola Iberica, contemporanea dello scomparso iberico e sopravvissuta alla contaminazione, prima del latino e poi del castigliano grazie all’isolamento geografico. L’euskera si distingue nettamente dalla famiglia di lingue indoeuropee alla quale appartengono quasi tutte le lingue parlate in Europa, ma ha alcuni punti in comune con le lingue caucasiche.
Nel IX secolo era già consolidata come lingua familiare senza però una scrittura definita che si ha soltanto nel XVI secolo. Dopo la fine della Guerra Civile, questa lingua, come il catalano e il galiziano (le altre lingue storiche minoritarie spagnole oggi riconosciute dalla costituzione), soffrì una pesante repressione e venne vietato il suo uso in pubblico. Nel 1984, a 9 anni dal ripristino della democrazia, furono fissati i criteri per una normalizzazione linguistica del basco e da allora si insegna obbligatoriamente a scuola e si usa correntemente nei media regionali.
Il Chiapas è balzato agli onori della cronaca quando nel 1994 un pugno di insorti zapatisti del Chiapas dichiararono “guerra” agli accordi del NAFTA tra Messico e gli Stati Uniti. Nasceva la lotta di resistenza al neoliberismo in America Latina. Il Chiapas, al confine con il Guatemala, non è soltanto lo stato più povero del Messico e culla della resistenza indigena, è anche uno scrigno di biodiversità naturale e culturale che offre molto al viaggiatore. San Cristobal de las Casas, città che porta il nome del suo primo vescovo e grande accusatore delle malefatte della Corona spagnola nei confronti degli indios, è la porta d’ingresso del piccolo Stato messicano del Chiapas nel cuore del mondo dei maya. Una città di montagna dall’inconfondibile sapore coloniale spagnolo, a 2.100 metri di altitudine e dal clima temperato tutto l’anno nella quale i colori dei mercati e delle persone infondono un’impronta genuinamente indigena che rendono il Chiapas più vicino al Guatemala che al Messico. Affacciarsi nei patios delle vecchie case permette di scoprire mondi segreti pensati per garantire la quiete delle famiglie in un contesto protetto, ma all’aperto. Oggi le vecchie corti nascondono negozi di artigianato, bar, piccoli hotel, ristoranti e ancora tante famiglie. Le strade di ciottolato convergono sempre in piccole piazze popolate a tutte le ore da passanti, innamorati e venditori ambulanti. San Cristobal sa di caffè, di cui il Chiapas è uno dei produttori mondiali di più alta qualità, e che qui viene consumato a tutte le ore. Alcuni spunti interessanti per entrare nel sentimento della città sono il Mercato della frutta, dove si possono consumare e ammirare i mille frutti arrivati dalle terre basse tropicali e la Chiesa barocca di Santo Domingo, scelta dagli indigeni maya-tzoltziles come luogo di mercato per il loro splendido artigianato. A poca distanza di San Cristobal, si trova Chiapa de Corzo, da dove partono le barche che conducono i turisti a percorrere il Cañón del Sumidero, uno spettacolare canyon fluviale dalla storia tragica: qui diverse centinaia di indios si suicidarono, buttandosi dallo strapiombo alto 900 metri, prima di arrendersi agli spagnoli nel XVI secolo. Nelle acque del Rio Grijalbo che attraversa il canyon, nuotano gli ultimi esemplari di coccodrillo messicano e si possono osservare pellicani, cormorani, garze e avvoltoi. La gestione di alcuni dei luoghi più visitati sono in mano degli indigeni che vivono in queste zone, come nel caso di Motebello, un ecosistema di lagune diventato parco nazionale a soltanto 60 chilometri da Comitàn de Dominguez, a ridosso dalla frontiera con il Guatemala. Nelle vicinanze, le cascate di Chiflòn formano una consistente barriera d’acqua che precipita sul fiume San Vicente generando una pioggia sottile che si estende per centinaia di metri. Tornando a San Cristobal, dieci chilometri prima, si