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Le coste deserte e ventose della Penisola di Valdés (Parco Provinciale e Patrimonio dell’Umanità) sono il più grande set naturale per l’osservazione della fauna marina dell’Atlantico meridionale, che qui trova sicuro rifugio durante il periodo dell’accoppiamento. L’incontro più frequente si ha con il pinguino di magellano, che nidifica lungo tutta la Patagonia, comprese le isole subantartiche, e che raggiunge in gran numero le spiagge di Punta Tombo. Sembra che il nome “pinguino” provenga dall’espressione gallese “pen-gwyn” che significherebbe “uccello che non vola”. Secondo una superstizione diffusa tra i marinai inglesi, ospiterebbero le anime dei loro compagni annegati.

Il pinguino maschio è il primo ad arrivare sulla costa, e ritrova con incredibile precisione il nido lasciato da un anno. Lo segue la femmina qualche giorno dopo, accolta dal maschio con una danza. I pinguini magellanici sono alti 60- 70 centimetri, hanno un piumaggio nero sul dorso e bianco sul ventre. L’esemplare adulto presenta dei collari di piumaggio bianco, al contrario del giovane che è grigio e senza collari. Il periodo di riproduzione comincia i primi di settembre e termina a metà aprile. Il nido viene costruito sotto terra, fino a un chilometro dalla costa. Alla fine di settembre la femmina deposita due uova e l’incubazione dura circa 40 giorni. A tre mesi di età i piccoli hanno già il piumaggio giovanile e, una volta indipendenti dai genitori, possono andare in acqua e cominciare ad alimentarsi con il pesce.

La balena australe , detta anche “franca del Sud”, arriva nelle acque dei golfi Nuevo e San José nel periodo compreso tra i mesi di giugno e di novembre, risalendo dall’Antartico, per cercare in queste acque la tranquillità necessaria per l’accoppiamento e la gestazione. Questi golfi offrono l’ambiente ideale per lo sviluppo dei piccoli, grazie alla grande concentrazione di plancton e per la favorevole temperatura dell’acqua. Il periodo di gestazione dura circa 12 mesi, come anche il periodo dell’allattamento. Alla nascita, il balenottero è lungo circa 5 e pesa 600 chili. Consuma 200 litri di latte al giorno, e ogni 24 ore il suo peso aumenta di un centinaio di chili. Le femmine adulte misurano dai 12 ai 14 metri e pesano dalle 32 alle 37 tonnellate. I maschi sono un po’ più piccoli: 10-12 metri, con un peso di 30-35 tonnellate. La balena australe è una specie protetta in pericolo d’estinzione: ne restano all’incirca 3500 esemplari. Durante i mesi di agosto e settembre, si calcola che arrivino a Valdés almeno 500 esemplari. Unico predatore della balena australe, oltre all’uomo che l’ha cacciata per secoli, è l’orca, che attacca anche i leoni e gli elefanti di mare, arrivando in queste acque nei mesi da marzo a maggio.

Le coste della penisola sono infatti il rifugio preferito di numerosi esemplari di elefante marino , che formano una colonia continentale unica al mondo. Il nome è dovuto alle sue caratteristiche fisiche: un lungo naso a forma di proboscide e una mole imponente. Può arrivare a sei metri di lunghezza e quattro tonnellate di peso. L’organizzazione sociale dell’elefante di mare è basata sull’harem e un maschio adulto arriva ad avere fino a venti compagne. Per difendere l’harem e per mantenere il predominio sugli altri, i maschi sono costretti a non abbandonare mai le femmine, anche a costo di lunghi periodi di digiuno e violente battaglie contro gli avversari. Il ciclo riproduttivo comincia nel mese di luglio, con l’arrivo dei maschi che conquistano il loro dominio e aspettano le femmine che giungono solo durante le prime settimane di agosto. La nascita avviene durante i mesi di settembre e ottobre, dopo una gestazione di 11 mesi; ogni femmina può avere un solo cucciolo, che viene allattato per un mese e pesa già 300 chili a poche settimane dalla nascita. Finito l’allattamento può prendere il largo, accompagnato dal padre, e raggiungere grandi profondità (fino a 200 metri), nuotando per migliaia di chilometri.

Con caratteristiche molto simili all’elefante marino è il leone marino del sud. Le sue dimensioni sono molto più ridotte rispetto al primo e un maschio adulto raggiunge 2-3 metri di lunghezza e 300 chili di peso, mentre la femmina pesa circa una sessantina di chili e misura da un metro a un metro e mezzo. A Valdés arrivano verso la fine di dicembre e i piccoli nascono in gennaio e febbraio.

