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Molti studiosi si stanno chiedendo se sia corretto definire “neocoloniale” la politica degli Stati Uniti in Venezuela. In effetti, alcune dinamiche ricordano quel periodo storico, in realtà mai del tutto concluso, nel quale le maggiori potenze economico-militari presero progressivamente possesso di immensi territori in America, Africa, Asia e Oceania. Non sempre lo fecero adducendo le stesse motivazioni formali. Dall’evangelizzazione, che giustificò la presenza spagnola nelle Americhe, si passò alla “necessità” di aprire i porti cinesi al libero scambio, fino ad arrivare al “fardello dell’uomo bianco”, per citare Kipling, il quale spiegava ai suoi lettori come la colonizzazione dell’Africa fosse una specie di missione civilizzatrice, necessaria per elevare alla civiltà popoli che vivevano nel buio.

Altre potenze furono più pragmatiche. È il caso di Olanda e Portogallo, ad esempio, che prelevavano schiavi o spezie da vendere altrove senza avvertire nemmeno il bisogno di giustificarsi. Oppure di quel Leopoldo II del Belgio che, nel cuore di tenebre del Congo, costruì uno Stato personale costato milioni di vittime.

Il colonialismo, in tutta la sua drammaticità, era però una cosa seria. Investiva interi Stati, coinvolgeva militari, geografi, scienziati, coloni e banchieri, ridisegnava paesi e confini, muoveva cannoniere ed eserciti per affermare un diritto auto-attribuito. Le lotte anticoloniali guidate da veri patrioti, da Tupac Amaru ad Amílcar Cabral, da Gandhi ai leader della rivolta algerina, svelarono a tutto il mondo la vera identità di quella lunga fase della storia mondiale: sofferenza, schiavitù, sistematico saccheggio delle risorse. La matrice di infiniti drammi futuri.

Di fatto, i momenti caotici che oggi stiamo vivendo hanno poco in comune con il colonialismo, se non a livello di suggestione. In Venezuela è stato rimosso il presidente del Paese lasciandone però intatto il regime, ipotecando la gestione del petrolio, almeno per ora, a vantaggio della Texaco. Con la Groenlandia, si è passati dalla minaccia di annessione alla proposta di versare una cifra in dollari a ciascun abitante affinché accetti di cambiare bandiera. Con il Canada, la sola minaccia di annessione ha provocato una rottura storica nei rapporti tra Ottawa Washington. Ma c’è stata anche la boutade dell’annessione di Cuba, proponendo addirittura un cittadino statunitense, Marco Rubio, come improbabile presidente.

Anche in Medio Oriente le promesse si sprecano, a partire da quella della pace in Palestina gestita dal fantomatico Board of Peace, che dopo il suo insediamento non ha prodotto nemmeno un solo documento. Siamo alla politica degli annunci ad effetto, dei colpi di scena, dei mercanteggiamenti sottotraccia.

Il colonialismo “vero” non minacciava, agiva. Non aveva bisogno di cercare consenso, lo creava in un secondo momento, con la distribuzione della rendita ottenuta. Era un’altra cosa, con ogni probabilità storicamente irripetibile, perché era figlio di un mondo era più semplice: c’era chi si poteva permettere le conquiste e chi era destinato a subirle.

I tentativi maldestri di riportare in vita la politica delle cannoniere si scontrano oggi con un mondo molto più complesso e, soprattutto, molto più  interdipendente, nel quale anche una potenza regionale come l’Iran è in grado di mettere in crisi l’equilibrio economico globale. Non bastano i video generati con l’IA, né le sparate su Truth: la verità è che il mondo di oggi non si conquista più, se non transitoriamente, nemmeno con le armi. In conclusione, se proprio dobbiamo dare un’etichetta al tempo che ci tocca vivere, più che neo-imperialismo, sceglierei neo-cialtronismo.