trova il paese di San Juan Chamula, uno dei luoghi mistici più noti e interessanti del Messico. Nella chiesa del paese, custodita 24 ore al giorno dai membri di una confraternita indigena, si celebrano riti sincretici di alto valore simbolico. Per gli indigeni chamulas (maya tzotziles), questa Chiesa si trova sull’ombelico del mondo, dentro una “cicatrice” della valle dove gli antichi celebravano i rituali millenari e i sacerdoti cristiani eressero la loro Chiesa sfruttando la sacralità del posto. All’interno del tempio vengono consumati sacrifici ai santi cattolici officiati da curanderos (medici-sacerdoti tradizionali), che però in realtà si rivolgono alle forze della natura che veneravano gli indios. Il pavimento è ricoperto da aghi di pino e i santi sono appoggiati lungo i muri della Chiesa e vengono interpellati per guarire malattie, l’anima di qualcuno, risolvere problemi di lavoro o di coppia. San Giovanni Battista è il santo più venerato qui, più di Gesù, e oltre a offrire cibo e bevande alla sua immagine, si può assistere anche al sacrificio di un gallo. I turisti non sono ben accetti in Chiesa, ma chiedendo con il dovuto rispetto permesso alle guardie della confraternita si può entrare senza assolutamente però scattare fotografie. Il Chiapas è anche archeologia maya, foreste primarie impervie, dove si sta organizzando un turismo di comunità molto interessante e anche “caracoles”, cioè le zone liberate dai zapatisti nelle quali si sta ricostruendo la vita comunitaria tipica degli indigeni che hanno saputo resistere a 500 anni di violenze e soprusi rimanendo attaccati alle loro tradizioni e alla loro terra.
La campagna libica, come l’estate, sta finendo.
Pubblicato: 30 agosto 2011 in MondoTag:Gheddafi, guerra libica, Libia, pacifismo, politica estera
Ora che l’iniziativa bellica neo-coloniale di Francia e Gran Bretagna sta raggiungendo il suo scopo immediato, e cioè eliminare il clan tripolitano di Gheddaffi per mandare al potere i cirenaici di Bengassi oltre a 1) assicurarsi che la Libia non si intrometta più negli affari delle ex-colonie francesi e dell’Africa in generale, 2) approfittare della debolezza del governo Berlusconi per scippare un po più di petrolio e dare qualche appalto alle proprie multinazionali.
In queste ore gira in rete il dibattito su cosa avrebbero potuto fare i movimenti pacifisti davanti all’ennesimo conflitto giustificato da “motivi umanitari”. Non riesco più a immaginare il mondo “pacifista” come
un’entità consolidata in grado di fermare da sola una guerra, soprattutto quando è così chiaro, come nel caso libico, il perché la si fa. Come nel caso della crisi economica, anche nella politica estera “manca la politica”. E manca il coraggio. La tendenza a sdraiarsi sulle “bizzarrie” dei regimi pur di perpetuare succosi affari lascia il tempo che trova. La Cina in queste ore sta discutendo una legge che permetterà allo Stato fare “scomparire” i dissidenti per un periodo di tempo senza dovere informare nessuno. Una specie di Guantanamo gigantesco. Abbiamo sentito proteste dai difensori “della libertà”? Il mondo “civile”, fortemente indebitato con la Cina, sta zitto e si augura che Pechino compri bond. Al resto casomai, in futuro, ci penseremo con una guerra umanitaria.
Gli accordi economici che legano l’Italia con la Libia sono stati perfezionati lungo 10 anni e ricevettero una spinta decisiva durante la gestione degli esteri di D’Alema. Berlusconi ha semplicemente
firmato. Nessuna forza della sinistra si è mai opposta a questi accordi e oggi è nauseante leggere le inchieste di Repubblica sulle torture agli oppositori libici e altre nefandezze del regime di
Ghedaffi che, apparentemente, sono iniziate qualche mese fa, e comunque dopo la visita trionfale a Roma con tanto di predicazione islamica, amazzoni e tende beduine.