Verso l’interno della penisola Valdés, sull’arida pianura ventosa, si vedono correre timidi gruppi di guanacos, che scappano spaventati da ogni incontro con l’uomo. Il guanaco è un camelide molto diffuso nelle pianure patagoniche, e lo si trova spesso raffigurato in scene di caccia in numerose grotte del sud del paese. E’ stato infatti per molti secoli alla base dell’economia delle popolazioni che abitavano la zona, fornendo carne, lana e pellicce per gli indumenti e le capanne. E’ però rimasto selvaggio, al contrario dei suoi consimili che vivono sulle Ande, il lama e l’alpaca.

Anche il ñandù si può incontrare facilmente nella pianura di Valdés, così come nel resto del territorio patagonico. E’ un grosso uccello, imparentato con gli struzzidi africani, che non può volare, ma che usa le ali come timone per gli improvvisi zig-zag con i quali si sottrae ai predatori, come ad esempio il puma. E’ il maschio che costruisce il nido, scavando una buca in terra e proteggendola con rami e foglie. Ancora il maschio si incarica della cova, fino alla schiusa delle uova, alla fine della primavera.   Oltre al bizzarro ñandù, abita la penisola Valdés anche una ricca avifauna. Fra le specie più comuni c’è la gaviota dominicana, un gabbiano che abita permanentemente l’isola, assieme al cormorano negro, di piumaggio nero con riflessi verde-azzurri, la paloma antartica, colomba completamente bianca, e l’ostrero. Altri uccelli che frequentano l’isola sono la garza bruja dal piumaggio grigio, il gaviotìn che annuncia la sua presenza con un grido stridulo, il pato vapor un’anatra così chiamata per il suo modo di andare sulla superficie dell’acqua senza mai alzarsi in volo, e il colorito flamenco che approfitta della bassa marea per alimentarsi.

 

Approfondimento : Patagonia, appena diecimila anni di storia

 

I più antichi manufatti e le opere d’arte rupestre che si possono osservare in moltissime caverne della Patagonia testimoniano la presenza dell’uomo già diecimila anni fà. A una civiltà posteriore appartengono invece le incisioni di labirinti e di figure geometriche sulle pareti delle caverne diffuse nelle zone più settentrionali della Patagonia.

La più importante etnia indigena in Patagonia era quella tehuelche (o patagona). Questo popolo nomade di cacciatori si muoveva soprattutto nelle grandi pianure. Le coste meridionali della Terra del Fuoco argentina erano invece popolate dagli ona, in due distinte tribù, gli haush e gli shelknam.

I primi europei arrivarono sulle cinque navi spagnole del navigatore portoghese Ferdinando Magellano. Verso la fine dell’ottobre 1520 le navi si avventurarono in uno stretto che venne chiamato di Todos los Santos e sbucarono nell’Oceano Pacifico. E’ lo stesso che più tardi fu ribattezzato col nome dello scopritore portoghese. Mezzo secolo più tardi imperversò in queste acque il corsaro Francis Drake e nel 1587 il pirata inglese Thomas Cavendish distrusse da queste parti una flotta di 19 navi spagnole impossessandosi di un cospicuo bottino. Nel XIX secolo arrivarono i coloni gallesi che scrissero un’importante pezzo della storia della Patagonia. I primi centocinquanta sbarcarono nel marzo del 1865 dal veliero Mimosa, e dopo solo pochi fondarono la città di Puerto Madryn. Altri li seguirono, alla ricerca di quella libertà e autonomia che gli erano negate in patria dagli amministratori inglesi. Il flusso di gallesi continuò con poche interruzioni fino agli inizi del Novecento e vennero costruite altre città: Rawson, Trelew, Dovalon. Con la scomparsa degli indiani si moltiplicarono i pascoli destinati all’allevamento degli ovini da lana (circa 25.000.000 di capi).

Nel 1907 venne trovato il petrolio in Patagonia. La città di Comodoro Rivadavia si sviluppò molto rapidamente grazie al greggio e questa volta arrivò in Patagonia un’ondata di boeri del Transvaal sconfitti dagli inglesi in Sud Africa. Nei primi decenni del ‘900, attivisti anarchici italiani, tedeschi e spagnoli, animarono un vasto movimento rivendicativo, represso nel sangue dall’esercito. La storia più recente della Patagonia segue le sorti, nel bene e nel male, dell’intera nazione Argentina.

 

di Alfredo Somoza

Un’estate che non si dimenticherà facilmente questa del 2011. Fino a pochi mesi fa il film più gettonato dal governo era “E la nave va”, da ieri “Titanic”. Abbiamo sopportato dosi massicce di propaganda in questi anni sull’indubbia salute dell’economia italiana, sul fatto che anche se non era ancora arrivata si era già usciti dalla crisi, sulla solidità del sistema bancario perché non esposto all’estero e delle famiglie italiane tutte piccole proprietarie. Il debito pubblico? Nulla di male, è quasi un incentivo per essere virtuosi.