Dopo anni di caos, il mondo sembra avviarsi verso un nuovo ordine. Le elezioni di midterm che hanno rafforzato Joe Biden negli Stati Uniti, il ritorno del Brasile tra i protagonisti globali, lo stallo del conflitto ucraino-russo e la continuità al potere di Xi Jinping in Cina lasciano intuire che sta iniziando una nuova fase nel tormentato scenario internazionale, messo a dura prova dalla pandemia e dal ritorno dei conflitti che coinvolgono potenze nucleari. Il tutto si può sintetizzare nel discorso che Biden ha pronunciato davanti al leader cinese a margine del G20 di Bali, quando ha affermato che “come leader delle principali economie del mondo,dobbiamo gestire la competizione dei due nostri Paesi”. Da un lato, si è appellato alla Cina perché cessi la competizione, ormai arrivata sull’orlo della guerra commerciale, che in realtà è stata iniziata da Donald Trump. Dall’altro, ha riconosciuto a Pechino lo status di unica potenza mondiale con la quale gli Stati Uniti si devono misurare.

Si potrebbe dunque concludere che un nuovo bipolarismo sia alle porte, ma bisogna essere cauti. Anzitutto, qui non si parla di equilibrio militare: su quel piano, la Cina è lontana anni luce dal poter essere considerata un vero rischio per gli Stati Uniti, come invece lo fu l’Unione Sovietica. Soprattutto, Cina e USA sono fortemente legati tra loro da rapporti commerciali e finanziari costruiti nei decenni precedenti. Nella lunga storia delle potenze mondiali, mai si erano visti due Paesi così vicini economicamente e così lontani politicamente. Ma questa è la complessità e la contraddizione dell’odierna globalizzazione: pur restando politicamente molto distanti si può vendere e comprare lo stesso, e consumare lo stesso. Proprio questo è stato il quadro definito dal discorso di Xi Jinping durante l’incontro con Biden: possiamo essere soci commerciali, possiamo anche lavorare per la pace nel mondo e cercare insieme una soluzione ai cambiamenti climatici, ma non sono permesse critiche né intromissioni nella politica interna di ciascuno. Questo significa che Washington non deve interferire su Hong Kong, deve dimenticare gli uiguri che Pechino “rieduca” in campi di concentramento e non spingere Taiwan sulla via dell’indipendenza, perché l’isola prima o poi tornerà nella madrepatria.

Xi Jinping propone quindi una rilettura aggiornata dei rapporti tra statunitensi e sovietici durante la Guerra Fredda. All’epoca, quando le due potenze discutevano di disarmo, non parlavano di ideologie, ma solo di missili. Pechino vorrebbe ora che, quando Stati Uniti e Cina parlano di commercio, si discutesse solo di dazi e non di diritti umani. Questa impostazione pragmatica contraddice però la linea perseguita negli ultimi anni dalla politica estera di Washington. Se verrà accettata, come lascia intuire il discorso di Biden, si toglierà dal tavolo il tema – o meglio, l’alibi – finora usato per fare pressione sulla Cina, quello dei diritti umani. La questione dei diritti, infatti, non interessava più di tanto nemmeno prima, ma serviva a rafforzare la posizione negoziale americana. Se i rapporti tra i due Paesi saranno schietti, come chiesto da Xi Jinping, sulle violazioni cinesi dei diritti umani calerà un velo di silenzio, in patria e all’estero. Non è certo una bella cosa, anche se eliminerebbe l’uso ipocrita del tema, brandito contro l’avversario come una clava ma rispettato solo a giorni alterni.

Il nuovo ordine internazionale che potrebbe nascere dall’indiscutibile supremazia di Stati Uniti e Cina nega, per la prima volta, un ruolo da protagonista all’Europa, aggrovigliata nei suoi problemi, mentre è destinato ad accrescere il peso di alcune potenze regionali come Turchia, Indonesia, Brasile e, malgrado il conflitto, Russia. Quello che si stabilirà sarà infatti un equilibrio con due poli centrali, Cina e Stati Uniti, e una serie di satelliti, i Paesi del G20. Sarà l’ultima tappa del declino dell’Occidente, al quale resteranno solo gli Stati Uniti come simbolo, in un contesto globale più plurale da tutti i punti di vista: la pretesa superiorità di una parte del mondo rispetto all’altra sarà una questione del passato, relegata nei manuali di storia.