La politica estera dovrebbe riscoprire una sua dimensione etica e questo penso sia la grande sfida per le forze progressiste. Qual’è è il giusto punto che può tenere insieme gli interessi nazionali e l’idealità di un mondo più giusto, equo e democratico? Nell’esercizio e nello sviluppo di una politica estera seria e lungimirante risiede la principale prevenzione delle guerre. Non abbiamo riflettuto seriamente ancora sul susseguirsi di conflitti, e la loro
natura, che hanno costellato il post Guerra Fredda, continuando ad affermare che basti la protesta di piazza per “fermare” un conflitto.
“Questo” conflitto libico andava fermato molto prima, perché prevedibile (a intervalli regolari la Cirenaica si ribellava a Ghedaffi e la cosa finiva con bagni di sangue) e l’Italia avrebbe potuto introdurre nel negoziato economico, utilizzando il suo peso politico nel paese nord africano, clausole sull’apertura politica, sulla democrazia a la libertà di espressione e perché no, di riforma dello Stato prevedendo un’aggregazione di tipo federale tra
Tripolitania e Cirenaica. L’Italia s guardò bene dal farlo. E su
questo, allora, nessuno disse nulla.
Alfredo Somoza
10 anni buttati via
Pubblicato: 23 agosto 2011 in ItaliaTag:coraggio scelte, crisi economica, fine neoliberismo, governo berlusconi, manovra governo berlusconi
Arriva oggi in Parlamento la manovra economica di emergenza del Governo Berlusconi. Come era da aspettarsi, la maggioranza si è totalmente sfilacciata sulle misure di austerità da prendere. Si presenta infatti non un disegno di riforma della spesa pubblica, ma una serie di misure “per tamponare il buco”. Nessun orizzonte, nessuna logica. In 10 anni il Governo Berlusconi non è riuscito ad esempio a darsi una linea, giusta o sbagliata, sulle pensioni. In 10 anni non hanno mai ipotizzato un piano di rilancio dell’occupazione e dell’economia. In 10 anni non hanno mai fatto una simulazione su come potrebbe funzionare, meglio e a minor costo, la pubblica amministrazione. In 10 anni non si è mai ragionato sulla riforma degli enti locali e della politica in generale. In 10 anni non sono stati individuati quei “rami morti” che si potevano tagliare per liberare risorse, come ad esempio la Difesa. In 10 anni non si è mai capito come si potrebbe investire sul futuro dei giovani e su come stabilizzare e rendere il lavoro precario un capitolo nella vita lavorativa delle persone e non una condanna. In 10 anni ci si è fatti belli “tenendo i conti in ordine”. Ma anche l’ultimo degli economisti sa che i conti in ordine sono sì una precondizione per la stabilità di un paese con un debito record, ma che senza crescita non basta. Ci hanno detto negli ultimi 10 anni che Tremonti era un “genio molto apprezzato all’estero”. Ma chi, ma dove? Il vero Tremonti, quello della finanza creativa, sta colpendo ancora con misure a casaccio per fare cassa. Gli enti locali si tagliano in base al numero di abitanti, anche se nei piccoli comuni di montagna (la stragrande maggioranza dei tagliandi) la politica è praticamente volontariato e in tutto si risparmieranno 6 milioni di euro. Si continua a insistere che il contributo di solidarietà colpisce i “ceti medi”. Ma sono “ceti medi” le persone che hanno un reddito annuo superiore ai 90.000 euro? Ma stiamo scherzando? Per questo motivo il contributo rischia di saltare, e quasi sicuramente salterà, perché non colpisce affatto i ceti medi, ma quelli medio-alti e alti. Si vuole aumentare l’IVA? Ecco, la tassa universale che colpisce tutti e che avvicina il paese alla recessione. L’unica misura ipotizzabile in queste ore, una Patrimoniale che permetta di abbassare da subito il debito e recuperare credibilità, viene vista come il fumo negli occhi dal primo contribuente italiano, il Premier, che per solidarietà “di classe” resisterà fino alla fine.