Dopo le due batoste primaverili, Amministrative e referendum, ma soprattutto con l’aggravarsi della crisi dell’eurozona, una ad una quelle sparate si sciolgono con la calura estiva. Se il film che si gira ora è Titanic, vuol dire che non c’è salvezza (ma Tremonti ha mai visto il film?), il triste finale è già scritto. La crisi è arrivata, e da tempo, e per ora non si vede né quando né come si uscirà. Il dato della (de)crescita economica italiana nell’ultimo decennio è agghiacciante, soltanto Haiti e Zimbabwe hanno fatto di peggio. Il dato sull’occupazione e l’emigrazione giovanile va oltre la soglia di preoccupazione. Il sistema bancario italiano ha una capitalizzazione “bulgara” basata su titoli di stato italiano, il che vuol dire che se l’Italia va male, le banche affondano. La gente in una percentuale di circa l’80% è proprietaria della propria casa, ma questa non produce alcun reddito e se si vende si finisce sotto i ponti. Tutti qui i “punti di forza” che permettevano di cantare vittoria un anno fa mentre tracollavano Grecia, Portogallo e Irlanda spiegando che in Italia era diverso? Certo che la situazione greca non si può confrontare con quella italiana, ma non per questo si poteva stare tranquilli.

L’improvvisazione è la propaganda invece del varo di politiche economiche che, pur rispettando parametri di austerità, investissero sul rilancio economico lasciano spazio ora alla lunga agonia del berlusconismo, dell’economia e, ahinoi, della società italiana. I tagli indiscriminati, seguendo logiche “di classe”, cioè andando a colpire i ceti medi e quelli medi bassi, ma risparmiando gli altri che per solidarietà “di classe” non si vuole toccare, ci mettono per l’ennesima volta davanti agli occhi una verità sempre negata: l’economia non è una scienza neutrale come per decenni i liberisti hanno fatto credere. Nella quale dovrebbe prevalere soltanto “il buon senso”, che è sempre a senso unico. Si può declinare austerità e rilancio senza fare macelleria sociale, ma anche senza demagogia. Perché si continua ad esempio ad insistere sulle esenzioni in base all’età e non al reddito? Ultima inciampata su questa logica la neo-giunta Pisapia che aveva proposto di non fare pagare i mezzi pubblici agli over 65. Ora, fatti due conti, scoprono che così potrebbero far fallire l’ATM vista la composizione demografica di Milano. Ma scusate, perché dovremo farci carico del biglietto del Sigr. Berlusconi, over 65, se decidesse di prendere i mezzi pubblici milanesi?.

La più grande rivoluzione che si possa immaginare oggi in economia non è il logorato slogan del taglio della spesa della politica o delle false pensioni di invalidità. Quelle vanno tagliate e basta. L’economia oggi va ripensata in base ai grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi 20 anni: invecchiamento della popolazione, migrazioni, delocalizzazioni, globalizzazione, nuove tecnologie. Abbiamo un impianto conoscitivo sul mondo del lavoro e dell’economia che non corrisponde più alla situazione reale. Continuiamo a fare i conti con una capacità di spesa dello Stato che non esiste, oppure non riusciamo ad individuare nuovi filoni che potrebbero rendere parecchio. La nuova frontiera della sinistra deve passare non dalla conservazione dell’esistente a prescindere, che ad esempio condanna i giovani a un futuro buio, ma dal fornire una nuova lettura della complessità dalla quale fare scaturire nuove idee sulla società e sull’economia.

Le battaglie difensive sono ormai inutili, le manovre economiche come quella odierna del governo Berlusconi sono odiose ma senza un pensiero alternativo obbligatorie, anche con un governo di diverso colore.

Come alla fine dell’800, quando i grandi movimenti politici e sociali iniziarono le lotte per la conquista dei diritti in base ad una lettura della realtà in cui vivevano, anche oggi, ancora gli inizi del XXI secolo ci vuole una rilettura dell’esistente per partire all’offensiva. Tutto il resto è conservazione, non progressismo.

 

Alfredo Somoza

Se si apre la pagina di un vocabolario alla voce “turismo” e se ne cerca la definizione, essa apparirà chiara, senza possibilità di equivoco: “Attività consistente nel fare gite, escursioni, viaggi, per svago o a scopo istruttivo”. Fin qui l’aspetto esteriore del fenomeno: rassicurante e limpido.

Ma quando si va a “leggere” il turismo sotto il profilo sociale, economico, culturale e politico, il discorso si fa assai meno esplicito. Anzi, diventa fortemente contraddittorio, in bilico tra valenze positive e negative.

Fin dai suoi albori, infatti, il turismo ha creato lacerazioni, modificato o stravolto equilibri millenari, cancellato o relegato in angoli bui tradizioni e usanze. Gli statunitensi sono stati i primi a potersi permettere il viaggio all’estero. Negli anni ’60 è arrivato il turno degli europei, poi ancora di canadesi, giapponesi, australiani e infine, dagli anni ’80 in poi, delle minoranze abbienti dell’India, del Brasile, della Cina.