Quando, nella notte fra il 9 e il 10 novembre del 1989, cadde il muro di Berlino, finì simbolicamente l’ordine internazionale che aveva preso il nome di bipolarismo. Si apriva una nuova era nella quale la dimensione geografica delle relazioni tra Stati passava dall’asse Est-Ovest a quello Nord-Sud, per un breve periodo in modo unipolare, cioè sotto la guida esclusiva degli Stati Uniti, per approdare poi all’attuale multipolarismo, nel quale una serie di potenze fino a ieri regionali, come il Brasile, la Cina e l’India, hanno acquistato un ruolo di attori globali di primo piano.

Gli Stati Uniti rimangono al centro del grande gioco, ma in una posizione intermedia rispetto al passato, che viene definita di “egemonia selettiva”. Gli USA, senza più una potenza altrettanto forte dal punto di vista militare quale fu l’URSS, scelgono liberamente dove e quando intervenire in base a una “selezione” dei loro interessi nazionali o commerciali. L’odierna mappa geopolitica del mondo è sempre meno omogenea, sempre più a macchia di leopardo: si alternano aree di pace e aree di conflitti, potenze regionali e Stati rimasti tali soltanto sulla carta, alleanze nuove e fortissime tra Paesi asiatici, Cina in primis, e Paesi africani e latinoamericani.

Un solo dato resta fermo: nel mondo si contano oggi 26 conflitti armati, tutti con antiche radici, che comportano un costo economico e di vite umane altissimo. Più guerre di quelle che affliggevano il pianeta durante il precedente ordine bipolare. C’è chi parla di una situazione di guerra civile internazionale, conteggiando non soltanto gli scontri militari veri e propri, ma anche le crescenti tensioni tra popolazioni autoctone e immigrati, le potenziali guerre dell’acqua e le conseguenze del cambiamento climatico.

Questo mondo multipolare è anche frutto della globalizzazione, fenomeno secolare, ma che negli anni Novanta del Novecento ha ripreso velocità e consistenza. La globalizzazione tende a frammentare il mondo, per ricompattarlo sotto il segno dell’economia transnazionale. Ora stiamo invece registrando l’arroccamento di antichi aggregati di Stati: è il caso dell’Unione Europea, ma anche del moltiplicarsi di nuove associazioni regionali (Mercosur, Unione Africana, Asean). Il dato di novità più vistoso rimane però il superamento dell’esercizio della governance mondiale da parte del club delle vecchie potenze. Il G8 è ormai un ricordo. Oggi la politica globale si decide nel G20 e nel BRICS, il club delle nuove potenze (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che annovera tra i suoi membri il più grande creditore degli Stati Uniti, il Paese che da solo avrebbe la possibilità di mandare in default il gigante americano: la Cina.

La transizione che si è aperta nel 1989, da un vecchio a un nuovo ordine, non si è ancora conclusa. Ma alcune linee guida sono evidenti: l’esplosione di conflitti latenti in mancanza di governance, il riequilibrio tra vecchie e nuove potenze, la tentazione del ritorno al protezionismo, il ripensamento di norme per governare la globalizzazione e l’agonia delle istituzioni finanziarie (FMI e Banca Mondiale) quali regolatori mondiali dell’economia. È difficile ipotizzare come sarà il mondo tra 10 anni, ma la grande notizia è che il pianeta è di nuovo in movimento, dopo che l’equilibrio del terrore nucleare lo aveva paralizzato per 50 anni.

Alfredo Somoza

per http://www.dialoghi.info