E’ così si sta consumando questa estate tra drammi internazionali, come quello della guerra libica e tutto il suo seguito di disperazione e morte, e la pantomime di una politica che, in questo caso si può ben dire, diventa “inutile” perchè non riesce a assolvere il suo compito: governare, dare speranza, indicare un traguardo. E’ questo lo scandalo della politica italiana oggi, non i privilegi veri o immaginari. Invece la macchina della disinformazione (Libero in testa) ci propone il Menù di Montecitorio come pietra dello scandalo, e non che da quelle Aule non esca una mezza idea di come superare la crisi e tornare a crescere come società. Il contorno dello sbando sono i partitini neofascisti che rialzano la testa, il ritorno alla secessione padana e via stupidando.
Le “cassandre” di 10-15 anni fa, cioè i movimenti che da Seattle in poi hanno denunciato la fine di un modello di economia globale distruttivo e autodistruttivo, oggi vengono superate a sinistra dal Corriere della Sera. Sarkozy parla di Tobin Tax, la Merkel sospende le vendite allo scoperto delle Borse, la Lega difende i Pensionati, Scalfari parla di macelleria sociale. Allora, se siamo d’accordo che così non va perchè si insiste ancora con le ricette recessive e socialmente devastanti dei neoliberisti ? Forse perchè sta morendo un’ideologia, quella dei mercati allo stato brado dei liberisti, senza che si veda una nuova. O meglio, senza che si voglia vedere una nuova. Perchè se ora si coincide, destra e sinistra, sulla diagnosi (mercati impazziti, speculatori perversi, regole da rivedere, ecc.), le ricette elaborate da chi per primo aveva visto bene, continuano a non piacere. Sarà perchè, contrariamente a quanto si è blaterato in questi decenni, le classi esistono ancora eccome! La differenza è che negli ultimi decenni c’è stato un patto politico tra ceti alti e ceti bassi delle società per spingere politiche liberiste, nella convenienza dei primi e nella speranza di partecipare alla festa dei secondi, che oggi comincia a incrinarsi. Così è successo in molti paesi dell’America Latina alla fine degli anni ’90, quando dalle macerie del neoliberismo sono emersi esponenti di una nuova classe politica progressista che ha ripristinato la centralità dei diritti, il ruolo dello stato nell’economia, il non considerare l’educazione e la sanità un “peso morto”.
Noi ci troviamo ancora un minuto prima di questa svolta epocale, ma se riusciamo a tenere a bada la demagogia e a non assecondare il populismo dei pentiti dell’ultima ora, possiamo farcela. Ci vuole testa fredda e superare il complesso di inferiorità che storicamente una parte della sinistra ha avuto nei confronti dei guru del libero mercato. Sono tempi duri, il fallimento dell’ideologia degli ultimi 20 anni è davanti agli occhi di tutti, non è più tempo di negoziare un urgente e necessario riformismo radicale. 
In queste ore stiamo vivendo una situazione che rasenta la fantapolitica. Il debito degli Gli Stati Uniti declassato, la Grecia fallita che cede la propria sovranità politica, i cinesi che diramano comunicati stampa di fuoco dando lezioni di economia agli Stati Uniti e fanno pesare, per la prima volta pubblicamente, la loro posizione privilegiata in quanto “fabbrica del mondo” e principali creditori dell’Occidente. Paesi di calibro medio-grande, come la Spagna e l’Italia, “commissariati” dal nuovo Direttorio europeo formato da Francia e Germania con la partecipazione di Gran Bretagna e USA.