Gli acceleratori fondamentali che hanno trasformato il viaggio in un elemento macroeconomico sono stati tre: la disponibilità di tempo libero e di un reddito medio-alto in Occidente; l’apertura di decine di Stati agli investimenti turistici; e l’evoluzione dei mezzi di trasporto che gradualmente hanno ridotto le distanze, fino a ridicolizzarle. La miscela di questi tre elementi ha fatto sì che il turismo divenisse fenomeno di massa, con tutte le conseguenze del caso.

Attualmente ben 800 milioni di persone all’anno escono dai confini dei propri Paesi per ragioni turistiche. Il settore è ormai la principale voce negli scambi commerciali mondiali: produce 3800 miliardi di dollari USA all’anno di fatturato (il 7% del prodotto lordo del pianeta) e offre impiego a 220 milioni di persone (ciò significa che, nel mondo, ogni 15 occupati uno lavora in questo ambito). Ma anche nel turismo le differenze tra il Nord e il Sud del pianeta sono abissali: l’80% degli spostamenti internazionali è appannaggio dei residenti di soli 20 Paesi.

Per valutare complessivamente questo settore, soprattutto per quanto riguarda il suo ruolo nello sviluppo del Sud del mondo, basta conoscere alcune percentuali riguardanti la distribuzione del prezzo dei pacchetti turistici tra l’operatore e il Paese di destinazione: in Kenya rimane solo il 30% di quanto pagato all’acquisto del viaggio, in Nepal il 47%, in Thailandia il 59%, in Sudamerica una media del 50%.

Per offrire un’alternativa a questo modello è nato negli anni ’80 il concetto di “turismo responsabile”, un turismo sostenibile che non comprometta il patrimonio ambientale, culturale e sociale del territorio che ne è meta. Un modo di viaggiare che sia giusto ed equo per la comunità ospitante, economicamente ed ambientalmente sostenibile nel lungo periodo.

L’affermazione del turismo sostenibile rappresenta quindi una grande potenzialità per molti Paesi del Sud del mondo: sia in ambito strettamente economico, attraverso la crescita dell’occupazione locale e l’introito di valute forti; sia in campo sociale, grazie alla valorizzazione delle risorse ambientali, umane e culturali. Un “plus” che lo sviluppo di altri settori produttivi non consentirebbe.

Le cooperative sociali, le associazioni ambientaliste, le reti d’accoglienza create dalle donne e tra donne, perfino i piccoli pescatori locali stanno diventando i nuovi soggetti di un turismo che crea vera occupazione, valorizza il territorio e redistribuisce nella comunità il reddito prodotto. È una nuova dimensione della qualità del viaggio che si basa sulla condivisione, sul rispetto dell’ambiente e delle culture locali. E che concorre alla crescita individuale e collettiva della persona a partire da un rapporto autentico con l’altro.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Associazione Italiana Turismo Responsabile (AITR)

Quando, nella notte fra il 9 e il 10 novembre del 1989, cadde il muro di Berlino, finì simbolicamente l’ordine internazionale che aveva preso il nome di bipolarismo. Si apriva una nuova era nella quale la dimensione geografica delle relazioni tra Stati passava dall’asse Est-Ovest a quello Nord-Sud, per un breve periodo in modo unipolare, cioè sotto la guida esclusiva degli Stati Uniti, per approdare poi all’attuale multipolarismo, nel quale una serie di potenze fino a ieri regionali, come il Brasile, la Cina e l’India, hanno acquistato un ruolo di attori globali di primo piano.

Gli Stati Uniti rimangono al centro del grande gioco, ma in una posizione intermedia rispetto al passato, che viene definita di “egemonia selettiva”. Gli USA, senza più una potenza altrettanto forte dal punto di vista militare quale fu l’URSS, scelgono liberamente dove e quando intervenire in base a una “selezione” dei loro interessi nazionali o commerciali. L’odierna mappa geopolitica del mondo è sempre meno omogenea, sempre più a macchia di leopardo: si alternano aree di pace e aree di conflitti, potenze regionali e Stati rimasti tali soltanto sulla carta, alleanze nuove e fortissime tra Paesi asiatici, Cina in primis, e Paesi africani e latinoamericani.

Un solo dato resta fermo: nel mondo si contano oggi 26 conflitti armati, tutti con antiche radici, che comportano un costo economico e di vite umane altissimo. Più guerre di quelle che affliggevano il pianeta durante il precedente ordine bipolare. C’è chi parla di una situazione di guerra civile internazionale, conteggiando non soltanto gli scontri militari veri e propri, ma anche le crescenti tensioni tra popolazioni autoctone e immigrati, le potenziali guerre dell’acqua e le conseguenze del cambiamento climatico.