Siamo di fronte a un capovolgimento delle certezze che si erano consolidate nei decenni precedenti, e in qualche caso, nei secoli: i paesi “centrali” non possono fallire a differenza dei paesi “periferici”; gli organismi finanziari (FMI, Banca Mondiale, BCE) possono elaborare (e imporre) ricette per i paesi periferici indebitati ma mai azzardarsi a dare consigli ai “Grandi”; le agenzie di rating non mordono la mano del padrone. Tutto questo è successo in questa settimana di follie e ancora di più. Negli USA, il leghismo dei tea party è quasi riuscito a fare andare il paese in default, mentre il leghismo di casa nostra, dimenticando per un momento i “grandi temi” della lotta alle donne velate e ai chioschi di kebab, ora diventa europeista per paura di vedere sfumare i BOT dei suoi elettori.
Ma si poteva prevedere questa tempesta perfetta? Nei dettagli forse no, soprattutto perché molte di queste cose erano inimmaginabili, ma se allarghiamo lo sguardo sì. La radice più profonda della crisi odierna va cercata nella progressiva ritirata della politica a favore dell’economia. L’ubriacatura post Muro di Berlino che, secondo tanti, confermava l’inutilità dello Stato incapace, predone, antieconomico. Il paradosso è che oggi l’unico Stato in grado di fare la voce grossa e richiamare all’ordine gli occidentali è la Cina, paese nel quale il partito unico ha sì liberalizzato l’economia, ma tenendo saldamente le redini del controllo sul mercato e agendo su disegni decennali senza mai contraddirsi. In secondo piano, altri paesi emergenti oggi si sentono più forti. Il Brasile che durante gli otto anni di Governo Lula ha dato una nuova centralità allo Stato, rendendolo protagonista del rilancio industriale e strategico del paese. Oppure l’India, che malgrado i suoi mille problemi e complessità, non ha mai licenziato lo Stato quale regolatore del mercato.
Noi paghiamo invece lo stop sulla via della costruzione europea. Abbiamo una moneta senza Stato, caso unico nella storia, e 27 Stati senza moneta. Un’entità monetaria, l’euro, che non ha dietro di sé un governo che possa decidere, ma una miriade di stati con le proprie politiche, logiche e situazioni debitorie. Una moneta senza un Ministero delle Finanze dietro è un rischio gigantesco, che in questa ore si sta materializzando con caratteristiche esplosive: il “commissariamento” di interi paesi. Ma chi sono i “commissari”? Anzitutto sono politici che hanno una legittimità nei paesi in cui sono stati eletti, ergo, non hanno nessuna legittimità democratica nei paesi “commissariati”. Sono commissari autoproclamati in base alla consistenza delle loro economie, ma soprattutto alla consistenza dell’esposizione del proprio sistema bancario nei confronti dei paesi commissariati. Sono quindi interessati soltanto al rientro dei capitali esposti senza fare distinguo sulle modalità che verranno utilizzate dai commissariati per trovare i soldi. In sostanza, così come il FMI per decenni ha imposto le sue “ricette” ai paesi indebitati del Sud del Mondo, per tutelare i capitali dei creditori e senza fare caso a come si raggiungeva la stabilità, lo stesso fa oggi la BCE, l’arma dei commissari nei confronti dei paesi dell’Europa mediterranea. In questo caso però vengono intaccati alcuni principi sacrosanti del processo europeo, come la creazione di uno spazio sociale e la parità dei diritti tra i cittadini della comunità. Tutto ciò viene a cadere davanti agli interessi dei commissari e delle banche dei loro paesi.
Questa situazione rende il ben servito definitivo alla politica tremontiana delle piccole furbizie, dei condoni, degli scudi fiscali e infrange il mito del bravo Ministro che “sa tenere i conti in ordini”. All’Italia non serve un ragioniere, non serve semplicemente tenere i conti in ordine. L’Italia deve ripensare il proprio profilo produttivo, capire cosa tagliare
e in cosa investire, immaginare come ricollocarsi nella globalizzazione e come avvicinare all’Europa, per quanto riguarda opportunità e diritti, i giovani. Tutto questo manca da anni e oggi viene presentato il salato conto. Il Ministro è stato un bravo ragioniere, peccato che non c’è più crescita, che i giovani laureati emigrano, che le imprese scappano, che l’evasione fiscale continua a togliere risorse, che i servizi sono erogati seguendo logiche populistiche e non realistiche.