Questo mondo multipolare è anche frutto della globalizzazione, fenomeno secolare, ma che negli anni Novanta del Novecento ha ripreso velocità e consistenza. La globalizzazione tende a frammentare il mondo, per ricompattarlo sotto il segno dell’economia transnazionale. Ora stiamo invece registrando l’arroccamento di antichi aggregati di Stati: è il caso dell’Unione Europea, ma anche del moltiplicarsi di nuove associazioni regionali (Mercosur, Unione Africana, Asean). Il dato di novità più vistoso rimane però il superamento dell’esercizio della governance mondiale da parte del club delle vecchie potenze. Il G8 è ormai un ricordo. Oggi la politica globale si decide nel G20 e nel BRICS, il club delle nuove potenze (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che annovera tra i suoi membri il più grande creditore degli Stati Uniti, il Paese che da solo avrebbe la possibilità di mandare in default il gigante americano: la Cina.

La transizione che si è aperta nel 1989, da un vecchio a un nuovo ordine, non si è ancora conclusa. Ma alcune linee guida sono evidenti: l’esplosione di conflitti latenti in mancanza di governance, il riequilibrio tra vecchie e nuove potenze, la tentazione del ritorno al protezionismo, il ripensamento di norme per governare la globalizzazione e l’agonia delle istituzioni finanziarie (FMI e Banca Mondiale) quali regolatori mondiali dell’economia. È difficile ipotizzare come sarà il mondo tra 10 anni, ma la grande notizia è che il pianeta è di nuovo in movimento, dopo che l’equilibrio del terrore nucleare lo aveva paralizzato per 50 anni.

Alfredo Somoza

per http://www.dialoghi.info

Tutto lascia presagire il fallimento, politico prima ancora che militare, dei “volenterosi” che da settimane stanno bombardando a distanza la Libia del colonnello Gheddafi. Al grido d’allarme dei britannici sull’esaurimento dei missili cosiddetti “intelligenti” in possesso della Nato, si aggiungono il ritiro annunciato dalla coalizione della Norvegia (dal primo agosto), il richiamo del Parlamento statunitense a Obama perché smetta di spendere soldi in bombardamenti, e le considerazioni del ministro degli Interni Maroni secondo il quale il conflitto, oltre a costare parecchio all’Italia, non permette di regolare il flusso di profughi in arrivo dall’Africa settentrionale.

Per uscire dall’impasse bellica nella quale, dall’Afghanistan in poi, si è impantanato l’Occidente, bisogna individuare strumenti condivisi e soluzioni al di sopra di ogni sospetto, cercando di coinvolgere attivamente quei Paesi che finora non hanno preso posizione sulla vicenda libica. Il riferimento è agli Stati BRICS (Brasile, Russia, Cina e Sudafrica) i quali, delegando ad altri ogni decisione in sede ONU, fino a questo momento si sono limitati a lasciare la patata bollente nelle mani dell’Occidente “storico”. Un test per capire se i grandi di ieri siano tali ancora oggi: hanno la capacità di gestire, politicamente ed economicamente, uno scontro militare che va a sommarsi ad altri conflitti aperti?

Il disimpegno USA, appena dissimulato da qualche raffica di missili sulla Libia, mette a nudo i conti senza l’oste fatti dalla Francia e dal Regno Unito, che hanno spinto con tutte le loro forze per imporre una soluzione militare alla guerra civile tra la Tripolitania e la Cirenaica libica. Appare evidente l’assoluta debolezza di una logica militare della risoluzione dei conflitti che non tenga conto degli interessi e delle aspirazioni delle potenze che stanno prepotentemente scalando i primi posti dell’economia mondiale. La Libia dimostra che il vecchio metodo non funziona più, ammesso e non concesso che abbia mai funzionato.

Nella storia dell’umanità non si conoscono potenze che si siano rette soltanto sulla forza militare e non anche su quella economica. Ma oggi gli Stati Uniti, prima potenza mondiale, sono esposti per un quarto del loro indebitamento con la Cina… che per ora continua a finanziarne le inutili guerre senza contropartite politiche. L’Europa dell’adesione automatica alle posizioni di Washington farebbe bene a riflettere sulle proprie priorità. Uno scenario mediorientale e nordafricano in fiamme è quello di cui ha meno bisogno dal punto di vista geopolitico, economico e anche migratorio.

In questa fase si possono individuare alcune analogie con le fasi conclusive degli imperi del passato, da quello romano a quello vittoriano. C’è però una grande differenza: per la prima volta nella storia, a declinare non è una singola realtà, bensì un gruppo di Stati. Proprio quelli che hanno creato e gestito la globalizzazione dal XV secolo in poi. Un declino “sistemico” che coincide con la crescita di un’altra parte del mondo, che in passato era marginale oppure sottomessa. Continuare con la logica dell’esclusione delle nuove potenze dal tavolo della politica internazionale non fa certo ben sperare circa la stabilità del mondo nei prossimi anni. Anzi, appare semplicemente suicida.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 La tornata referendaria insegna un sacco di cose che parevano, almeno in Italia, soltanto teoria. Ha ragione Di Pietro quando dice che non c’è un collegamento diretto tra voto e partiti. E questo perché, per la prima volta in decenni, è evidente come alcuni temi sono veramente trasversali alle scelte partitiche dei cittadini. L’ultimo esempio di questo tipo?: il precedente referendum sul nucleare e quelli su divorzio e aborto. Perché non c’è un particolare collegamento con i partiti’? Per il semplice fatto che, oltre a piccole forze come SEL e IDV, i “grandi partiti” del centrosinistra e del centrodestra su questi temi avevano posizioni contrarie al sentire popolare oppure contraddittorie. Ci ricordiamo chi aveva raccolto le firme? Ecco, non sono gli stessi che hanno festeggiato, erano molti di meno. Questa vittoria referendaria è invece il trionfo dei movimenti ambientalisti, di impegno sociale, degli eredi di Genova e dei Forum Sociali, dei GAS, dei boy scouts, di P. Zanotelli e del forum per l’Acqua.. Energia e acqua, due principi della vita. L’anima del “creato “per i credenti, l’essenza della vita per tutti. E quando la posta in gioco è di questo calibro, non ci sono distingui politici né partiti che tengano. Altro dato inequivocabile dell’essenzialità dei temi in discussione è stato il risultato dei “no” espressi, il più basso della storia tra i referendum che hanno raggiunto il quorum. Cosa sarebbe successo se gli elettori all’estero fossero stati informati e non ignorati? Se la televisione di Stato avesse assolto il suo ruolo di servizio pubblico? Se non si fossero utilizzati tutti i trucchi e i trucchetti perché non si sapesse cosa si votava, come e quando? In un paese normale, sicuramente la percentuale dei votanti e dei sì sarebbe stata ancora più massiccia e trasversale. Non ho toccato il tema del giusto impedimento perché, contrariamente a quanto detto da Travaglio nella diretta della 7, penso che sia stato ininfluente per il raggiungimento del quorum. Su quel voto, se fosse stato presentato da solo, gli elettori di centrodestra avrebbero fatto quadrato come in passato, cosa che invece non è funzionato perché il quesito era trainato dagli altri due. Allora, se acqua e energia sono temi così vitali da sparigliare gli schieramenti, e in ambedue i casi la proposta era quella dei movimenti e, allargando il campo visivo con molta cautela del centrosinistra, perché non si parte proprio da qui per definire una piattaforma di riforme e di riconversione della società che diventi infine piattaforma per le prossime Politiche? La grande riscossa dei partiti popolari in America Latina partì proprio da questi punti. In Bolivia, oggi governata da un sindacalista indio, la popolazione di Cochabamba si ribellò alla privatizzazione dell’acqua nel 2000 e questo fu l’inizio della critica al neoliberismo, alla precarietà del lavoro e alla svendita del patrimonio pubblico che erano stati assunti come dogma. Noi ci arriviamo nel 2011, ma la cosa importante è che si riesca a cogliere questa forza inedita irradiata dai referendum per farla diventare buona politica, rivisitazione delle peggiori pagine della politica di centrosinistra e di centrodestra degli ultimi anni. Quando prima o poi avverrà la fine del berlusconismo, sapremo raccogliere questo segnale e avremo concordato come vorremo fare perché l’acqua rimanga pubblica, ma gli acquedotti funzionino bene e non siano fonte di corruzione? Riusciremo a spiegare che non vogliamo il nucleare perché abbiamo un piano credibile per le rinnovabili? Ci metteremo d’accordo perchè il lavoro precario torni ad essere una scelta a favore di chi ha bisogno di tempo per altre cose e non più una condanna a vita. Troveremo la quadra tra gli impegni con l’Europa e il rilancio dell’economia, risparmiando sul costo dello Stato perché faremo delle scelte anche in materie tabù come la Difesa? Devono essere questi i punti dai quali partire invece di passare le giornate a fare le somme aritmetiche tra le forze del centrosinistra e del Centro illudendosi che basti. C’è sete di politica vera, di sciogliere i nodi che oggi fanno vedere il futuro sulla gamma del grigio. Chi saprà dare risposte concrete a questo bisogno sarà già a metà strada.

A quando la più importante riforma da fare se si vuole utilizzare i referendum come strumento di democrazia diretta? :

– Abolire il quorum, alzando la soglia di raccolta di firme a 1-1,5 milione per presentarli e poi chi vota vota. Sarebbe l’unico modo di togliere alla “politica” lo strumento dell’astensionismo, che ricordiamo,  è stato usato a referendum alterni sia dalla destra sia dalla sinistra.