Ora siamo commissariati, ma di patrimoniale non si vuole parlare, almeno a “Palazzo Merkel”, e si sentono già le litanie sui tagli “inevitabili” all’assistenza, alle pensioni, al mondo del lavoro. La cosa più preoccupante è che in questo si salvi chi può, non c’è nemmeno l’ombra di idee per andare oltre lo tsunami.
Alfredo Somoza
Un mondo mai fermo
Pubblicato: 2 agosto 2011 in MondoTag:emergenza, immigrati, integrazione, lampedusa, migrazioni, multiculturalismo, società multietnica
Da quando l’uomo ha iniziato la sua avventura intelligente sulla terra, una delle costanti del suo agire è stata la ricerca di spazio vitale per sopravvivere e prosperare. Non è esistito periodo storico a noi noto che non sia stato attraversato da grandi o piccoli spostamenti umani in fuga da condizioni, climatiche o politiche, avverse. Dalla conquista degli spazi vuoti dell’Africa, dell’Asia e poi via via fino alle Americhe, all’Oceania e ai Poli i movimenti di riassestamento e rimescolamento della popolazione mondiale non hanno conosciuto intervalli. Anche la tratta negriera dall’Africa verso le Americhe, che studi prudenti stimano in 15 milioni di persone, ha avuto a posteriori effetti simili a quelli dei flussi migratori sul futuro dei Paesi di destinazione, gravando anche i discendenti dei migranti dell’eredità negativa della schiavitù.
In tempi moderni, sono state le tecnologie militari e dei trasporti a segnare la più grande operazione di occupazione di terre della quale si abbia memoria: l’Europa, tra il 1815 e il 1914 espulse 60 milioni di cittadini poveri verso il Nord e il Sud America, l’Africa australe e l’Oceania, mentre altri 10 milioni di persone si spostavano dall’Europa mediterranea verso quella settentrionale. Intere regioni si svuotavano in Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda, Gran Bretagna per dare vita a “neo europe” agli antipodi o per alimentare la rivoluzione industriale nei Paesi centrali. In quel periodo anche India e Cina contribuivano ai flussi mondiali fornendo manodopera a basso costo all’Impero Britannico o agli Stati Uniti. Flussi giganteschi di braccia che hanno ridisegnato intere regioni, alimentato l’economia globalizzata dell’Ottocento, ridando fiato ai Paesi d’origine grazie all’abbassamento della tensione demografica e al contributo delle rimesse allo sviluppo.
Le migrazioni hanno anche rivitalizzato la cultura mondiale rendendola universale. Nuove visioni, nuovi suoni e gusti che da espressione di piccole realtà territoriali divennero globali. La gastronomia italiana, senza l’emigrazione, sarebbe oggi tanto importante internazionalmente quanto quella svedese o polacca. La musica brasiliana, senza l’apporto africano, sarebbe ancora una variante di quella portoghese. Questo fenomeno inarrestabile è stato accompagnato da violenze, soprusi, drammi individuali e collettivi. I migranti, anche negli Stati che richiedevano la loro presenza, non hanno mai avuto vita facile. Gli italiani ne sanno qualcosa. Sono state però spesso le popolazioni dei Paesi “ospitanti” a vedere calpestati i propri diritti e a dover arretrare fino quasi a scomparire. I nativi dell’intero continente americano, i neri sudafricani e dello Zimbabwe, gli aborigeni australiani e i maori neozelandesi pagarono un prezzo altissimo per l’arrivo dei coloni europei: la perdita della propria terra e libertà.
Fin qui una storia che tutti conosciamo e che spesso dimentichiamo. Le migrazioni oggi, da almeno 40 anni, continuano, come sempre, ma hanno invertito strada e natura. Da Nord-Sud a Sud-Nord e non per occupare spazi a discapito dei locali, bensì per farsi carico del funzionamento di società invecchiate, a natalità quasi zero e bisognose di manodopera. Non si può più parlare di “invasioni”, ma di lento ricambio demografico di società ricche che hanno perso, o stanno perdendo, la loro spinta vitale.
Da qui le tensioni e i conflitti: non ci sono diritti nuovi da conquistare o terre da rendere produttive, ma diritti da condividere e spazi da spartire. Gli studi di antropologia sulla psicologia dei gruppi etnici ci spiegano che un popolo in arretramento demografico vive sempre con ostilità un altro popolo in espansione. Anche su questo tema troviamo abbondante letteratura d’epoca sul vissuto di statunitensi, inglesi o argentini nei confronti dell’immigrazione italiana, non soltanto considerata fonte di delinquenza e corruzione, ma temuta perchè la prolificità degli immigrati metteva in discussione gli equilibri sociali. Più figli significa più potere e più opportunità di arrivare a condurre l’economia e la res publica. Le paure che serpeggiano nella vecchia Europa e negli strati conservatori degli Stati Uniti passano fondamentalmente da questa equazione, che troviamo esasperata in uno Stato di Israele assediato, prima ancora che dall’ostilità dei Paesi vicini, dalla crescita della popolazione araba entro i propri confini.
I tentativi di arginare la paura dell’immigrato si ripetono nella storia quasi sempre nello stesso modo: cercando di limitare i diritti dei “nuovi arrivati” e considerando questi ultimi un fattore temporaneo che non inciderà sull’identità locale. Le conseguenze di queste politiche le conosciamo: non c’è stato Paese al mondo che abbia potuto tenere ai margini i migranti per più di una generazione. Le lotte per la conquista del diritto al voto, per condizioni di lavoro decenti, per la scuola e l’assistenza medica hanno segnato il Novecento in Europa e in America, e in molte realtà sono stati proprio gli italiani i più agguerriti e coraggiosi portabandiera. Sono pochissimi gli Stati che hanno scommesso sull’integrazione da subito, come il Canada o l’Australia, e non se ne sono mai pentiti.
Oggi in Occidente è in corso una battaglia perdente in partenza, perché già combattuta e persa altrove. Le poche voci lungimiranti vengono sommerse da fischi e urla quando dicono quello che la ragione sa, ma l’opportunismo elettorale nega. Soltanto negli Stati Uniti un gruppo di miliardari ha avuto recentemente il coraggio di denunciare la politica restrittiva sui clandestini, che nasconde lo sfruttamento economico, come una politica cieca e contraria allo spirito con il quale venne fondato quel grande Paese. Problemi veri, come quelli della convivenza con l’Islam, della lotta tra poveri nelle periferie, del futuro dei figli degli immigrati, si scansano con fastidio per far luogo a lunghe e sterile polemiche su permessi per costruire moschee o aprire chioschi di kebab.
L’Europa deve attingere a piene mani dalla propria esperienza migratoria per trovare quelle risposte che oggi, nel XXI secolo, una società moderna, democratica e con un tasso di benessere relativamente alto e ben distribuito, è obbligata ad avere. Se si coniugano bisogni dell’economia e diritti delle persone si può cominciare a dipanare una matassa molto intricata. Se si pensa di continuare a immaginare l’immigrato come una risorsa “usa e getta”, tollerando sacche di illegalità delle quali beneficiano imprenditori senza scrupoli, e consegnando il pacchetto dei diritti in mano agli estremisti e agli xenofobi, la lotta è persa. Ci vuole coraggio anche per fare cose che oggi possono essere impopolari, come per esempio estendere il diritto di voto o attuare nuove politiche per la casa non discriminatorie. Se vinceranno l’immobilismo e la demagogia, le banlieus in fiamme di Parigi saranno ricordate come l’inizio di una nuova stagione di conflitto sociale in Europa dalle conseguenza oggi imprevedibili.
di Alfredo Luis Somoza