– Altra riforma da fare: istituire il referendum propositivo. Cambiare il risultato del referendum abrogativo è facilissimo come abbiamo già visto (i Ministeri dell’Agricoltura e del Turismo, che godono di ottima salute, erano stati “aboliti” da un referendum). Diverso è traviare il significato di un referendum propositivo.

– Altro tema, speriamo che il voto degli italiani all’estero non concorra a formare il quorum, anche se sul tema ci sono diverse interpretazioni. Non è possibile che su temi, non di indirizzo generale, come le Politiche, ma di interesse specifico, come l’acqua o l’energia, possano decidere le sorti di un referendum cittadini italiani residenti all’estero e non contribuenti.

Da dove si comincia?

Siamo maturi?

Pubblicato: 8 giugno 2011 in Italia
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Niki Vendola, intervistato oggi dal Corriere della Sera, lancia l’idea del soggetto unico della sinistra, insieme al PD, per poi allargare le alleanze al Centro. Un discorso simile a quelli fondazionali del PD, che tra gli obiettivi si poneva proprio quello di rappresentare il centrosinistra diffuso per poi negoziare con centro e “radicali” . Un disegno che è ancora tutto da dimostrarsi e che rispecchia la visione di Veltroni, post ideologica e post partitica, liquida e mediatica, basata sui testimonial e  “facce nuove”.  Un’insieme di stimoli e di icone che sa più di sommatoria che di sintesi, un po come Jovanotti nel noto rap nel quale si dichiara seguace di Che Guevara e di Madre Teresa  di Calcutta!

Ed è questo il punto per quanto riguarda il PD, cos’è questo partito, dove si colloca internazionalmente, a quali ceti si sente più vicino, quali sono i principi negoziabili e quelli che non lo sono, qual’è la sua posizione sul grande tema della laicità dello Stato e dei diritti civili, cosa pensa in economia e in ambiente, come intende riformare il welfare? Tutte domande alle quali non si da una risposta perchè rispondere vorrebbe dire espellere pezzi di partito che si identificano soltanto nell’operazione unificante, ma non totalmente nei contenuti mai chiariti fino in fondo. E’ grande la difficoltà a relazionarsi  con un soggetto che, non avendo chiara la propria identità, immagina alleanze e geometrie variabili diverse senza soluzione di continuità. Un partito che un giorno parla di alleanze al centro, l’altro di alleanze con SEL e IDV, per tornare il giorno dopo a chiedere “prove di serietà” a Vendola. Un partito che non parte da un punto fermo, cioè l’alleanza con le altre forze riformatrici della sinistra (SEL e IDV), prima di discutere eventuali alleanze al centro.

Il futuro del PD non è però un argomento che non deva preoccupare chi non fa parte della sua platea di elettori, è il grande tema per il futuro della sinistra italiana. Senza un PD forte non esistono possibilità, almeno oggi, di strappare il governo del paese alle destre. Questa costatazione non deve però stimolarci a buttarci nella loro mischia interna essendo anche SEL un movimento-partito nuovo che ha bisogno di energie e di dibattito. Il travaglio del PD potrebbe avere anche sviluppi che nessuno osa commentare in pubblico,  come ad esempio un ritorno alle due forze costitutive originali che stabiliscono un patto elettorale allo stile dell’Ulivo. Soltanto in uno scenario di questo tipo avrebbe senso discutere di un soggetto unificato della sinistra, con un forte ancoraggio nella tradizione socialista e socialdemocratica europea, ma anche in quella ambientalista e libertaria. In un contesto politico del genere si potrebbe definire una piattaforma condivisa per quanto riguarda diritti civili, ambiente, welfare, lavoro. Ma siccome di questo scenario nessuno parla e per ora è semplicemente fantapolitica, tornando a quello odierno, penso sia bene rinforzare, definire e fare conoscere cosa pensa SEL e cosa propone di concreto lasciando perdere operazioni di captazione “dall’alto” che sono sempre per definizione perdenti. La “captazione” degli elettori che oggi votano altri partiti del centrosinistra si ottiene soltanto con i contenuti proposti e con la qualità delle persone che si sceglie per realizzarli. L’esperienza delle primarie e dei sindaci eletti all’ultima tornata penso siano la dimostrazione che quanto più distanti si è dai giochi di palazzo migliori sono i risultati. Alle prossime Politiche SEL eleggerà un numero di parlamentari non indifferente. Pensiamo piuttosto oggi come sceglieremo queste persone, visto che si voterà sicuramente con l’attuale sistema. Quali segnali vogliamo dare, quali temi prioritari difendere in Parlamento. Pensiamo a primarie per i candidati. Oggi una fetta importante dell’elettorato reale e potenziale del centrosinistra è interessato a idee nuove e a come realizzarli. Fa bene Vendola a dire che il “il vecchio welfare non regge”. Avanziamo le nostre proposte per fare capire che è cosa buona tenere in vita un sistema di welfare e come lo si può riformare non per motivi ideologici, ma semplicemente perché le premesse demografiche e sociali sulle quali è stato impostato quello in vigore sono radicalmente cambiate nell’ultimo secolo. Quindi come va riformato: proposte, dati, sostenibilità nel tempo. Come fare e come faremo.  Lasciamo il gioco mediatico delle alleanze costruite nei salotti televisivi ai professionisti del bla bla, concentriamoci sul lavoro che ci attende.  

Negli anni Ottanta era la bestia nera dei movimenti che in tutto il mondo si battevano per una soluzione al problema del debito estero dei Paesi in via di sviluppo e veniva dipinto come un direttorio, nato all’indomani degli accordi di Bretton Woods del 1944, a tutela del ruolo del dollaro USA quale moneta di riferimento per gli scambi mondiali: stiamo ovviamente parlando del Fondo Monetario Internazionale, che da statuto doveva occuparsi di garantire la stabilità monetaria mondiale e favorire gli scambi commerciali. In realtà esso era diventato il guardiano degli interessi degli Stati più industrializzati, imponendo ricette recessive ai Paesi indebitati e classificando i governi in buoni e cattivi, sempre a senso unico. Questo perché il suo meccanismo di governo, che non prevede la formula “una testa-un voto”, assegna la maggioranza a un gruppo di Stati europei, al Giappone e agli USA, in base al capitale versato. Da organismo di regolamentazione delle valute a club dei creditori e superministero dell’economia mondiale il passaggio è stato breve. I Paesi indebitati, a esclusione di quelli che detenevano la maggioranza dei voti del FMI come gli Stati Uniti stessi, si sono visti imporre le famigerate “ricette” del FMI, cioè piani di aggiustamento strutturale perfettamente allineati con i dettami della dottrina neoliberalista in economia, che hanno portato al ridimensionamento della spesa sociale e previdenziale e alle privatizzazioni dei beni pubblici. Ne sono state vittime in questi decenni realtà come Indonesia, Ecuador, Messico, Egitto, Thailandia e decine di altri Paesi che hanno dovuto cedere la propria autonomia in materia economica ai tecnocrati designati dal FMI. C’è una data simbolica a partire dalla quale le cose hanno iniziato a cambiare, seppur lentamente: dicembre 2001, quando l’Argentina dichiarò il default malgrado le attenzioni decennali che le erano state riservate da parte del Fondo Monetario. In quei mesi si cominciò a parlare di “uscita dal FMI” come unica possibilità per cambiare le cose. Negli anni successivi si è fatta avanti anche un’altra linea, sostenuta dal Mercosur: provare a estinguere i debiti verso il FMI e puntare a contare di più all’interno della sua assemblea, aumentando il capitale versato. Questa politica ha portato all’annuncio in seno al G20 di un’imminente riforma dell’istituzione monetaria. Una riforma che sottrarrà due posti all’Europa per assegnarli ai Paesi del BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa) e al riequilibrio dei meccanismi di voto in base a una ricapitalizzazione (la quale porterà, per esempio, India e Cina ad accrescere del 6% le proprie quote). Questo cedimento dei “Grandi” non è dovuto a un tardivo rigurgito democratico, ma alla consapevolezza che o si allarga il tavolo delle decisioni oppure non esistono possibilità di trovare una soluzione ai problemi globali. Un equilibrio nuovo, che ora tutti cominciano a voler raggiungere e che potrebbe far voltare definitivamente pagina rispetto all’eredità del colonialismo e delle navi cannoniere. L’elezione del nuovo Direttore Generale ci darà un’indicazione di quanto vogliano resistere ancora le vecchie potenze prima di prendere atto dei mutati equilibri mondiali

Alfredo Somoza

Sono piccole cose

Pubblicato: 4 giugno 2011 in Mondo
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“Son cosas chiquitas. No acaban con la pobreza, no nos sacan del subdesarrollo, no socializan los medios de producción y de cambio, no expropian las cuevas de Alì Babà. Pero quizás desencadenen la alegría de hacer, y la traduzcan en actos. Y al fin y al cabo, actuar sobre la realidad y cambiarla, aunque sea un poquito, es la única manera de probar que la realidad es transformable”.

“Sono piccole cose. Non eliminano la povertà, non ci fanno uscire dal sottosviluppo, non socializzano i mezzi di produzione, non espropriano la grotta di Alì Babà. Ma forse scatenano la gioia del fare, e la traducano in atti. In fin dei conti, agire sulla realtà e cambiarla, anche se di poco, è l’unico modo di provare che la realtà è modificabile.”

Eduardo Galeano (scrittore uruguayano, maestro di utopie)